Appunti indiani #1

(note da un viaggio nell’India del sud)

di Sergio La Chiusa

chennai.jpg L’India mi dà il benvenuto con la sua moltitudine che afferra la gola. Fuori dall’aeroporto di Chennai si è accalcata una folla immensa, compressa sotto la pensilina al riparo dall’acquazzone. Sono quasi tutti immobili; impediti nei movimenti, attendono che spiova con una pazienza così naturale che – mi pare – potrebbe trattenerli lì per l’intera stagione monsonica. Sulla strada, sotto il diluvio, un ingorgo di taxi ammaccati, di autorisciò giallo neri che danno fiato ai clacson, cercano clienti. Mi insinuo in un varco che si è creato tra due corpi e qui, in una nicchia d’aria, occupo il mio posto di statua avventizia, esotica, in questa architettura vivente. Respiro per la prima volta l’aria dell’India; la sento anzi appiccicarsi alla faccia, una specie di ragnatela invisibile, che non capisco se è polvere o il volo inebetito di migliaia di microscopici insetti.

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La giornata è ritmata dal rumore indolente degli scalpelli che picchiano contro il granito, senza interruzione, dall’alba al tramonto. Sono gli scultori e i tagliapietre di Mamallapuram, una cinquantina di chilometri a sud di Chennai. Accovacciati tra le statue, poco più vivi della pietra che stanno modellando, scalpellano macchinalmente in mezzo ad una nuvolaglia di polvere biancastra. Le loro botteghe sono gremite di statue; ce ne sono di ogni dimensione: Ganesh in miniatura ammucchiati sulle mensole; Ganesh giganteschi che se ne stanno immobili, spropositati, ai margini della strada, in attesa di acquirenti che se li portino via con la gru; e perfino Ganesh impossibili, divinità di granito che meditano davanti a un computer.

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Sulla spiaggia si aggirano i venditori ambulanti di statuette; mi avvistano da lontano, mi puntano, trottano verso di me con la loro misera mercanzia di tre o quattro Ganesh tascabili avvolti in carta di giornale. Srotolano quella carta lercia con una tale premura che si direbbe stiano svelando un tesoro d’inestimabile valore. Non mi interessa, dico. Ma i venditori non si danno per vinti, continuano a tallonarmi con la loro lagna, anche quando mi soffermo a guardare le imbarcazioni dei pescatori, allineate lungo la spiaggia come creature primordiali stese al sole. Si tratta in realtà di cinque tronchi fradici, tenuti insieme da grosse corde. Con una di queste imbarcazioni miserande, aiutati da pertiche sghembe che fungono da remi, due pescatori, secchi come stecchi carbonizzati, sfidano le insidie dell’oceano. Li vedo, al crepuscolo, prendere faticosamente il largo, scavalcare una dopo l’altra le onde senza farsi inghiottire. Li rivedo tornare all’alba – e mi sembra un miracolo -, tirare in secca l’imbarcazione, srotolare le reti. Uno dei due, orgoglioso, porta in braccio come un’offerta sacrificale un grosso pesce luccicante. Appena distolgo l’attenzione dai pescatori, vedo, lungo un tratto di spiaggia, sparsi qua e là, distanti gli uni dagli altri, molti uomini scuri, accoccolati, con le gonne rimboccate. Stanno defecando. Fa un certo effetto vederli così, indifesi, a defecare in mezzo a grappoli di corvi che balzellano tra gli escrementi. La spiaggia, sulla quale si affaccia il romantico tempio di Shore, dove le famiglie si accalcano ad ammirare lo spettacolo dell’oceano, è, nonostante la sua bellezza, una smisurata latrina all’aria aperta.

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“La penitenza di Arjuna”, bassorilievo della dinastia Pallava, è un’opera di straordinaria bellezza. I due elefanti scolpiti a grandezza naturale, in basso, risaltano come due solide basi su cui si regge il mondo, sotto il caos di creature che, da destra e da sinistra, sembrano trasmigrare, tutte insieme, come trascinate da una forza superiore e ordinatrice verso il crepaccio che spacca in due la grande parete di roccia. Lì in mezzo, in bilico ai margini del crepaccio, emergono figure zoomorfe e, in fondo, appollaiato, con il costato ben inciso nella pietra, un pensatore assillato dal dubbio. Vorrei ammirare con calma, in silenzio, tutti i particolari del bassorilievo. Ma è impossibile; mendicanti e venditori di cartoline mi assediano. Un guercio dai capelli scarmigliati, l’aria vagamente demoniaca, porta in braccio una bimba bellissima. Mi tende la mano per ricevere qualche rupia. Poi, vista la mia indifferenza, apre di forza la mano della bimba e me la mette così, aperta e innocente, sotto il naso. La bimba mi fissa con due occhi spersi. Non so cosa fare. Davanti alla miseria, mi sento del tutto inadeguato. Vado per la mia strada, risentito nei confronti di questo demone strabico che si porta appresso la bellezza e mi trotta dietro come un cane allo sbando, sollevando la bimba al cielo, ripetendo senza sosta una giaculatoria incomprensibile.

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Torno in spiaggia. Gli uomini sono ancora intenti a svuotare le budella, o forse sono altri, accoccolati in mezzo agli escrementi; i corvi, grassi, molto più grassi degli uomini, vi saltellano intorno, gracchiando; le vacche, stordite dal caldo, ciondolano lungo la spiaggia; i cani, mitissimi, spelati, con un corpo da lebbrosi, vagano nell’immondizia, rovistano, se ne corrono via soddisfatti appena trovano una lisca di pesce per accucciarsi poi all’ombra di un muretto e leccarsela con calma. Ma non è tutto: in spiaggia c’è anche un essere sorprendente che muove verso di me. Ha un aspetto tale che non può essere sbucato che da qualche inferno. In realtà, è solo un bambino. Ma non sembra un bambino. E’ quasi nudo, porta solo uno straccio arrotolato intorno ai lombi. Ha il viso dipinto, simile a una divinità maligna. Con una mano sbatacchia ossessivamente un campanaccio, con l’altra porta una ciotola di metallo per le offerte per Shiva. Ma la cosa che più turba di quest’essere, è che un lungo spillone gli trapassa la lingua – una lingua di rettile, rossa, oscena, spenzolante dalla bocca – e va a conficcarsi giusto in mezzo al petto. Non riesco a guardarlo a lungo, benché sia arrivato proprio sotto di me e continui a scampanare. Sento la ciotola di metallo premere già contro il braccio. Mi allontano senza più guardarlo.

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Viaggio in autobus. Da quassù, pare che la strada si porti con sé l’India intera, come una migrazione collettiva, ansiosa, da fine del mondo. Autobus strapieni, camion, trattori, auto scassate, motociclette, autorisciò, biciclette, uomini e donne scalzi, bambini nudi, buoi che trascinano carri carichi di letame, capre, cani silenziosi procedono insieme sulla strada, come esemplari di un’altra arca di Noè che arrancano verso una salvezza impossibile, mentre il cielo, sopra la moltitudine dei migranti, comincia a farsi scuro, carico d’acqua, pesante. Di tanto in tanto l’autista è costretto a frenare bruscamente per non investire le vacche sacre che attraversano la strada, indolenti, insensibili al caos multiforme nel quale si muovono.

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Le vacche indiane non sono vacche comuni. Sono sacre, certo. Ma non sembrano capire la loro sacralità. Piuttosto l’accettano, come si accettano le cose che – si sa – non si possono cambiare. Hanno gli occhi docili. Le corna sono spesso ricurve verso l’interno, come per annodarsi e non fare del male. Vagano qua e là, intontite, senza sapere bene cosa fare, dove andare, sempre un po’ malferme sulle zampe esili, sempre un po’ insicure. Più consapevoli del loro ruolo sociale sembrano invece i buoi da soma, le povere bestie aggiogate che trainano i carri o gli aratri. Si vedono dappertutto, queste bestie bianche, gibbose, dalle lunghe corna, in città e nei campi, sempre in coppia, sempre unite in un matrimonio forzato, come le donne indiane, e come loro faticanti, le costole ben evidenziate dal respiro affannoso, le bocche sbavanti per lo sforzo.

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Il tempio di Chidambaram, come quasi tutti i templi del Tamil Nadu, è delimitato da un’ampia cinta muraria, ma è impossibile notarla dall’esterno perché la città, quella che si è sviluppata fuori dal tempio, vi si è addossata contro, senza lasciare spazi vuoti. Non si capisce se tutte quelle catapecchie e quei palazzi corrosi, disordinatamente ammassati contro le mura del tempio, siano le filiazioni del luogo sacro o i suoi rifiuti organici, lasciati lì ad ammonticchiarsi sotto il sole rovente, sotto la pioggia. Il tempio di Chidambaram è in realtà una città dentro la città; non solo il luogo deputato per la preghiera e la devozione, ma uno spazio sacro dove semplicemente si esiste, nell’ombra. La figura a cui è dedicato il tempio, Shiva signore della danza cosmica, celebra il superamento dei limiti del pensiero e dell’azione. La sua danza è un invito a muoversi, espandersi, allargare lo spettro delle idee e delle esperienze in un universo in eterna evoluzione, nel quale nulla è permanente. Eppure il tempio stesso sembra contraddire il suo Dio. Nonostante l’apparente brulichio, e delle statue aggrappate ai gopuram e della precaria popolazione umana e animale del tempio, tutto sembra immobile, imbrigliato in un tempo altro, stagnante e non modificabile. I bramini e i fedeli impegnati nei loro eterni rituali, i mendicanti in eterna attesa di qualche rupia, gli sfaccendati che semplicemente sonnecchiano, tutti questi esseri sembrano riassumibili in pochi gesti ripetuti, eternati; tutt’altro che protagonisti della danza cosmica, somigliano più all’ignoranza, il nano calpestato da Shiva, che alle sue braccia e alle sue gambe danzanti nel cerchio di fuoco.

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Irresistibilmente attratto dai piedi degli indiani. Sono quasi tutti scalzi. E così, scalzi, la carne ormai insensibile al dolore, gli indiani camminano con naturalezza sull’asfalto arroventato, tra cumuli d’immondizia, su sentieri polverosi imbrattati di sterco di vacca. Hanno i piedi larghi, le dita divaricate, che fanno presa sul terreno, le piante rivestite di una spessa crosta biancastra che di certo protegge dal calore e dalle schegge… Penso a quando, stamani, insieme ad altri occidentali, mi sono azzardato a varcare la porta del tempio con i piedi calzati. Subito, sguardi allarmati ci hanno sbarrato la strada, rimproverandoci. Ci siamo sfilati le scarpe e abbiamo visto quei volti oscillare docilmente, distendersi in un amabile sorriso. Stavamo commettendo un atto impuro, ma a noi occidentali, ossessionati come siamo dall’igiene, dalla paura delle malattie e del contagio, l’idea indiana di purezza risulta impenetrabile. Specie se ci soffermiamo ad osservare quegli stessi sguardi allarmati, pacificati ora davanti ai loro tuguri, di sera: uomini e donne, sparsi qua e là, soli o a gruppi, sfaccendati o impegnati in attività domestiche, se ne stanno tutti con i piedi scalzi, allargati tra escrementi e rifiuti della modernità, sacchetti di plastica, copertoni, bottigliette di coca-cola. Un vecchio si è accovacciato dietro il muro di casa; sta defecando pacificamente, fumandosi intanto una sigaretta. I bambini, invece, sguazzano completamente nudi nelle pozzanghere, ne bevono a grandi sorsate l’acqua sudicia.

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1- continua

  2 comments for “Appunti indiani #1

  1. uvizeta
    17 gennaio 2004 at 19:45

    L’India non ti dà il benvenuto. L’India se ne frega di te. L’India se ne frega di te e di tutti i turisti alla ricerca dell’esotico, del pittoresco, di menate spirituali varie, di un palcoscenico sul quale fare sfoggio di buoni sentimenti. L’India non è un argomento per turisti italiani. A meno che il turista italiano non si chiami Manganelli.

  2. geko
    12 febbraio 2004 at 18:48

    Che triste viaggiare quello in cui il giudizio appanna i sensi che invece si vogliono sensibili. Mentre il turista pensa (e scrive) che l’india contraddica i suoi Dei, l’india intanto lavora dal basso e gli sporca i piedi di fango fertile e maleodorante. Quel fango che in occidente si occulta per non esporsi a contraddizioni. Leggendo queste cronache penso che davvero pochi dovrebbero scrivere dell’altrove. Ed e’ triste. Rimane il viaggiare.

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