Appunti indiani #3

15 gennaio 2004
Pubblicato da

di Sergio La Chiusa

thrissur.jpg Il Kerala è uno strano paese. Qui ridondanti templi indù convivono con moschee islamiche e con esili chiese cattoliche dai colori pastello, in disaccordo con la rigogliosa vegetazione tropicale. Qui si trovano perfino rare sinagoghe. Qui le immagini di Shiva nelle sue diverse forme si alternano a quelle di un dolente Gesù Cristo, e non è raro trovarli l’uno accanto all’altro, Shiva e Gesù Cristo, a contendersi la sovrintendenza di una stanza d’albergo. Qui, di tanto in tanto, si vedono perfino sventolare bandiere rosse con falce e martello. Qui la modernità sembra avere spazzato via un po’ di miseria. Qui l’India sembra essere scesa a patti con il mondo.

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Tre pescatori mi stanno chiamando; da lontano mi fanno un cenno, mi invitano tra loro, sugli scogli. Cercano del denaro, mi dico, o forse sono soltanto curiosi, vogliono scambiare due parole con un forestiero. Uno dei tre è girato di spalle, verso il mare. Gli altri due, invece, mi guardano apertamente, sorridendo, mentre vado camminando sulla spiaggia. Arrivato davanti ai pescatori (uno dei tre è sempre girato di spalle), mi accovaccio e prendo a giocherellare con la sabbia. Mi chiedono le solite cose: come mi chiamo, da dove vengo, quanti anni ho… e poi, mettendo da parte i sorrisi di circostanza, con le facce incupite, mi mostrano le loro rozze imbarcazioni, si lamentano del mare che – a loro dire – è povero di pesci. E ad un tratto, come per tagliare corto, il più intraprendente dei due mi spiega che io sono il ricco e loro sono i poveri e che quindi io dovrei dare loro parte delle mie ricchezze. Non posso dargli torto, ma – non so perché – sarà la sua sfacciataggine o semplicemente l’espressione cattiva che hanno man mano assunto i suoi occhi – mi prende un desiderio incontenibile di alzarmi e andarmene, e non faccio in tempo a capire il significato di questo desiderio che mi sono già alzato. Solo ora i due sfoderano la loro arma segreta. Fanno un cenno al terzo uomo, quello che mi mostra le spalle, e lui finalmente si volta e mi fissa, sorridendo. E in effetti, almeno per qualche istante, mi fa vacillare. Non è un uomo, o almeno non sembra un uomo, ma una specie di rettile con un precario corpo d’uomo. Sembra che la faccia gli stia andando in frantumi, come terremotata, spaccata dal sole, e gli occhi… come raccontarli quegli occhi… Tutte e due le palpebre sono completamente rovesciate, come se un sadico gliele avesse capovolte con una pinzetta e le avesse arrotolate esternamente, con cura, per ostentare la carne viva, sanguigna. Stento a sostenere il suo sguardo e, nello stesso tempo, ne sono irresistibilmente attratto. Gli altri due sorridono soddisfatti. Devono credere che dopo una simile mossa a sorpresa il forestiero non potrà esimersi dal cavare un bel mazzetto di rupie dalla tasca. Ma si sbagliano. Il forestiero, superata la crisi, se ne sta già andando, borbottando qualcosa tra i denti.

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Sto aspettando il treno per Thrissur, assorto in pensieri vaghi sull’apparente e relativo benessere del Kerala, quando sento un peso sulla spalla. Mi giro e quello che vedo spazza via tutti i miei pensieri. Supponevo fosse un uomo a toccarmi la spalla un attimo prima, non questa specie di mostro che si sta portando la mano alla bocca per farmi capire che ha fame… Non so quale malattia l’abbia devastato fino a questo punto, ma a vederlo in questo stato mi riesce difficile pensare che sia stato un uomo normale un tempo. Il suo corpo, nudo, a parte uno straccio arrotolato intorno ai lombi, è completamente ricoperto di bolle di diversa forma e dimensione, bolle germoglianti, bolle in espansione, alcune enormi, talmente gonfiate sulla superficie rasata del capo che si direbbe siano lì lì per scoppiare. Sembra un corpo costantemente tenuto a temperatura di ebollizione… Solo ora ho notato che porta alcuni fiori freschi, profumati, incastrati sopra l’orecchio. Mi sembra di vedere una sintesi dell’India in quel contrasto di freschezza e putrefazione. Ho cavato dalla tasca un po’ di rupie e le ho posate sulla sua mano aperta, devastata. Solo, ho calcolato male le distanze e non ho potuto fare a meno di sentire la consistenza molliccia della sua carne… E’ un vero sollievo, ora, vedere questo corpo in ebollizione allontanarsi lungo la banchina, scomparire in mezzo alla folla apparentemente sana.

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L’India è un vero campionario di malattie, deformazioni, mutilazioni. Mentre in Occidente la malattia è una vergogna e un orrore che è bene nascondere, qui tutta la miseria umana è mostrata con grande naturalezza, a volte quasi con ostentazione. Ma l’India è anche un campionario di sorrisi dolcissimi, di una purezza e di una disponibilità a noi quasi sconosciute. Mi sorprende come un Paese possa produrre ad un tempo tanta bellezza e tanto orrore, e come bellezza e orrore convivano in un equilibrio secolare, apparentemente immutabile, quasi siano le due facce della stessa medaglia, entrambe necessarie.

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3 – continua

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