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Il fantastico quinto

di Nicola Lagioia

Negli scontri tra i Fantastici Quattro e il Dottor Destino mi sono sempre ritrovato a parteggiare per il caro vecchio Victor von Doom. Ero un ragazzo piuttosto turbolento: dopo una sospensione scolastica o un litigio furibondo con i miei, capitava che mi rifugiassi nei fumetti Marvel importati in Italia dalla Corno. Condividevo i complessi di Peter Parker, mi affascinava la marginalità degli X Men, ma ogni volta che mettevo piede al Baxter Building ero preso da un sentimento di disagio, di repellenza, di incestuoso decoro.

Sembrava di ricevere carezze da una madre che, con la scusa di blandirti, ti ricaccia in un ventre domestico da cui vorresti allontanarti sempre più. Pregavo allora che il Dottor Destino umiliasse Red Richards, spegnesse per sempre la Torcia Umana, plagiasse la Cosa, trasformasse la Ragazza Invisibile nella sua schiava personale spezzando definitivamente la gabbia di dichiarato ottimismo e fiducia nel futuro che teneva insieme il quartetto – una sinistra benevolenza, una sottile ipocrisia che dal Baxter Building arrivava dritta dritta a casa mia. Odiavo i Fantastici quattro, d’accordo, ma perché?

Le idee mi si sono chiarite verso la fine dell’adolescenza. Credo sia stata la lettura di Gide. Il suo disprezzo per la morale costituita, il suo amore per l’anticonformismo e soprattutto quel grido (“famiglie vi odio!”) era capace di dispiegare la propria efficacia dalla Francia del primo Novecento fino al pantheon postmoderno che domina il nostro immaginario, fumetti compresi. Ecco il problema: a differenza degli altri gruppi Marvel, i Fantastici quattro sono una famiglia, tenuti insieme da una nevrosi penosa ma sempre reversibile, da uno scontro di forze puntualmente ricomposto nella volontà del capofamiglia: mr. Reed Richards, attraverso l’intercessione inquieta ma alla fine arrendevole di sua moglie Susan Storm – un teorema, quello del menage tra Mr. Fantastic e la Ragazza Invisibile, che assistendo a una serata televisiva di molti anni dopo mi sembrerà con sconcerto di poter applicare paro paro alla coppia Palombelli-Rutelli.

Red Richards e Susan Storm aspirano dunque a una qualche presidenza del consiglio. Johnny Storm è un James Dean con l’airbag. La Cosa è un “idiota della famiglia” che non ha niente a che fare con Flaubert. Il Dottor Destino è un’altra cosa. La sua impenetrabile solitudine, la sua natura farneticante e paranoide ne fanno un personaggio di levatura shakespeariana. È un Macbeth che ha perduto la Dark Lady, un Lear destinato a vagare nella terribile tempesta del suo tempo. E tuttavia, pure col senno perennemente vacillante, pure divorato dal risentimento, pure stando dalla parte del torto Victor von Doom rappresenta una tipologia umana che oggi rischia l’estinzione: l’individuo, o perlomeno i suoi brandelli. Ed è per questo che io continuo a tifare per lui.

(pubblicato su XL di Repubblica)

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3 Commenti

  1. >pure divorato dal risentimento, pure stando dalla parte del torto … rappresenta una tipologia umana che oggi rischia l’estinzione

    Al contrario, si tratta di una tipologia talmente inflazionata da non generare più alcuna differenza.

  2. “Johnny Storm è un James Dean con l’airbag.” Bella frase, anche perché credo volesse sottintendere alla fine del divo su Porsche 1955 – ovviamente senz’airbag.

    D’accordo con Wowoka, di Dottor Destino sono strapiene le fosse dei vivi. O no?

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