Nevermore

di Giorgio Vastamarie et julien 2.jpg

questa mattina
domenica 16 novembre 2003
ho visto un film
histoire de marie et julien
di jacques rivette

sintetizzando
il film racconta una storia d’amore tra un uomo e una donna
(non esattamente una grossa novità)
solo che l’uomo è vivo e la donna è morta

lo spettatore questo non lo sa
lo scoprirà soltanto alla fine
non è un film di suspence
non è il sesto senso o the others

si ragiona sul grado di esistenza dei morti nella nostra vita
sull’intensità della loro vita morta nella nostra vita
(mi ha fatto tornare in mente un film di una decina di anni fa
l’avevo visto in cassetta
la vita dei morti
di arnaud desplechin)

ecco

dunque

in una delle scene iniziali si vede il protagonista, julien, che torna a casa
julien fa l’orologiaio, ripara grandi orologi
orologi a pendolo, orologi da campanile
in casa sua c’è una stanza piena di macchine piene di ruote metalliche
ghiere
cremagliere

julien torna a casa, gira per le stanze, prende il suo gatto in braccio e si distende su un letto

il gatto si chiama nevermore
(sì, certo, è una citazione)

ora, succede questo
succede che l’attore – si chiama jerzy radziwilowicz – ha la consapevolezza del set e del ruolo
jerzy radziwilowicz sa di trovarsi su un set, sa di interpretare il ruolo di un personaggio che si chiama julien
sa di avere una macchina da presa che lo inquadra dall’alto
ma jerzy radziwilowicz è perfettamente in grado di dissimulare
quindi non guarda mai in macchina

il gatto però no

nevermore sta in braccio a julien ma sente la mdp che incombe
allora si volta, solleva lo sguardo, tenderebbe a scappare ma julien lo trattiene
lo spettatore vede le mani di jerzy-julien che carezzano coercitivamente nevermore
cercano di distrarlo di carezze, di blandirlo con grosse feroci carezze
(è come se l’attore gli dicesse su, fai la tua parte)

nevermore però non si calma e guarda in alto preoccupato
lo spettatore guarda nevermore preoccupato e sorride, ride
in effetti è tutto molto comico
è, con tutte le differenze, come quando il microfono pende giù dalla giraffa ed entra in campo
(a volte in questi casi l’errore non è del regista-operatore bensì del proiezionista che sbaglia mascherino)

in questo caso la presenza del set, della finzione
è rivelata non dal comparire in campo di un residuo di set
bensì da un elemento dinamico
lo sguardo impaurito di nevermore che guarda in alto, in macchina

ho pensato questo
che nevermore
nel suo rivelare il set e la finzione
si stava comportando coerentemente con il tipo di film nel quale è stato coinvolto

in questi film
in generale in storie di questo genere
alla giro di vite di henry james
soltanto alcune persone
alcune creature
sono in grado di percepire e riconoscere la presenza dei morti
(in giro di vite, se non ricordo male, sono i bambini a poter vedere i fantasmi)

nevermore fissa la mdp
la mdp è il fantasma
il cinema è la cosa morta che guarda gli attori confidando nella loro complicità
nevermore non riesce a essere complice
non può essere complice
fissando inquieto la mdp racconta a tutti che, quasi banalmente, la morte incombe dall’alto

siamo sempre nella sua inquadratura
anche se facciamo finta (fiction) di niente

siamo sempre in campo

(nei titoli di coda ho letto che il vero nome di nevermore è gaspard)

  14 comments for “Nevermore

  1. Gianni Biondillo
    28 gennaio 2004 at 19:08

    Interessante. Molto, veramente.
    Ma, scusa, ti faceva schifo metterlo tutto di seguito? Avremmo risparmiato spazio, e la lettura ci guadagnava.
    Oppure pensi che basta andare a capo per fare poesia?
    Guarda, ti faccio vedere:

    Questa mattina, domenica 16 novembre 2003, ho visto un film histoire de marie et julien di jacques rivette.
    Sintetizzando il film racconta una storia d’amore tra un uomo e una donna (non esattamente una grossa novità) solo che l’uomo è vivo e la donna è morta. lo spettatore questo non lo sa lo scoprirà soltanto alla fine non è un film di suspence non è il sesto senso o the others.
    si ragiona sul grado di esistenza dei morti nella nostra vita sull’intensità della loro vita morta nella nostra vita (mi ha fatto tornare in mente un film di una decina di anni fa l’avevo visto in cassetta la vita dei morti di arnaud desplechin). Ecco. Dunque.
    in una delle scene iniziali si vede il protagonista, julien, che torna a casa julien fa l’orologiaio, ripara grandi orologi orologi a pendolo, orologi da campanile in casa sua c’è una stanza piena di macchine piene di ruote metalliche ghiere cremagliere julien torna a casa, gira per le stanze, prende il suo gatto in braccio e si distende su un letto il gatto si chiama nevermore (sì, certo, è una citazione).
    ora, succede questo: succede che l’attore – si chiama jerzy radziwilowicz – ha la consapevolezza del set e del ruolo jerzy radziwilowicz sa di trovarsi su un set, sa di interpretare il ruolo di un personaggio che si chiama julien sa di avere una macchina da presa che lo inquadra dall’alto ma jerzy radziwilowicz è perfettamente in grado di dissimulare, quindi non guarda mai in macchina. il gatto però no.
    Nevermore sta in braccio a julien ma sente la mdp che incombe allora si volta, solleva lo sguardo, tenderebbe a scappare ma julien lo trattiene lo spettatore vede le mani di jerzy-julien che carezzano coercitivamente nevermore cercano di distrarlo di carezze, di blandirlo con grosse feroci carezze (è come se l’attore gli dicesse su, fai la tua parte). Nevermore però non si calma e guarda in alto preoccupato lo spettatore guarda nevermore preoccupato e sorride, ride in effetti è tutto molto comico è, con tutte le differenze, come quando il microfono pende giù dalla giraffa ed entra in campo (a volte in questi casi l’errore non è del regista-operatore bensì del proiezionista che sbaglia mascherino).
    In questo caso la presenza del set, della finzione è rivelata non dal comparire in campo di un residuo di set bensì da un elemento dinamico lo sguardo impaurito di nevermore che guarda in alto, in macchina ho pensato questo che nevermore nel suo rivelare il set e la finzione si stava comportando coerentemente con il tipo di film nel quale è stato coinvolto.
    In questi film, in generale in storie di questo genere, alla giro di vite di henry james, soltanto alcune persone, alcune creature, sono in grado di percepire e riconoscere la presenza dei morti
    (in giro di vite, se non ricordo male, sono i bambini a poter vedere i fantasmi).
    Nevermore fissa la mdp. la mdp è il fantasma. il cinema è la cosa morta che guarda gli attori confidando nella loro complicità nevermore non riesce a essere complice, non può essere complice fissando inquieto la mdp racconta a tutti che, quasi banalmente, la morte incombe dall’alto.
    Siamo sempre nella sua inquadratura anche se facciamo finta (fiction) di niente. siamo sempre in campo (nei titoli di coda ho letto che il vero nome di nevermore è gaspard).

    No?

    un saluto, Gianni

  2. uvizeta
    28 gennaio 2004 at 19:34

    M’è piaciuta, qualunque cosa sia. Critica cinematografica, poesia, ibrido. Quanto alla lettura/leggibilità: molto (ma molto) meglio come poesia.

  3. andrea barbieri
    28 gennaio 2004 at 19:51

    Ma se Giorgio Vasta vuole fare un esperimento, scrivere l’articolo come una poesia, perché non lo può fare? Fosse stato solo un esercizio potrei capire il fastidio di leggerlo, ma mi sembra che ci sia una buona intuizione dietro quello che ha scritto. Intuizione + esperimento espressivo, qual è il problema?

  4. giorgio vasta
    28 gennaio 2004 at 19:52

    Caro Gianni, da un certo punto di vista hai ragione, il pezzo poteva anche andare nella forma che proponi, consecutivamente. Tantomeno c’era da parte mia l’idea di fare poesia ricorrendo a degli enjambement di maniera. Non ne sono capace e in ogni caso non vado a immaginare che la segmentazione più o meno accorta del periodo produca come conseguenza, da sola, effetti poetici.
    La ragione per la quale ho dato questa impostazione al pezzo è un’altra. Il pezzo l’ho scritto all’interno di una chat, raccontando attraverso le modalità naturali della chat quello che avevo visto e pensato del film. Tranne che per alcune eccezioni, la chat impone fisiologicamente a chi scrive delle cesure, una spezzatura del discorso in frasi brevi, possibilmente di senso compiuto, che vengono a intersecarsi con le frasi scritte dagli altri utenti. Nel momento in cui mi sono accorto di avere sviluppato, molto in breve, un ragionamento tutto sommato compiuto e condivisibile, ho copiato e incollato in un documento di word la pagina della chat e l’ho ripulita da tutto quello che non mi serviva. A quel punto ho visto i metameri di frasi incolonnati uno sull’altro e mi sono accorto che quella forma, quella scansione, mi persuadeva così com’era, semplicemente per il fatto di dare visibilità a ogni frammento di frase, di frase elementare (non “visibilità” nel senso di risalto a un’espressione linguisticamente notevole, né nel senso di sottolineatura di una eventuale brillantezza delle parole, ma, come detto, nel senso di conferimento alle frasi di una leggibilità “separata”, ritmata: qualcosa che somiglia più a un telegrafo – sequenze di linee e di punti – o al modo in cui potrebbe esprimersi una persona che ha riportato delle lesioni cerebrali, attraverso cioè frasi-sequenze, isole di lingua-pensiero – isole che sono parte, è chiaro, di un arcipelago). Da qui la scelta di lasciare il pezzo nella forma in cui l’hai letto.
    Anche perché credo valga la pena di riconoscere e sfruttare le alterazioni (corruzioni o miglioramenti, questo dipende) che l’utilizzo di un mezzo – nel caso specifico la chat – determinano nella nostra scrittura. Voglio dire che la mia scrittura – e penso sia condizione comune – non attraversa neutra i diversi mezzi (proprio nel senso di media) che per lavoro o per altre ragioni si trova a percorrere. Ne è influenzata e modifica la propria fisionomia.
    Solo questo! E comunque grazie del commento e un saluto,
    giorgio

  5. Franco Artusi
    28 gennaio 2004 at 20:18

    ieri
    ho visto
    un film
    si chiamava
    dogville
    parlava di una città di cani
    uomini come cani, cani come uomini
    la morte correva sul filo
    la mia vicina di posto sbadigliava
    il mio vicino a sinistra mangiava pop corn
    io avrei voluto ucciderli perchè
    mancavano
    di rispetto
    a
    Lars
    von
    Trier.
    La mdp
    scivolava lungo la perpendicolare ausiliaria del periodo morto sconvolto dal fiume di parole
    della voce
    off,
    e io guardavo la scema alla mia destra
    che sbadigliava
    e l’idiota alla mia sinistra
    che mangiava pop corn
    li avrei uccisi
    subito.

  6. gianni biondillo
    28 gennaio 2004 at 23:29

    Andrea, nessun problema, ovviamente.
    Io giocavo con il testo di Vasta. Mi sono divertito a “manipolarlo”. Ci ho perso del tempo (è un ottimo esercizio ridisegnare i dipinti degli altri, impari molto).Anzi, in un certo senso mi deve ringraziare, gliel’ho rimesso “a posto”.
    E, tra l’altro, Giorgio, ho molto apprezzato il tuo commento. E’ molto interessante quello che dici e credo si debba portarlo a fondo, svilupparlo. Se no, ad un primo sguardo, si casca facilmente nell’equivoco.
    Il mezzo cambia la scrittura. D’accordissimo. Ma, allora, non camuffiamola. Sembra, hai presente?, quando apparvero le prime automobili, che, senza una vera ragione tecnologica, assomigliavano, nella forma, alle carrozze trainate dai cavalli. Era un archetipo tecnologico duro a morire. Appunto.
    Vabbeh, vi lascio, sono raffreddato e non ragiono.

    Ciao, un abbraccio, Gianni

  7. Marco Ambron
    3 febbraio 2004 at 15:28

    Sean penn fuma molto, anche in bagno di nascosto prendendo le sigarette da un tubetto di medicine e forse per questo respira così male ed ha l’affanno durante quasi tutto il film. Dopo lo operano e lui non solo non smette di fumare ma anzi incrementa e quindi verso la fine del film affanna ancora. In più vomita di continuo in questa fase.
    Poi c’è un fondamentalista cristiano con molti tatuaggi che vince un pick-up alla lotteria della fede (è vero!) e con questo camioncino (che peraltro gli serve a trasportare soltanto la spesa che fa al supermercato) investe ad un incrocio un uomo e due bambine, uccidendo tutti e scappando. Tutto questo si verifica nel giorno del suo compleanno (del fondamentalista), proprio mentre sta tornando a casa dove gli amici l’attendono per festeggiare. Lui torna a casa, posa la fede (l’anello, ma anche simbolicamente la fede in Gesù ?), l’orologio, saluta la moglie e va a costituirsi alla Polizia, perché: cosa diresti se l’avessero fatto ai nostri figli ?
    Nel frattempo, la moglie del morto (madre delle bambine) piange, autorizza la donazione degli organi del marito e nuota in piscina, dove conosce sean penn, al quale intanto hanno impiantato il cuore di lui (del morto, ovviamente).
    Ma tutto questo lo vedremo poi, perché il regista è schizofrenico e ci fa vedere prima le cose che avverranno dopo e dopo le cose le cose che già sono accadute, che fa più fico.
    Parallelamente giunge all’epilogo la storia d’amore fra sean penn e sua moglie, ma lei – che aveva abortito alcuni anni prima senza dirlo a lui (dal quale si era appena temporaneamente separata) e che perciò ha avuto una grave infezione alle tube, con conseguente chiusura delle stesse – consulta vari medici per avere, con l’inseminazione artificiale, un figlio da lui, che viene costretto – in attesa di trapianto di cuore, vedi tu ! – a masturbarsi ed a raccogliere lo sperma in un flacone perché possa essere poi utilizzato per l’inseminazione. Nascerà un figlio da padre già morto ?
    Sean penn, dopo il trapianto, fra una sigaretta e un’altra, fra un conato e un altro, contatta un investigatore privato appassionato di bowling, il quale in un baleno gli procura: a) il nome del donatore del suo cuore; b) il nome e l’indirizzo della vedova; c) il nome e la storia personale del fondamentalista investitore di a); d) una pistola per eventualmente uccidere c).
    La moglie del morto – la vedova, insomma – va in discoteca e ricomincia ad assumere stupefacenti, poi risale in macchina e in manovra ne tampona un paio. Arriva casualmente sean penn che dice: grazie, non è successo niente, la signora la accompagno io a casa (e volevo vedere) e infatti la riaccompagna a casa e poiché lei si addormenta in macchina, lui in macchina la lascia a dormire nel suo stesso garage, dopo averla coperta con la sua giacca (che poi dovrà tornare a riprendere, vecchio trucco).
    Nel frattempo, il fondamentalista tatuato langue in carcere, fra una visita del prete che l’aveva convertito ed un tentativo di suicidarsi impiccandosi (ma si rompe la tubatura della doccia a cui aveva legato il cappio ed interviene un incredibile ciccione a salvarlo: scena orribile). La moglie del fondamentalista vende il pick-up benedetto e maledetto e con i soldi paga un avvocato per far uscire il marito dal carcere; ciò in effetti avviene, ma il fondamentalista, quando esce, prima ignora la moglie, poi torna a casa e inizia a scoparsela (la moglie, non la casa), poi, mentre lei è al climax, pensa alle bambine che ha ucciso e scappa via di nuovo; va a lavorare duro in un luogo non meglio identificato nel mezzo d’un deserto – per purificarsi, chiaramente – e vive in uno squallido motel dove ricomincia a bere, sempre per purificarsi.
    La moglie di sean penn, nel corso di una simpatica cena, annuncia agli amici che lei e sean avranno presto un figlio, ma lui non è d’accordo, e del resto la loro storia era già finita nel primo tempo del film, grazie alla schizofrenia del regista. Peraltro, sean penn è già andato a pranzo con la vedova dell’investito e quindi si piacciono, anche perché lui le parla di numeri. La vedova, dunque, lo chiama nel mezzo della notte e gli dice vieni e lui va, come avrei fatto anch’io se avesse chiamato me, perché non l’ho detto finora, ma la vedova è una bella vedova. Così sean va e si baciano finalmente, ma mentre si baciano lui le dice l’amara verità: ho il cuore del morto. Lei non la prende bene all’inizio e lo caccia via urlando molto forte, lui rimane a dormire in macchina (adesso tocca a lui) e al mattino lei bussa al finestrino, entra e lo bacia dicendo strane cose. Si amano, comunque.
    La scena successiva è bellissima: sean torna a casa e trova la moglie che sta facendo le valigie e se ne va; ma se ne va con la boccetta piena del seme di lui e con il consenso all’inseminazione sottoscritto da sean. Lo farà il figlio ? il dubbio resta.
    Infine, la situazione precipita. Sean penn affanna e vomita sempre più; la vedova ad un certo punto, dopo che lui le aveva chiesto se voleva mangiare un po’ di pollo, si arrabbia molto e dice: dobbiamo uccidere il fondamentalista tatuato. Così si avviano nel deserto, prendono una stanza al motel e a un bel momento lui si porta – sotto la minaccia della pistola – il fondamentalista in uno spiazzo fra alti cespugli, lo fa inginocchiare con la mani sulla nuca, gli dice in sintesi che è uno stronzo e spara tre colpi ai cespugli. Poi torna dalla vedova e le mente dicendo che l’ha ucciso, ma perché ? Il fondamentalista invece ritorna, irrompe nella stanza, la vedova giustamente dice scusa ma non l’avevi ucciso e lui in effetti vorrebbe essere ucciso (sempre per purificarsi) e allora ci prova lei con una lampada col paralume, ma mentre infierisce sean penn si spara in petto. Questa parte è in verità oscura, perché non si comprende bene per quale ragione sean penn si sia sparato: perché ormai affannava troppo ? perché non voleva che la vedova uccidesse il fondamentalista ? perché non voleva che si rompesse la lampada ?
    Ad ogni modo, molto sangue in questa fase, poi folle corsa all’ospedale (e fanno guidare proprio il fondamentalista, con la vedova che gli dice: non puoi andare più forte !) dove intubano sean penn e dove il tatuato si autoaccusa di avergli sparato, ultimo tentativo di purificarsi; la polizia, che non è fessa, lo libera.
    La scena finale è questa: sean penn intubato si guarda intorno nel reparto rianimazione fra vecchi in coma e donne obese agonizzanti e si pone strane domande, giustificabili solo in ragione dell’effetto dei farmaci che gli avranno somministrato.
    Ah, dimenticavo! La vedova scopre di essere stata ingravidata da sean penn.
    Bel film, peccato la trama.

  8. Gianni Biondillo
    3 febbraio 2004 at 17:25

    Splendido. Inutile e splendido.

    ciao, gianni

  9. carla
    3 febbraio 2004 at 17:40

    ciao gianni,

    levami una curiosità: siamo sempre gli stessi?

    per 21 grammi ho fatto io il posting del pezzo del mio amico marco perchè io non sono riuscita a non ridere a crepapelle, e mi ha scrollato di dosso tutto lo strano torpore che mi era rimasto dopo il film (ma era domenica pomeriggio, pioveva, e lunedi sarebbe stata una drammatica giornata di lavoro…)

    saluti
    Carla

  10. Gianni Biondillo
    3 febbraio 2004 at 17:56

    Ehi, Carla, non mettere in dubbio anche tu la mia identità, ti prego. C’è qualche altro Gianni Biondillo in giro?

    ciao, gianni

  11. carla
    3 febbraio 2004 at 18:17

    no no!
    sono contenta ti sia piaciuto.

    a presto .

  12. franz krauspenhaar
    3 febbraio 2004 at 19:30

    Il Biondillo è sempre il Biondillo! In tutti i colonnini del sito, Biondillo è… una colonna.
    Saluti, ragazzi!

  13. carla
    4 febbraio 2004 at 10:11

    Non lo metto in dubbio!!!
    Sono solo colpita dalla assiduita’ del… dibattito.

    Io userei un ghost writer (usanza che sotto mentite spoglie avviene regolarmente negli uffici come il mio) !!!

    Buona giornata

    Carla

  14. Ghost Writer di Franz
    5 febbraio 2004 at 13:41

    Va bene, va bene…:-)

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