Per sempre

9 ottobre 2007
Pubblicato da

di Christian Raimo

Questa è una recensione a Per sempre di Edoardo Nesi.
Ma bisognerebbe fare prima un discorso articolato, complesso sul processo di “ferdidurkizzazione”, di infantilismo di ritorno, che sta avvenendo in Italia. Nel romanzo di Gombrowicz, Ferdydurke, un Gregor Samsa qualunque, un trentenne, si sveglia una mattina e si ritrova trasformato in un adolescente.
E proprio una mutazione di questo genere è quella che riguarda, nell’immaginario e poi nella realtà, anche la generazione di trentenni nostrani, che ogni giorno vengono presi e trattati come – alla lettera – dei bamboccioni. I presunti giovani, gente che ha 30 anni appunto, diventano persone di cui bisogna occuparsi, equiparati ad adolescenti fragili da tutelare. Del resto la “questione giovani” è un tema che tira. In libreria sono appena usciti libri di adulti preoccupati: Tito Boeri e Vittorio Salasso hanno scritto Contro i giovani prendendo le solerti difese di tutti quelli che potrebbero essere i loro figli; Umberto Galimberti (che nelle foto è giustamente sempre accigliato come un padre burbero) ha pubblicato L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, in cui finalmente ci illustra cosa c’è che non va. Ma ci sono intere carriere editoriali costruite sull’analisi del male di gioventù, tipo quella di Paolo Crepet e Vittorio Andreoli. E non ultimo un ministero è stato rinominato apposta e affidato a Giovanna Melandri: avrà a cuore i destini di tutti quelli che – secondo le regole ministeriali – non hanno ancora compiuto il trentacinquesimo anno di età.
Anche le case editrici stanno riscoprendo un’attenzione tutta particolare per i giovani, e sulla scorta dell’exploit del giovanologo per antonomasia Federico Moccia, si aprono collane dedicate apposta ai gusti degli adolescenti, post-adolescenti, peterpan di tutte le età. Ecco che per Teens di Fanucci escono titoli significativi come TVUKDB, Caro Johnny Depp o Solo in città (dalla scheda di presentazione:“ ‘Ebbene sì, sono stato una capra a scuola e ora sono incollato qui in città fino al 6 agosto. Che palle!’ Milano, luglio, un caldo pazzesco”), così come Newton Compton ha voluto vari volumi della sua Anagramma ad uso e consumo di inquietudini post-puberali. E i ragazzi, appunto, in libreria questi libri comprano: non un Hermann Hesse, non un J.D. Salinger, non un Pavese e un Fenoglio (a meno che proprio costretti da un insegnante in afflato pedagogico).
Come faceva notare in un suo intervento Marco Lodoli, scrittore-insegnante, dai ragazzi viene letto esclusivamente quello che è scritto, pensato, esistenzialmente risolto con la stessa lingua, lo stesso immaginario, la stessa gamma di possibilità di vita del loro mondo; il resto semplicemente non esiste. Nei protagonisti dei romanzi di Moccia, ci si identifica perché appunto si è uguali. Stessi tatuaggi, stessa povertà semantica. Stessa direttezza.
Lo sperimentalismo anche ingenuo di scrittori per giovani come sono stati, per dire, Tondelli, Palandri, De Carlo, Brizzi, oggi va spazzato via in nome della formalizzazione quanto minore possibile. Si scrive pari a pari con il lettore. Si mette in pagina quello che è stato pubblicato sul blog. La voce dei giovani diventa quella di Pulsatilla, di Caterina Cutolo, di Sonodisperata.
In questo contesto parlare di romanzo di formazione sarebbe come ricordare che un tempo si scrivevano poemi bucolici. Il romanzo per giovani che oggi si trova in libreria non ha nessuna pretesa né voglia di essere il racconto di una bildung, prova ne sia che può avere un seguito. A Tre metri sopra il cielo può seguire Ho voglia di te, e da Ho voglia di te può scaturire lo spin-off Cercasi Niki disperatamente. Ci potrebbe mai essere un Giovane Holden 2? Un Ritorno dei ragazzi della via Pal? Un Arichiamalo sonno? No, semplicemente perché i protagonisti di quei romanzi sono passati per un’esperienza irripetibile, hanno attraversato una linea d’ombra, una soglia. Non vivono vita natural durante il territorio della crisi (etimologicamente il momento della scelta). La loro crisi è stata, piuttosto, esemplare per affrontare tutte quelle che li attenderanno nell’età adulta.
Allora, deve avere avuto una sensazione del genere Edoardo Nesi nel momento in cui ha scelto di scrivere un romanzo apparentemente giovanilista come Per sempre. C’è una ragazzina protagonista, Alice, che ha vent’anni, sette tatuaggi, un fidanzato sparito, un lavoro di merda al call-center, va in discoteca, si fa di coca, prende tanti psicofarmaci, ha un rapporto disastroso con la madre. Ma – diversamente dai suoi coetanei che la accompagnano sugli scaffali delle novità – ha una lingua sua (a tratti ostile, non condiscendente) e – udite! udite! – dall’inizio alla fine del libro cresce. In lei cambia qualcosa che non potrà essere reversibile: arriva al punto più basso della sua vita, conosce Gesù, e comincia una specie di conversione che appunto non si sa come andrà a finire. Quello riguarda la maturità, la vita di tutti i giorni di essere adulti, non un romanzo di formazione. E per questo, per questa sbandierata normalità, per questa possibilità che Nesi mette in scena di immedesimarsi nella testa di una ragazzina allo sbando che però accetta di cambiare, di trasformare una volta e per tutte il corso della sua vita, e sì poi si vedrà, che Per sempre è un romanzo notevolissimo, disturbante per la sua naturalezza, per l’umiltà assoluta e l’ambizione esagerata che spetta appunto alla letteratura e non ai prodotti di consumo editoriale.

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14 Responses to Per sempre

  1. The O.C. il 9 ottobre 2007 alle 21:19

    “Lo sperimentalismo anche ingenuo di scrittori per giovani come sono stati, per dire, Tondelli, Palandri, De Carlo, Brizzi”. Una conoscenza di quel che è stata l’ultima letteratura italiana degna di riguardo (compreso Brizzi) che è sconvolgente.

  2. Nona il 9 ottobre 2007 alle 23:22

    “non sei né giovane né vecchio, ma è come sogno pomeridiano”.

    è vera la ripetizione di cui parla raimo: si potrebbe parlare di pornografia editoriale della giovinezza.

  3. aprireilfuoco il 10 ottobre 2007 alle 00:50

    Io non ho capito una parola di questo articolo. E sì che ho letto il romanzo di Nesi. Non capisco come questo enorme cappello da cow boy sul giovanilismo letterario si abbini al romanzo di Nesi. Raimo scambia il contesto per il romanzo e a dieci righe dalla
    fine, in un inciso, en passanti, dice “conosce Gesù e…”. ma come “conosce Gesù e…”. QUELLO E’ IL ROMANZO. E’ il tentativo di un romanzo. Che non so se è riuscito ma è la cosa più lontana dal giovanilismo che si possa pensare. Perché per quanto siano ammirevoli gli sforzi di Nesi, questa ragazzina non è rappresentativa di nessuna generazione. O forse solo del modo in cui i quarantenni pensano i ventenni.
    Si poteva parlare di Berto “La gloria”, dei Vangeli apocrifi, del fascino che la figura di Gesì continua a esercitare. Di tutto tranne che di Moccia insomma.

  4. valter binaghi il 10 ottobre 2007 alle 09:46

    L’articolo di Raimo è chiarissimo, invece, perchè apre una finestra sintetica sul giovanilismo letterario che è un problema piu sociologico (malcostume editoriale) che letterario (brutti romanzi, stereotipi linguistici). Mostra che il romanzo di Nesi attinge apparentemente a questo milieu per svilupparsi invece in vera e autentica narrazione. Fa venire voglia di leggerlo.
    Cos’altro volete da una recensione?
    Mi piace molto anche l’espressione di Nona: “pornografia editoriale della giovinezza”. E’ assolutamente calzante. Un solo appunto: i De Carlo, i Tondelli, i Brizzi, che Raimo pone fuori da questa deriva, ne sono stati invece i veri iniziatori.

  5. antoniomenna il 10 ottobre 2007 alle 10:55

    Per me Tondelli è una cosa, DeCarloBrizzi un’altra.

  6. Nunzio Festa il 10 ottobre 2007 alle 11:21

    per quanto possa valere il mio pensiero – opinione:

    c’è del Tondelli – e su questo forse non sono in accordo con Serino – che non è stato iniziatore della deriva, a mio avviso (mi rivolgo direttamente e di più a V. Binaghi) Ma che è entrato con la penna nei corpi e nelle anime,
    il resto non l’ha voluto anzi quella letteratura di Tondelli il Resto l’ha subito.

    b!

    Nunzio Festa

    p.s. il discoro di Raimo, invece, mi sembra condivisibile. rileggerò comunque

  7. The O.C. il 10 ottobre 2007 alle 12:06

    Rileggo: “Lo sperimentalismo anche ingenuo di scrittori per giovani come sono stati, per dire, Tondelli, Palandri, De Carlo, Brizzi”. Rinchiudere Tondelli nell’abbraccio mortale dello sperimentalismo vuol dire stopparsi ai primissimi anni ottanta. Ingenuo, poi, non direi proprio, visto la paraculaggine con cui il Nostro recepì la lezione di Ragazzi di Vita, intendo da un punto di vista editoriale, di affermazione personale e di come fare a vendere qualche copia in più (sull’alto paraculismo tondelliano si veda Canalini).

    Sperimentalimo in Boccalone, poi, ce n’è poco. E’ un diario, quello sì, ingenuo dei bei tempi settantasetti (benvenuta ingenuità). Dopo, Palandri ha continuato a seguire la strada maestra del realismo (si veda Panzeri).

    Sperimentalismo in “Treno di Panna” meno di zero. Ingenuità anche qui poca, come dimostrano i capitoli su Marsha Mellows. Sul De Carlo successivo (certamente un po’ rincojonito dall’età, ma non era più giovane!) si veda “Macno” piuttosto che “Arco d’amore”. Le ambizioni felliniane, non solo i bacetti di Noi Tre.

    Come pure, Di Brizzi che negli ultimi tempi si è messo a girare a piedi l’Italia si veda le belle parole spese da Langone. Pare di rivedere Celati e i suoi viaggi in Pianura.

    Il “giovanilismo” è stato (anche) una trovata (l’ultima) della critica letteraria di stretta osservanza accademico-marxista per arginare quella che non era più letteratura e popolo, scrittura e impegno. “Giovanilismo” fa il paio con “disimpegno”, stereotipi buoni per quei cattedratici che oggi, dismessi i panni da professoroni, si sono dati anima e core alla difesa dell’ambiente nella Toscana felix, cioé vicino al villone mio l’autostrada non passerà.

  8. Nunzio Festa il 10 ottobre 2007 alle 12:30

    non condivido su Tondelli, Ma il resto di O.C. mi sembra più che interessante.
    De Carlo per esempio ripete pagine con altri personaggi e cercando quasi sempre altri luoghi, ma muore nella sua Banalità fatta di non – emozioni e ripetizioni assordanti.

    b!

    Nunzio Festa

  9. montekristo il 10 ottobre 2007 alle 15:00

    Peccato ci sia di mezzo Gesù, comunque (un vero giovanilista, peraltro).

  10. diamonds il 10 ottobre 2007 alle 15:11

    Di Brizzi sto leggendo Tre ragazzi immaginari,che insieme a Bastogne mi sembra un ottimo esempio di sperimentalismo.Lontano dalla “mistica del sesso” Milleriano,certo,ma non distante da certi deliri colti d’alta scuola.Ultimamente ha cambiato genere rischiando di tasca propria,ma ha sempre qualcosa da insegnarmi.Nella letteratura di massa di cui si sta parlando mancano digressioni di qualità,le uniche cose che permettono al fruitore di affrontare la linea d’ombra superandola grazie al rendez vous con le proprie zone oscure.Sono libri senz’anima

  11. Scerbanenko il 10 ottobre 2007 alle 18:25

    Trovo che quest’articolo di Raimo sia molto interessante.

  12. Giorgio Tesen il 10 ottobre 2007 alle 21:23

    Questo intervento è bello, soprattutto l’inizio. Una bella riflessione sui ‘bamboccioni’ della letteratura nostrana.

  13. The O.C. il 11 ottobre 2007 alle 00:12

    Ricordo che uno di questi bamboccioni, a meno di 40 anni, e tra i pochissimi in Italia, era già stato tradotto negli Stati Uniti (separate tales).
    Altro che blog.

  14. tashtego il 12 ottobre 2007 alle 00:01

    mi piacerebbe sapere cosa significa la frase “conosce Gesù”.
    legge i vangeli?
    le lettere di san paolo?
    parla con un prete?
    fa la prima comunione?
    si infervora de cattolicesimo?
    vede apparire gesù?
    nel cielo?
    sulla terra?
    a mezza altezza?
    dal post sembrerebbe che ad attaccare i lucchetti ai lampioni si è un po’ fessi e non si va da nessuna parte, mentre invece a conoscere gesù si diventa adulti.
    a parte la tesi, che potrei essere tendenzioso, non è un po’ sbrigativa, come recensione?



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