Niente scherzi: Si parla di Bacon

3 agosto 2004
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(Terzo e ultimo collage)

di Franz Krauspenhaar
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Facciamo finta che Francis Bacon io l’abbia davvero conosciuto perché inviato a intervistarlo da una Nazione Indiana prenatale, in versione ovviamente cartacea, nei primi anni 90. Io, giovane (allora) scrittore di belle speranze; e dal nome difficile. Io, che amo da impazzire non solo la Guinness ma anche le uova al bacon, per l’appunto. E la pittura di quel genio senza pietà.

La prima visione della sua arte, per i miei occhi affamati, fu uno shock tremendo. Il primo quadro lo vidi in televisione, tanti anni fa. Era uno dei famosi Papi urlanti.
Facciamo dunque finta di averlo intervistato. Ma chiariamo: non c’è bisogno di satireggiare Bacon. Anzi, farlo sarebbe assurdo. Perché? Ha fatto soltanto del bene all’arte, ecco perché. Tanto per cominciare, non ha scampanellato la sua immagine da saltimbanco della pittura a destra e a manca – rompendo francamente le scatole a tutti- come Dalì. Non ha affermato con sardonico cinismo, come l’immenso De Chirico, che il suo colore preferito era il rosa salmone, il colore delle banconote di grosso taglio di allora. L’avrà pensato, magari, ma non l’ha detto. In ogni caso Bacon, con la sua disperata vitalità artistica, con le sue figure animalescamente umane, col suo cocciuto gusto per il macabro, con le sue ossessioni, ha cambiato la pittura, ha fatto la Storia dell’Arte, ha giocato alla pari la sua partita coi grandi del Novecento, resuscitando la figurazione. I suoi quadri sono sentenze senza nemmeno la speranza di una grazia dell’ultimo minuto. E’ stato un dissoluto, un egoista, un bevitore accanito, un giocatore d’azzardo, un cinico, forse un borghese snob. Ma questo non è importante. Affari suoi. A essere importanti, oltre che le sue opere, sono le sue parole sull’arte, semplici, davvero umili – nel senso migliore del termine- e vive. Anche se vi si nota un distacco che può anche irritare. Ma parole vere e persuasive comunque. Al di là di ciò che di grandioso produsse mescolando e rimescolando e, come disse lui, “tentando di dipingere”, sulle sue famose tele grezze. Facendone di tutti i colori del suo arcobaleno nero.
Soprattutto, alcune sue affermazioni pacate e sicure andrebbero studiate e ripetute come le tabelline a scuola. Anche dai grandi e grossi e vaccinati alle inquietanti delizie della tormentosa creazione artistica. Se non altro, pongono spunti importanti di riflessione per tutti gli artisti, a qualunque disciplina appartengano. Compresi gli scrittori, naturalmente. Soprattutto quelli che pensano che gli “altri” (gli altri chi, poi?) invece di tentare di scrivere “tentano di eternarsi”. Quelli che hanno l’anima sudata e il messale di Liala sul comodino, e per farsi strada non hanno dovuto sudare nemmeno mezza camicia. Quelli, insomma. Gli artisti “fintapelle”. Che lavorino su Microsoft Word, su tela, su pellicola, su pentagramma, ecc., anche a loro sono idealmente “dedicate”- con osborniana rabbia, che non guasta- queste parole di Francis Bacon. Per ricordare e riflettere. Ed è viceversa dedicato, questo “collage”, anche a chi tenta (notate: Bacon nei suoi interventi non dice mai “dipingo”, ma “tento di dipingere”), di fare qualcosa di buono, di ottimo, di sempre migliore. Con serietà e rigore. Andando spesso per tentativi, senza le irritanti e alla fine patetiche certezze dei finti arrivati. O dei mai iniziati. Degli incastrati in sé stessi. Dei presuntuosi con “un grande avvenire dietro le spalle”, Gassman escluso: perché Vittorione era uno spaccone insicuro di genio, cosa ben diversa dall’essere un presuntuoso. E’ ovvio che in tutto questo c’è di mezzo il carattere, il temperamento, la vita vissuta e spesso malvissuta. Non si può discutere, io credo, il carattere. Ci sono e ci sono stati tantissimi altri spacconi di genio, (un esempio, Hemingway); ma non è questo il punto. E Bacon, lo sappiamo, era l’antitesi del santo. Il punto è, a mio avviso, che per “presumere” bisogna aver capito qualcosa un po’ prima. Bacon è un ottimo esempio di approccio al faticosissimo lavoro dell’artista e all’arte in genere. L’importante è sempre il risultato, ma le dichiarazioni pubbliche, le pubbliche analisi di sé stessi e degli altri, sono fondamentali. Fanno opinione. Indirizzano o fuorviano, a seconda.

K. Ci parli del suo caotico studio, per iniziare.
FB. Mi sento a casa in questo caos, perché il caos mi suggerisce delle immagini. E comunque adoro vivere nel caos. Se dovessi andarmene e prendessi un nuovo studio, nel giro di una settimana si ricreerebbe il caos. Mi piace che le cose siano pulite, sicuro, non voglio avere intorno piatti sporchi e sudiciume, ma amo le atmosfere caotiche.
Una volta avevo acquistato un bello studio dietro l’angolo a Roland Gardens, con una luce perfetta, e l’avevo sistemato così bene, con tappeti, tende e tutto il resto, che non riuscivo a lavorarci. L’avevo fatto troppo grandioso. Mi ci sentivo castrato, perché l’avevo tirato troppo a lucido e non avevo più il caos.
K. Lei lavora solo, si dice. Perché?
FB. Sento di essere molto più libero se sono da solo, ma sono sicuro che molti pittori sarebbero forse più inventivi con gente intorno. Nel mio caso non è così. Da solo posso permettere alla pittura di dettarmi come procedere, le immagini che colloco sulla tela mi dettano la cosa e gradualmente questa si costruisce ed esce fuori. Per questo lavoro solo, lasciato solo con la mia disperazione di essere capace di fare qualcosa sulla tela.
K. A volte certe interpretazioni critiche non la fanno arrabbiare? Magari cose dette senza cognizione di causa, giusto per provocare?
FB. Non me la prendo, le cose vanno così. La gente può dare le interpretazioni che più le piacciono. Io stesso non interpreto molto quello che faccio. Non pensi che intenda dire che mi ritenga ispirato. Lavoro, e il risultato di quello che faccio può anche piacermi, ma non tento di interpretarlo. Dopotutto, non tento affatto di dire qualcosa, tento piuttosto di fare qualcosa. Inoltre, quando ho iniziato a dipingere, non mi aspettavo che qualcuno avrebbe mai acquistato i miei quadri. Dipingevo perché mi eccitava farlo, e ho sempre pensato che per guadagnarmi da vivere avrei dovuto fare qualche altro tipo di attività. Dunque, anche se gradualmente ho avuto la fortuna di vendere i miei quadri e sono stato in grado di vivere del mio lavoro, credo di nutrire ancora la stessa indifferenza nei confronti di ciò che pensano gli altri delle mie opere.
K. Ma il pubblico, allora? Chiunque faccia arte ci pensa. Almeno credo.
FB. Lavoro per me stesso; cos’altro ho per cui lavorare? Come si può lavorare per un pubblico? Che cosa immagina che vorrebbe un pubblico? Non devo eccitare nessuno tranne me stesso, perciò sono sempre sorpreso quando capita che qualcun altro ami il mio lavoro. Suppongo di essere molto fortunato, naturalmente, di potermi guadagnare da vivere facendo qualcosa che davvero mi prende, se questa è quella che si chiama fortuna.
K. Secondo lei chi è un vero artista, oggi?
FB. Uno che non ha paura di rendersi ridicolo, essendo capace di trovare soggetti che senta fortemente di voler tentare di dipingere. Io sento che senza un soggetto si ricade automaticamente nella decorazione, perché non hai il soggetto che sta sempre a roderti dentro per uscire fuori… e la più grande arte ti riporta sempre alla vulnerabilità della situazione umana. Bisogna documentarsi molto. Ho attinto moltissimo dai libri illustrati e dal cinema, sono stato influenzato fin da giovane da Ejzenstein e dai film di Bunuel, specialmente i primi, perché penso che Bunuel avesse una notevole precisione rispetto alle immagini. Mi hanno mostrato l’acutezza dell’immagine visiva che si deve realizzare.
K. Cosa le fa venire in mente il mondo crudele, sarcastico, nero di Bunuel?
FB. Beh, è vera crudeltà quella di Bunuel? Qualsiasi cosa in arte sembra crudele, perché la realtà è crudele. Forse è questa la ragione per cui così tanti amano l’arte astratta, perché nell’astrazione non si può essere crudeli.
K. Cosa pensa dell’Aldilà? Del paradiso, dell’inferno? Davanti a questa seconda inquietante prospettiva non pensa che un cristiano preferirebbe il nulla assoluto, sparire completamente?
FB. No, affatto. Penso che la gente sia così attaccata al proprio ego che preferirebbe il tormento piuttosto che essere semplicemente annientata.
K. E lei?
FB. Preferirei il tormento, perché se mi trovassi all’inferno penserei sempre di avere la possibilità di fuggire. Sarei sempre sicuro che riuscirei a fuggire.

(Nota: spero che qualcuno abbia la voglia e la pazienza di intervenire. Le questioni poste dalle parole di Bacon penso siano importanti; anche ad Agosto. L’arte, d’altronde, non va mai in vacanza…)

(Fonti: interviste di David Sylvester all’artista).

I 2 precedenti “collage”:
L’intervista impossibile (a Enrico Ghezzi), postata a Giugno.
Esclusivo: K. invitato a casa Mazzantini (Luglio).

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63 Responses to Niente scherzi: Si parla di Bacon

  1. Gianni Biondillo il 3 agosto 2004 alle 19:00

    Franz, nella demenziale polemica che ha provato a scatenarsi (ma si è subito scemata) dalle parti del mio articolo su Gehry, è stato messa in dubbio la mia serietà. Te ne parlo perché ciò che ho scritto al mio polemista in maschera so che è la tua stessa filosofia di vero, autentico, intellettuale (quale sei): “Quello che faccio, lo faccio con entusiasmo e serietà. Non sono mai stata persona seriosa, è vero. Ma seria sì. Serissima.”
    Sei una persona seria. Sai quando è il momento in cui bisogna ridere e quando invece bisogna riflettere.

    Ti saluto e vi saluto, domani mattina parto per Roma, cercherò di leggere NI in trasferta il più possibile. Vi abbraccio, Gianni

  2. Elio Paoloni il 3 agosto 2004 alle 19:59

    (L’arte, d’altronde, non va mai in vacanza…)

    Franz caro, l’arte no ma io sì, purtroppo. Purtroppo? Purtroppo per i nostri serissimi scherzi.

    A periodi meno assolati.

  3. franz krauspenhaar il 3 agosto 2004 alle 20:24

    Caro Gianni, ho seguito la tua polemica su Gehry e l’architettura. Grazie di tutto, lo sai che ti voglio intellettualmente bene…;-)) Testimonio anch’io, per chi ancota non lo conoscesse (chi?) che Biondillo è una persona seria che si fa il mazzo sul serio. E questo non è cosa da poco.
    Buone vacanze e salutami Roma!

    Caro Elio, cominciavo a preoccuparmi, dico sul serio. Va bene che tu stai in mezzo al bel sole di Puglia, ma non dimenticarci, in questa luna estate calda. Era da un pò che non ti leggevo e cominciavo ad avere crisi d’astinenza da polemista-controcorrente. Come ti scrissi una volta: “torna, se no mi rompo i coglioni”. (Con rispetto per i lettori parlando).
    A presto.

  4. riccardo ferrazzi il 3 agosto 2004 alle 22:47

    Qui tagliano la corda tutti quanti e neanche si portano appresso il computer ! Caro Franz, siamo rimasti solo io e te a lavorare ! A proposito, prendendo spunto dalle opinioni di Bacon, tu che ne dici: bisogna lavorare per se stessi o per il pubblico (o per tutti e due) ? Visto che siamo rimasti in pochi, c’è spazio per una bella discussione.

  5. franz krauspenhaar il 3 agosto 2004 alle 23:30

    Caro Richard, siamo rimasti in due a lavorare e pure a ore tarde. Ma chi ce lo fa fare? Il pubblico?…;-)
    A parte gli scherzi, ma non troppo, io sottoscrivo le parole del vecchio Francis parola per parola fino ad un certo punto: vale a dire: secondo me si lavora per se stessi, per trasformare, spesso, le proprie ossessioni o anche le proprie esperienze di vita (ottime per la bisogna le esperienze dolorose)in qualcosa di “artistico”. Ma il pubblico, e qui mi permetto di deviare in qualche modo dal lucidissimo discorso di FB, è quello che ti porta fuori dal tuo mondo a volte tormentato, che ti da (o non ti da)il confronto, le umane soddisfazioni, il conforto della condivisione, che dissipa o viceversa incarognisce i tuoi dubbi. Last but not least, il pubblico ti può anche “mantenere”: se sei un pittore ti permette di acquistare non solo un set di pennelli di martora, ma anche, se hai ancora più fortuna, un nuovo studio con vista sulla metropoli formicolante o sul villaggio svizzero (come Balthus, mi pare). Magritte all’inizio dipingeva in sala da pranzo e disegnava carta da parati. Se sei uno scrittore, un bell’Apple ultimo modello non te lo leva nessuno. Coi soldi dell’anticipo, poi, puoi anche andare a sbronzarti di Krug millesimato a Parigi, che fa più “fico”…
    Dunque, io penso che non “bisogna” fare niente per forza. Michelangelo aveva dei committenti di un certo grido e fece quel che fece. Dostojevski aveva da pagare le rate del mutuo alla casa da gioco. Ma questi due, geni assoluti e quindi presi come esempio-limite, partivano, credo, da quel “tentare” con tutte le proprie forze, a volte irrobustite dalla disperazione, di cui parlava Bacon.
    All’inizio l’artista vero o presunto tale parte da sè stesso e lavora per sè stesso. Ciò non toglie che si può allo stesso tempo guardare con sicurezza ed onestà il grande occhio del Pubblico: al quale l’artista, in definitiva, deve tutto.

  6. helena janeczekl il 4 agosto 2004 alle 08:55

    Ammetto di aver postato il pezzo senza neanche averlo letto prima: era un momento in cui mio figlio stava davanti ai cartoni e ho colto l’attimo. E poi anche perché Bacon è Bacon. Io condivido quello che dice sui pericoli dell’astrattismo, forse anche perché la narrazione gli è naturalmente aliena, forse perché anche a me – nell’idea che ho di me stessa – interessa soprattutto l’equivalente cartaceo della figura umana. Non la scrittura, non la trama, ma le persone che diventando personaggi dovrebbero riuscire a rimandare alle persone. Mostrare un piccolo lembo di pelle umana.
    Insomma anche io (che mi reputo piuttosto rozza nel campo dell’arte figurativa) ho nel cuore tutti i pittori novecenteschi che NON hanno percorso l’astrattismo. Vedere un Bacon o anche un Soutine, un Beckmann, Max Ernst o che so io, in uno dei megamusei internazionali ben allestiti mi fa l’effetto non solo di uno schiaffo in faccia, ma che gran parte di quanto incontri prima e dopo è vuoto o ghirigori. Nel ipotesi migliore: gioco da bambini.
    So di essere molto “fruitore medio” in questo, solo un gradino più evoluta della massa che riesce a stravedere ancora solo per gli impressionisti.
    Commentando il pezzo su Margaret avevo scritto che Castellito mi pareva un grande attore, vedendomi rabbuffata da anonimo. Il o la tale sosteneva che Sergione fosse una sorta di gigione alla Sordi, capace di recitare decentemente solo se ben diretto. Ho avuto la sensazione che fosse “del mestiere”, magari un attore/trice di teatro, di quelli bravi e motivati e alla fame. E’ possibile che parlasse non solo per invidia (o per snobismo), ma anche per un tot di competenza che mi sfuggiva. Perché tiro fuori questa storia?
    Perché credo che sia molto difficile stabilire un giudizio libero sia dall’autoreferenzialità dell’ambiente (teatro, arte, letteratura non importa) e sia dal gusto del pubblico medio che, ho l’impressione, è solo in parte kitsch, arretrato, irrisibile. Insomma io credo che non ci siano più da una parte i grezzi e coglioni borghesi e dall’altra gli ispirati, spirituali artisti (e chi li “capisce”) E questo nodo credo che emerga con particolare evidenza nel campo delle arti figurative, dove la freddezza o persino ostilità verso il contemporaneo(unita alla sua appetibilità da parte di un mercato fatto di banche svizzere e analoghi: altroché borghesi col panciotto)qualcosa vorrà forse dire. Penso anche al caso dei bambini impiccati di Cattelan.

    Vi lancio la palla, voi che ne pensate?

  7. Elio Paoloni il 4 agosto 2004 alle 10:14

    Condivido quasi tutto. Anche su Castellitto, sul quale, in fondo, non sbagliava neanche l’anonimo: mi sembra che dicesse “se non viene ben diretto”. La tendenza alla gigioneria non esclude grandissime qualità. In fondo anche Nicholson e Brando andavano tenuti a freno (mission impossible).

  8. franz krauspenhaar il 4 agosto 2004 alle 13:07

    Sono d’accordo con quanto dite: in effetti non siamo attori, né registi, né teatranti. E Brando era proprio una mission impossible trattenerlo. Ci provò Kubrick nel 60, doveva girare con lui il western “I due volti della vendetta”. Brando fece in modo di cacciare il grande Stanley dopo un’ estenuante lavoro preparatorio, per poi fare lui stesso la regia del film, (l’unica della sua carriera) con esiti eccellenti, anche se a mio avviso un corposo “editing” non avrebbe certo guastato. Anche Sordi , come ogni istrione, tendeva ad andare fuori giri: infatti i suoi film da regista-interprete sono quasi tutti così così, fin dal suo esordio in “Fumo di Londra”, film inconsistente quanto di successo al botteghino di allora (1966).
    Un buon esempio di attore-regista che non si lasciava far prendere la mano dal suo doppio ruolo è quello di John Cassavates, che i suoi film indipendenti se li faceva in famiglia (spesso con la moglie Geena Rowlands e gli amici attori Peter Falk e Ben Gazzara). Dunque , come dice Helena, quell’intervento di anonimo che criticava Sergione (che io, da spettatore, continuo a ritenere uno dei ns migliori attori) proveniva forse da un addetto ai lavori, attore, regista o critico cinematografico. (Se non sei a Fregene batti un colpo!)
    Il pubblico secondo me non è mai stato stupido. Penso (non con nostalgia, io negli anni 60 ci sono semplicemente nato) al cinema italiano di allora: c’era un’industria che produceva a rotta di collo di pellicola i Franco & Ciccio, gli spaghetti-western (alcuni dei quali giustamente rivalutati dalla critica senza essere stati prodotti dal grandissimo Sergio-ne Leone) ,e dunque, col ricavato, questa grande industria si permetteva di mettere in campo Fellini, Visconti, Antonioni e C. Senza puntare così in alto, a quel tempo lavoravano registi come Antonio Pietrangeli (messo per comodità nello scaffale della commedia italiana) che dipingevano ritratti a volte impietosi e durissimi e sempre di altissima classe (“La visita”, “Io la conoscevo bene”).
    Se il pubblico non è mai stato stupido, dev’esserci allora qualcosa che non quadra, è proprio il caso di dirlo. Anch’io, come Helena, amo Beckmann, Sotine, Ernst, e ci aggiungo forse il mio preferito, Otto Dix. Tutti figurativi senza scrupoli. C’è bisogno ancora, io credo, di umanità, anche se sgradevole. Anche Cattelan è figurativo ed è sgradevole. Forse troppo. Vedendo i bambini impiccati ho pensato a Duchamp: lui mise un cesso all’interno di un museo, Cattelan oggi appende all’albero di un parco metropolitano dei finti bambini quasi sorridenti. E’ lo spazio di esposizione che fa l’opera d’arte?
    I quadri di Bacon non hanno bisogno di “cornici”: se potessi permettermelo, appenderei uno di quelli piccoli (ovviamente) in casa… Farebbe lo stesso la sua porca figura anche nella mia modesta dimora.
    Questo è un interrogativo interessante, che il discorso di Helena può provocare: siamo arrivati alla cornice che fa l’opera? E il pubblico? Tempo fa Biondillo mise in rete su queste colonne l’intervento di un critico d’arte inglese che inveiva contro l’arte contemporanea. Ostaggio dei mercanti, roba di lusso da caveau svizzero, gioielli De Beers “per tutta la vita” fabbricati con materiale relativamente povero. Il pubblico sta a guardare, come le stelle di Cronin? Cosa è l’arte senza il pubblico?

  9. andrea barbieri il 4 agosto 2004 alle 13:13

    Naturalmente la frase di Bacon “Qualsiasi cosa in arte sembra crudele, perché la realtà è crudele. Forse è questa la ragione per cui così tanti amano l’arte astratta, perché nell’astrazione non si può essere crudeli.”
    non dice niente sul valore dell’astrazione (lasciando da parte la realtà), ma sulla sua scelta di dipingere figurativo. E lui ha cominciato a vent’anni proprio da geniale astrattista disegnando mobili e tappeti da fare invidia a qualsiasi Bauhaus. Anche i suoi primi dipinti a olio erano astratti o borderline tra figura e no. In realtà lui non ha ripudiato l’astratto, solo l’ha fuso con il figurativo, perché per tutte le sue buone ragioni quelle erano le immagini più complesse e quindi più potenti che riuscisse a fare.
    Sul valore dell’astratto credo sia giusto fare il solito paragone con la musica “classica”. Quando al secondo movimento entra il violino solista del concerto per violino e orchestra di LVB op 61 è possibile dire non solo che quel suono è una cosa, ma addirittura una persona. Non so proprio come possa accadere che un ghiribizzo si trasformi dentro di noi in quel modo, però credo sia così per tutti. Ma si potrebbe dire che, va bene, con la musica l’astrazione funziona ma con la tela dipinta no. Allora bisogna prendere una medicina che ha come principio attivo capolavori che non assomigliano a nessun oggetto del mondo, qui servono i quadri di Alberto Burri. Se nemmeno quelli commuovono come quel violino di Beethoven, penso che non ci sia niente da fare. Se non consolarsi pensando che la malattia di tirare cancellotti su grandi opere artistiche colpisce le persone di coccio ma anche i grandi artisti, è inevitabile.

  10. helena il 4 agosto 2004 alle 13:32

    Sono d’accordo su Burri. Aggiungo i primi che mi vengono in mente, forse i più amati: Rothko, Beuys. Insomma non pensavo a tutta l’arte astratta, ma a parecchia. E poi so bene che l’opposizione astratto/figurativo è semplicistica e rischia pure di essere ideologica. Andrea è uno che ne sa più di me e ricorda, giustamente, tutto l’iter di Bacon.
    Vado a fare la mamma…
    a dopo

  11. riccardo ferrazzi il 4 agosto 2004 alle 15:03

    Il concerto per violino di Beethoven è astratto ? E allora il concerto per violoncello di Penderecky è informale ? Ho l’impressione che i termini del discorso rischino di essere fraintesi. Io direi soltanto che la pittura figurativa è più facilmente percepita dal pubblico, così come la musica basata sulle scale armoniche. Forse non ci sarebbe niente di reazionario nel prendere atto che, dopo un secolo di sperimentazioni, sarebbe ora di occuparsi meno dei linguaggi e più dei contenuti. Torniamo per un attimo alla letteratura: dopo avere sperimentato lo stream of consciousness, i linguaggi neobarocchi alla Gadda, i dialetti alla d’Arrigo, o la lingua del Costanzoshow (come suggerisce Sanguineti), eccetera eccetera, cosa siamo arrivati a mettere dentro ai nostri sofisticatissimi contenitori ? La fiction, il giallo e, nel migliore dei casi, il noir. Non sarà per via del fatto che il pubblico chiede, anzi esige di capire ? Prendiamo il caso più eclatante: la poesia. Sono costretto a fare almeno un nome, e mi scuso, ma devo fare un esempio. Prendete una persona normale, beneducata, diciamo un avvocato che lavora dieci ore al giorno e quando ha un po’ di tempo libero legge riviste di diritto. Provate a fargli leggere una lirica di Vivian Lamarque. Gli sembrerà una filastrocca. Ecco: si può essere figurativi e armonici, eppure incomprensibili. Questo succede quando si perde di vista il pubblico. Perché non basta avere qualcosa da dire, bisogna anche dirlo in modo da essere capiti. O no ?

  12. franz krauspenhaar il 4 agosto 2004 alle 15:20

    Andrea, tu ne sai più di me, è pacifico. Però questa tua affermazione non mi convince del tutto: che insomma Bacon non abbia ripudiato l’astrattismo. Perché se non l’ha ripudiato certamente l’ha rifiutato, avendo reinventato, a quanto ho capito, la figurazione. Mentre intanto l’arte pittorica si muoveva su ben altre strade. Tra ripudiare e rifiutare c’è una differenza, ma sottile. Rifiutare a volte, secondo me, equivale a ripudiare, ma senza parole, senza esprimerlo. Io personalmente apprezzo Burri e Beuys, che sono stati dei giganti, ma sono tendenzialmente un animale e ho bisogno di avere emozioni forti. E il Rothko che mi emoziona davvero è quello degli inizi, quello figurativo. Il paragone con la musica classica funziona eccome. Se mi parli di tutta la produzione del genio di Bonn ci stiamo; ma la musica contemporanea (che come diceva Battiato “mi butta giù”)? Quella per intenderci di Nono, di Berio, di Stockhausen, di Henze? Il confronto tra astrattismo e figurazione secondo me ci può stare. Nel mezzo, l’informale. Oggi in Germania opera un grande, Georg Baselitz. Lui non è un figurativo ma non ripudia la figurazione, non ripudia un bel niente, va a spada tratta.Lui è andato a superare la contrapposizione tra pittura oggettiva e astratta. E ad un certo punto “capovolge” le sue figure, si “astrae” dall’essere un neo-espressionista: ma il suo è un urlo di protesta.
    Georg Grosz, con Otto Dix Max Beckmann e altri, tra dada, espressionismo e “Nuova Oggettività”, era un figurativo “pieno”. Quella gente dipingeva il più vero del vero, andava oltre lo sguardo, andava oltre le emozioni. Dix faceva acquerelli di “cronaca nera”. Con le conseguenze che sappiamo. Non è un caso che per i nazisti quella era considerata “arte degenerata”. Andava ben oltre il respiro raffinato dell’intellettuale; era arte, quella, che potenzialmente poteva colpire allo stomaco le masse, anche perchè comprensibile a tutti. Era arte politica, mi pare. E di masse i nazisti se ne intendevano bene.
    Quali masse può potenzialmente colpire Burri? E Mondrian? E Fontana? Tutto qui. E’ arte da battaglia, arte “pericolosa”, quella?
    Grass – per tornare alla letteratura- nel 59 ha pubblicato Il Tamburo di latta. Un libro immenso, e non solo per il numero di pagine: anche perchè quel libro suscitò reazioni a catena in tutta la Repubblica Federale, disseppellì il “senso di colpa” e la tendenza alla rimozione per quel passato ancora fumante, tutte tematiche riprese da altri grandi scrittori tedeschi dell’epoca come Ingeborg Bachmann, Martin Walser, Heinrich Boell. Altro che emozioni musicali. Quella è arte che va per le strade perché secondo me nasce dalle strade, tra il popolo.
    L’interrogativo che ponevo rimane aperto, oltretutto.C’ interessa il contesto, la cornice, o la tela, dell’opera? Il fatto che Bacon abbia iniziato facendo il designer è cosa nota, e anche che agli esordi dipingesse astratto. E allora? Se andiamo a vedere gli inizi di ciascun artista non la finiamo più. Bacon in questo senso sta in buona e soprattutto numerosa compagnia. Cosa importa, di Bacon? L’esordio o l’opera matura? I suoi quadri astratti e i suoi tappeti che fabbricava per tirare avanti tra un drink e l’altro o i Papi urlanti?
    Mi scuso se ho fatto esempi tedeschi. Sono quelli a me più affini per ragioni personali e di studio. E’ chiaro che si potrebbero prendere esempi anche più pregnanti da altri paesi.
    Per il resto sono d’accordo al 100% con Ferrazzi. E la discussione continua… (Spero).

  13. Gershom il 4 agosto 2004 alle 23:13

    Andate al mare invece di pensare….viva la demenza, viva il regime di Berlusconi. Scherzo ovviamente (tranne che sull’andare a mare)

  14. riccardo ferrazzi il 5 agosto 2004 alle 14:40

    L’ineffabile Gershom (pensando forse di essere provocatorio) riesce a parlare a sproposito pur offrendo l’occasione di tornare sul tema.
    Per esempio: il secolo scorso ci ha fatto fare indigestione di provocazioni. Molte delle frasi usate nei comments precedenti per lodare l’arte che coinvolge il lettore o lo spettatore fin nelle trippe sono state usate per decenni per giustificare l’uso e l’abuso della provocazione. Intendiamoci: lo scandalo a scopo promozionale lo faceva già d’Annunzio e forse anche Pietro l’Aretino. Ma dai tempi della “Merda d’artista” lo sbrago è diventato inarrestabile. L’arte è diventata così “concettuale” che da sola non prende più, non dico le trippe, ma neanche il naso dello spettatore. E allora bisogna provocare.
    Risultato ? Che cosa fa parlare, forse il “concetto” sotteso all’opera d’arte ? Mai più ! Si parla della provocazione in se stessa.
    Beh, io non ne posso più. E’ da quando sono al mondo che vedo e ascolto la stessa tiritera: 1)grande sceneggiata per presentare l’Opera Scandalosa, 2) coro o coretto dei benpensanti scandolezzati, 3) l’Artista insorge e dà dei Borghesi (sanguinoso insulto !) ai suoi critici. Basta ! Non se ne può più !
    Non sarebbe il caso di tornare a fare più arte (magari anche concettuale, ma arte !) e meno provocazione ?

  15. franz krauspenhaar il 5 agosto 2004 alle 15:23

    Io non ci speravo più. Dopo l’invito di Gershom ad andare a fare un bagno…, pensavo che la cosa sarebbe morta lì. E buonanotte. Invece Richard torna alla carica. Sono d’accordo anch’io. Chi vogliamo provocare? Ci hanno già pensato i nostri illustrissimi antenati. Accanto a D’Annunzio, poi, c’era un certo Pirandello. Accanto nel tempo, dico. Era un distintissimo signore molto borghese che, mi pare, non pilotava l’aereo. Eppure…
    L’autopromozione ci sta. Sarebbe ipocrita fare i puristi e stare in un canto, col bicchiere di tamarindo in una mano e il rosario nell’altra, contando sul calendario di Frate Indovino i giorni che ci mancano per esordire sul gran proscenio nell’Aldilà. Ma, a mio avviso, le Grandi Provocazioni le hanno già fatte Altri. La Merda d’Artista è stata opera di Manzoni, che era veramente geniale. Dall’orinatoio alla “prima spremitura”. Secondo me gli artisti dovrebbero badare semplicemente di più al pubblico, oggi. Senza calare le braghe in anticipo, certo. Anche questo è un vecchio discorso, me ne rendo conto. Niente di nuovo sotto il sole d’agosto, quello che Campanile celebrava con un bel “moglie mia non ti conosco”. Andare incontro al pubblico perseguendo una propria poetica. Tizio vuole strombazzare il solito “a morte i borghesi?”. Va bene. Ma stiamoci attenti, perchè oggi siamo tutti borghesi. A parte i barboni. Che infatti hanno trovato prontamente nel mercato i loro cantori moderni.
    Ciò non toglie che certi esempi del passato possono essere salutari per tutti: citavo Grass, artista impegnato politicamente e polemicamente. Non è che l’arte si deve rassegnare per forza al museo o a ornare i comodini delle belle signore, nel caso dei nostri bei brossurati. L’arte può andare a colmare il vuoto lasciato dal giornalismo, invece, un giornalismo che tira sempre più indietro la gamba. Può descrivere, per mezzo della fiction, i mali del mondo. Il noir è un ottimo passepartout, quando non è semplice intrattenimento da treno. Un amico tempo fa mi segnalava Giancarlo Fusco, il grande polemista. Duri a Marsiglia, ecc. Sono andato a rileggere prontamente. Ce ne sarebbe di spazio, oggi!
    Il “concetto” ha stancato, secondo me, ha ragione Riccardo. La vita moderna esisteva già ai tempi del Commendator Calindri (quello del Cynar); anzi, già ai tempi del Commendator De Angelis (“Ma cos’è questa crisi?”, anni 30). E’ da un bel pezzo che il pubblico ha poco tempo da perdere. Rendergli la vita più semplice senza rinunciare ai contenuti: questa è una grande sfida, a mio parere. I contenuti ci sono, gli artisti dovrebbero raccoglierli per la strada, andando proprio per le strade, nei bar, tra la ggente.
    Discorso semplicistico? Può darsi. Però qui siamo al si salvi chi può dall’arte, se continuiamo a perseguire la concettualizzazione di tutto.
    E ora posso anche seguire l’esempio di Gershom e andare a fare un tuffo in piscina. Il convento qui passa solo questo.

  16. gino tasca il 5 agosto 2004 alle 17:18

    Mi meraviglio – solo per modo dire – che Riccardo, nel pensare al concetto e dirsene stufato (lo sono anch’io), non abbia citato (per non bestemmiate in chiesa, temo) il capostipite di tutti i concettuali. Le pissoir arrovesciato di Duchamp. La pittura concettuale è una bomba ad orologeria:sa di essere càduca. Se non lo pensasse sarebbe ridicola. A qualcuno dice qualcosa un cannone di Pascali, ora, oggi? Cosa può una qualsiasi monata come questa a confronto con un quadro di Lucien Freud? O di Pierre Bonnard? Cosa?
    (Visto che Franz è un così feroce appassionato di cinema, io credo di poter citare come es. massimo del ridicolo à propos di arte contemporanea, l’episodio di “Dove vai in vacanza?” con Alberto Sordi e sua moglie, quella brava caratterista di cui non ricordo il nome – ahimé – e lei se ne sta seduta sotto un’opera concettuale, un albero, e tutti la prendono per un pezzo dell’opera. Ecco a cosa serve la speculare stupidità del pubblico: quello colto e quello incolto. Si rimandano la palla nello stesso cortile: sì, di un carcere).

  17. franz krauspenhaar il 5 agosto 2004 alle 17:49

    D’accordo su tutta la linea, Gino! (Torno adesso dalla piscina, giuro).
    Quell’episodio è stupendo. Le vacanze intelligenti. La caratterista è Anna Longhi, che se non sbaglio era la governante (nella vita) di Albertone… Lui era tirchio… Vanno alla Biennale, due fruttaroli arricchiti, mandati dai figli à la page. Il Mereghetti dice che è un filmetto qualunquista. Viva L’Uomo Qualunque…
    Dici bene: speculare stupidità del pubblico: quello colto e quello incolto. Ricordo bene l’episodio del concerto di musica contemporanea. Inpagabile. E sulla locandina Sonego (lo sceneggiatore di Sordi) aveva fatto scrivere anche il nome del compositore tedesco di turno: “Franz-Josef Albano”…
    P.s: Gino, bentornato tra noi dopo l’ospedale;-)

  18. andrea barbieri il 5 agosto 2004 alle 20:22

    Volevo dire di Bacon che sì anche secondo me l’astratto a un certo punto non gli bastava, però quello che aveva imparato da astrattista se lo ricordava dipingendo la figura umana, e vedere i suoi quadri è un piacere per gli occhi.
    Mi ricordo che ero uscito da una retrospettiva di Burri a Bologna, boh, una decina di anni fa, completamente sconvolto. L’ho scoperto vedendolo dal vero perché avevo solo un cataloghino ma le riproduzioni non dicevano niente. Era bellissimo, tutto qui. Molti quadri erano anche drammatici, le combustioni i buchi (ricorda qualche scrittore italiano questo amore per le cose squarciate?) i ferri i legni, tutte opere che scuotono (scientemente invento qualche titolo, ma si può fare). Poi a guardare bene, conoscendo la storia dell’arte quei quadri consapevolmente o no forse citano le cose più belle della pittura di Giotto o di altri, certi colori, ma non so non ho proprio la preparazione per dirlo. (ma Fontana, bah!)
    Luigi Nono non l’ho ascoltato fino a circa sei mesi fa (l’ho sempre pensata come Ferrazzi), poi ho comprato un cd suonato da Pollini, l’ho comprato per il titolo “Como una ola de fuerza y luz” (si può resistere a un titolo così?) e mi dicevo, ecco ci sei cascato sarà una palla pazzesca, hai comprato la musica di un mitomane novecentesco.
    Invece è una meraviglia, certo non lo ascolti sempre, è molto, non so, intenso, però è grandissima musica.
    Franz il discorso sull’arte da combattimento mi piace, anche se sacrifica qualche maestro per combattere artisticamente. Breton voleva dare una mano di grigio alla Cappella Sistina: senza qualche idea iconoclasta mi pare difficile creare qualcosa di nuovo. Se a te serve l’espressionismo, anche quello un po’ strampalato del primo Rothko, w l’espressionismo e abbasso Burri, Vedova, e i quadratoni di Rothko. Si va avanti anche con la faziosità, senza purtroppo, e se serve a qualche nuova idea sull’architettura, a morte Carlo Scarpa!
    Quello che invece non capisco è giudicare l’arte attraverso le intenzioni (supposte naturalmente) degli artisti. Prendere Piero Manzoni, riconoscergli l’intenzioni di provocare, guardare le sue opere come provocazioni è parecchio limitante. Oltretutto, mi pare un partito preso quello di dire che oggi tutti provocano. L’ultima Biennale di Venezia (non che a me piacesse eh) al 99 per cento insisteva sulla realtà, sullo straniamento della realtà, su linguaggi presi dalla realtà ecc ecc. Quella provocazione la fanno Cattelan e pochi altri. Evidentemente arriva solo il loro messaggio.
    E adesso parliamo di un genio contemporaneo, David B. e il suo “Il grande male”: è un artista immenso ma pochi ne parlano, soprattutto in Italia.
    Ma parliamo anche della grandezza della frase “Vado a fare la mamma…”. questa è la vita che irrompe nell’arte, questo è il campanello di Cage, preparare la pappa! :-)

  19. gianni biondillo il 5 agosto 2004 alle 20:40

    Se io sapessi dipingere come l’adolescente e immaturo Picasso sarei un uomo felice. Duchamp prima di orinare nei musei dipigeva cose pazzesche, Mondrian è passato da un espressionismo figurativo meraviglioso fino al suo algido e geniale astrattismo. In pratica chi la rivoluzione l’ha fatta conosceva molto bene “i classici”. E li amava. E li rispettava. Solo così sai come staccarti dal padre e cercare nuovi percorsi, altrimenti sei un bambinello viziato, convinto che solo il tuo gruppetto rock sappia cos’è la musica, cos’è la rivoluzione, ma in realtà sei sempre più un analfabeta dell’arte, coccolato dai tuoi genitori comprensivi, un “borghesuccio” rivoluzionario dei miei stivali.
    Spesso ho la sensazione che pure dei Cattelan ci si debba “accontentare”. Del meno peggio. A pensarci bene un buon scenografo, o persino un buon vetrinista fa cose molto più interessanti!

    Scusate la disorganicità, vi devo lasciare, non sono a casa mia (vi leggo però),
    ciaociao, Gianni

  20. andrea barbieri il 5 agosto 2004 alle 20:57

    Il mondo è bello perché è vario, però prima di dire che Bonnard è un maestro e Duchamp un furbo, bisognerebbe documentarsi un po’, altrimenti si rischia di essere più comici di Alberto Sordi.
    Documentandosi si scoprirebbe il talento precocissimo del giovane Marcel che nel 1902 (19 anni) cominciava a dipingere a olio dimostrando una capacità strabiliante, cioè con facilità dipingeva opere impressioniste da museo (tra l’altro precorrendo in alcuni quadri i fauves che nasceranno tre anni dopo). Nel 1908 si fa influenzare da due artisti del tempo: Vuillard e, attenzione, Bonnard. Proprio così Duchamp sapeva dipingere come Bonnard, a soli 25 anni. Quindi inderogabilmente o smetteva di essere artista come Rimbaud, o date quelle premesse creava qualcosa di radicalmente nuovo. Insomma il ragazzetto ha cambiato il corso dell’arte occidentale.

  21. andrea barbieri il 5 agosto 2004 alle 21:06

    Mah ho anche fatto male i conti, nel 1902 Marcel Duchamp aveva 15 anni, e nel 1908 ne aveva 21.

    Ne approfitto per aggiungere che l’amico di Bacon, L. Freud, specialmente negli ultimi anni fa quadri orrendi, come potete verificare dal ritratto di Bacon riprodotto qui.

  22. andrea barbieri il 5 agosto 2004 alle 21:08

    Vedo che Biondillo mi ha preceduto, bene, sono due interventi che si integrano.

  23. franz krauspenhaar il 5 agosto 2004 alle 21:09

    Caro Andrea, siamo rimasti in tre, come nella canzone di Modugno… E’ vero che la frase di Helena è grande: “Vado a fare la mamma”. Io, non avendo figli,(per fortuna dei figli) purtroppo ho annunciato al vasto uditorio nazionalindiano: “Vado a fare un tuffo in piscina”. E c’è voluto quel sant’uomo di Gershom per farmi venire la brillante idea, se no era capace che me ne rimanevo a gironzolare.
    Sempre rispondendo dalla fine all’inizio: io David B. proprio non lo conosco. Mi ricordo però un tuo post che ne accennava. Potresti una volta raccontarcene meglio. In ogni caso m’informerò nel frattempo,sono genuinamente curioso di conoscere questo artista.
    Certo che l’arte da combattimento è una parte, ma una parte alquanto significativa. E’ una pittura che narra, secondo me, quella: roba per scrittori. Guarda Saviano sull’altra colonna, a proposito: lui combatte in prima linea, e viva la faccia. E sa scrivere benissimo, oltretutto.
    Vorrei chiarire però una cosa: a me non “serve” l’espressionismo, a me l’espressionismo piace. Mi “esprime” qualcosa. Dai quadri e dai disegni di uno come Grosz trovo materia per riflettere anche sui nostri tempi. Poveri tempi i suoi,poveri tempi i nostri, tutto sommato. Mi sembra che quel genere di pittori abbiano lasciato una traccia che arriva fino a noi, una traccia diciamo così salda. Si, hai proprio ragione: il vero Rothko è l’espressionista astratto. La vuoi sapere una cosa? Dopo il ritorno dalla piscina sono andato a riguardarmi su uno dei miei libri d’ arte quei quadri. Sempre stupefacenti; una forza immane promana da quelle tele. Io Burri purtroppo l’ho visto solo in fotografia, come le fidanzate per procura degli emigranti. Ma guarda un Grosz dal vivo… A parte gli scherzi, le combustioni anche a me ricordano qualcuno, la tua analisi mi ha fatto riflettere anche su questo.
    Nono: ne ho ascoltato un bel pò di cose alla radio,tempo fa. Si va a gusti. Dovrei comprarmi quel disco che citi e iniettarmelo per endovena, magari. Magari continuerebbe a non dirmi più di tanto. Io non ce l’ho con la musica atonale.Anzi. Ennio Morricone è uno che vorrebbe essere ricordato per i suoi concerti di musica cosiddetta contemporanea invece che per le musiche per i film. Ma (scusate la cinefilia malata, è come per te, Andrea, sulla pittura) la colonna sonora di Una pura formalità di Tornatore è secondo me una delle sue cose migliori. Musica atonale dall’inizio dalla fine. Berg mi piace da matti, così Schoenberg.(Con qualche riserva sul Moses und Aaron). Con quelli più moderni come Stockhausen ho però delle difficoltà. La sua “Licht” si spegne nel mio cervello. E’ un limite mio. O forse quella “luce” è proprio fredda, gelata.
    Vedova mi piace. Nel nome un destino: quadri neri o comunque scuri, se non sbaglio, spesso e volentieri.
    Ma l’arte concettuale? Il discorso sulla cornice?
    La provocazione di Cattelan arriva via mass media. Il lavoro di David B. no. Qual’è la ragione? Mi piacerebbe saperlo.
    Per finire: La Merda d’artista non è una provocazione? E ‘ una GENIALE provocazione, secondo me. Ma tale resta. Cosa ci racconta? Cosa ci narra? Ci emoziona? Ci ricorda qualcosa o qualcuno? Ci fa sorridere.Al grande pubblico il messaggio arriva come stronzata (con rispetto parlando, ovvio). Un quadro di Bacon ti può anche irritare ma ti colpisce comunque, è inevitabile. Fontana dove colpisce l’immaginario? Mah.
    Breton: un geniale attizzatore di geni. Però meno male che molti l’hanno mandato a quel paese. Teorizzare è fondamentale, ma FARE LO è ancor di più. Bacon dixit.

  24. franz krauspenhaar il 5 agosto 2004 alle 21:13

    Si sono svegliati gli spiriti!! Siamo d’accordo che Duchamp sapeva dipingere da maestro prima d’inventare l’orinatoio, che c’entra? Siamo al corrente.

  25. andrea barbieri il 5 agosto 2004 alle 22:57

    Eh Franz, rispondevo a Tasca, il fatto è che mi ero imposto di essere meno, come si dice, meno enfatico del solito, solo che zozzaccia mazzeruola non si può impunemente dire che Duchamp è una cosa e Bonnard un’altra. Duchamp ha ATTRAVERSATO la pittura di Bonnard. Ecco ci sono ricaduto.
    “Se come so sei l’aviatore so come sei semplicemente al centro dell’aria non so se sai che tutti ci siamo chiesti se fosse il frutto di un grande dolore a farti spingere così avanti il limite tra cosa si può e cosa non si può tentare”

    David B. lo trovi nelle feltrinelli. Apri Il grande male, guardati quei disegni e poi dimmi se non sono il futuro. La penso come te su immagini che “dicono” per me ora ci vorrebbero cose così.

    Perché dopo Bacon non fai un’intervista anche a un musicista atonale? Non so niente di musica, per me sarebbe bello.

  26. franz krauspenhaar il 6 agosto 2004 alle 01:10

    Andrea, mi ero addormentato. Ho fatto un incubo. Forse l’avevo incubato. Ero capitato in un quadro di Bacon. Non scherzo. Era un quadro in movimento, praticamente un film. (A proposito: affittate la cassetta di Love is the Devil, il film inglese su FB, del 99, ne vale la pena). Insomma, correvo. Saltavo ostacoli in una specie di arena. Mi viene incontro Biondillo ritratto da Lucien Freud. Mi viene incontro Freud Sigmund ritratto da Stockhausen che s’era dato alla pittura. Mi inseguono. Mi insegui anche tu, anche se non conosco la tua faccia…
    Mi sveglio e accendo il computer. E’ stata una giornata campale. Magari arrivo a 30 comments, poi qualcuno dirà che ne ho collezionati 700… Ci siamo capiti.
    Sono soddisfazioni. Cercavo una Camel, le ho finite. Prima o poi devo smettere. Adesso sai che faccio? Prima mi rollo del tabacco Samson di fortuna su una cartina, poi cerco su Mamma Internet notizie di David B., la curiosità è molta.
    Questo è il terzo e ultimo collage. Non mi piace ripetermi, ho paura di stancare.
    Se dovessi intervistare – sempre per finta- un musicista, non atonale ma comunque colui che gettò le basi per la rivoluzione dodecafonica di Schoenberg & Soci, sceglierei Gustav Mahler. Io e Ferrazzi (dov’è?, a cercare Gino Tasca?) lo consideriamo un mito, un genio assoluto. Ciao e grazie per i tuoi interventi.

  27. gino tasca il 6 agosto 2004 alle 09:36

    E sant’iddio, Andrea. Adesso mi tocca tirare fuori dall’armadio le medaglie come i generali di Baj! Mica posso scrivere qui un trattato d’arte e figurati, quindi, se non conosco le opere di Duchamp e ti dico di più, il suo Grande Vetro detto anche Macchina Celibe, è uno dei capolavori asoluti della poesia cosmica. Ciò non toglie che il pissoir, le cacche di Manzoni, i buoi esposti, restano pura action-dadà-situazionistica opera di bouleversement – un po’ maleodoranti di “vogliamo épater les bourgeois”, senza capire che i futuri bourgeois o accademici che dir si voglia quasi si sempre sono la covata dei rivoluzionari d’antan. Tu sii diretto e sincero: il pissoir di Duchamp, ripeto “ora” (la precisazione temporale è essenziale), ti dice alcunchè? E’ stata una scarica adrenalica, allora, quando ancora ci si attardava, magari, a rendere il movimento con la pittura (Delauney, i futuristi molto prima, lui stesso con il “nu déscendent l’escalier”), con la pittura/pittura, insomma. Duchamp, con un gesto monello/intelletuale fa: ah, sì?! Questa carne della pittura è cacca, è puro piacere, e io voglio disincarnarlo (una sorta di chenosi) … e sbatte la prima cosa che trova sottomano e semplicemente la rovescia e sembra dire: vedi un po’ se ora non pare una calla di quel fotografo dei neri e dei fiori di cui non so scrivere il nome … Io credo che lui fosse cosciente che era un’opera transuente. Siamo noi che l’abbiamo museificata. Ridicoli e più che atonali, atonici, storditi, autistici, va …

  28. andrea barbieri il 6 agosto 2004 alle 10:44

    L’orinatoio e gli altri ready-made mi hanno sempre scatenato un senso di mistero, e questo da quando avevo su per giù una decina d’anni (mi portavano spesso nei musei). Una mostra di Picabia a Parigi a quell’età mi si era ficcata in testa. Era la prima volta che vedevo i calligrammi. E mi ricordo che c’era anche una sua macchina, come le facevano a quei tempi a forma di sigaro con tutte le cromature: era una mostra meravigliosa.
    Se per un attimo si mette da parte quel modo strambo di guardare l’arte cercandi di capire le intenzioni dell’artista, se si fa un po’ di spazio mettendo da parte i nostri pensieri di tutti i giorni, quelli che chiamiamo buon senso ma a volte sono solo una barriera, potremmo vedere i ready-made come la vita che entra nell’arte, come un suono di strada che si infila dentro una sinfonia di Mahler, come il campanello di casa tua che suona mentre scrivi un racconto, come tuo figlio che reclama la pappa quando posti su NI, come un accrocchio di ferraglia che sbuca da un quadro di Rauschenberg. Quando si è grandi artisti quegli oggetti presi dalla strada, quei pezzi di vita, si caricano di simboli, diventano esteticamente interessanti, ci scombussolano. Quindi secondo me l’orinatoio non è una provocazione (o comunque non mi pongo questa domanda), invece è una bella felice rivoluzione.

    Franz, è una bellissima idea, aspetto Mahler.

  29. andrea barbieri il 6 agosto 2004 alle 11:00

    Se no Franz facciamo così, ti faccio io una domanda così non ti ripeti, un’intervista possibile, e tu mi rispondi se ti va la domanda. Mahler credo che abbia scritto una sinfonia ispirandosi alla Ronda di notte di Rembrandt (1642
    olio su tela, 363 x 438, Amsterdam, Rijksmuseum), ti vorrei chiedere signor Franz K qual è la musica della Ronda di notte?

  30. riccardo ferrazzi il 6 agosto 2004 alle 11:28

    Così, a naso, direi la settima. Ma la domanda vera (secondo me) è un’altra: Mahler è grande perché introduce il corno da postiglione o le scope di saggina strofinate sul bordo della grancassa, oppure è grande perché ha creato della musica stupenda, che fa agrrovigliare le trippe di chi la ascolta ? A me, dico la verità, non frega niente del fatto che i Naturlaute siano prodotti in un modo o in un altro. Non me ne frega neanche che siano Naturlaute. Mi interessa ciò che provocano in me. Nabokov diceva più o meno: che cosa sarebbe la letteratura se non ci desse un brivido lungo la schiena ?

  31. andrea barbieri il 6 agosto 2004 alle 11:59

    Sì, la settima,
    “la prima Nacht-musik, una serenata in do maggiore in forma di rondò che sarebbe stata ispirata a Mahler dalla Ronda notturna di Rembrandt”
    Ma pensavo proprio a un’intervista al compositore per fagli raccontare come la musica è uscita dal quadro.
    Uhm, forse è un po’ difficile? o non è interessante? non so.

  32. franz krauspenhaar il 6 agosto 2004 alle 12:22

    Andrea, sono delle belle idee. Tra l’altro la Settima è proprio una sinfonia particolare (lo sono tutte) ma dopo la drammaticità esasperata della 5 e della 6 (la 5 inizia con una “Trauermarch”, una marcia funebre…)si torna in qualche modo a “respirare”. Allo stesso tempo (non sono democristiano, intendiamoci…) come si fa a dare torto a Riccardo quando scrive:
    “Non me ne frega neanche che siano Naturlaute. Mi interessa ciò che provocano in me. Nabokov diceva più o meno: che cosa sarebbe la letteratura se non ci desse un brivido lungo la schiena ?”
    Perchè il “brivido” è più facile provarlo (per chi vuole accoglierlo, chiaro, anche se a me sembra inevitabile) con Mahler che con uno Stockhausen, con tutto il rispetto che si deve a un grande artista, naturalmente?
    Anni fa mi misi a leggere il libro su Mahler di Quirino Principe, il musicologo. Un gran libro; solo che, ad un certo punto, il musicologo prende il sopravvento, si vuole sovrapporre all’artista, il suo ego gli fa brutti scherzi; prende in mano le carte sul tavolo con un gesto da biscazziere e si mette a criticare le opere mahleriane
    in questo senso, vado a braccio: “qui, nel terzo movimento Kraeftig, nicht zu schnell, Mahler AVREBBE DOVUTO…”. Capito, Andrea? Avrebbe dovuto! Chi, Toto Cutugno? No, Mahler.
    Allora un conto è raccontare le fonti d’ispirazione di un artista (si potrebbe andare a ripescare brani del libro di Bruno Walter su Mahler)come intelligentemente proponi tu. Ma secondo te, andare a dire che Mahler o anche un “leggero” come Burt Bacharach AVREBBE DOVUTO fare, è fare un buon servizio alla comprensione? C’è qualcosa da capire? Mahler, se ne parlava tempo fa con Riccardo, è pericoloso. Se ascolti i Kindertotenlieder o la 9 sinfonia senza adeguata preparazione emotiva rischi il collasso nervoso…
    Ecco perchè io ascolto di tutto, anche Cutugno.

  33. andrea barbieri il 6 agosto 2004 alle 12:48

    No, per favore, AVREBBE DOVUTO è la fine della recensione, è il critico che entra dalla finestra e butta l’autore fuori di casa sua (dell’autore) a calci nel sedere; AVREBBE DOVUTO è un esproprio per fini di propria personalissima incondivisibile insostenibile utilità; AVREBBE DOVUTO lo scrive sempre Angelo Guglielmi.
    Come fondatore del codacons dei consumatori di libri, gli “AVREBBEDOVUTO CRITICS” li porterei dall’ombudsman per farli kazziare un po’.

  34. franz krauspenhaar il 6 agosto 2004 alle 13:36

    Esatto. E’ la fine della recensione. Mahler (o altri anche più grandi di lui, penso a Wagner) possono essere recensiti? Questa è una bella domanda, credo.
    Recensiti OGGI, intendo. Mahler, per tornare a lui, ma ormai ci siamo infognati, come compositore ai suoi tempi ebbe scarsissimo successo, per svariate ragioni, tra le quali certe cose meschine che con l’arte non hanno nulla a che fare. C’era Richard Strauss (un gigante) che mieteva successi. GV ” sfondò” come direttore d’orchestra, uno dei migliori della sua epoca. Soltanto negli anni 60 si cominciò a capire chi cazzo fosse. Grazie soprattutto all’opera di quel genio della direzione d’orchestra che era Bruno Walter, suo unico erede, amico e allievo.
    Ancora oggi c’è gente che non sopporta Mahler. Melodrammatico, dicono. “Ti porta all’esasperazione”, le sue sinfonie “sono interminabili”. “Noiose”. Ecco, questa gente (tra cui si annoverano musicisti di vaglia, talvolta) non capisce niente. Poi è vero che i gusti sono gusti. Ma, guarda un pò, io amo quasi allo stesso modo anche Ravel. Piuttosto distante da GV; “l’orologio svizzero”, lo chiamava Stravinski con ammirazione incondizionata. Il mondo è bello perchè è vario. Ma le stronzate sono sempre avariate all’origine.

  35. gino tasca il 6 agosto 2004 alle 15:06

    Bene: io capisco di avere fatto una di quelle domande dirette che – la mamma lo insegna – non si dovrebbero fare mai, tipo, lei si mette le mani su per il naso, aimez-vous Brahms (Sagan, la scostumata!), lei pratica il cunnilungus, etc. etc. e, quindi, Andrea si ostina a non rispondermi. Io gli ho chiesto – ma è una domanda anche retorica, rivolta a tutti – se lui “ora” trovi nel pissoir arrovesciato di Duchamp qualcosa? E, se sì, quale? Per onestà devo dire che lui ha iniziato il suo post con un “sempre” che alluderebbe anche all’attualità. Quindi, tu, Andrea, se vedi quell’oggetto ready-made, hai ancora la stessa scossa elettrica che avrebbe avuto un Puvis de Chavannes se fosse stato vivo e l’avesse trovato al centro del suo studio? Se è così, mi arrendo: abbiamo due reattività diverse. A me non fa né caldo né freddo. E’ un’arte con il timer. Ma bada che io sono convinto che si volesse càduca. (Voglio pignoleggiare anch’io: se alcuni ready-made – perché ci sono ready-made e ready-made – ti possono sembrare più durevoli è perché la loro organizzazione formale (spesso, infatti, intorcolata con la pittura/pittura) si è liberata della caducità del provocatorio e, a volte credo anche involontariamente, ha assunto il carico della “bellezza” che resta – ahimé – la cosa più dinamitarda che conosca.)

  36. Fabrizio Corselli il 6 agosto 2004 alle 15:09

    Ciao ciao Franz! Intanto complimenti per il tuo approdo a King. Secondo poi, è vero, molti di Mahler non hanno capito niente e non solo di lui. Molti di questi compositori hanno avuto problemi nel tempo da parte di un pubblico incompetente e non specificatamente istruito. Vedi un pò lo stesso Prokofiev che ha dovuto aspettare ben vent’anni per vedere riconosciuto quel gran capolavoro di Romeo e Giulietta. Il Titano di Mahler ad esempio è fenomenale, così come gran parte della musica più moderna, vedi Stavinsky, anche lui duro colpo se prendi in considerazione La Sagra della Primavera o il bellissimo Firebird! Ciao ciao

  37. riccardo ferrazzi il 6 agosto 2004 alle 15:16

    Vabbe’, Franz mi provoca e io non posso resistere. Quirino Principe ha dalla sua una grande conoscenza e un sincero amore per la Kakania (leggi: Impero AustroUngarico), ma ha studiato musica in un conservatorio italiano e “legge” la musica in modo subalpino. Tant’è vero che dedica più spazio all’analisi del Klagende Lied che a tutte le sinfonie dalla Quinta in poi. Invece trovo molto interessante la sua analisi della Quarta.
    Trovo anche molto indicativa di una mentalità che non condivido l’accusa (non di Principe, ma di altri, per esempio di Isotta) di aver compiuto l’operazione inversa a quella di Wagner. Cioè, mentre Wagner ha portato nell’opera il nitore della musica sinfonica, Mahler avrebbe portato nella sinfonia tutto il ciarpame operistico, il patasciùm patasciùm, i facili effetti tesi a commuovere gli spettatori e farli piangere come vitelli. Intanto, chi spara questi giudizi sommari si riferisce quasi esclusivamente alle prime tre sinfonie, ignorando completamente i lieder (e qui ha ragione Principe), il Canto della terra e la bellezza di altre sei sinfonie e mezza. Ma parliamo pure delle prime sinfonie. Se qualche critico dal naso sensibile riesce a sopravvivere alla pretesa “volgarità” del primo movimento della prima sinfonia (che solo per il suo incipit dovrebbe far tremare le vene dei polsi molto più di quanto non faccia il troppo celebrato incipit di Pelléas et Melisande) dovrebbe pur capire che i mezzi sono importanti per raggiungere uno scopo, ma, una volta che l’hanno raggiunto, diventano secondari. A quanto pare, la critica musicale è indietro di cent’anni rispetto a quella figurativa: ve la immaginate la stroncatura di una scultura perché non è di marmo o di bronzo ? Mahler non si fa il minimo scrupolo a usare stilemi wagneriani, berlioziani, weberiani, canzoni popolari, marce militari, arie da operetta e fanfaronate in stile Aida: ciò che interessa a lui (e a noi) è lo scopo. Per esempio, il brivido che arriva invariabilmente nella schiena quando il coro canta le parole “der Herr der Ernte geht und sammelt Garben uns ein, die starben”.
    Credo che su questo argomento potrei andare avanti a tediarvi ancora per un bel po’, ma non sarebbe giusto. Chiedo scusa. Sono stato provocato dal malefico Franz. Prima di chiudere, vorrei solo dire che, a parte la sua impuntatura su Mahler (e il suo stile al limite dell’illeggibile), considero Isotta il miglior critico musicale italiano vivente, con buona pace di tutti gli altri.

  38. franz krauspenhaar il 6 agosto 2004 alle 16:06

    Ciao Fabrizio, grazie di tutto! Sono contento che Richard si sia scatenato. In pochissime righe ha chiarito CHI era Gustav Mahler. Sempre per la serie: l’importante è il risultato. Quegli imbecilli che dicono che è kitsch (altro bell’interrogativo, cosa è kitsch e cosa non lo è?…)non possono arrivare all’essenza del discorso mahleriano che così bene Richard ci ha messo sul piatto: perchè, appunto, sono degli imbecilli. Una sola cosa: Principe ha fatto un’analisi perfetta della Quarta. Ma non è perchè, forse, quella è la sinfonia più “distesa”, altrimenti detta anche “mozartiana”, del Nostro? Questa è una domanda diretta all’amico Riccardo, così, spero vivamente, ci fa il santo piacere di “tediarci” ancora per un pò.

  39. riccardo ferrazzi il 6 agosto 2004 alle 17:34

    Una brevissima nota soltanto, perché la chiede Franz, ma cerco di non esagerare perché vorrei leggere altri interventi (magari un ritorno di mamma Helena ?) sul tema della provocazione come mezzo o come fine.
    Dunque: la quarta sinfonia è mozartiana ? Beh, sì, Principe la interpreta così: un ultimo tentativo di trovare coerenza nell’universo, un canto più compatto che nella terza sinfonia e più pacato che nelle prime due.
    Però, dal fondo della mia timidezza, mi permetto di non essere d’accordo. Il tentativo c’è ed è evidente, ma non riesce: l’ansia e la depressione sono in agguato e vengono anche allo scoperto, per esempio verso la fine del penultimo movimento, quando compare il motivo disperato che aprirà la quinta sinfonia. L’interpretazione di Principe è un voler vedere acquisito ciò che Mahler cercava, ma non ha raggiunto.
    Quanto al kitsch, anche questo è un bell’argomento di discussione. Per parte mia, non vorrei dare delle definizioni. Vorrei solo far notare due cose contrastanti.
    1) Quarant’anni fa era quasi un luogo comune dire che la stazione centrale di Milano era una porcheria in stile assiro-babilonese. A me anche allora non sembrava poi così orrida. Oggi viene rivalutata.
    2) Oggi, nel generale idoleggiamento di Flaubert, si tende a rivalutare anche Sallambo, un romanzo scritto per compiacere il gusto kitsch dell’epoca. Ricordo che, quando l’ho letto, mi ha fatto pensare che avrei speso più utilmente il mio tempo se avessi riletto per la ventesima volta il Capitan Fracassa.
    Questo per dire che, secondo me, e so che mi ripeto, si possono fare ottime cose con qualunque strumento. Ma se si parte con l’idea di usare per forza quel determinato strumento si possono fare anche fior di cazzate.

  40. gianni biondillo il 6 agosto 2004 alle 18:55

    Gesù, come odio non avere tempo!
    Comunque:
    1) Quirino Principe è persona sommamente piena di sé, antipatica fino al parossismo, quasi da diventare simpatica (secondo me è pure massone).
    2) Nel Duomo romanico di Casertavecchia (ma non solo lì, è solo un esempio) c’è un leone stiloforo sopra al quale hanno piazzato, nel medioevo, un capitello romano corinzio, scavato per riutilizzarlo come acquasantiera. Ecco un ready made che mi fa venire il mitico brivido lungo la schiena. Un capolavoro.
    3) Su atonale, modale, cazzi e mazzi ora purtroppo non ho tempo. Ma Riccardo ci becca quasi su tutta la linea. Una cosa solo: tempo fa Tiziano chiese di stilare una “lista della spesa”, ve lo ricordate? Lo avete fatto? Io scelsi di non interpellare uno scrittore e neppure un architetto, ma un musicista. Vorrei sapere da Tiziano se questo “elenco” c’è, se è pronto, se si può mettere in piazza, parlarne. Perché oggi si sta facendo molto, dobbiamo scoprirlo.
    4)Da quello che ho capito Andrea è un cultore (come lo sono io) di fumetti. Anche lì si è fatta una rivoluzione estetica, espressionista, narrativa. Ne parliamo?

    Chiudo, come sapete il computer non è mio.
    Bau bau, G.

  41. gino tasca il 6 agosto 2004 alle 19:20

    Caro Riccardo, Isotta, dici.
    E Mario Bortolotto?
    (Non sono d’accordo che nel primo Mahler ci sia il patatasciùm dell’opera ma anche se ci fosse stato, di che stupirsi: dirigeva l’Opera di Vienna.)

  42. franz krauspenhaar il 6 agosto 2004 alle 21:04

    Giuro che ora mi tolgo dai piedi. Un’ultima cosa, Riccardo: hai ragione tu anche sulla Quarta. Il motivo disperato che apre la Quinta si ritrova accennato anche nel primo movimento della Quarta, dopo circa 10 min. di “distensione”. Lo stesso leitmotiv di questo primo movimento viene stravolto in maniera quasi brutale poco prima. Questi passaggi io personalmente li trovo ancor più drammatici di quelli da te indicati, quelli del penultimo movimento.
    Andrea, Gianni: sono andato a vedere chi è David B. Un grande. Ma io coi fumetti sono fermo ad Alan Ford e ai Fantastici Quattro. Insomma, dateci sotto. E pensiamo pure a un musicista italiano contemporaneo da inserire nella “lista della spesa” scarpiana.

  43. helena il 7 agosto 2004 alle 00:02

    In realtà, quando scrissi la frase “vado a fare la mamma”, stavo per compiere una mansione inderogabile molto, come dire, in tono col capolavoro di Manzoni citato sopra. Ovvero: rispondevo all’urlo “ho fatto la cacca!” Però mi pareva brutto, scriverlo così. Reticenze borghesi.
    Al rischio di sembrare paraculo, vi dico che sono piuttosto d’accordo sia con le critiche di Riccardo e Gino al concettuale che con quello che dice Andrea. Azzardo la seguente ipotesi: che il pissoir di Duchamp oggi colpisca o meno, dipende probabilmente con quale prospettiva lo si affronta. Vale a dire: è possibile che susciti un’emozione legata alla sua storicità che non potrebbe mai applicarsi a opere concettuali contemporanee. Non parlo della sua storicità pura e semplice, dell’innegabile posto che le spetta nei manuali ecc., parlo di quel effetto “patina” che ci rende più preziose e toccanti le opere del passato, proprio perché appartengono al passato. Capitelli romani e cessi dadaisti.
    Ma se oggi un Duchamp può fare lo stesso effetto di un Giotto o, ancora più chiaro, di grande disegno rupestre – riconoscimento di un’opera che sta nel passato ma che cerca di bucarlo, di trascenderlo (che è poi lo specifico dell’arte) – è chiaro che può essere salvo il pissoir, ma la sua estetica no.
    Conoscete “Teoria dell’avanguardia” di Peter Buerger? E’ un libro che argomento molto bene quali sono le aporie dell’avanguardia quando si trasforma, malgré- soi, in accademia.
    Credo che la consapevolezza di questa problematica abbia spinto alcuni artisti ad riavvicinarsi al figurativo e credo che Bacon sia l’esempio probabilmente più emblematico di un ritorno al figurativo che non sappia di restaurazione. Ricordiamoci però che ce ne sono anche altri, certi pittori anche superquotati che sono tanto poco disturbanti quanto un bell’ Ives Klein in una casa al mare, anzi ancora di meno perché appunto offrono pure donnette ignude o interni leccati. Non mi va di fare nomi.
    Caso Cattelan: mentre leghisti e cittadini colti e di sinistra (o almeno very liberal) si sbraitavano addosso le loro prevedibili posizioni, e qualcuno diceva che l’artista doveva essere contento del tizio che ha tirato giù gli impiccati perché questo l’aveva senz’altro preso sul serio, a me rimaneva il chiodo di quella che mi pareva un’ovvietà. Cioè che quelle figure – cosi “vere” e tempo stesso mummificate- avrebbero potuto veramente spaventare in maniera pensante dei bambini di una certa età e di una certa indole. Almeno per me una visita al museo delle cere londinese era rimasta materia da incubo per anni. E allora tu hai un bel spiegargli al bambino che è solo un’opera d’arte, la quale, anzi, mediante lo shock vuole sensibilizzarci sulla condizione drammatica dell’infanzia ecc. ecc. – tanto quello il suo spavento infantile se l’è già preso. E’ vero che qualcosa del genere può capitare lo stesso con un cartone o uno di quel film in prima serata dove dalle sodomie ai riti satanici propinano di tutto e nessuno protesta mai con la stessa veemenza. Ma questa è arte e lo scopo dell’arte potrà mai essere épater les enfants? In più ho letto che la fondazione Trussardi chiederebbe un risarcimento dei danni all’operaio colpevole di aver rimosso l’opera dell’artista superquotato, cosa che se passasse in tribunale lo ridurrebbe al lastrico. Io non ho niente contro Cattelan (che non mi ha comunque mai entusiasmato), ma mi pare che anche qui ci troviamo davanti a un esempio che mostra certi nodi problematici, certe storture che sarà meglio guardarsi bene e senza idee preconcette.
    Per oggi passo e chiudo. Domani mi tuffo anch’io. Statemi bene.

  44. franz krauspenhaar il 7 agosto 2004 alle 14:06

    Avevo giurato di togliermi dai piedi. Si, ma io sono un infedele. L’intervento di Helena chiarisce molti punti (anche personali). Mi permetto di citare questo suo passo: “Credo che la consapevolezza di questa problematica abbia spinto alcuni artisti ad riavvicinarsi al figurativo e credo che Bacon sia l’esempio probabilmente più emblematico di un ritorno al figurativo che non sappia di restaurazione. Ricordiamoci però che ce ne sono anche altri, certi pittori anche superquotati che sono tanto poco disturbanti quanto un bell’ Ives Klein in una casa al mare, anzi ancora di meno perché appunto offrono pure donnette ignude o interni leccati”.
    Ecco: Bacon è ritornato al figurativo, a mio davvero modesto avviso, “rinascendo” in senso di Renaissance. Ben altra cosa dal fare una operazione di restaurazione. E’ qui il punto: si può fare arte figurativa, in tutti i sensi, vale a dire non solo in pittura, senza vellicare il pelo delle “donnette ignude”, senza posarsi mordidamente in un sofà posto in un interno leccato.
    Su Cattelan mi permetto di avere un’idea precisa: è un artista “contemporaneo”. Forse 60 anni fa, all’epoca delle vere avanguardie, sarebbe rimasto tra il pubblico, a vedere quel che sapeva fare uno come Houdini. Non cito il grande mago a caso.
    E’ che Houdini sapeva arrecare “spaventi” positivi. Se tutta l’arte è ridotta a questo, oggi, non lo so. Mi piacerebbe che Andrea e Gianni – se non sono al mare o ai monti – concludessero su quest’interrogativo dando esempi che ci possano regalare qualche speranza per il presente e per il futuro.

  45. Fabrizio Corselli il 8 agosto 2004 alle 10:47

    Caro Franz, se ti interessano un pò le relazioni tra grammatica musicale e struttura poetica leggiiti questo dossier uscito su musicaos: http://www.musicaos.it/testi/luglio/corselli.htm. Inoltre, in questi giorni mi sto decidendo a fare pubblicare on line l’intera figurazione poetica sul Piano Concerto N°3, Op.30 di Rachmaninov dal titolo “Titanici Accordi, e mi sarebbe piaciuto onestamente pubblicarlo su Nazione Indiana. A chi si può mandare di quì?

  46. franz krauspenhaar il 8 agosto 2004 alle 13:13

    Ciao Fabrizio, andrò a leggere le cose che mi consigli con vivo interesse. Onestamente non so chi ci sia ancora disponibile, dei redattori di NI, per postare gli articoli. Siamo sotto “ferie d’agosto” e a quanto ne so moltissimi sono già partiti. Ti lascio privatamente un paio d’indirizzi comunque.

  47. Fabrizio Corselli il 8 agosto 2004 alle 14:27

    Grazie Franz, troppo gentile. Provvederò subito. Ciao e alla prossima.

  48. andrea barbieri il 8 agosto 2004 alle 20:36

    Io fino al 26 sono ancora qui a postare sob sob.
    Comunque, mi pare che il dilemma della critica istituzionale, quella che decide i prezzi insieme a mercanti e direttori di museo sia pittura contro il resto del mondo (installazioni, videoarte, tubi al neon, fotografie due metri per tre, bassorilievi, performance new-age tra cui sassi nel deserto, palafitte nella foresta, sedie in cima agli alberi ecc.). In questi anni il “ritorno alla pittura”, per lo più è stato figurativo. Nella mostra della Biennale di Venezia Painting 1964 – 2003 c’erano pochi dipinti astratti. Il figurativo, come sempre, va a gonfie vele, cioè si vende bene.
    E com’era quella mostra che doveva sintetizzare 50 anni di pittura? Tolti Bacon, Burri, De Dominicis e pochi altri, i dipinti anche recentissimi avevano la potenza artistica dei candelabri venduti su telemarket da quel tizio vestito da domatore. In quella catastrofe si distinguevano per nullità artistica: Guttuso, Luc Tuymans, John Currin, Glenn Brown, Damien Hirst, Jorg Immendorf, Lari Pittman, e il più brutto quadro del creato “Nottem” di Margherita Manzelli (lo deve aver attaccato di nascosto). Tutta gente che va bene per arredare le ville degli stilisti.

    Il futuro boh. David Beauchard ha disegnato delle tavole meravigliose, specialmente nella seconda parte del Grande Male. Che siano destinate a essere riprodotte su un albo invece che affisse in un museo non conta niente, sono capolavori pagina dopo pagina.
    Poi mi viene in mente una cosa, per fare un esempio di arte figurativa. In una pinacoteca di Madrid c’erano dei corridoi addobbati di quadri da parati (e due piccoli Goya bellissimi), poi improvvisamente entravi in una saletta dove ti prendeva in contropiede un quadro espressionista su un cavalletto (si trovava lì temporaneamente). E non solo espressionista, dentro c’erano parecchie scoperte del novecento, tipo il cubismo, ma soprattutto dava una grande emozione. Non lo ricordo perfettamente, ho cercato su un catalogo il titolo e dovrebbe essere “Il quinto sigillo dell’apocalisse” (non so se era quello del Metropolitan, se avevano ritrovato lo studio “La piccola apocalisse” o altro, ma il soggetto era quello, un uomo con le braccia al cielo e dei corpi sul fondo che danzano). Quella cosa lì davanti, dipinta dal Greco è un capolavoro anche oggi, non ha smesso di parlare. Nelle note del catalogo ho trovato due righe sottolineate da mia nonna:
    “più libero, più moderno, più attuale di mano in mano che va invecchiando, e sempre ribelle fino all’ultimo istante di vita. Questo fu il Greco.” (M.B. Cossìo, El Greco, 1908).

  49. gino tasca il 9 agosto 2004 alle 08:17

    Precisato che come non ogni ready-made é letame così non ogni figurazione é oro (tutt’altro: spesso, come la patria, il figurativismo è il rifugio degli imbecilli), viva la nonna di Andrea Barbieri anche se – mi piacerebbe discutere con lei sulla categoria di “ribellismo”.

  50. Elio Paoloni il 9 agosto 2004 alle 11:58

    A parecchia distanza sia dalle coccole all’intoccabile pittore del PCI sia dalla derisione post mortem, ho rivisto un quadro di Guttuso a un’esposizione e mi sono detto: non sarebbe il caso di trovare una collocazione non spregevole a un artista per niente malvagio, che ha comunque segnato un periodo in questo paese? E se all’estero nessuno lo considera, tanto peggio: anche Totò non lo considera nessuno (la comicità non c’entra niente, intendo dire che un fenomeno autoctono non è necessariamente di bassa lega).

  51. andrea barbieri il 9 agosto 2004 alle 13:02

    La mia non era derisione, La Vucciria è un brutto quadro che piace a moltissima gente. Guttuso aveva molto talento però non ha cercato abbastanza, succede.
    Trovare una collocazione a roba così così invece che trovare una collocazione a chi è davvero bravo mi ricorda il meccanismo delle raccomandazioni nel mondo del lavoro.

    In Italia c’è stato uno straordinario pittore figurativo e spesso proprio realista come Guttuso. Si chiamava Andrea Pazienza. Talento imbarazzante, sui 16-17 anni ha dipinto un suo immaginario funerale con una potenza che Guttuso non ha mai avuto. Poi si è stufato di vedere i suoi dipinti continuare a “pulsare nelle camere da letto dei farmacisti” (notate per favore la precisione del termine pulsare, l’arte buona pulsa) e si è dato esclusivamente alla narrazione per immagini.
    Però tutto questo lo diciamo sottovoce ché poi gli eredi di Argan si scombussolano il cervello, loro pensano di avere già storicizzato tutto, hanno smesso di cercare.

  52. gino tasca il 10 agosto 2004 alle 08:55

    Mi ha colpito una frase di Andrea: dice: l’arte buona … non è la stessa maniera di dire al riguardo della droga? Roba buona, no?

  53. andrea barbieri il 10 agosto 2004 alle 09:05

    Be’l’arte è psicotropa.

  54. Mario Bianco il 13 agosto 2004 alle 13:24

    Oggetto: Bacon e l’arte contemporanea

    Vengo con questa mia in ritardo per trascuratezza benché il mio amico Gino Tasca mi avesse segnalato il coso, cioè il tema su Bacon ed arte contemporanea. Peraltro su questi temi abbiamo dibattuto un quantità di volte con l’altro nostro amico Andrea Barbieri detto il Titonco.

    Parlo da pittore che dipinge “ancora ” e che gode nell’usare i pennelli e depositare colore su una superficie piana oppure curva e via dicendo, però faccio pure oggetti polimaterici, con carte legno e gommaspugna.
    Sono essenzalmente un pittore astratto da moltissimi anni ed anch’io ho iniziato con l’imitazione del vero, cercando di costruire il verosimile: Poi, influenzato dall’espressionismo astratto, derivante a sua volta dal Surrealismo, mi sono ficcato nell’avventura astratta cercando il segno il colore il valore della materia la cosa che non c’è la cosa da inventare il paesaggio interiore il vuoto.
    Ho fatto molte mostre personali, partecipo a tante collettive, ho uno studio ed un piccolissimo mercato, alcuni clienti che mi comprano qualche quadro all’anno, non potrei vivere con quello che vendo; per altro quelli al mio livello vendono tutti poco specie in questo infausto periodo.
    Ho amato ed amo alla follia Francis Bacon, l’anno in cui morì si fece a Lugano una eccellente mostra sua antologica a Lugano, c’erano centinaia di dipinti: per poco non svenivo, avevo soltanto più da strisciare sul palchetto di fronte a quelle opere che mi entusiasmavano. Sudavo come un mulo stracarico. Finalmente potevo avvicinarmi a dieci centimetri alle sue pennellate e vedere il tessuto la trama il gesto il graffio la grinta l’impronta del maestro.
    Però Bacon non amava l’arte astratta ( come Picasso, peraltro, che la detestava) ed io lo capisco, io che faccio astrazione, lo comprendo perché Bacon voleva arrivare a comunicare un dramma, una tragedia umana che riteneva impossibile trasmettere con segni figure non verisimili; l’aggancio con l’anatomia umana spesso straziata e deforme gli permetteva di far sentire a fondo i contrasti le brutture della condizione umana.
    Lui pensava che fosse impossibile operare diversamente, infatti prediligeva la pittura di figura, il suo tema era il dolore dell’uomo.
    Una volta ha risposto ad un giornalista che affermava che lui faceva figure “brutte e tristi”: “Perché qui c’è qualcosa da ridere!!??”

    Però, forse, Bacon è stato l’ultimo grande pittore-pittore o uno degli ultimi.
    Negli ultimi cinquanta anni si è rivoltato il giro del mercato e la diffusione, il consumo dell’immagine.
    Ai tempi di Duchamp di Tzara di Picabia( il quale poi ha dipinto donnine del cavolo), 1910/20 circa era possibile fare la trasgressione la rivolta antiborghese quando i ricchi appendevano nei loro orpellosi opulenti saloni tanti bei paesaggioni mazzi di rose -Giovanne d’Arco e la battaglia di Poitiers. Allora valeva la pena di esporre un orinatoio, chiamarlo fontana per prendere per il culo il borghese senza dirgli chiaramente che: “Guarda che l’opera d’Arte è già qui belle pronta, guarda che ci vuole dell’ingegno per fare un orinatoio così, guarda che chi l’ha disegnato è un artista!”
    Ed aveva ragione perché la supervalutazione economica ed intellettuale dell’ opera d’Arte dipinta avvenuta nell’Ottocento per influsso del Romanticismo e della civiltà industriale era ed è scandalosa. Ma Duchamp, da buon esoterista ed alchimista qual era preferiva tacere e mentire a volte, alludendo scandalizzando facendo le boccacce ai borghesi, infatti faceva come certi adepti di scuole mistiche orientali che tacciono o mentono sulle loro idee. Però poi fece i multipli dei suoi ready made (azione contraddittoria) ma era per vivere…
    Nella stessa epoca comparivano a Parigi i primi collezionisti americani e cui interessava spesso aver prodotti delle avanguardie, si veda Gertrude Stein (che credo ne capisse ben poco di pitture e scultura) ma era molto snob comprare le avanguardie, allora come adesso. Gli americani attraverso di lei ed altri multimiliardari europeizzati vennero a conoscenza dell’avanguardia europea e fu così che i superborghesi furono il ponte verso l’America delle avanguardie antiborghesi:
    Ma bisogna pur vivere, cazzo!
    Adesso la storia continua: il grande mercato è quello che conta, il prezzo è quello che dice sull’opera. Non esistono valori intrinseci abilità tecnica creatività ideazione, non sono quelle che danno valore all’opera.
    Le valutazioni non vengono decise qui in Europa, si costruiscono negli States; basta una cordata di critici e di direttori di musei grandi collezionisti e galleristi e si costruisce il grande artista tout court in un anno o poco più.
    Bisogna scrivere alcuni testi trovare giustificazioni dare valori alti aver consulenti bancari che consigliano gli acquisti ai majors ed il gioco è fatto.
    Anzi l’artista può anche non esistere, tanto non vi mette più le mani, non se le sporca: le opere le fanno i “negri” i poveracci i giovani di studio. Basti pensare Jeff Koons e a quanto non fece proprio Andy Warhol.
    Per altro la clientela di questi prodotti concettuali è eminentemente americana e non acquista se non consigliata da mercanti importanti che garantiscono la crescita del prezzo negli anni, se no non investono. Per cui si comprano solo le opere di artisti giovani che crescano molto con il tempo: i grandi collezionisti operano in modo che le gallerie pubbliche di vaglia espongano spesso le opere da loro acquistate che così in breve tempo salgono ancora più di prezzo.
    In questi anni è impossibile demolire un artista vivente o no che sia in mano ai grossi collezionisti: Io posso pur dire che Warhol era una merda ed un bandito, ma il signor Vanderbilt che ci ha puntato delle fortune non può permetterlo.
    Ma io qui ho parlato soltanto del GRANDE MERCATO, non di quelli medi e bassi in cui cerco anch’io di vivacchiare.
    Però i costruttori di figure e di immagini in buona parte oramai sono migrati altrove:
    dal fumetto (che benissimo qui ricordava Andrea) al cinema all’animazione all’informatica alla grafica.
    Questo però è in capitolo seguente e se posso lo scrivo un’altra volta.
    Aggiungo una specie di reportage che scrissi un anno fa circa:

    ***

    Dunque è andata così, me ne vado l’altro ieri ad una vernice o inaugurazione di mostra qua, vicino a casa, nella sala delle colonne della Facoltà Architettura, bel posto vicino al Po.
    Ci vado perché cinque bravi artisti/arteterapeuti a me noti e in parte pure amici hanno fatto un ottimo lavoro collaborativo di settimane su spazio e tempo e materie con cinque handicappati lievi e da tutto ciò si espongono i frutti materiali assai rallegranti, specie per gli handy che se la ridono assai e divorano torte, anch’io però.
    Fatto sta ed è che mi appoggio ad una colonna di marmo brecciato che pare pavonazo romano e ciacolo tranquillo col mio amico Piero mentre Anna chiacchiera come una forsennata con una ritrovata amica pittrice, tale Angela o Giuliana, non so.
    Allora dico a Piero, lui la sa lunga: Bei lavori però…
    e lui mi fa: Ehhh.. quasi come quelli della Beecroft..
    Ah ..già, non sono andato a Rivoli, ma ho visto le foto, le modelle nude intorno al tavolone di vetro…
    Eeeeeeh.. – e Piero si fa una risata, Piero ha la mia età, ed è uno che dall’età di 18 anni vive di arte abbastanza bene, ma non ha mercanti, che nel ’68 si staccò dal giro per motivi politici, però gli richiedono spesso opere; lui è nato un po’ come artepoverista, però non proprio, indefinibile, meglio così, soprattutto è un brav’uomo, punto.
    Lo sai – dico io – che su Repubblica hanno fatto un articolo un po’ ironico su ‘sto vernissage della Beeccroft…
    Meno male, su La Stampa tutto svenevolezze ed omaggi…cazzo…! D’altra parte il giro Agnelli è così…
    Lo sai – ridico io – Piero, che i due artisti contemporanei più famosi nel mondo sono Bruno Cattelan e Vanessa Beecroft ? Se uno si domanda perché sono famosi, che si deve chiedere? Chi è il suo mercante, nooooooo?
    Certo – fa lui – il loro mercante è un niùyorkese, forse il più grosso della mela!

    Piero le sa le cose, perché lui ha bazzicato il giro grosso per alcuni anni, e per certi versi ci è ancora, sa come gira quel mondo.
    Mi disse una volta per provocarmi:
    L’arte è il mercato.
    Io mi arrabbiai, non volevo riconoscere questa affermazione.
    Di fatto non è proprio così, se andiamo per filosofie e filologie, ma grossolanamente è proprio così, ormai.
    Se il mercato ti sorregge sei un artista, sei riconosciuto come artista, se vendi sei definito artista, se no, se vendi poco, sei pittore della domenica, dilettante, cazzone, imbrattatele et cetera altre definizioni così, eccetto che per pochi cultori o amici o zie o fratelli o cognate.
    Vanessa Beecroft è italiana, ha lo studio in Niùyork e dice che dipinge pure grandissime tele a tratti, ma non le espone, fa mostra di installazioni e foto delle medesime, cioè installazioni.
    Il giornalista di Republica le ha detto: Ma le foto però le fa fare da buoni professionisti col banco ottico!
    Lei gli fa: Ho bisogno di ottimi risultati….ed anche Jeff Koons mica si sporca le mani con i colori o con le sgorbie….!

    Ah beh, sì beh – ho detto io – Aaaah già….

  55. franz krauspenhaar il 13 agosto 2004 alle 14:20

    Grazie infinite al pittore Mario Bianco per essere intervenuto al “dibattito” con parole pesanti anche perchè scaturite da uno che la pittura la fa davvero.

  56. andrea barbieri il 17 agosto 2004 alle 12:26

    Importantissimo l’ultimo intervento di Mario Bianco che riesce a sintetizzare il manifesto della “critica del sospetto”. Era ora di arrivare a ‘sto benedetto nòcciolo. Incapaci di pensare che c’è qualcosa dentro di noi che impedisce di vedere – nonostante si siano sgolati su questo punto tanti grandi artisti del nostro secolo: Dubuffet, Munari, Duchamp, Piero Manzoni, Hundertwasser, Cage ecc – ci si chiude a pensare che l’arte contemporanea è un thriller psico-economico. Evviva.

    Mentre in Giappone, tanti anni fa, giornali in 18 milioni di copie dicevano che Munari era un genio. Poverini, non avevano capito niente.

  57. Mario Bianco il 18 agosto 2004 alle 07:19

    Caro Andrea,
    perdonami la durezza di testa, ma non ho capito bene il tuo commento su la “critica del sospetto”.
    Vuoi chiarirci meglio il tuo pensiero?
    ringrazio Franz dei complimenti.

  58. andrea barbieri il 18 agosto 2004 alle 09:53

    Nella critica del sospetto si parla di tutto, il movente dell’autore, l’autore di facciata e quello effettivo (a volte può diventarlo lo stesso critico del sospetto indicando quello che l’autore dovrebbe fare), il guadagno dell’autore, la ripetitività dell’autore, la famiglia dell’autore, il carteggio tra l’autore e la sua amante, le amicizie dell’autore, le dichiarazioni dell’autore ecc. Si parla di tutto meno quello che si ha di fronte, l’opera. Si cercano le più abissali dietrologie, senza mai chiedersi quanto noi stessi influenziamo il giudizio. Non si pensa mai e poi mai che le cose vanno prima di tutto viste e non giudicate, che per vedere bene dobbiamo cambiare qualcosa in noi.

  59. Mario Bianco il 22 agosto 2004 alle 16:23

    Sono venuto a formulare un’ipotesi sul persistere in vita dell’arte figurativa (con figurativo intendo dire disegno, fattura di forme non necessariamente verosimili) nonostante i periodici annunci annunciati, sbandierati in passato anche recente da gruppi di artisti o singoli, da critici e da storici dell’Arte.
    Ritengo che molti individui della specie umana abbiano la necessità psico/fisiologica di fare figure, disegnare, plasmare da tempi lontanissimi e che la pratica di queste attività sia antropologicamente un esercizio importante di questa specie in evoluzione; l’uso e l’elaborazione del linguaggio dei segni graffiati e pittati, convogliatosi in pratica di mestieri quasi magici quindi in arti codificate è stato custodito, perfezionato e tramandato da corporazioni di artisti per millenni.
    Fino a circa centocinquanta anni fa, all’epoca della rivoluzione industriale e quindi alla nascita delle concezioni romantiche, l’abilità manuale e la tecnica erano requisiti fondamentali per un artista: per essere scultore, pittore, mobiliere, arichitetto era necessario dimostrare ad un maestro della propria arte di avere disposizione naturale e talento e quindi con il maestro apprendere ed elaborare un stile, un linguaggio propri o comunque all’altezza dei tempi e delle richieste dei committenti.
    Con il Romanticismo, in Europa, la figura dell’artista, fino ad allora artigiano specializzato, è stata caricata di aure, orpelli culturali, fandonie, arte per l’arte, vita e arte, arte e maledizione e poesia e straccioneria e boheme. Purtroppo hanno reso famosi e cariche di fascino certe figure d’artista più le vite sregolate, le malattie mentali, le sofferenze psichiche che non le reali innovazioni o scoperte apportate al linguaggio o all’approfondimento di una ricerca estetica ( non è un mistero, credo, per nessuno che i personaggi Van Gogh e Gauguin e tanti altri siano universalmente noti più per l’epos costruito sulle loro vite che per le loro opere).( Con questo non ho nulla contro quei grandi pittori, anzi).

    Man mano la figura dell’artista si è staccata dalla consolidata sua figura di artigiano specializzato, abile tecnico, decoratore o magnifico inventore di figure ed oggetti per addivenire a situazioni confuse di psicolabile esteta, ipersensibile coglione, geniale misantropo, moralizzatore dei costumi o altro.
    Siamo arrivati fino ad oggi in un’epoca confusa dove convivono varie tendenze artistiche a seconda delle esigenze dei vari mercati. Possono convivere ed essere apprezzati come qualità( e come prezzo, proprio) artisti diversissimi in contraddizione quali Balthus, Bacon anche Baselitz e Kiefer e la transavaguardia, la pop art e Donald Judd e Kossuth e Kapoor, i concettuali ed i minimalisti.
    Certo che in questa epoca il MercatoAlto degli artisti viventi si volge prevalentemente a favore dei concettuali che paiono trionfare sempre più; tuttavia i loro prodotti, asseverati( in linea di massima) da una cordata illustri speculatori, esistono staccati completamente dal grande pubblico ed io riscontro che moltissime persone istruite, colte non sanno quasi nulla dell’arte contemporanea: visitano la mostra di Canaletto, corrono a Parigi o a Londra per rivedere un impressionista ma non vanno a due kilometri dalla propria casa a vedere una mostra di Giulio Paolini.
    Tuttavia i fabbricanti di figure esistono, ancora e spero per molti anni a venire.
    I più non sono nemmeno considerati artisti tout court e non vogliono esserlo, in genere hanno praticato una trasmigrazione verso campi da tempo attivi dove contano ancora abilità tecnica ed capacità ideativa, si sono spostati nel design di oggetti, nel fumetto, pubblicità, nel campo cinematografico, si sono volti all’animazione, creano videoclip, lavorano nella grafica informatizzata.

    Io certo sono fazioso. Sto dalla parte di questi ultimi: credo che siano costoro che portano avanti la ricerca di linguaggio, ora. Penso ancora che viviamo in un epoca in cui la fruizione dell’immagine, sia fissa che mobile avviene (in occidente), prevalentemente attraverso i monitors; credo ancora che questo sia, ora, il laboratorio della specie nella cultura dell’immagine e che esistano molti artisti noti che lavorano seriamente in questo senso. A mio modo di vedere è probabile che in futuro il consumo di immagine e pure di testo scritto avverrà prevalentemente attraverso la comunicazione elettronica e che quindi le tecniche di fattura, il linguaggio delle immagini si adegueranno sempre di più a queste esigenze.

    ***
    Per di più leggendo e rileggendo le allusioni di Andrea alla “critica del sospetto” sono stato incuriosito, stuzzicato, ho ricordato qualcosa e tanto mi sono interrogato che alla fin fine mi sono rammentato di un testo che usava questa espressione e l’ho ritrovato in cima all’ultimo scaffale della mia non cospicua biblioteca.
    Esso è un strano romanzo/pamphet di un singolare personaggio scomparso, tale Elia Spallanzani, dal titolo “Crocevia” edito in Italia nel 1970 da una certa FEIC.
    Traggo questo brano dal testo:
    ” Tracce. Noi lasciamo solo tracce.
    A volte esigue tanto da sparire in pochi momenti.
    Persistono altre quali quelle della lumaca di Trilussa che suppose di lasciare un’impronta nella storia sbavando su di un obelisco.
    Opere rimangono talvolta. Le vite si bruciano.
    In queste, tuttavia, una consorteria copiosa di agenti speciali del denaro si crogiola e si
    sbrodola per edificare edifici di biografie costituiti essenzialmente da letame.
    Costoro si avviticchiano alle tracce di vita d’artista per cavarne sugo d’ossa, liquame per dilettare palati malati.
    Le opere più non contano: vale assai di più sapere come il musicista, l’artista schiavazzò, cacò, quanti bicchieri si scolò, se fece il morbillo o il colera o si guadagnò la vita anche come prosseneta, se ebbe le mutande sfondate o i calzoni bisunti.
    Le opere là in un angolo, le sole vere, reali tracce di vita languono in un stipo remoto.
    Rende molto così una critica del sospetto artatamente creata per dilettare i bassi geni, come osava dire il Ripano Eupilino. Parafrasando il generale Grant: il pittore migliore è quello morto.
    L’uomo consapevole, che vuole vedere, l’uomo che gusta si apposta di fronte all’opera e contempla: l’assorta contemplazione non ha bisogno di mediatori, di critici né di becchini.”

  60. andrea barbieri il 22 agosto 2004 alle 23:31

    No no, col sospetto ce l’aveva Piero Manzoni. Ma la smetti di fare il Commissario Bianco?

    off topic
    su avevo citato il finale del racconto “Blasone per Jury Chechi”. Lo ha vinto veramente, di bronzo, facendo un volo con due capriole e atterrando senza passetto, praticamente un uomo uccello.

  61. gabriella fuschini il 26 agosto 2004 alle 01:00

    Beh, grazie a Mario Bianco che con il suo post mi ha dato spunti di riflessione e risposte che non riuscivo a cogliere nella confusione che mi genera leggere di arte. Appartengo alla schiera di persone colte che volendo curiosare nell’arte non sanno che direzione prendere. Non sto scherzando, grazie davvero. Per di più il brano citato di Spallanzani mi ha fatto venire in mente la querelle ammorbante dell’estate riguardo il carteggio amoroso tra Calvino e la sua amante, come se sapere quanti coiti o quali pulsioni avesse lo scrittore potesse dirci di più dei suoi scritti! Ma la critica del sospetto ha analogie con la cultura del sospetto? Ricordo una lezione in università un paio di anni fa in cui il docente di pedagogia ne parlava in continuazione. Freud, Marx e Nietzsche come propagotori della cultura del sospetto intendo con questo termine tutte quelle ideologie o filosofie per cui la morale, l’etica e la religione sono delle croste che impediscono all’uomo di manifestare la sua volontà, le pulsioni profonde. Così per comprendere meglio ciò di cui parla Andrea.

  62. andrea barbieri il 26 agosto 2004 alle 13:04

    “Søren Kierkegaard è mio padre: il suo scopo era quello di purificare il pensiero dal sospetto”

    Piero Manzoni, 1960 (allora si trovava in Danimarca dove ha lasciato tra Copenhagen e Herning trentaquattro sculture. I bambini di Herning possono giocare nel parco accanto alla “Linea m. 7200” o al parallelepipedo di ferro con la scritta capovolta “SOCLE DU MONDE”. Qualche bambino (o qualche adulto) si sarà stupito di trovare la base del mondo così vicina a lui, si sarà sentito speciale, anche lui un po’ capolavoro. In Italia queste opere non le hanno volute).

  63. Markelo il 26 agosto 2004 alle 13:36

    Nemo propheta in patria, soprattutto in Italia.



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