Caro diario

19 settembre 2010
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di Antonio Sparzani

Tutto perché Ecuba, mia madre, appena m’ebbe partorito sognò male; chissà cosa le prese, magari aveva mangiato quei pescetti grassi e fangosi dello Scamandro che solo a lei piacciono, non so, fatto sta che sognò di avere partorito una fiaccola ardente. Subito tutti, e soprattutto mio fratello Esaco, il maggiore, che caro fratello ‒ forse ero troppo bello perché lui tollerasse la mia vista, a interpretare il sogno come pareva a loro, il figlio, il figlio appena dato alla luce sarà la rovina di Troia, a causa della nuova creatura cadranno le porte Scee, la potenza di Priamo si perderà, e dunque ‒ ci si mise anche un’esagitata sacerdotessa di Apollo accesa del sacro fuoco ‒ sbarazziamoci di questo piccoletto, pur così bello com’è, esponiamolo alle fiere che popolano i monti boscosi dell’Ida. Neppure un nome mi diedero allora, il peggiore degli insulti.

Ma il tabù dei piccoli fortunatamente pervade qualche volta anche i cuori degli umani, nessuno ebbe il coraggio di uccidermi a sangue freddo, neppure Agelao, il pastore cui Priamo in persona l’aveva imposto, osò, e preferì lasciarmi nei prati dell’Ida e portare a Priamo come prova dell’esecuzione una lingua di capretto.
Quando poi Agelao vide che un’orsa mi prese tra le sue zampe delicate e mi diede il suo latte denso e caldo, a sua volta si commosse e interpretò quello come un segno del volere degli dèi, mi mise in spalla in un suo zaino e mi portò a casa. E cominciò col darmi un nome, “sei Pàris ‒ mi disse ‒ il mio zaino”, che questo voleva dire il mio nome nella sua lingua, lingua che da lui per primo, un po’ alla volta appresi.
Stavolta questa fissa di interpretare a proprio piacimento tutto quanto avviene mi era andata bene, e così, saranno state le rudi cure del pastore, il latte dell’orsa, l’aria buona dei monti o la bellezza ereditata da mia madre e dal nonno frigio, i miei lineamenti divennero armoniosi come quelli di un semidio, la mia pelle ambrata e il mio corpo assunse proporzioni meravigliose, e crebbi felice in quell’ambiente senza curarmi di regni e corti, solo di trovare i migliori frutti del bosco e di perfezionarmi nell’arte del tiro con l’arco, che Agelao mi insegnava con tanta cura. E bene fece a insegnarmi a tirare infallibilmente, perché potei così difendere i suoi armenti dai vicini invidiosi che volevano rubarglieli, il che lo indusse poi a darmi un secondo nome Alèxandros, protettore di uomini, s’intende protettore suo, naturalmente.

Ed Enone? Com’era bella Enone, deliziosa ninfa figlia di un dio dei fiumi, ci amammo molto e un figlioletto mi diede, il nostro piccolo Corito, anche se poi le nostre strade si allontanarono troppo, sempre per colpa degli dèi impiccioni, ma mi sarei ricordato di lei prima di morire. Il fatto è che mi piaceva molto la lotta tra i tori, ero diventato bravissimo a addestrarli e gran successo avevo vincendo col mio campione tutti i tori dei pastori vicini al mio. Finché naturalmente un dio non si immischiò nella faccenda rovinando ogni cosa. Ares stesso infatti si tramutò in toro e sconfisse il mio, potete ben immaginare, in men non si dica. A quel punto gli diedi senza esitare il premio che sempre era in palio, una corona d’oro massiccio, mica potevo fare altrimenti, è ovvio. Ma così si sparse la voce tra gli dèi Olimpi che ero un ragazzo onesto, senza sotterfugi, e così ‒ magari c’entrava anche l’idea che siccome ero così bello avrei saputo giudicare della bellezza ‒ un bel giorno arrivarono da me tre dèe, e per giunta delle più importanti, c’era perfino Era, la compagna stessa di Zeus, la terribile intrigante, oltre ad Afrodite e ad Atena Pallade. Avevano una bella pretesa, figuriamoci, volevano che sentenziassi chi fosse la più bella, io, un mortale, e non ci fu verso di sottrarsi; ero un semplice pastore abile nel tiro con l’arco, che diamine, ma no, dovevo fare il giudice. Voi sapete che spavento dover fare il giudice in ogni situazione figuratevi poi in quella, giudicare fra tre dèe; che comunque giudicassi, voleva dire inimicarmene due, capite, questo era il problema.

Questa stranezza del giudizio era cominciata al momento delle nozze di Teti con Peleo ‒ ah, ma alla fine almeno mi sono vendicato sul loro figliolo dal tallone molle ‒ che furono celebrate sull’Olimpo con particolare sfarzo, chissà perché, di preciso non si è mai saputo, c’è che gli dèi amano far festa e ogni occasione è buona, e allora invitarono tutti e tutte, dèi e dèe di prima, seconda e terza grandezza, con un codazzo di semidei e sangue misti che sembrava una bolgia dell’Ade. Solo che, anche allora, fecero la scemata fatale, non invitarono Eris, la dea, un po’ in sott’ordine ma sempre dèa, della discordia. E lo fecero per non avere grane, senza immaginare che così ne avrebbero avute di maggiori; infatti quella, sentendosi esclusa, si vendicò, e gettò nel banchetto, non vista, una bella mela d’oro, una meraviglia cesellata e lucida come il Sole. Il ché sarebbe anche stata una bella cosa, salvo che sulla mela aveva scritto “καλλίστῃ“; questo fu l’origine del grande problema. “kallíste(i)”, capite? “alla più bella”, apriti cielo. E appunto quelle tre arpie cominciarono a litigare asserendo ognuna che la mela era ovviamente diretta a lei.

E insistevano che Zeus stesso dirimesse la questione, su chi era la vera destinataria della mela. Ma Zeus certo non voleva compromettersi in una simile scelta, così s’inventò che il miglior giudice sarei stato io, un mortale frigio, proprio perché ero stato così leale nella mia disputa con Ares. Così poi tutto il problema si sarebbe scaricato su un mortale e gli Olimpi non ne avrebbero avuto conseguenze.

Ermes invita Paride ad arbitrare la contesa tra Atena, Afrodite ed Era. Dettaglio da un cratere-kalyx lucano a figure rosse, ca. 380 a.C., Parigi, Cabinet des médailles de la Bibliothèque nationale de France.


E così quelle prendono Hermes come guida e si fanno portare da me, che stavo così beato sull’Ida a riposare, si preparano belle nelle fonti limpide del mio monte e alla fine, una dopo l’altra tentano di corrompermi. Era che mi offre smisurato potere, Atena che mi offre saggezza e valore guerriero, belle cose, capisco, ma Afrodite mi offre in sposa la donna più bella del mondo; ora io dico, voi che avreste fatto, un pastore come me, che già avevo conosciuto le delizie dell’amore con la bella Enone, ma ora, la donna più bella del mondo, Elena, la sposa di Menelao, beh, non fu facile, o meglio non fu possibile resistere. Con questa irresistibile tentazione cominciava la futura rovina di Troia, ma io, che ne sapevo? Misi la mela d’oro nella mano di Afrodite e il gioco fu fatto. Pàris Aléxandros sposo di Elena. Ma Era e Atena, da quell’istante, nemiche.

C’era naturalmente il problema di come fare in modo che io incontrassi Elena, che era lontana, regina a Sparta accanto a Menelao, ossequiata e ammirata da tutti gli Achei. Nessuno eguaglia gli dèi quando si tratta di ordire trame nascoste per i loro non limpidi scopi. Qualcosa mi spinse a partecipare ad una gara di tiro con l’arco che era stata indetta a Troia, per me Troia allora era la grande città, gloria e potere, guerrieri e donne bellissime, cibi e bevande squisiti. Ma appena vinsi la gara, gli insegnamenti di Agelao non avevano eguali, quell’indemoniata di Cassandra si mise a gridare che ero suo fratello, che ero il figlioletto abbandonato sull’Ida, il principe bello tra i belli, insomma tanto fece che quella volta fu creduta, Priamo in persona mi abbracciò e mi accolse nel palazzo reale con gli onori riservati a un figlio ritrovato, vitello grasso e tutto quanto conviene.

E tra questi onori, guarda caso, ci fu quello di accompagnare Ettore, il fratellone grande e prode e valoroso e, per Zeus, così pieno di virtù, nell’ambasceria a Sparta per una loro qualche questione diplomatica, un intrigo di cui nulla capivo, ma un principe bello fa sempre un bel vedere in un’ambasciata.
Il resto lo potete immaginare: io che seguivo gli avvenimento come fossero già scritti, Elena che appena mi vede spalanca gli occhioni e a momenti mi cade tra le braccia in presenza di tutti, insomma, tutto un po’ scontato sembrava, niente eccitante gusto della caccia, come quando devi rincorrere una cerva che insiste a sfuggirti tra le querce dell’Ida.

Il problema poi è che io conoscevo solo una parte della storia. Non sapevo che, prima di sposarsi, Elena era stata corteggiata da tutti i principi achei e che tutti questi, quand’ella aveva deciso per Menelao, avevano stretto il patto di difendere il trono dei Tindaridi contro ogni eventuale pericolo o minaccia esterna. Tutti coalizzati erano, già da prima. Io, povero parvenu delle corti, che credevo di aver capito com’era l’andazzo, mi figuravo una bella avventura con Elena e morta lì, invece intanto questa s’innamora perdutamente ‒ sapete, quando Afrodite ci si mette fa le cose per bene ‒ e propone quindi di venirsene a Troia con me, e poi, non appena questo accade (non penserete, vero, che avrei potuto rifiutare), si scatena il putiferio che tutti ormai sanno e viene armata una flotta di tutti gli Achei, che dirige su Troia.

E lì ormai tutti lo sanno come andò a finire, però devo pur sottolineare che io provai a metter fine a tutto quanto con un bel duello tra offeso e offensore. Quando ormai, al decimo anno, la guerra era solo un logorio continuo per l’inespugnabilità delle nostre mura, e dopo l’ennesimo rimprovero di Ettore ‒ voi non potete immaginare che rottura questo Ettore che continuamente viene a rinfacciarmi il suo valore e la mia inettitudine e tutta la tiritera che ne segue ‒ mi decido e dico guardate facciamo così che io e Menelao ci sfidiamo a duello, vinca il migliore e tutto finisce in ogni modo.

Tutti contenti figuriamoci, si stipulano patti solenni, tutti accetteranno il verdetto del duello. Tanto lo sapevo che con Menelao non c’era storia, avrei perso, io son bravo con l’arco, con la spada faccio schifo, ma almeno sarebbe finita tutta quella tragedia, e io confidavo di salvare almeno la vita con qualche trucco.
E così si fa, siamo lì uno di fronte all’altro, due maschi di homo sapiens che si battono per una femmina della specie, come così frequentemente accade in natura; sano e definitivo.

Quando sto per soccombere, Afrodite, che ancora si ricorda dei miei favori, mi sottrae al combattimento, mi rende invisibile, mi trasporta direttamente nel tàlamo, e dove se no, per questa dèa quello è il luogo dove è naturale stare.
L’han visto tutti che era un trucco di qualche divinità, e dunque che Menelao ha vinto e così si stabilisce e tutti tirano un respiro di sollievo da non averne l’idea, Elena tornerà da Menelao, pazienza, Troia ha donne bellissime di suo, finiamo questa inutile carneficina, felici e contenti.

Finito, allora? No, sempre perché gli dèi si impicciano di nuovo. Era non può tollerare che Troia non sia rasa al suolo, tanto fa e tanto dice nel consesso dei numi, che Atena, ricorderete, l’altra delusa e incazzata dopo il mio giudizio, prende le sembianze di quel babbeo di Laòdoco e va da Pàndaro, l’unico tra i Troiani che mi stava a pari nel tiro con l’arco, e lo convince a tirare una freccia a Menelao per vendicare chissà che affronto subìto. Quello sciocco vanesio di Pàndaro si lascia convincere, pur di mostrare ancora una volta quanto è bravo con le frecce, e tira; e in verità ferirebbe a morte Menelao se non fosse che Atena stessa, che d’altra parte non può veder soffrire il suo cocco bello, devia la freccia e fa in modo che solo una scalfittura rimanga sulla tindaride pelle. Ma questo, come sapete, scatena di nuovo tutta la bagarre, la guerra ricomincia e tutto va a finire come ormai mille e mille l’avranno cantato e suonato.

L’unica soddisfazione che mi sono tolto, come ho già accennato, è stata quella di riuscire là dove il mio fratellone valoroso aveva miseramente fallito, e s’era fatto ammazzare come un cane. Con una freccia ben piazzata ho ferito a morte Achille, il Pelide iracondo, la cui ira fu in verità una causa diretta della distruzione di Troia. E, se ci pensate, sempre colpa del fratellone fu, arrogante e superbo come nessuno, si crede un semidio e uccide Patroclo, che tutti sanno era l’amichetto di Achille, ma dico io, era l’unica cosa da non fare, intanto che Achille pieno d’ira con il capo dei Greci per certe loro dispute di schiave, rifiutava di combattere. Ettore proprio si scavò la fossa con le sue mani.

Purtroppo ho avuto occasione di ripensare a Enone solo in punto di morte, quando, colpito dalle frecce di Filottete mentre stavo entrando dalle porte Scee, la chiamai per guarire le mie brutte ferite con le erbe di cui era maestra. Ma ci mise troppo tempo a convincersi a venirmi in soccorso malgrado il male che le avevo fatto con la mia vita segnata, e arrivò troppo tardi perché mi accorgessi di quanto ancora avrei tenuto a lei.

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3 Responses to Caro diario

  1. Francesca il 19 settembre 2010 alle 11:58

    Eh, questo è proprio bello, proprio di mio gusto, Sparz.

  2. viola il 19 settembre 2010 alle 17:36

    voi non potete immaginare che rottura questo Ettore che continuamente viene a rinfacciarmi il suo valore e la mia inettitudine e tutta la tiritera che ne segue

    ….:-))

  3. carmelo il 20 settembre 2010 alle 12:25

    …. e arrivò troppo tardi perché mi accorgessi di quanto ancora avrei tenuto a lei.

    bello l’articolo belllissimo il finale !