Il terzo stile di Karlheinz Stockhausen

stockhausen.jpgdi Cristoforo Prodan

[Questo pezzo, recensione al concerto di Karlheinz Stockhausen tenutosi all’Auditorium della Musica di Roma – Sala Sinopoli il 7 maggio 2007, era apparso, in forma molto ridotta, su Musica, n. 186, maggio 2007. Questa versione integrale è inedita. a.r.]

Per esprimere una valutazione equilibrata sulle avanguardie musicali, del secolo scorso e contemporanee, è bene sfrondare il ragionamento da tutti quei radicati pregiudizi che non tengono in seria considerazione la ricerca nel campo musicale. Un’analisi basata quasi esclusivamente sul gradimento di un ipotetico pubblico, vagamente idealizzato e arbitrariamente oggettivato è, da questo punto di vista, fuorviante, perché tende a rimettere in discussione risultati ormai acquisiti da decenni da parte dell’estetica musicale moderna. I fatti musicali moderni sono essenzialmente fatti artistici e, come tali, sono espressione inconsapevole di compositori, di movimenti, di scuole, o tutt’al più semplice manifestazione di uno stile che si è determinato storicamente. Questa è una doverosa premessa per poter parlare del concerto/installazione di uno dei massimi rappresentanti di quel movimento della musica post-weberniana che si è sviluppato nella seconda metà del secolo scorso: Karlheinz Stockhausen (1928).


Stockhausen nasce musicalmente nello Studio fur Elektronische Musik della radio Westdeutscher Rundfunk (WDR) di Colonia che, negli anni ‘50, costituiva uno dei tre poli principali della ricerca sulla musica concreta e elettronica, assieme al Groupe de Recherche Musicale di Parigi e allo Studio di Fonologia della RAI di Milano. In quegli anni era vivo l’entusiasmo creativo per le grandi possibilità offerte dalle nuove tecnologie elettroacustiche. Si era avviata inoltre, nella cultura musicale e nella prassi compositiva e interpretativa, una progressiva emancipazione del rumore, che per la prima volta assumeva la stessa dignità musicale del suono propriamente detto. Lo studio di Colonia era figlio dello strutturalismo, che in quegli anni si andava diffondendo in tutti i settori della cultura, e dell’eredità dell’esperienza dodecafonica e seriale, che partiva da quel concetto di melodia di timbri che era stato anticipato da Arnold Schönberg nell’ultimo capitolo del suo Trattato d’armonia e che ora era più facilmente realizzabile grazie alle tecnologie elettroacustiche.

Il concerto si è svolto nell’ambito della rassegna di musica contemporanea Meet in Town della Fondazione Musica per Roma, e come anteprima della settima edizione del festival di musica elettronica e arte digitale Dissonanze. Un punto d’incontro tra una rassegna colta, quella di Musica per Roma, e un festival con un taglio decisamente più giovanilistico, fatto di dj set, musica techno, e di tutto quel vasto assortimento musicale che spazia dal rock elettronico alle cosiddette “nuove sonorità”. Siamo tuttavia ancora lontani, a Roma, e nonostante le grandi potenzialità dell’Auditorium Parco della Musica, dal fare un discorso unitario sulla musica contemporanea. Troppi ancora i soggetti che spesso prendono direzioni diverse e raramente comunicano tra di loro (Musica per Roma, Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Nuova Consonanza, Dissonanze, eccetera). E tuttavia, in questo contesto, è stato inserito il concerto di Karlheinz Stockhausen.

Entriamo nella Sala Sinopoli e vediamo proprio lui, seduto davanti a una postazione situata al centro della platea, attrezzata con una grossa console mixer. Statura imponente, capelli bianchi, giaccone bianco, sciarpa bianca. Un quasi ottantenne veramente in forma, che emana la tranquillità e l’autorevolezza di un santone. Con sguardo sereno e interessato osserva in silenzio e con compostezza la gente che entra nella sala. Tanti anche i giornalisti e gli addetti ai lavori. Un concerto dunque di musica elettronica e concreta: una prima italiana, Mittwochs-Gruss (Saluto del mercoledì, 1998, durata 53 minuti, musica elettronica e concreta); e una prima assoluta Cosmic Pulses (2007, durata 34 minuti, musica elettronica), commissionata appositamente da Dissonanze. Il primo pezzo fa parte del ciclo di opere denominato LICHT (Luce) / Die 7 tage der Woche (I sette giorni della settimana) e il secondo pezzo fa parte del ciclo KLANG (Suono) / Die 24 Stunden des Tages (Le 24 ore del giorno). Nel programma di sala si parla, significativamente, di “proiezione del suono” da parte di Karlheinz Stockhausen e nello stesso viene anche riprodotta la spiegazione tecnica, in inglese, con disegni e schemi, dei brani proposti. Il palco è vuoto, con un grosso telo nero sul fondo e un faro che vi proietta un disco luminoso. Stockhausen sale un attimo sul palco e saluta in maniera molto discreta le autorità presenti, spiegando che nei sui concerti è solito tenere la sala a luci spente con quella “piccola luna” di luce sul telo nero. Ma non è necessario – sostiene – fissare lo sguardo su di essa, in quanto è preferibile “chiudere gli occhi per vedere meglio” e muovere lentamente il capo nelle varie direzioni per seguire la spazializzazione del suono. La sala infatti è stata attrezzata con un sistema di otto gruppi di diffusori, posti in alto, sui lati delle pareti. “Buon viaggio nello spazio infinito”, sono le sue ultime parole prima dell’esibizione.

Il primo pezzo, Mittwochs-Gruss, è giocato sul lancio di gruppi di suoni da una parte all’altra del quadrilatero della sala. Riecheggiando qui le sue precedenti esperienze vocali-strumentali, Stochausen inserisce degli innesti “concreti”, cioè delle voci registrate e manipolate elettronicamente, che ripetono le parole “Eve”, “Michael”, “Lucifer”. Questi sono dei personaggi-archetipo, che fanno parte di un rituale misticheggiante tipico di questo ciclo. Viene impressa ai suoni una rotazione spaziale che scandisce un tempo interiore, mentre gli innesti vocali creano un’aura vagamente inquietante. Ritroviamo in questo pezzo alcune caratteristiche dello Stockhausen della sua prima composizione elettronica, Gesang der Jünglinge (1956): la sua straordinaria capacita di manipolare e muovere la materia sonora nell’ambiente; la sua abilità nel destrutturare il discorso temporale lineare, fatto di memoria e attesa – tipico della musica – attraverso la spazializzazione circolare, e dunque ciclica, del suono; le scariche di gruppi sonori, di derivazione puntillistica, contrapposte agli innesti vocali concreti.

Il secondo pezzo, Cosmic Pulses, è invece solamente elettronico. Il sistema di spazializzazione attivato ci sembra ora più avvolgente, è infatti in questo pezzo che Stockhausen sfruttata pienamente il generatore di effetti ottafonico (OKTEG), che gli permette di generare e muovere contemporaneamente 24 livelli di suono indipendenti tra gli 8 gruppi di diffusori, su 24 traiettorie differenti nello spazio, come se avesse composto – come dice – “le orbite di 24 lune o 24 pianeti”. Un tessuto sonoro molto fitto, costituito da un continuo brusio di timbri, come un vociare ininterrotto in cui migliaia di suoni frammentati e atomizzati nascono e muoiono freneticamente. Il pezzo è molto suggestivo, molto diverso dal precedente, ed è indicativo di quello che si potrebbe chiamare – per usare una felice definizione di Paolo Castaldi a proposito di Bach, Debussy e Stravinsky – il “terzo stile” di Stockhausen, cioè il suo stile della maturità. Fantastico il finale, in cui le mille voci del tessuto musicale rimbalzante circolarmente sulle pareti della sala, progressivamente diminuiscono, per sottrazione, fino al punto che un klang grave e uno acuto si rincorrono fino a dileguarsi per sempre, nello “spazio invisibile” appunto. Ovazioni.

Evidente nella musica di Stockhausen la riaffermazione della necessità della performance dal vivo, che opera su una forma estremamente elaborata attraverso un discorso musicale discontinuo, fatto di “agglomerati sonori” che si sovrappongono, spazializzati in maniera tale che il tempo viene scandito dalle direzioni di provenienza dei gruppi di particelle sonore. Resta ancora escluso, da questo tipo di musica, il ritmo: non quello musicale, interno alla frase, ma quello esterno, nel senso “batteristico” del termine.

È musica?, è installazione?, è suggestione? È difficile fornire una definizione univoca. Sicuramente siamo di fronte a un fatto artistico significativo, che parte dalla musica del nostro tempo e che, modernamente, non ci fornisce delle risposte sicure, ma ci indica immaginificamente uno dei tanti percorsi espressivi possibili.


Andrea Raos

andrea raos ha pubblicato discendere il fiume calmo, nel quinto quaderno italiano (milano, crocetti, 1996, a c. di franco buffoni), aspettami, dice. poesie 1992-2002 (roma, pieraldo, 2003), luna velata (marsiglia, cipM – les comptoirs de la nouvelle b.s., 2003), le api migratori (salerno, oèdipus – collana liquid, 2007), AAVV, prosa in prosa (firenze, le lettere, 2009), AAVV, la fisica delle cose. dieci riscritture da lucrezio (roma, giulio perrone editore, 2010), i cani dello chott el-jerid (milano, arcipelago, 2010) e le avventure dell'allegro leprotto e altre storie inospitali (osimo - an, arcipelago itaca, 2017). è presente nel volume àkusma. forme della poesia contemporanea (metauro, 2000). ha curato le antologie chijô no utagoe – il coro temporaneo (tokyo, shichôsha, 2001) e contemporary italian poetry (freeverse editions, 2013). con andrea inglese ha curato le antologie azioni poetiche. nouveaux poètes italiens, in «action poétique», (sett. 2004) e le macchine liriche. sei poeti francesi della contemporaneità, in «nuovi argomenti» (ott.-dic. 2005). sue poesie sono apparse in traduzione francese sulle riviste «le cahier du réfuge» (2002), «if» (2003), «action poétique» (2005), «exit» (2005) e "nioques" (2015); altre, in traduzioni inglese, in "the new review of literature" (vol. 5 no. 2 / spring 2008), "aufgabe" (no. 7, 2008), poetry international, free verse e la rubrica "in translation" della rivista "brooklyn rail". in volume ha tradotto joe ross, strati (con marco giovenale, la camera verde, 2007), ryoko sekiguchi, apparizione (la camera verde, 2009), giuliano mesa (con eric suchere, action poetique, 2010), stephen rodefer, dormendo con la luce accesa (nazione indiana / murene, 2010) e charles reznikoff, olocausto (benway series, 2014). in rivista ha tradotto, tra gli altri, yoshioka minoru, gherasim luca, liliane giraudon, valere novarina, danielle collobert, nanni balestrini, kathleen fraser, robert lax, peter gizzi, bob perelman, antoine volodine, franco fortini e murasaki shikibu. 

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  60 comments for “Il terzo stile di Karlheinz Stockhausen

  1. luminamenti
    11 dicembre 2007 at 07:30

    Qualcosa è, sicuramente direbbe un ontologo. Sicuramente fallimentare, che non piace ai più. Ma non si tratta neanche di una maggioranza, non c’è proprio la minoranza (anche se c’è chi è interessato a farlo credere! e poi ci sono quelli che ci credono davvero non credendoci!) Anche questo fatto è Qualcosa. Che andrebbe indagato!
    p.s le avanguardia musicali sono un fallimento totale.
    D’altra parte uno studio dell’orecchio sonoro mostrebbe l’impossibilità sonora. Arte? di che genere? certo in questo senso qualcosa è, da classificare. Personalmente ascolto con frequenza regolare e canto Stimmung, ma non perché mi piaccia (che possa piacere?) ma perché come musicoterapeuta so bene l’effetto che ha sul corpo umano. Stockhausen è un genio, basta che non ne se ne parli in termini di musica (con l’eccezione della musicoterapia)

  2. s
    11 dicembre 2007 at 08:41

    Arte come articolazione di elementi, qui articolazione di suoni nella dimensione spazio temporale, articolazione per dire la vita.

  3. Cristoforo Prodan
    11 dicembre 2007 at 10:11

    @ luminamenti

    Siamo alle solite: botte da orbi a tutte le sperimentazioni e le avanguardie (ma – a questo punto – solo musicali?) del Novecento. Caratteristica dell’epoca storica che viviamo è quella di un generale riflusso revisionista, che nei più disparati campi della cultura tende semplicemente a saltare tutto il Novecento e a reinventare la ruota. Un Contrordine compagni! molto pericoloso e ricorrente, che spesso assume tratti inavvertitamente oscurantistici.

    La questione del rapporto tra produzione musicale, interpretazione e gradimento del pubblico è cosa non nuova. Ce la trasciniamo dietro da almeno mezzo secolo. E il problema è in realtà molto più ampio. Non riguarda solo la musica, ma la produzione artistica e umana nel suo complesso. Chissà perché, mentre in altri ambiti queste problematiche sembrano superate ormai da tempo (tutto il lavoro di elaborazione storico-critica fatto sul modernismo e il postmodernismo, tanto per citare un esempio), in campo musicale si assiste periodicamente a un ritorno al passato.

    Dire che le avanguardie musicali, dal serialismo in poi, non siano musica, che siano una parentesi da dimenticare il prima possibile, è un’enormità. Non è corretto esprimere dei giudizi di carattere estetico basandosi solo sul gradimento di quel feticcio di comodo che viene chiamato “pubblico”. Mi viene in mente il famoso film “Sogni d’oro” di Nanni Moretti in cui il protagonista – un giovane regista regista impegnato in un difficile film su Freud, avversato da critica e pubblico – alla fine urlava: “pubblico di merda!”. E, all’opposto, mi viene in mente l’iperbole di quel notevole scrittore satirico che era Paolo Villaggio nel “Secondo tragico Fantozzi”, quando al termine dell’ennesima proiezione della “Corazzata Potemkin” seguita dall’immancabile dibattito, fa dire al suo personaggio: “è una cagata pazzesca!”. Affermazione seguita appunto da quei famosi “90 minuti di applausi”, a dimostrare che il pubblico non ne poteva più di stare ad assistere a cose impegnate, lontane, noiose, eccetera eccetera. Siamo comunque di fronte a due facce della stessa medaglia: il giudizio del pubblico come valore fondante. Oggi il pubblico viene spesso chiamato “mercato”.

    In questo equivoco sono caduti spesso personaggi che, provenendo da altri ambiti, cercavano di mettere ordine tra le macerie in cui si era ritrovata tutta la musica a partire dall’inizio del “secolo breve”. Ci ha provato Alessandro Baricco, in quel suo “L’anima di Hegel e le mucche del Wisconsin” in termini culturali; ci ha provato il fisico Andrea Frova nel suo recente “Armonia celeste e dodecafonia”. Dai due diversi punti di vista il messaggio era in soldoni sempre lo stesso: la musica sperimentale e d’avanguardia (dodecafonica, o quant’altro) è non-musica (non-poeasia avrebbe detto Croce) perché a) non è gradita dal pubblico e b) non è “naturale”.

    Confutare queste prese di posizione acritiche contro la “nuova musica” allungherebbe il discorso oltre misura. Basti dire che entrambe tentano di fondare una metafisica della musica, la cui sola ragione di esistere dovrebbe essere solo di natura fisica (il nostro sistema orecchio-cervello è “adatto” a un certo tipo di musica) o di natura psicologica e morale (la trasmissione calorimetrica di sentimenti o di valori). Ma la musica non ha nulla da esprimere se non se stessa. E in questo sta la sua sostanziale “anarchia”, la sua resistenza a farsi catalogare e omologare.

    Infine, quel ramo della psicoterapia basta sull’uso di strumenti musicali che comunemente viene chiamata “musicoterapia” (e, eventualmente, anche nella sua accezzione allargata, che fa uso cioè semplicemente di suoni e di musica) non ha nulla a che fare col discorso musicale come fenomeno culturale.

  4. s
    11 dicembre 2007 at 10:56

    @Cristoforo Prodan

    Concordo su tutto. Anche sull’affermazione, giustamente provocatoria, che la musica esprime solo se stessa – mentre in realtà, essendo fatta dall’uomo, non può che esprimere l’uomo.

  5. Orsola Puecher
    11 dicembre 2007 at 11:09

    Concordo e rincaro.
    Che ineguagliabile senso di leggerezza appartenere a questa “minoranza che non c’è” [oggi niente bufere, c’è nebbia, anzi nuvole scese in visita]… in questo limbo di fatsmatica non esistenza, che sarebbe anche “interessata” a non si sa che cosa, e che, parafrasando, crede ma anche no, e credere non credendo è una condizione deliziosamente socratica, mi insorge una vivissima curiosità, che cosa guarirà mai l’ascolto di Stimmung? Una banale gastrite? Il ginocchio della lavandaia? La cefalea a grappolo? O peggio?
    Non sarà arte ma almeno Artz, allora.
    La discussione su cosa sia arte e cosa non lo sia è l’approccio in assoluto più noioso che che esita, ha, questo sì, sempre un qualcosa di interessato ed oscurantista, animato da non nobilissimi motivi, e mi sembra degna di quel film con Alberto Sordi e Signora in visita alla Biennale di Venezia.
    Molti anni fa mi capitava spesso di assistere ad opere alla Scala nei posti di abbonamento che mi cedeva una zia, i posti di abbonamneto sono sempre gli stessi, e quindi la vicina di posto a destra era sempre una signora bioda, sola, di mezza età, molto elegante e discreta: non tossiva mai e men che meno scartava caramelle di menta al momento della morte di Violetta, o Manon. Sempre, dopo pochi minuti dall’inizio di qualsiasi esecuzione, Verdi, Puccini, Wagner, Schoenberg persino, che fossero, non c’era verso, si assopiva dolcemente, mantenedo la posizione eretta meglio delle guardie della Regina con il colbacco d’orso a Buchingam Palace. La controllavo spesso con la coda dell’occhio: a qualche fortissimo di particolare intensità con timpani smartellanti al massimo apriva un occhio, ma poi lo richiueva inderogabilmente. Si svegliava di soprassalto agli applausi fine atto, a cui si univa convinta e soddisfatta, sempre e comunque. L’unica opera che la tenne sveglia dall’inizio alla fine fu Donnerstag aus Licht di Stockhausen.
    Non sarà che a volte il ritmo risolto culli e la sua mancanza invece allerti i sensi?
    Di quel lontano 1981 ricordo la direzione tesa e puntuale di Claudio Abbado. Poi la Piccola Scala, con le sue stagioni che privilegiavano questa musica.
    Ecco io credo che, come per tutte le cose un’abitudine all’ascolto della musica contemporanea, sfaterebbe la sua presunta difficoltà.
    Le morti di Stockhausene e di altri rattristano perchè e come se si portassero via pezzo a pezzo un passato dove per l’avanguardia c’era più spazio.

    Per quel che riguarda “l’impossibilità sonora” riporto una frase indirizzata ad un altro musicista “sperimentale” per i suoi tempi. Nel lontano 1600 un tale Artusi, non quello delle ricette di ravioli, in un pamphlet intitolato “L’Artusi ovvero delle imperfezioni della moderna musica” disse di lui che usava “procedimenti che offendono l’orecchio” e abusava delle dissonanze.
    Chi era il muscista?
    Monteverdi.

  6. Andrea Raos
    11 dicembre 2007 at 11:23

    Scusa Orsola, quindi tu alla Scala hai assistito alla leggendaria “scenetta dello sciopero” fra Stockhausen e Mazzarella dei Legnanesi? Se sì sappi che ti invidio, ma davvero tanto!

  7. Orsola Puecher
    11 dicembre 2007 at 11:41

    Ahimè no, Andrea, quello era Samstag aus Licht, credo qualche anno dopo.

  8. luminamenti
    11 dicembre 2007 at 11:55

    Per quanto riguarda le avanguardie musicali ritengo che siano un fallimento come un po’ tutte le avanguardie. Argomentarlo mi sembrerebbe inutile all’interno di un panorama generazionale che crede sempre che quello che viene dopo sia più nuovo o meglio, o innovativo o un progresso. Bisognerà aspettare perché il boomerang venga recepito!

    In quanto poi alla tua affermazione: “Chissà perché, mentre in altri ambiti queste problematiche sembrano superate ormai da tempo (tutto il lavoro di elaborazione storico-critica fatto sul modernismo e il postmodernismo, tanto per citare un esempio), in campo musicale si assiste periodicamente a un ritorno al passato”, l’unica cosa che penso sia stata superata è la capacità critica-analitica di guardare in faccia all’enorme ammasso di macerie e poltiglia che il Novecento ha prodotto facendolo passare per capolavori, arte e via discorrendo. Questo processo o risultato è il frutto di un accurato lavaggio del cervello che la società contemporanea ha subìto e introiettato. L’esito infatti di progresso sull’Uomo si vede…eccome!!! Dubito di molta arte contemporanea (con le dovute eccezioni)

  9. Orsola Puecher
    11 dicembre 2007 at 12:24

    “all’enorme ammasso di macerie e poltiglia che il Novecento ha prodotto facendolo passare per capolavori, arte e via”

    quella che qualcuno coi baffetti definì “degenerata”?

    glisson…

    [la scenetta con Mazzarella ci dovrebbe essere nel CD34 ordinabile qui

    http://www.stockhausen.org/cd_catalog.html%5D

  10. Andrea Raos
    11 dicembre 2007 at 13:11

    il cd ce l’ho, grazie. è solo che mi sarebbe piaciuto vederla, dev’essere stata straordinaria.

    mea culpa per aver confuso donnerstag e samstag; sapessi il tedesco aiuterebbe, forse.

    ciao!

  11. massey
    11 dicembre 2007 at 13:37

    @Cristoforo: complimenti e grazie
    @Luminamenti: mi piacerebbe vedere che quadri hai nel tuo studio e sapere anche, per prepararmi a dovere, che previsioni fai circa la venuta del boomerang, già che le avanguardie storiche datano indietro quattro gnerazioni

  12. massey
    11 dicembre 2007 at 13:50

    Mazzarella dei Legnanesi? gulp

  13. s
    11 dicembre 2007 at 14:10

    Dice luminamenti:

    “L’esito infatti di progresso sull’Uomo si vede…eccome!!! Dubito di molta arte contemporanea (con le dovute eccezioni).”

    Queste affermazioni mi fanno venire in mente l’aneddoto su Picasso raccontato da Adorno: “Un ufficiale delle truppe di occupazione tedesche lo visitò nel suo atelier e indicando Guernica gli chiese: ‘L’ha fatto lei?’; pare che Picasso gli abbia risposto: ‘No, lei’”.

  14. s
    11 dicembre 2007 at 14:18

    @luminamenti

    Insomma, il regresso dell'”Uomo” non è colpa di chi lo rivela ed esprime, ma di chi lo genera e vi si adatta.

  15. massey
    11 dicembre 2007 at 15:03

    dubito della veridicità dell’episodio di adorno, è troppo ad hoc, comunque possiamo dire tranquillamente che ognuno sa quel che sa

  16. luminamenti
    11 dicembre 2007 at 15:03

    @massey il boomerang, forse non si era capito, già sta producendo un bel po’ di bernoccoli!!! in quanto ai quadri, ho intenzione di acquistare alcuni quadri di pittori contemporanei russi esuli in Francia.

  17. luminamenti
    11 dicembre 2007 at 15:08

    @s Sono convinto che cmq l’Uomo uscirà da questo tunnel buio, non vedo nero per il futuro, ma il revisionismo storico su molta cultura novecentesca riserverà molte sorprese. Penso che il Novecento e il momento attuale siano tra quelli maggiormente che sono riusciti a creare confusione tra ciò che è degno di essere nominato come arte e ciò che non lo è. Stochkausen per me è un genio, ma non della musica.
    Idem Cage.

  18. massey
    11 dicembre 2007 at 15:21

    @luminaments, a me resti simpatico, dici quel che pensi sin turbacion de l’alma
    sì, è in corso un certo ritorno all’ordine, vedi a Milano l’orrenda mostra di sgarbi sulla pittura italiana sbiellata

  19. massey
    11 dicembre 2007 at 15:26

    sbiellata=senza biennale

  20. massey
    11 dicembre 2007 at 15:45

    orrenda perchè è un casino, curata da un cane, ma cosa c’entra questo con stockhausen, ah sì, stockhouse, botero, la nuova figurazione

  21. luminamenti
    11 dicembre 2007 at 16:33

    @orsola dice: “Ecco io credo che, come per tutte le cose un’abitudine all’ascolto della musica contemporanea, sfaterebbe la sua presunta difficoltà”.

    Certamente l’educazione alla ricezione dell’ascolto potrebbe fare moltissimo, ma rimane dei dati oggettivi sull’impossibilità sonora, che allo stato attuale delle conoscenze, rimangono presenti e che spiegano certe difficoltà. E l’uso della dissonanza in Monteverdi non è paragonabile a quello che se ne è fatto dopo!

    @cristoforo dice: “Dire che le avanguardie musicali, dal serialismo in poi, non siano musica, che siano una parentesi da dimenticare il prima possibile, è un’enormità. Non è corretto esprimere dei giudizi di carattere estetico basandosi solo sul gradimento di quel feticcio di comodo che viene chiamato “pubblico”

    Il mio giudizio non era mica basato solo sul pubblico e capisco che definirlo un’enormità rientra nella logica dell confusione e del mascheramento

  22. dna
    11 dicembre 2007 at 18:21

    vogliamo parlare di come è messo il cinema non commerciale? pensate che passano per avanguardisti lynch e greenaway! ridicolo… l’ultimo coppola per molti gazzettieri sarebbe un film libero e sperimentale… che tristezza…

  23. lucio
    11 dicembre 2007 at 19:34

    massey, non sarebbe meglio “sbiennata”? Occhio ad Adorno.
    lucio

  24. massey
    11 dicembre 2007 at 20:56

    Lucio, hai proprio ragione, non mi è venuto lì per lì, sbiennata. Ma sai che al politecnico dicevamo proprio così, ho sbiennato. Non so se si usa ancora adesso, non so nemmeno se c’è ancora il biennio.
    Ma con sbiellata io volevo anche dire scrausa, bada ben

  25. Cristoforo Prodan
    11 dicembre 2007 at 23:09

    @ luminamenti
    Dici:
    «[…] sono riusciti a creare confusione tra ciò che è degno di essere nominato come arte e ciò che non lo è».

    Mi spieghi quando si dà arte e quando no? Perché forse è proprio su questo punto – eminentemente di natura estetica – che non ci capiamo.

  26. luminamenti
    11 dicembre 2007 at 23:34
  27. luminamenti
    11 dicembre 2007 at 23:48

    p.s. Cmq complimenti per il tuo articolo Cristoforo

  28. franz krauspenhaar
    12 dicembre 2007 at 01:20

    Splendido articolo, assieme al ricordo di Orsola Puecher possiamo dire che NI ha ricordato degnamente un grandissimo artista. E sottolineo artista.

  29. s
    12 dicembre 2007 at 09:18

    @luminamenti

    sulla difficoltà di ricezione eccetera cui faceva riferimento luminamenti. vera, verissima, e richiede un’educazione estetica sempre più spinta, sempre più raffinata, che solo l’un per cento degli ascoltatori ( lettori, contemplatori d’arte visiva, spettatori di teatro ecc.) riesce ad avere. ma è un fatto oggettivo, cui non ci si può far nulla. L’arte segue le sue strade e queste divergono sempre più dalla ragione onnipresente che domina in tutti i cervelli. Paradossale è poi il fatto che tutta quella raffinatezza, quella sottigliezza, è tutto il contrario, è anche l’estrema vicinanza al corpo, all’istinto, al slancio vitale ovunque compresso. Cosicché l’estrema lontananza che avverte l’amusico in un concerto è invece la vicinanza più prossima, di lui si sta trattando, della sua parte più intima, corporale e negletta, solo che lui non se ne accorge, e colpevole ne è meno la sua scarsa erudizione che l’orgoglio sconfinato dietro cui nasconde il suo fallimento. L’allontanamento dell’arte dal mondo preparato, cucinato, precotto, in cui, con nausea quotidiana, siamo tutti costretti a vivere, andrebbe salutata come una liberazione, come una ventata d’ossigeno, e non condannata, come “arte degenerata”. L’arte è il regno della libertà, da sempre lo è, se si allontana dal mondo è perché questo non è più libero.

  30. egke
    12 dicembre 2007 at 14:35

    Ma la musica elettronica è complessa da descrivere e semplice da asoltare, se si vuole, (specialmente quello che esce proprio ora, non 10 anni fa, certo molte cose di adesso hanno un eredità precisa, è innegabile).
    Se ti piace l’ascolti e la cerchi, sennò fai a meno, come si fa a meno di tante cose che non ci piacciono.
    A me crea una curiosità pazzesca e mi infilo come un animaletto nei suoi meandri.
    Il mio gatto per esmpio preferisce Xenakis a Stockhausen, ma si sa, i gatti sono sempre un po’ dispotici ;)

    Cerco di spiegare la mia corrente opinione sulla musica elettronica attingendo da alcune interviste che ho potuto fare a gente che ne sa molto più di me:
    Riguardo alla necessità o meno di un’educazione per poterla ascoltare l’artista sonoro Dror feiler mi ha detto ‘sta cosa sibillina:
    “Music is a phisical phenomena, you don’t need to think when you listen. If you think you don’t listen”.
    http://en.wikipedia.org/wiki/Dror_Feiler
    …e poi compone ed esegue musica che se la senti invidi sua moglie…

    Riguardo alla sua intellegibilità o il suo oscuro linguaggio Andrew Bentley ha usato una frase di J. Cage: “I have nothing to say, and I say it, and this is poetry”. Bentley dice che per comunicare non è SEMPRE necessario dire qualcosa, dice: ” You don’t need to say things necessarily. If you think things hard enough, other people would sense it. And this is an important statement for music”

    http://journals.cambridge.org/action/displayAbstract;jsessionid=89428FD50AE20BCDE8CF121A30206A3F.tomcat1?fromPage=online&aid=548656

    Bentley nelle sue performances è estemamente fisico e usa il proprio corpo come parte integrante dell’apparato tecnologico musicale. A parte essere un teorico chiaro, esaustivo e brillante.

    Elke Moltrecht, direttrice di Ballhause a Berlino ( http://www.ballhausnaunyn.de/en/aktuell.html ), leggenda vivente per quanto riguarda la critica di certo tipo di musica elettronica, mi ha detto:”Oggi come oggi tendo ad ascoltare più l’hip hop o certe nuove declinazioni del folk. Mi pare che i suoni siano più raffinati e che la musica arrivi più lontano, più diretta”. Magari voleva solo provocare, ma tant’è.

    La domanda è: cosa sappiamo della musica elettronica e contemporanea che si compone ed esegue proprio ora? cosa ci INTERESSA sapere? cosa ci offre la sua fruizione?

    -a chiunque di voi piaccia rispondere…

  31. luminamenti
    12 dicembre 2007 at 15:52

    Mi sembra che la questione sia stata bene illustrata da schoenberg quando disse a Cage che non era un musicista. E infatti per me quel genio di Cage non è un musicista! Artista? sì! Di Stochausen varierei l’angolazione, nel senso che ci sono composizioni che appartengono certamente all’ambito musicale, altre mi sembra non vi appartengono.
    Alcune cose musicalmente sono bellissime, altre una cacata!
    Certamente è un artista. “Stockausen sosteneva di essere andato a scuola su Sirio! E non lo diceva in senso metaforico, ma con la massima serietà. Su Sirio era stato investito della missione di portare all’umanità la vera buona musica. Me lo ricordo a Darmstadt nel 1957. Lui teenva un corso, io ero lì, come studente, con una borsa dis tudio. Il suo corso fu straordinario” . ” (Ligeti)

  32. thalido
    12 dicembre 2007 at 15:59

    Personalmente ho trovato la performance di Stockhausen all’Auditorium disarmante. Una prova noiosa e stantia che comunque non mi ha sorpreso: il vecchio Karlheinz, quello che aveva da dire l’ha detto a tempo debito. Stando alla musica (e dimenticandoci del personaggio, del Maestro ecc.) le opere presentate non mi hanno detto nulla, e aggiungo che dicono ancor meno al dibattito musicale contemporaneo. Naturalmente non condivido quanto dice Prodan quando afferma che la performance “non ci fornisce delle risposte sicure, ma ci indica immaginificamente uno dei tanti percorsi espressivi possibili.” Risponderei che non credo abbia indicato alcunché, che di sicuro c’era pure troppo, e che percorsi del genere sono ormai talmente introiettati nella cultura musicale odierna, da rasentare la maniera assoluta.

    Però.

    Prodan parla delle ovazioni finali. Ricorda che il concerto era inserito all’interno di una rassegna – Dissonanze – storicamente orientata a quella che diremmo “elettronica di consumo”: techno, house ecc, ma anche ricerca elettroacustica “incolta”, sperimentazioni digitali che – credo di poter dire – a livello di linguaggio dicono ben più dei Cosmic Pulses stockhauseniani, pensate e immaginate da una generazione di musicisti che non hanno conosciuto l’accademia , ma che il più delle volte, soli davanti al laptop nella propria cameretta/studio, da quell’accademia sono ripartiti, anche in maniera eretica.

    Il lavoro di Stockhausen è stato ripudiato, messo in croce, deriso, avversato, innumerevoli volte, e per i motivi più disparati. Tanto le avanguardie che sono venute dopo, quanto gli antiavanguardisti delle più svariate risme, si sono scagliati, a ondate differenti, contro il “santone tedesco”. Ma l’influenza, l’ascendente, che il vecchio Karlheinz ha esercitato sulle generazioni successive, è incalcolabile. E lo è tanti più se si considera che, ad assistere alla succitata performance dell’Auditorium, c’era un pubblico composto in buona parte da giovani, che la “musica elettronica” l’hanno conosciuta perlopiù al rave o in discoteca.

    Quando leggo affermazioni come “l’avanguardia ha fallito”, capisco il sentimento che ne è alla base, e addirittura (in parte) lo condivido. Ma allora perché questa supposta avanguardia informa in maniera così sostanziale una buona fetta della musica “popular” (in senso lato) contemporanea e non?

    E quando leggo che questa musica “richiede un’educazione estetica sempre più spinta, sempre più raffinata”, mi chiedo come mai a comprare i cd di Stockhausen siano oramai più i ragazzini cresciuti a pane e “musica per computer” che gli alunni dei conservatori.

    Questo, tornando al discorso iniziale, per dire che, come spesso accade, mi sembra che gli allievi abbiano superato il maestro, solo che questi allievi, probabilmente, non vanno cercati dove uno si aspetterebbe.

    A proposito: definire Meet in Town una “rassegna colta” mi pare quantomeno azzardato, visto che se non sbaglio dopodomani vi prende parte un tipo come Kalabrese e tra qualche settimana l’eroe della techno di Detroit Carl Craig. In maniera moooooolto indiretta, eventi da leggersi anche all’interno di quanto detto sopra.

  33. luminamenti
    12 dicembre 2007 at 17:43

    @thalido “mi chiedo come mai a comprare i cd di Stockhausen siano oramai più i ragazzini cresciuti a pane e “musica per computer” che gli alunni dei conservatori”.

    La ragione sta nell’uso massiccio che ha fatto del linguaggio computazionale. Che chiaramente interessa molto le nuove generazioni in relazione alle possibilità informatiche di elaborare musica. Che sono tante.

  34. Cristoforo Prodan
    12 dicembre 2007 at 18:25

    @ thalido

    Nessun dubbio sul fatto che Stockhausen è datato. Però non v’è dubbio che stiamo parlando di musica, anche se di musica elettronica. Materia peraltro insegnata istituzionalmente nei conservatori di musica. A questo proposito consiglio l’ottimo testo “Musica espansa / Percorsi elettroacustici di fine millennio” di Francesco Galante e Nicola Sani (Ricordi/LIM, 2000), e l’ormai fuori catalogo compendietto “Introduzione alla musica elettronica” di Armando Gentilucci (Feltrinelli). Poi sull’acquisto dei CD da parte dei musicisti è notorio che gli allievi di conservatorio, di qualsiasi materia, non ascoltano musica.

    Sulle molte direzioni che ha preso la musica contemporanea, e in particolare quella elettroacustica, il discorso sarebbe veramente lungo da fare. Magari si potrebbe pensare di dedicare una serie di articoli su NI all’argomento. Come considerare, solo per citare due esempi, i “planofoni” di Michelangelo Lupone?, o le “opere” artistico-visuali-teatrali di Sylvano Bussotti?
    La musica contemporanea tende al sincretismo di varie forme artistiche e espressive. E tuttavia sempre di “musica” stiamo parlando.

    La cosa interessante della rassegna Dissonanze 7 era proprio che in un programma fitto di artisti da console di videogiochi modificata, con musica di derivazione discotecaia, era stato inserito appunto il “santone”, il monumento e l’archetipo della sperimentazione elettronica degli anni passati. Io l’ho letta positivamente questa cosa, come un tentativo, da parte di questi giovani, di “nobilitare le proprie origini”, di dare un senso di ricerca a della musica che sembra fatta per l’intrattenimento. L’eredità di Stockhausen (come quella del poliedrico Berio, o di Maderna) è innegabile da questo punto di vista. Nel bene e nel male.

    Ma anche Stockhausen in “Cosmic Pulses” ha fatto un tentativo di avvicinamento a questo nuovo mondo giovanile. Con una ricerca del ritmo attraverso la spazializzazione circolare, periodica. Non poteva inserire un ritmo batteristico, perché non appartiene alla sua cultura, alla sua cifra espressiva. Eppure “Cosmic Pulses” a me sembra un capolavoro.

    La cosa da tenere seriamente in considerazione nella musica contemporanea elettronica è invece questa convergenza di due mondi diversi, provenienti da direzioni opposte.

  35. 12 dicembre 2007 at 19:10

    gran serata quella di Roma.. (avevo un gran mal di testa e la sua esibizione me lo ha fatto passare); e dopo Stockhausen seduto come se fosse del pubblico, rilassatissimo, salutava tutte le persone che volevano conoscerlo. un gigante e allo stesso una persona semplice nella più alta accezione del termine. (la cosa dei saluti si è prolungata innervosendo le ragazze dell’Auditorium che non vedevano l’ora di andarsene a casa)

  36. luminamenti
    12 dicembre 2007 at 20:27

    Dimmi Cristoforo, che ne pensi di artisti come Cesa, Cisternino, Cresta, Mencherini, Pernaiachi, Putignano? Ho letto alcuni anni il volume Percorsi apofatici di assenzialismo in musica e ho ascoltato il cd.

  37. massey
    12 dicembre 2007 at 22:07

    luminaments, hai tutte le manifestazioni tipiche del primo della classe, però non sei un bastardo, lasci copiare. Un besito en la cabeza

  38. thalido
    12 dicembre 2007 at 23:46

    @ cristoforo: ma guarda che i nuovi “electronici” sono anni che rendono omaggio dichiarato a Stockhausen, a Berio, a Maderna, fino ad arrivare a Schaeffer, a Xenakis e a chi altro vuoi tu. A dirla tutta è perlomeno dai ’70 che una fetta non trascurabile delle musiche popular ha preso a piene mani dalla tradizione colta. Ma è chiaro che solo negli ultimi quindici anni gli equilibri sono stati definitivamente alterati, e io oggi non saprei proprio dire “chi è avanti a chi”.

    In questo senso la presenza di K.S. all’interno di Dissonanze l’ho vista come del tutto naturale. Semmai è stato lui, il vecchio Karlheinz, a rifiutare questa sua paternità in un celebre articolo per The Wire.

    Io sono fermamente convinto che il meglio della sperimentazione elettroacustica (e non) attuale vada ricercato al di fuori dei consueti circuiti accademico/avanguardisti, e si trovi semmai in quella galassia – dicevo sopra – “di consumo” che di fatto è parte integrante dell’universo pop, sia in termini di strutture produttive che di approccio “incolto” alla materia-suono. La stessa Accademia lo riconosce, quando arriva – tardamente e spesso in maniera maldestra – ad accettare questi eretici e/o figli bastardi all’interno delle proprie manifestazioni, dei propri festival, dei propri spazi.

    In questo senso Cosmic Pulses mi è sembrato, come dici tu, un tentativo un po’ goffo (questo lo dico io, d’accordo) di appropriarsi di una lingua che l’aveva scavalcato a sinistra. E non è certo questione di “ritmi batteristici”, suvvia, quelli non li trovi nemmeno in Oval, Bernhard Gunter o Steve Roden (giusto per citare un po’ di nomi a casaccio).

  39. Cristoforo Prodan
    13 dicembre 2007 at 00:19

    Diversi mesi fa Maurizio Pollini ha tenuto un memorabile concerto all’Auditorium Parco della Musica di Roma, al quale ha assistito anche il presidente della repubblica in forma privata. Era stato annunciato che dopo il concerto il maestro avrebbe ritirato il disco d’oro per le vendite del suo doppio CD dei Notturni di Chopin (che dunque avevano venduto oltre 40.000 copie) nella libreria dell’Auditorium, e lì avrebbe anche firmato le copie per il pubblico che avesse voluto un autografo. Ricordo come fosse oggi, l’atmosfera nella libreria: c’erano oltre 100 persone in attesa della firma, ed era mezzanotte e Pollini ancora non si vedeva. Aveva fatto due ore di concerto e poi sicuramente si sarà sorbito tutti i convenevoli delle autorità in camerino. Quando arriva, a mezzanotte e mezza circa, è visibilmente stanco, ma si siede e comincia a ricevere una per una le persone in attesa. Una parola buona per tutti, una stretta di mano, un sorriso, la firma. Si arriva così, all’una e mezza di notte passata, alla fine della fila. L’ultimo è un giovane. Pollini quasi non si accorge di lui e si sta per alzare. Il giovane si fa avanti, se non ricordo male con uno spartito dei Notturni da farsi firmare e il CD. Pollini si risiede lo firma e si rialza per andarsene. Ma il giovane, presumibilmente studente, gli chiede all’improvviso: «Maestro, posso farle una domanda»? Lui – stanchissimo: «Mi dica». E il giovane: «Ma la musica è più forma o più sostanza»? Pollini si irrigidisce per un attimo, alza gli occhi in alto – trascorrono dei secondi di silenzio, teso – e poi dice con grande umiltà al giovane: «Guardi… non so che dirle»! Poi subito dopo, forse avendo capito che quel giovane era uno studente di pianoforte che in quel momento stava facendo la domanda della sua vita, la cui risposta avrebbe in qualche maniera condizionato il prosieguo dei suoi studi, aggiunge: «Diciamo che è forma e sostanza nella stesso tempo».

    Ora – luminamenti – tu mi chiedi cosa ne penso di artisti come Tizio, Caio, Sempronio, Mevio, Filano e Calpurnio. E poi mi dici che hai letto le “Api panacridi in Alvisopoli” o giù di lì… E allora mi riviene in mente la risposta – intelligente – di Pollini, e rispondo: «Non so che dirti».

    Cavolo!, è passata la mezzanotte e siamo già a giovedì. Ma io volevo, per l’ultima volta, dare il mio personale “Mittwochs-Gruss”, il “Saluto del Mercoledì”, a Karlheinz Stockhausen. Con le sue ultime parole da me udite: «Buon viaggio nello spazio infinito». Buon viaggio nello spazio infinito, Karlheinz! E non è neanche un endecasillabo.

  40. Andrea Raos
    13 dicembre 2007 at 10:39

    Prodan: “Sulle molte direzioni che ha preso la musica contemporanea, e in particolare quella elettroacustica, il discorso sarebbe veramente lungo da fare. Magari si potrebbe pensare di dedicare una serie di articoli su NI all’argomento.”

    Perfetto. Quando vuoi.

    Ciao

    Andr.

  41. luminamenti
    13 dicembre 2007 at 11:02

    Pensavo li conoscessi. Volevo un opinione su alcuni autori considerati promettenti nel panorama della musica contemporanea

  42. Orsola Puecher
    13 dicembre 2007 at 12:12

    Giusto… tornando a Stockhausen ed i Beatles ecco lettera e telegramma con cui chiesero il permesso di mettere la sua foto sulla copertina di Sgt. Peppers:

    lettera

    telegramma

    Nella pagina linkata si parla dell’ammirazione per KHS di Paul Mac Cartney, che lo fece poi conoscere a Lennon, che fu fortemente ispirato dal pezzo del 1966 “Hymen nella composizione di Revolution #9 del White Album.

    Invito all’ascolto.

    Discorsi teorici ed astratti sulla musica son come ricette di ravioli su libri di cucina.

  43. egke
    13 dicembre 2007 at 12:14

    @ Prodan
    @ Andea Raos
    @ Luminamenti
    @ Thalido
    @ Cristoforo Prodan
    @ Orsola Puecher

    grazie, mi avete, ciascuno per un verso, illuminata.
    Sto completando un documentario su alcuni fenomeni ibridi di musica e arte sonoro nel momento attuale, in Scandinavia, Finlandia, Germania e San Pietroburgo. Sarà probabilmente pronto alla fine del 2008. Se non vi molesta, mi piacerebbe inviarvene una copia e avere una vostra sincera e informata opinione. Ripeto, se non è troppo chiedere.
    (scusate se il mio italiano ogni tanto scricchiola, non sono più abituata…)

  44. Orsola Puecher
    13 dicembre 2007 at 13:04

    Ho postato in sbaglio sui Beatles anche qui che considero cmq un link fratello…
    :-)

    il link di Hymnem non funzionava inoltre

    Hymnem:

    http://www.stockhausen.org/hymnen_reg4_43.mp3

    ad Egke rispondo sì e volentierissimo.
    mi è capitato di sentire la musica di cui parla in un video di giocolieri finlandesi e l’ho trovata molto interessante
    Ciao!

  45. Andrea Raos
    13 dicembre 2007 at 19:14

    Un’altra cosa che volevo dire.

    L’opposizione fra una musica colta ostica e inascoltabile contro tutto il resto è vecchia di cinquant’anni come minimo e risale tuttora al trauma del serialismo integrale, che fu un’esperienza certo ri-fondante – e capace malgrado tutto di esiti esteticamente splendidi a mio giudizio – ma breve, presto superata, in direzioni diverse, da tutti i suoi artefici. E della quale va comunque almeno detto che non fu il delirio di quattro accademici pazzi e snob, ma trauma pienamente e consapevolmente storico.

    E comunque il mondo non si è fermato lì, nelle generazioni più giovani il rapporto con la “melodia” e l’armonia tradizionali è – e da un bel po’, ripeto – molto più libero (sarebbe bello e proficuo fare un parallelo con la letteratura): cito a caso i primi che mi vengono in mente, gente come Kajia Saariaho (o come diavolo si scrive) o Philippe Manoury. Ossia compositori che non si oppongono esplicitamente a quanto fatto prima (alla Steve Reich) ma fondono, uniscono, dissolvono (con risultati poi da giudicare caso per caso, come sempre e come per tutti).

    Riprendendo poi le giuste osservazioni di Thalido (che sono contento citi sperimentatori interessanti dell'”altra sponda” come Carl Craig), io ho l’impressione che la forbice sia particolarmente divaricata in Italia (da cui forse la sua impressione di riversamento unilaterale nella techno di istanze che sembrano morte ovunque altrove); ma (si torna sempre al solito punto) chi in Italia investe denaro nella ricerca sulla musica elettronica? Il lavoro di Manoury, la sua sperimentazione fra voce e computer in tempo reale (“En écho”), che brucia alla partenza tanta ma tanta sperimentazione “bassa” (la techno) richiede tempo e denaro impensabili nell’Italia di oggi. Mentre in altri paesi – parlo per esperienza diretta – stanziamenti (e quindi, con un minimo di accorta gestione, pubblico) ne ha eccome. E molti snobismi, dall’alto o dal basso che provengano, perdono senso, svaniscono.

    *

    Non so perché, ma per puro moto emotivo ho voglia di chiudere questo commenti rcordando il grande dimenticato Armando Gentilucci, vera vittima della Storia, tanto più grande per questo. Mi consola sapere che nell’infinito Karlheinz troverà anche lui.

  46. luminamenti
    13 dicembre 2007 at 20:45

    Caro Andrea Raos il mondo della musica contemporanea, stanziamenti o meno è in tutta l’europa (con una situazione peggiore in Italia) di casta e di lobby. I musicisti che vi stanno all’interno lo sanno e se lo dicono (in privato).

  47. thalido
    13 dicembre 2007 at 20:57

    una precisazione: non ho mai parlato di “riversamento unilaterale nella techno di istanze che sembrano morte ovunque altrove”, anzi! Dicevo semmai il contrario. Ho fatto anche dei nomi – Gunter, Roden, Oval (pescati un po’ a caso ma tanto per rendere l’idea) che di techno non hanno nulla.

    Quando parlo di elettroacustica (e non solo) “incolta” parlo di quel tipo di sperimentazione elettronica accostabile per forme e linguaggio a certa avanguardia di volta in volta concreta, postseriale, minimale ecc, (a chi potrebbe obiettare con “Un guazzabuglio?”, rispondo: certo che lo è, è questo il bello!), che però nasce non nelle accademie e non nei luoghi storicamente deputati ricerca colta, ma nelle camerette di una generazione cresciuta a pane e computer e musicalmente onnivora.

    In questo senso mi pare che, anche in Italia, non ci sia tutta questa divaricazione di cui parlate. Anzi, l’Italia ha una bella scuola, solo che ovviamente non la trovate all’Auditorium Parco della Musica, ma magari nel clubbetto o nella galleria rimediata. Così come in fondo è sempre stato, per certi versi.

    Forse ogni tanto bisognerebbe parlare anche di ‘sta gente, oltre che di Bussotti & co, no?

  48. Cristoforo Prodan
    14 dicembre 2007 at 02:12

    La sperimentazione elettroacustica o elettronica “incolta”, nata nelle “camerette di una generazione cresciuta a pane e computer e musicalmente onnivora”, è la diretta conseguenza della facile disponibilità di tecnologie, hardware e software, che consentono la produzione di suoni ed effetti sempre più sofisticati ma sempre più preconfezionati. La programmazione di un sintetizzatore virtuale attraverso il linguaggio cSound è ormai superata, e la tendenza è quella di decontestualizzare oggetti di modernariato elettronico e informatico, come le console dei videogiochi tipo Game Boy, per inserirli in un contesto diciamo così musicale.

    Cosa sia la musica oggi è veramente difficile dirlo. C’è di tutto e di più. Dai neoromantici ai nerd informatici smanettoni, dalle varie declinazioni del “jazz” alle musiche da film, dalle diverse forme teatrali con musica alle installazioni artistiche audio-visuali.

    Forse non esistono più canoni, e neanche più confini di genere, forse è gia stato detto tutto in passato e la musica – come la storia – è finita. La composizione musicale propriamente detta è ormai un’attività crepuscolare, una pratica ascetica o filologica.

    Ma tutto ciò, questa crisi d’identità, attraversa tutti gli ambiti della cultura contemporanea (si pensi alla fine del romanzo). Nella musica questa crisi è solo più evidente perché, tra tutte, è l’attività umana più onnilaterale.

    Penso che la via maestra per recuperare il bandolo della matassa di un senso sia quella di abbandonare l’idea classificatoria di generi astratti e di recuperare il senso della storia attraverso l’analisi delle opere dei signoli che si sono storicamente avvicendati.

  49. thalido
    14 dicembre 2007 at 11:36

    Scusa Prodan, pur condividendo in parte il tuo ragionamento, mi chiedo: cosa ti porta a dire cose come “la tendenza è quella di decontestualizzare oggetti di modernariato elettronico e informatico, come le console dei videogiochi tipo Game Boy, per inserirli in un contesto diciamo così musicale”? Parli di un fenomeno (la cosiddetta micromusic) curioso, interessante e anche divertente, ma comunque del tutto marginale rispetto agli sviluppi generali del fenomeno (né è una tendenza di oggi, tra l’altro).

    Idem per: “La sperimentazione elettroacustica o elettronica “incolta”, nata nelle “camerette di una generazione cresciuta a pane e computer e musicalmente onnivora”, è la diretta conseguenza della facile disponibilità di tecnologie, hardware e software, che consentono la produzione di suoni ed effetti sempre più sofisticati ma sempre più preconfezionati.”

    Se il presupposto è incontestabile (la disponibilità di tecnologie a basso costo – non solo in termini di software, ma anche semplicemente in termini di produzione del cd, per farla breve) le conclusioni mi paiono affrettate… una certa maniera è evidente rispetto al periodo d’oro di metà anni ’90, ma è anche vero che ogni percorso fa storia a sé.

    Ho anche i miei dubbi sul “singolo vs i generi astratti”, tanto più oggi, quando i diversi vocabolari musicali sono veramente qualcosa di collettivo in cui i singoli si perdono… ma questo è un altro discorso ancora.

  50. Cristoforo Prodan
    14 dicembre 2007 at 12:35

    @ thalido

    Ovviamente i miei erano solo alcuni esempi, comunque interessanti, e altrettanto ovviamente non avevo alcuna pretesa di scrivere qui una storia della musica elettronica contemporanea. Anche perché non posseggo tutte le competenze necessarie in materia. Quindi accetto le tue critiche al mio eccesso di semplificazione.

    Le mie osservazioni partivano dalla musica e allargavano il discorso a tutta la produzione creativa umana, e volevano solo sottolineare una personale sensazione di confusione che la contemporaneità mi induce. Tutto sembra intrecciato con tutto, e le certezze classificatorie attraverso le quali abbiamo studiato le forme artistiche del passato sono tutte saltate. Siamo ben oltre il post-moderno, ma non si capisce bene dove. Mi viene in mente – ma, veramente, è solo un flash – l’artista Mark Kostabi…

    Di cosa parliamo dunque quando parliamo di letteratura/arte/musica oggi? Io ancora non riesco a dare una risposta precisa a queste domande. Da questa confusione nasce appunto la proposta: definire le forme operativamente, attraverso l’aggregazione di esempi reali: quel tale scrittore/artista/musicista vissuto in quel determinato contesto storico-sociale e le sue opere. In questo modo sarà possibile fare accostamenti e raggruppamenti anche nuovi e rivelatori di scuole, tendenze, eredità.

    In ambito letterario per esempio Alfonso Berardinelli parla di “costellazioni” e dice: «[…] Una costellazione è solo una porzione di cielo, raggruppa autori e libri secondo speciali affinità e magnetismi che spetta al critico motivare, componendo una figura mitica in cui sembrano custoditi un carattere e un destino» (“Alla ricerca del canone italiano”, 1995-2006, in “Casi critici / Dal postmoderno alla mutazione”, Quodlibet, 2007). E, più o meno sulla stessa falsariga, lo scrittore Giovanni Mariotti dice: «[…] gli scrittori non sono eteronimi di chicchessia, ma esistono veramente, con i loro punti di vista e i loro problemi (che non hanno niente a che fare con quelli sia della Destra e della Sinistra, sia degli editori, dei media e dei critici), le loro particolarità irriducibili, le loro idiosincrasie» (“Corriere della Sera”, 20 febbraio 2005).

    Penso che questo approccio sia possibile anche per la critica musicale, che già con Massimo Mila negli anni ’50 del secolo scorso aveva iniziato un processo di storicizzazione che era in qualche modo una via di mezzo – o “terza via” – tra l’idealismo crociano e il nichilismo hanslickiano.

  51. Andrea Raos
    14 dicembre 2007 at 14:19

    Thalido, rileggendomi e rileggendoti mi accorgo in effetti di avere travisato il tuo accenno alla musica di consumo. Ti ringrazio di aver precisato.

  52. luminamenti
    14 dicembre 2007 at 18:08

    Leggo Cristoforo Prodan che sei diventanto più cauto nei tuoi ultimi post su cos’è la musica. L’ontologia (conoscendola) può aiutarci!

    Visto che si parla anche di software e hardware dirò di alcuni problemi informatici

    La possibilità di avere in rete partiture in buon formato crea un’alternativa sempre maggiore all’editoria musicale, che nella musica contemporanea ha quasi smesso di fare il lavoro di edizione tipografica.

    Inoltre, l’accesso ai file sonori, la trasmissione presenta probemi: il suono è un messaggio denso (come dicono i semiologi), lo si può registrare solo dal 1890, lo si trascrive in notazione solo in certe culture relativamente recenti, e anche in modo incompleto (si comprime la musica a una traccia, da interpretare secondo una prassi che p un campo di di varietà di usi difficilmente codificabile). Una prima forma di codifica facilmente gestibile dai pc è storicamente il MIDI, che permette a tastiere, DSP audio e pc di interfacciarsi. Un file MIDI contiene i dati tradizionali della notazione classica (ritmi, durata, altezze, intensità), senza possedere niente che riguardi il timbro, la grana più sottile del suoni. Si è poi creata la possibilità di una certa standardizzazione dei timbri (general midi), che è certo utile, ma per fortuna la libera concorrenza cerca di creare anche suoni che sfuggono alla noia. Chi prende dalla rete un file MIDI deve quindi adattarlo ai propri strumenti MIDI, per stamparlo deve verificare se vi sono libertà ritmiche dovute a un’interpretazione dal vivo che, se rende più sensato l’ascolto, compromette la musicalità della partitura (il pc può non capire più il tempo).

    Con l’aumento della banda passante, ossia della velocità di trasferimento dei pacchetti di dati, si è riusciti in due intenti: da un lato con il formato Mp3, a comprimere la massa dei dati audio in un modo accettabile all’orecchio e non troppo oneroso per il traffico in Internet permettendo lo scambio di file; dall’altro a far passare il suono compresso in diretta (con real audio e altri), tecnologia che ha portato allo streaming, al flusso continui di suono e video, anche se di bassa qualità.

    Un utilizzo particolarmente interessante è il software open suorce, come è il caso di Csound, programma nato al MIT e che ha decine diversioni freware o commerciali ch consente la generazione o elaborazione di suonu o MIDI, in tempo reale o in differita. Il programma legge partiture o serie di istruzioni, può fare l’analisi timbrica di suoni e la risintisi.

    In musica oggi si trovano comunità molto specialistiche, dai compositori microtonali al fractal music project, alla composizione algoritmica, agli appassionati di bach. Ma in ciò nulla di rivoluzionario: tanto spesso nella storia le persone che hanno dato i maggiori inputs non sono stati i sazi ricchi delle capitali, cui tutto è facile ottenere e in cui l’abbondanza si rovescia in debolezza, ma chi, da una distanza concreta da tali centri, ha ricevuto quell’inquietudine che lo hanno spinto a creare in sé idee, lo ha educato alla responsabilità di dare loro forma.

    Il problema principale rimane la perdita di aura data dai mezzi di riproduzione meccanica che non facilita l’ascolto o una coscienza sociale del fatto musicale, che viene appiattito al dato sonoro. Questo è ciò che accade nella musica contemporanea ed elettronica. In rete questa situazione può aggravarsi per un eccesso di interattività.
    Si è calcolato che il massimo di ascolto di una trasmissione in diretta in rete è di 15 minuti, ed è presto per poter parlare di ascolti in rete non parcellizzati, nozionistici, mere curiosità

  53. Cristoforo Prodan
    14 dicembre 2007 at 22:17

    @ luminamenti

    Grazie per il bignamino sulla riproduzione digitale musicale, molto approssimativo peraltro. Personalmente non ne sentivo il bisogno.

    Dire poi che cSound è un
    «programma nato al MIT e che ha decine di versioni freeware o commerciali che consente la generazione o elaborazione di suono o MIDI, in tempo reale o in differita»
    è una banalità, leggiucchiata frettolosamente chissà dove, peraltro contenente informazioni inessenziali e in parte sbagliate. Come dire che un libro è un insieme di pagine di carta stampata, rilegate insieme, e che si sfogliano per giunta. Ma come non averci pensato prima! Senza offesa, siamo proprio alle “stronzate”, nel senso di Harry Frankfurt. E tutto ciò per arrivare a cosa? A dire, udite udite:
    «tanto spesso nella storia le persone che hanno dato i maggiori inputs non sono stati i sazi ricchi delle capitali, cui tutto è facile ottenere e in cui l’abbondanza si rovescia in debolezza, ma chi, da una distanza concreta da tali centri, ha ricevuto quell’inquietudine che lo hanno spinto a creare in sé idee, lo ha educato alla responsabilità di dare loro forma».
    Dopo qualche lettura, della frase si riesce a capire almeno il senso: la solita lagna, il solito vittimismo. Un’esaltazione misticheggiante di una pratica ascetica. Scritta pure male per giunta.

    E ancora:
    «Il problema principale rimane la perdita di aura data dai mezzi di riproduzione meccanica che non facilita l’ascolto o una coscienza sociale del fatto musicale, che viene appiattito al dato sonoro».
    Cercare di scimmiottare malamente un discorso alla Walter Benjamin, cercando di applicarlo all’ambito musicale, è non solo fuorviante ma anche sbagliato.

    Quindi, caro “luminamenti”, perdo la mia “cautela”, e anche la pazienza, e smetto definitivamente di replicare alle tue affermazioni.

  54. luminamenti
    15 dicembre 2007 at 14:04

    Hai già replicato è ovvio, con fesserie. Chissà dove l’hai vista l’aria misticheggiante in quello che ho scritto. Ho compreso che sai poco o niente di musica e di composizione da quello che hai scritto. Mi sono chiarito le idee. grazie.

  55. franz krauspenhaar
    17 dicembre 2007 at 12:33

    Io stimo incondizionatamente Orsola Puecher.

  56. Abateditheleme
    17 dicembre 2007 at 16:19

    @ Prodan:

    E’ suggestione.

    @Thalido :

    Non nego la rilevanza delle camerette, ma sovente la musica li prodotta presentava e presenta caratteristiche sonore similari a quelle ottenibili mediante una o più seghe…

    @Luminamenti:

    hai perfettamente ragione…il novecento turbato e lacerato dal disastro prodotto dai pensieri forti ha alla fine optato per un pensiero che più debole non si può ed ha reso impossibile il giudizio di valore.
    In questo modo indebolendo individualità e personalità.
    Senza addentrarmi nelle more di una definizione impossibile come quella di arte, mi sembra evidente che qualche insegnamento possiamo trarre dalle diverse sorti di Monti e di Foscolo. C’è chi resiste e chi no.
    C’è chi desta ancora l’interesse dei tredicenni cresciuti a pane, Playstation e Rivombrosa e chi li tedia sino allo spasimo, così come già tediava mio nonno nel ’21 dagli scolopi…
    L’avanguardia ha tutto il diritto di esistere, di rivendicare l’originalità come massima conquista e di difendersi dal pubblico sostenendo che la storia ha insegnato come spesso dalla merda nascano i fiori.
    Ovviamente chi dovesse paragonare Lichtenstein a Picasso o Beuys a Piero della Francesca avrebbe bisogno dello psicanalista. Così come chi paragona Vivaldi a Cage…
    Per chi predica la pari dignità del suono e del rumore, invece, avrei da proporre la costrizione ad ascoltare un concerto dodecafonico di scorreggiatori Uiguri, oppure l’obbligo di vivere un anno nei bassi napoletani con un gruppo di femminielli come vicini. Allo scopo meritorio e terapeutico di recuperarne le funzioni cognitive superiori il prima possibile…
    L’arte, insomma, in qualche modo attinge alle astrazioni chiamate universalità ed eternità.
    Il resto no, con buona pace delle avanguardie sperimentali. Il resto e’ frutto di quella figata del libero arbitrio, se vogliamo della miltoniana ribellione a Dio…godiamocela, per carità… conservando la potestà sacrosanta di chiamare “cagata pazzesca” ciò che tale ci sembra.
    Tale è ad esempio, apoditticamente, la nuova chiesa di Padre Pio a San Giovanni Rotondo, per nulla limitandone l’orrore la paternità di Piano…
    seguiamo l’esempio dai piccioni Milanesi, che cagano da sempre sulla abominevole scultura-fontata di Rossi, dedicata al povero Pertini in via Montenapoleone e difendiamo la nostra nazione dalla casta dei tecnici-esteti che ci ammorbano la vita, mantenuti da un sistema politico capoace solo di foraggiare le mediocrità ed immergere nell’ignoranza e nella bruttezza questo che era un popolo di santi, poeti, eroi, navigatori, artisti, musicisti e che ora inizia a non capirci più na’ sega ed a chiudersi nelle sue camerette, appunto…
    Vale et ego.

  57. massey
    17 dicembre 2007 at 23:41

    credette cimabue nella pintura…ora il numero è strabiliante

  58. Cristoforo Prodan
    17 dicembre 2007 at 23:48

    «[…] questo che era un popolo di santi, poeti, eroi, navigatori, artisti, musicisti […]»

    no comment

  59. Abateditheleme
    25 dicembre 2007 at 13:57

    @ Prodan

    No comment è parola giusta.
    Hai scelto la punizione a te meno sgradita? :)

  60. Abateditheleme
    25 dicembre 2007 at 15:11

    P.s. Buon Natale a tutti

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