Quattro poesie di Stéphane Bouquet

28 febbraio 2006
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tradotte da Andrea Raos

tratte da Dans l’année de cet âge (108 poèmes pour et les proses afférentes), Champ Vallon, 2001

24. Poesia per il bambino

Cédric si agita nell’acqua
scivola sul suo surf di legno
è il più bravo di tutti
Quasi nudo molto magro filo di bambino
Eppure il suo costume custodisce quest’oro
una promessa superiore alla sua età
diciamo di undici anni

Conosco il nome che sono
quando entro così nei dettagli

25. Poesia per dei castelli di sabbia

Ho fatto lo stesso
Ho costruito contro il mare
barriere tra l’altro
di sabbia

Ho lottato uguale
Ma il mare è arrivato
sottomesso al peso della luna
e ha disfatto ogni cosa

26. Poesia per Cédric ogni giorno

Ieri come oggi
lo sfioro in questo mare complice
morso dalla sua febbre di bambino

Anch’io voglio che mi anneghi
o offrirgli un avvenire come
portare l’infelicità tra di me

Più tardi suderà l’odore esasperato del sesso
puzza già

(…)

29. Poesia per consolarmi

Oggi è il secondo giorno
che non ci sarà mai più Cédric nella mia vita

già abbastanza l’averlo incrociato

Immagino e rido
il suo volto trionfante quando vedrà
un primo corpo subire sotto di lui

24. Il mare era grosso, erano le maree dell’equinozio. Ci si accatastava tutti su pochissima sabbia; a qualche metro di fronte, dei ragazzini giocavano. Ce n’era uno, che gli altri chiamavano Cédric, che mi affascinava in modo particolare. Giocava, chiunque l’avrebbe detto innocente, ma io vedevo già il futuro premergli sotto la pelle. Qiualcosa palpitava così tanto, qualcosa trasudava che la pelle non tratteneva più; una sorta di virilità senza pecca, al tempo stesso vigore e crudeltà. Era nel suo sorriso (tra l’altro) che si vedeva questo: e forse anche nella sua camminata inconsciamente certa di essere ammirata, e anche: nel suo sesso, indovinato sotto il costume stretto, sproporzionato per la sua età.

25. Guardavo dei bambini fare ciò che avevo fatto io per delle estati intere. Ero solo, costruivo delle barricate di sabbia, di alghe, di sassi e di conchiglie. Aspettavo l’arrivo dell’acqua: l’importante non era che la muraglia resistesse, ma al contrario che crollasse malgrado la mia lotta incessante, la mia resistenza presto disperata: l’importante era il disastro. E che il mare cancellasse ogni traccia delle mie sofisticate costruzioni. Ancora oggi, l’alta marea mi procura una gioia quasi malsana, e trovo che non sale mai abbastanza, vorrei che inghiottisse ancora più sabbia, ancora di più, a causa di questa felicità insaziabile che mi dà la scomparsa del mondo. Al contrario, ma è normale, la bassa marea mi immalinconisce. Non mi piace questa sconfitta delle acque, né veder affiorare e scoprirsi cose nuove sulla spiaggia (degli scogli per esempio) perché già mi basta ciò che già c’è e che bisgona affrontare.
(Ho letto questa poesia a François Vergne. Ha confermato ciò che temevo: fa troppo poesia-poesia. È che, nella prima versione, questi versi traboccavano delle cose della natura (alghe, sassi…) e non ero riuscito a disinnescarne il lato romantico pomposo, ed era come se volessi solo amplificare i miei sentimenti e tirarli in una direzione quasi cosmica.)

26. Camminavamo ogni giorno fino allo stesso punto della spiaggia; ero ansioso di sapere se c’era Cédric: di solito sì. Di solito quando andavo a fare il bagno era già in acqua, perché i bambini sono più resistenti all’acqua e al freddo e il tempo procede per loro a scossoni. A volte, il mare era già un po’ mosso e approfittavo dell’agitazione e del movimento e dello squilibrio e del gettarsi nelle onde e di surfarci sopra per avvicinarmi e quasi toccare Cédric. Non l’avevo duro: ma mi piaceva essere vicino al ragazzo che l’acqua faceva luccicare e brillare nel sole. I miei desideri mi stupiscono poco: non quello di un bambino più di un altro: ma mi piaceva desiderarlo adesso, a causa della pessima fama creata per quelli che li seducono. Ad ogni modo, lui: era in anticipo sul futuro, e si sapeva (già) quanto spesso avrebbe suscitato l’amore.
(A Yaël Pachet non piacevano gli ultimi due versi; a Pierre Michon sì, molto (lo diceva); anche François Vergne affermava che gli piacevano. Non sapevo cosa pensare, a chi credere, mi parve che (ma era ovvio) ciascuno giudicava da sé, da là dov’era sé. Il sistema allora per accordarvi delle certezze.)

29. Camminavo in una Parigi settembrina, ma era ancora agosto. Provavo un leggero rimpianto di Cédric e anche dell’oceano suppongo, delle ore passate a non fare. Soprattutto, trovavo triste la non-concordanza dei tempi: ci sono dei ragazzi nel futuro che sono esempi di bellezza e che, per la forza delle cronologie divergenti, non posso toccare. Certamente, dei cadaveri oggi sotto la struttura di antichi desideri possibili, meravigliosi che avrebbero potuto promettermi. Camminavo malinconico all’idea di un mondo (il mio) tessuto da volti utopici, non accordati a me. Per intristirmi di meno, pensavo a Cédric in vita: torceva i seni di una donna, la prendeva, a lei piaceva: stando a lei e ai suoi gemiti.

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17 Responses to Quattro poesie di Stéphane Bouquet

  1. Giorgio Di Costanzo (Ischia il 28 febbraio 2006 alle 19:43

    Cercherò di essere educato e civile, ma il contenuto di queste “parole” è ripugnante! Una volta ho letto i romanzi di Tony Duvert, con attenzione ed altrettanto disgusto. Può darsi che io abbia equivocato (e chiedo scusa), ma questi “testi” di Bouquet (da non confondere col geniale JOE BOUSQUET) mi sono sembrati un’esaltazione di un comportamento “deviante” e gravemente nocivo (che condanno senza appello). Spero di essermi sbagliato.

  2. Andrea Raos il 28 febbraio 2006 alle 21:47

    No no, hai capito benissimo. O meglio, non hai capito nulla, ma non so cosa farci.

  3. tashtego il 28 febbraio 2006 alle 23:25

    sono sicuro che giorgiodicostanzoischia scherza, dai.

  4. fm il 28 febbraio 2006 alle 23:42

    Mi sa che non siamo più capaci di leggere niente, al di là dei quattro ritagli di senso a cui sono aggrappati i nostri resti. Vorrei sbagliarmi, ma la deriva che si respira altrove ne è un segnale inequivocabile.

    E così, caro Andrea, ho il vago timore che questi bellissimi testi saranno scambiati proprio per quello che non sono, visto il clima che circola.

    Poesia della lontananza e dell’assenza. Dello sguardo che ammutolisce con le cose, mentre il tempo che passa scava nelle pupille frammenti di volti e di nomi. Del sé che si cerca, proprio quando la memoria è già distanza e oblio.

    Grazie per averli postati: anche per questo, credo: per mostrare cosa può la letteratura (la poesia, in questo caso) quando si avvicina all’inconfessabile con i suoi strumenti più veri.

    Buona notte.
    Buonanotte

  5. gabriella fuschini il 1 marzo 2006 alle 00:10

    Sì, poesia dell’assenza, della malinconia e del desiderio struggente che si frantuma contro la muraglia di sabbia e alghe e conchiglie…
    “E che il mare cancellasse ogni traccia delle mie sofisticate costruzioni.”
    E’ toccante la delicatezza delle immagini, dell’impossibilità del desiderio, “per la forza delle cronologie divergenti”.

  6. andrea inglese il 1 marzo 2006 alle 09:08

    Alberto Crespi, presentando per l’Unità “Lolita” di Kubrick (pubblicato da Nabokov nel 1955, tradotto in italia nel 59 da mondadori – sceneggiatura del 1961) scrive: “La cosa più incredibile di “Lolita” è che oggi, a distanza di oltre 35 anni, sarebbe un film impossibile. Come dite? E’ appena stato rifatto da Adrian Lyne, con Jeremy Irons nel ruolo che fu di James Mason (…)? Appunto: questo nuovo film (…) ha conosciuto problemi dovunque e in molti paesi, a cominciare dagli USA, non ha trovato distribuzione ed è stato, di fatto, proibito dalla censura di mercato. Già, gli Usa, avete presente? Quel paese dove anche un bambino delle medie puo’ entrare in un’armeria e comprarsi un fucile a pompa da portare a scuola (…)”

    E aggiungo: una società che non sa distinguere letteratura e realtà, ha poca familiarità con la propria immaginazione più “profonda”, e si prepara a confondere i propri incubi con la veglia: a fare processi ad innocenti, per esorcizzare i propri fantasmi. Consiglio a tutti un film che è stato distribuito in Italia, uscito anche in DVD: titolo originale “Capturing the friedmans” di Andrew Jarecki del 2003 (in italiano, se non sbaglio, “Una famiglia normale”). Storia reale di un processo per pedofilia avvenuto negli USA: storia di una grande, agghiacciante, confusione tra fantasmi e realtà.

  7. georgia il 1 marzo 2006 alle 10:38

    io andrea la penso proprio come te:

    “una società che non sa distinguere letteratura e realtà, ha poca familiarità con la propria immaginazione più “profonda”, e si prepara a confondere i propri incubi con la veglia”

    MA forse abbiamo un concetto diverso di cosa sia letteratura, non tutto ciò che è scritto è letteratura, non tutto ciò che è dipinto, fotografato o filmato è arte.
    In una società normale spesso la letteratura è stata scambiata dai burocrati per pornografia, va tutto bene, la società ha continuato a reggersi per millenni e prima o poi anche i burocrati hanno accettato l’intelligenza e le opere d’arte e anzi ne sono diventati poi i maggiori custodi e sponsor.
    In una società marziale di macchine (parlo di macchine non di moralisti) si rischia di far passare per letteratura anche l’abile pornografia solo perchè rende di più, perchè sponsorizza meglio di ogni altra cosa una merce.
    Non c’entrano più solo i burocrati qui, perchè questi si sono completamente mimetizzati in tutto quello che rende e vende, e sono merce loro stessi.
    Non credo che una società del genere continuerà a reggersi con faciltà, ma forse è cosi solo perchè è agli sgoccioli, oppure siamo solo noi, umani di frontiera, agli sgoccioli.
    Del resto per capire che oggi la pornografia sia un genere che tiri più di tutto basta vedere le macabre foto di abu grahib che, cosa intollerabile per una mente normale, dalla prova colpevole di una tortura abominevole sono diventate merce con un ricco mercato in america (e forse anche da noi) come ha un ricco mercato tutta la pornografia cosidetta pedofila anche fra i non pedofili.
    La Pornografia è la cosa più conformista che l’uomo produca, di più conformista c’è solo la pornografia marziale
    Non dico queste cose per moralismo, io sono per la libertà di scrittura, ma anche per la libertà di critica, non mi piace chi mi controbatte con esempi e prove del mondo che ci siamo volontariamente frantumati alle spalle.
    Credo oggi sia più colpevole chi fa passare per arte ogni semplice merce che rende, di chi, per incomprensione, ritardava l’affermarsi di un’opera d’arte.
    Poi non escludo un’altra cosa, ancora più terribile che … noi oggi non siamo più in grado di usare le parole. Annichiliti non siamo più in grado di farle suonare, urlare renderle così lievi da metterci dentro il mondo esterno, farle scivolare su una pianura proibita. Forse le parole italiane non ci appartengono più, ce le hanno clonate e ci hanno lasciato gli scarti, i gusci morti e con quelle si può solo scrivere così, si può solo fare pornografia. Può essere, ci mediterò sopra, in fondo nessuna epoca sceglie la propria scrittura e dare colore alle parole morte non è possibile neppure ai poeti
    Noi siamo un’epoca pornografica, e ad ogni epoca rimangono sempre, anche se ha ucciso i poeti, i suoi stenografi.
    geo
    P.s
    naturalmente quello che ha postato Raos non è pornografia, anzi è molto bello e lieve

  8. andrea raos il 1 marzo 2006 alle 10:55

    Georgia, nei commenti a un altro post ti è stato (gentilmente) chiesto di prenderti una vacanza dai commenti di NI. Mi associo alla richiesta (gentilmente anch’io s’intende), almeno per quanto riguarda i pezzi da me postati. Non disturbarti a rispondere. Ciao,

  9. georgia il 1 marzo 2006 alle 11:03

    ok rispetterò la libertà d’espressione di NI ;-)

  10. andrea raos il 1 marzo 2006 alle 11:11

    Grazie.

  11. tashtego il 1 marzo 2006 alle 11:45

    buona poesia.
    buona scrittura.

  12. Robert Miradique il 1 marzo 2006 alle 11:47

    Sarebbe possibile pubblicare anche il testo in francese?
    Bouquet è un ottimo critico cinematografico (sceneggiatore, anche): come poeta ancora non saprei… il testo in originale aiuterebbe?

  13. maline il 1 marzo 2006 alle 12:21

    Carichiamo le parole troppo di significati e spesso rimpiangiamo poi il loro scricchiolare e crollare sotto questo peso. Ne dimentichiamo la musica, il potere evocativo, il richiamare un’assenza, il loro contornare un desiderio. Non è che non sappiamo più leggerle: vogliamo leggervi troppo

  14. Andrea Raos il 1 marzo 2006 alle 14:24

    A Robert Miradique: i testi originali dovrei copiarmeli a mano, e sono pigro… I suoi libri si trovano comunque facilmente. Se vuoi un assaggio, un po’ di tempo fa avevo tradotto un’altra sua poesia, e lì avevo messo anche il francese.

    https://www.nazioneindiana.com/2005/12/16/poesia-reale/

  15. Robert Miradique il 1 marzo 2006 alle 14:47

    grazie… segnalo un pezzo di Bouquet apparso anni fa sui Cahiers du cinéma (n. 527, 1998), “De sorte que tout communique”, dove – in tempi non sospetti – si discute il rapporto tra l’installazione museale e l’idea di cinema di alcuni cineasti contemporanei (per esempio Cronenberg).

  16. Andrea Raos il 2 marzo 2006 alle 12:15

    Grazie per la segnalazione. Io ho visto solo “La traversée”, che mi era piaciuto molto.

  17. mauro il 2 marzo 2006 alle 23:19

    Egr.Sig.Raos…perche’ quel gentile invito..alla cara Georgia..!?..suvvia sia tollerante..le regalo una perla…Articolo 21
    Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione…nel caso lo ritenesse opportuno..il 21..puo’ giocarlo sulla ruota di Firenze…! :-)



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