Anteprima Sud n°11- no direction home

3.JPG
immagine di Antonia Colasante

Ritorno a Belgrado
di
Azra Nuhefendic

Pareva un punto nero nel gran bianco di neve che copre l’altipiano ad ovest di Sarajevo, sulla strada verso Belgrado. Avvicinandosi diventava grande. Oh Dio, è un cane! Morto! Mi scappa ad alta voce.
Una cagna. È stata investita tre giorni fa, spiega l’autista con voce impassibile. Un altro cane, un pastore tedesco, seduto vicino al corpo immobile, fa la guardia. A distanza di pochi metri un cucciolo camminava su e giù, confuso.
Altri passeggeri dell’autobus, zitti dall’inizio del viaggio, mi lanciano uno sguardo breve, senza curiosità. Un cane morto non fa impressione alla gente che è sopravvissuta alla guerra in Bosnia.

Dopo più di dieci anni vado con l’autobus da Sarajevo a Belgrado. Quasi nove ore di viaggio. Ho cercato di avere informazioni sull’orario chiamando la stazione centrale di Sarajevo. La voce femminile che mi ha risposto si è subito fatta brusca e ostile. Non danno informazioni su Belgrado! Tress! E sbatte giù il telefono.
Per ottenere informazioni sull’orario, mi arrangio con la mia vicina di casa.

L’autobus parte dalla nuova stazione: una baracca costruita nella parte serba di Sarajevo, la zona che durante le Olimpiadi invernali nell’84 ospitava il villaggio olimpico. Fa freddo, la mattina presto. Nella semioscurità, con la foschia, la gente appare come nei quadri degli impressionisti: silhouette in movimento. Le donne robuste con i baffi, portano le borsette come un filoncino di pane, gli uomini hanno le sopracciglia quasi unite. Sono vestiti da paesani, con gli stivali pesanti, le giacche di colori scuri e di taglie grandi, sembrano tutte XXL, maglioni fatti a mano. Nessuno parla. Si comunica scambiandosi gli sguardi, piuttosto che con le parole.

Gli autisti silenziosi si aggirano tra i passeggeri come i pastori vanno tra le pecore cercando quella giusta da sacrificare. Gli autobus sono privati. La veloce transizione dal comunismo al capitalismo si presenta con dei pullman appena in condizione di stare sulle ruote, pieni di buchi, senza riscaldamento.
“È meglio sedersi vicino all’autista, sospira un signore rivolgendosi a me. Fa freddo dietro: ieri sono venuto con loro da Belgrado”.

Dopo solo una ventina di minuti ho capito quanto era preziosa l’informazione che mi aveva fornito. Noi, seduti sui posti davanti, eravamo riscaldati da un piccolo ventilatore. Nel resto del pullman si gelava. La gente protestava debolmente, sapendo già che era inutile. Il nuovo conoscente mi chiede come mi chiamo. Sentendolo, capisce che sono bosniaca, si avvicina e con voce bassa si confessa in fretta: metà serbo, metà croato, è scappato da Sarajevo, adesso sta a Belgrado, vive in miseria, non ha né lavoro fisso, né casa; capisce che ha sbagliato, è incerto se tornare o andare avanti. Tanto… è la stessa cosa, dice e mi saluta. Scende a Pale, va a visitare la nonna e le porta le uova da Sarajevo.

A Pale il sole splende. È bellissimo: la neve è polverosa e brillante. L’ideale per sciare, penso con tristezza. Pale, era una famosa località sciistica; durante il conflitto era diventata la roccaforte dei serbi ribelli, ora vivacchia a stento. Alcuni passeggeri scendono, altri salgono, si va avanti. Subito fuori da Pale, a fianco della strada c’è appeso un grande striscione con la scritta in cirillico “Anche a Dio pesiamo così come siamo”.
L’autobus avanza lentamente, la strada è stretta, coperta di neve e sotto c’è il ghiaccio. Il motore fa un rumore strano, speriamo che non si fermi in mezzo al niente. Capita anche quello, dicono i passeggeri più esperti, quelli che percorrono spesso questa tratta.

L’autista ha difficoltà con il cambio, si ferma e chiede all’aiutante di controllare se per caso qualche borsa sotto crei ostacoli. Sotto è tutto a posto. Allora usa più forza e riesce a fare la manovra.Il conducente fuma senza sosta. Ogni dieci, quindici minuti apre la piccola finestra a fianco e sputa fuori nell’aria. In una curva la porta alla sua sinistra si apre. Anche stavolta sono l’unica a reagire con paura. L’autista la chiude, un po’ assente, come si fa con i gesti che si ripetono spesso.

Il nuovo vicino di posto mi chiede dove vado; riconosce il mio accento di Sarajevo, mi chiede come mi chiami, si sente subito “con i suoi”, si fida di una bosniaca, e comincia a parlare. È serbo, di Sarajevo, scappato a Belgrado con la famiglia durante la guerra. A Sarajevo faceva l’autista per i funzionari municipali. Si lamenta dei Srbijanci, serbi della Serbia. Lui è serbo dalla Bosnia. Non sono fiduciosi, lui lavora con gli albanesi, gente onesta quella, per non parlare poi di noi bosniaci. “Sai, noi bosniaci, siamo diversi, mi dice in conclusione“.

Adesso il pullman va più veloce. Siamo in pianura. La strada corre verso il fiume Drina, verso la Serbia. Osservo il paesaggio. Tutta la zona è molto stretta tra le montagne, la terra è poca e sterile, campi rari, non coltivati. Cerco, stupidamente, i segni delle fosse comuni. In questa zona, vicino al fiume Drina, i serbi hanno fatto scomparire circa sette-otto mila musulmani di Srebrenica. Che lavoraccio! Tutto sbrigato in due-tre giorni. I bosniaci che non sono stati uccisi sono scappati. Nonostante ciò si vedono le moschee, nuove. Inutile tentativo della comunità internazionale di far tornare i musulmani.

Oggi la popolazione sono i serbi. Mi chiedo come fanno gli abitanti attuali a vivere con quella storia d’orrore sulle spalle. Un bel sabato di sole decidi di fare un picnic, porti la moglie e due bambini, ti metti a cucinare un po’ di cevapcici, cerchi i rami secchi per il fuoco e trovi i resti di cinque, cinquanta o cinquecento persone!
Siamo sul ponte sulla Drina. È il confine tra la Serbia e la Bosnia Erzegovina. Ci controllano i documenti. I serbi passano il confine con la carta d’identità, altre cinque persone, me compresa, subiscono un controllo più dettagliato.

Stiamo fermi per una ventina di minuti. L’ultima volta, dieci anni fa, arrivando dalla direzione opposta, da Belgrado, i documenti me li aveva controllati Arkan, il più atroce criminale di guerra. Solo allora, quando l’ho visto in compagnia di ufficiali dell’esercito iugoslavo e di paramilitari serbi, ho capito quello che mi dicevano i giornalisti stranieri: l’armata iugoslava combatteva contro di noi, il popolo che l’adorava e si fidava come uno si fida del proprio padre.

L’aiutante dell’autista conta i soldi: in cinque ore di viaggio, con tutti i passeggeri che salivano e scendevano, hanno guadagnato 50 Euro. Belgrado non è più l’elegante capitale europea che ho conosciuto e che descrive l’ultimo ambasciatore americano Zimerman nel suo libro “L’Origine della catastrofe”. La città è trascurata, le facciate dei palazzi in pieno centro sono scalcinate e c’è un impressionante odore di cerosino.

Si preparano le elezioni. I candidati sono le stesse facce che vedevo prima e durante la guerra. Non hanno cambiato i programmi, solo il vocabolario. Usano meno parole come “il patriottismo” o “srpstvo” (che corrisponde all’italianità), e tanto di più “il mercato” o “l’Europa”o “il futuro”. Due donne preferiscono discutere della faccia di un vecchio candidato dell’opposizione che si è fatto fare il lifting, piuttosto che del programma del suo partito. Trovo vecchi amici. Si va al ristorante. Entriamo alle quattro del pomeriggio. Si comincia con la grappa, un po’ di stuzzichini finché non arrivano le pietanze “vere e proprie”.

Si è sparsa la voce che sono in città. Arrivano altre persone. Un tavolo non ci basta più, ne aggiungiamo un altro. Si raccontano barzellette, immancabilmente sui due scemi proverbiali bosniaci Suljo e Mujo. Arriva il cantante con la chitarra. All’inizio cantiamo le balde “neutrali”, ma come si va avanti con i piatti sempre più pesanti e i vini densi come lo sciroppo, anche le canzoni diventano sempre più cariche di sofferenza, emozione, lacrime, amore e nostalgia.

Il cantante, anche lui serbo scappato dall’Erzegovina, ha la propria canzone sul “maledetto fiume Drina”. Cantano tutti nel ristorante, ci troviamo abbracciati ad altri sconosciuti ospiti del bar. È tutta una vera “fratellanza e unità”, come ci insegnava il presidente Tito. Dalle altre tavole alcuni, ubriachi non meno di noi, gridano il vecchio detto che “il paese che non ha la Bosnia non vale nulla”. Si va avanti, litighiamo per chi pagherà il prossimo giro, la prossima canzone, cadono i soldi nella chitarra. Ormai cantiamo solo le canzoni bosniache.

Perché non torni?”, mi chiede una collega abbracciandomi, con gli occhi che brillano.
“Perché dieci anni fa mi hanno cacciato via per il fatto che ero musulmana!”
Solo per questo?”
“Sì, solo per questo!

Usciamo dal bar alle tre di mattina. Nevica. I fiocchi di neve grandi come gli occhi dei bambini cadono lentamente in silenzio.
Si va a dormire. Due amiche litigano per stabilire chi mi ospiterà. E io, in questa notte shakesperiana, in pieno centro di Belgrado, mi domando perplessa: “E adesso?”

Adesso voglio che qualcuno mi assicuri che non c’è stata la guerra, che non c’è stata la pulizia etnica, né atrocità, né l’odio, che non mi hanno cacciato via e che tutto è stato solo un brutto sogno prima di questa neve vergine su Belgrado.

Print Friendly, PDF & Email

4 Commenti

  1. Jugoslavia, 1971. Finalmente Sarajevo. Guardavo dall’Alfa i piccoli cimiteri al ciglio della strada. Lo dico adesso che erano cimiteri, allora mi colpirano i piccoli cippi di marmo bianchissimo con in cima il cilindro o il turbante. Fu il direttore del ristorante- dove gustammo vini di Erzegovina e carni dolcissime – a indicarci dalla vetrata la grande moschea. Sono nato e cresciuto in certi tempi, la guerra fredda non aveva tempo per spiegarti che inBosnia Erzegovina c’erano i musulmani. La strada che da Sarajevo porta a Belgrado è un serpente tra boschi giganti e orrori scoscesi. Dopo un ingorgo di 4 ore appena usciti da Sarajevo – le auto là in alto sembravano formiche- viaggiammo solitari. Poi piovve tra i monti, terra rossiccia colava dai muretti, i tronchi di traverso costituivano un problema. Entrammo nella bella Belgrado alle 10 passate, lattraverso un’auostrada a luci arancione. Era una fungaia di luci , Belgrado. Il maitre dell’albergo parlava un italiano gutturale. Scosse la testa ma ci fece mangiare in saletta, di fronte c’era un ritatto di Tito. Ridacchiammo. Così come al cospetto di modeste porzioni di insalata russa. Non potevamo ancora sapere della grande fame di Bucarest.

    Carlo Capone

    Carlo Capone

  2. “È tutta una vera ‘fratellanza e unità’, come ci insegnava il presidente Tito”. E’ giusto ironizzare, se di ironia si tratta.

  3. Il confine è il taglio vivo, lo spostamento del corpo e della mente. taglio a vivo, quando fuggi la terra natale, quando è diventata terra di morte e di atrocità. Il confine è la linea orrizontale del lutto.
    Una testimonianza dura e vera;
    La foto mi fa pensare a tante cose oltrepassate: a un momento non si vede più l’orrizzonte passato, è un velo scuro.
    L’incrinatura sulla parabrezza, la curva: accenni dello sconosciuto e della ferita. Immagine bella.

I commenti a questo post sono chiusi

articoli correlati

La vie en bleu ( France): laboratorio di scritture

di effeffe
Dossier a cura di Giulia Molinarolo, Patrizia Molteni, Francesco Forlani, Wu Ming 2, con la partecipazione degli “scrittori” dell’atelier condotto da Wu Ming 2 e sostenuto dalla Consulta per gli emiliano-romagnoli del mondo su un progetto di Alma Mater, UniBo. Racconto fotografico di Sergio Trapani

Colonna (sonora) 2023

di Claudio Loi
Come ogni anno eccoci alle solite classifiche, un’operazione che non serve a nulla e proprio per questo indispensabile. Un giochino che serve – così spero - a tenere viva una passione che a sua volta ci tiene vivi e a continuare a divertirci ascoltando musica, cercando di cogliere i nuovi fremiti che arrivano dalle diverse parti del mondo conosciuto.

Lost in translation

di Francesco Forlani
Manuel Cohen che mi aveva voluto nell'antologia mi chiese di provvedere alla traduzione in italiano dei testi scritti in furlèn, nel mio idioletto come del resto ogni poeta aveva fatto per le proprie composizioni in dialetto. È stata la sola volta in cui ho tentato di autotradurmi e sinceramente non so se l'esperimento sia andato a buon fine

Così parlò Malatestra

di Errico Malatesta
Ma è possibile abolir la famiglia? È desiderabile? Questa è stata, e resta ancora, il più gran fattore di sviluppo umano, poiché essa è il solo luogo dove l'uomo normalmente si sacrifica per l'uomo e fa il bene per il bene, senza desiderare altro compenso che l'amore del coniuge e dei figli.

Diaporama

di Enrico De Vivo
La sera del 15 settembre 2022 Salvatore Cuccurullo, maestro di pianoforte di Angri ed emigrato in Veneto circa vent’anni fa per insegnare, stava morendo in un ospedale di Vicenza. Dopo aver ricevuto la notizia, ho trascorso la serata fino a tardi a guardare le sue foto

Limina moralia: Méli Mélo

di Francesco Forlani
Com’è possibile che tra il XIX e il XX secolo, mentre in tutta Europa nascevano i grandi classici, in Italia esce solo un romanzo considerato degno di nota, "I promessi sposi" di Manzoni? Si parte da questa affascinante anomalia per ricostruire il complesso rapporto tra letteratura e musica, delineando i contorni d'una invenzione made in Italy: il melodramma.
francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. , L'estate corsa   Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux
Print Friendly, PDF & Email
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: