Giochi di guerra e storia: ancora…

di Jacopo Guerriero

Il passato ritorna attraverso una fotografia seriale: New York, di notte, rivive nel mio immaginario da film di serie B. Musica che ti inventi, sprazzi, grida, parole strappate alle televisioni negli appartamenti, sotto l’alone maestoso dello skyline di Manhattan, la collana di grattacieli si tuffa nella baia.

Le Torri Gemelle sono crollate ormai da due anni ma c’è ancora chi pensa che produrre ricerca storica non significhi scrivere di storia ma scrivere la storia. Non esisto fuori dalla narrazione storica, sono una voce della narrazione, così come il fruitore di quella narrazione. Mi sembra che il senso della freccia del tempo non sia più chiaro. La direzione non è univoca, troppo facile fare i conti solo con una dimensione numerica della propria epoca. Si è rotto qualcosa. L’incertezza, però, non è per forza negativa. Primi anticorpi portati in dono dal tempo: ovviamente siamo immersi in una miscela diabolica di ignoranza ed informazione. Saperlo è già qualcosa. In giro i paladini riscrivono la Storia vera, depurata dalle incrostazioni dell’ideologia, sempre più pura ed unica –mai demagogica, ovvio- sempre l’ennesima versione di chi, la Storia, pretende di costruirla oggettivamente.

Male.

E’ degli idioti pensare che la storia sia una. Niente di più falso. Della stessa storia esistono sempre diverse versioni. Sul palcoscenico si alternano storie altre, i soggetti costruiscono visioni differenti e specifiche. Chi rivede, giudicando a priori e imponendosi, non fa storiografia, crea solo un canone retorico –grezzo- in cui l’oggettività è sempre tutta da dimostrare. Non è neppure mascherato il filo rosso che lega tutto questo a un’idea di totalitarismo; le verità consolidate ed ufficiali sono buone solo per gli stupidi.

Regole chiare e competenze particolari: ne sento vivamente la nostalgia: chi scriverà la nostra storia e quali saranno le fonti? Chi potrà proteggerci dalla Versione Ufficiale?

Non è una questione da poco. E’ una sfida seria solo quella delle continue correzioni, revisioni. Per quanto possa valere continuo a pensare che troppa poca importanza sia data al contesto. Va bene: l’ 11/IX, il crollo meccanico, acciaio e ferro, vetri schiantati a determinare un ground zero; tremila e passa morti. Poi le facce dei dirottatori, santini del male il cui non senso si perde, svanisce se muore con loro l’orizzonte di odio, opposizione, scazzo e contrasto che sta alle loro spalle.

Una vecchia idea: il sistema è sempre peggiore di quanto riesci ad immaginare. Non vorrei fosse già in atto quel processo per cui la storia viene continuamente usata dalla politica per dare vita a simboli di massa di portata emotiva ed evocativa. E’ l’ora dello show del Dottor Goebbels! Falsi miti creati da fili ideologico – identitari di mobilitazione. Un’elasticità della storia può salvarci da questo. Pazienza e ricerca. Possono essere gli strumenti per recuperare contraddizioni, conflitti, i nostri errori finalmente. Solo il papa deve chiedere scusa, deve spiegare quali siano gli errori? E’ un’autocondanna tutta tardo novecentesca l’idea di scrivere una storia in cui si depauperano sempre più i contrasti, le dialettiche interne quindi le voci più eretiche. Oggi è necessario fare il contrario, affidarsi, quasi, alle minoranze critiche. E ricordare che nell’Occidente è in corso una battaglia grande. Tema, qui banalmente riassunto: ai poveri gli diamo da mangiare oppure li bombardiamo? La guerra in Iraq è stata una prima risposta di facile interpretazione. Continueremo a pensare che il contrasto sia necessariamente negativo, che l’ideale dell’umanità possa specchiarsi in una raggelante e malintesa assenza di conflitti? Oppure, ancora, ci sarà tensione a spazi liberi, a una storia che ricerchi, seria e responsabile?

A proposito, di nuovo, delle Verità Ufficiali: dopo l’11/IX ho letto e riletto tutto quanto possibile: Meyssan, Blondet, persino Fallaci, povera, ancora Debord, Bifo -quello antico e depressivo- poi quello nuovo –entusiasta-, gli interventi dei politici, degli ambasciatori, degli scrittori, dei massmediologi, degli opinionisti, dei preti.

Una cosa che mi ha restituito il mio sentire: Wargames, spettacolo della compagnia teatrale Garabombo delle Risse, prodotto dal Crt di Milano. Garabombo consta di due persone solamente: Alessandro Pozzetti e Domenico Ferrari. In scena ci va solo Alessandro – per ora- Domenico fa il regista.
Teatro di parola e di narrazione.

Lo spettacolo, a farla breve, racconta la mattina dell’ 11/IX. Mentre guardi senti il tempo passare in scena, ci sono continui salti, in avanti e in indietro, devi sforzarti per capire un po’ di più sulla questione degli aerei dirottati, dei kamikaze. Molto più complicato di quanto possa sembrare a prima vista. Ustica e il DC 9 hanno fatto scuola anche negli U.S.A. Non ci provo neanche a riassumere niente, Wargames andatevelo a vedere.

C’è un prima, un dopo e perfino un durante l’azione. C’è puzza di marcio da tutte le parti. Tutti in scena gli attori della rappresentazione: Osama Bin Laden, Gorge Bush, faccendieri e fiancheggiatori vari. Ma lo spettacolo si avvicina, non coincide con il vero. Niente post-moderno, questa è la meraviglia: l’ironia non è un fine ma un mezzo per spiegare. Alessandro racconta, rimbalza come una scimmia da una parte all’altra del palco, tu passi da una verità all’altra -schlegelianamente, chiaro-, quello che ti rimane è la sola deduzione possibile: non esiste Verità ufficiale, siamo infinitamente lontani dall’averci capito qualcosa. Wargames è un tentativo continuo di esulare dagli habitus mentali, è rigetto dello spirito sistematico. Poi si può –si deve- anche urlare. Perché, ma è evidente ormai, l’incubo è il nostro quotidiano. Non c’è definizione possibile, l’industria della comunicazione si vuole inafferrabile. La tecnologia ha un infinito potere sul mondo e sugli uomini. Tecnologia? Il potere è anonimo, questo è l’inferno.

Per questo, con tutta chiarezza, scomporre ha un suo senso. Prendere ogni dato e andarlo a guardare da tutte le parti possibili è un’operazione valorosa. Significa praticare la sola ascesi ancora possibile, essere capaci di scegliere e scartare le possibilità del potere quando mettono in pericolo l’uomo e il mondo. Certo, per quanto possibile. Forse non è già più possibile.
Nello spettacolo io ho trovato tutto questo. Quando l’hai visto, poi, certe cose non le dimentichi, continui a farti domande. A ben vedere, però, forse una cosa che manca c’è: manca, per dirla con Antonio Moresco, il Canto dell’uomo che agita la bandiera bianca prima di lanciarsi da chissà quale centesimo piano. Manca l’urlo terminale dei carbonizzati e dei sepolti vivi. Di quelli che hanno visto i propri arti incenerirsi prima di morire. Ma questa è un’altra storia e prima di ragionarci su devo ancora chiedere un po’ di cose ai Garabombo. Sperando li accolga presto non solo il palestrone di Via Dini…