dalla rete #01: VIA LE CASE-CAVERNA A UN PASSO DA SAN PIETRO.

20 maggio 2008
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Decine di polacchi sgomberati nelle gallerie.
Otto arrestati per furto di energia.

[ Giovanni Battista PIRANESI (1720-1778), Carceri d’invenzione ]

[ da tash-blog ]

di Francesco Pecoraro

Non ho capito bene dov’è.
Si vede una nicchia, sotto un solaione di cemento.
Letti con coperte, sacchi a pelo, cassette della frutta de plastica a fare da mobilio, un tubo che corre in alto funge da mensola per scatole e flaconi di detersivo.
La foto sul giornale di ieri mostra un piccolo brano di poesia dell’abitare improprio, che può prodursi quando un umano si appropria di un luogo protetto e lo abita, magari prendendosene cura per quel che è possibile, utilizzando come suppellettili quello che trova, una nicchia o una rientranza che diventa una mensola, un sedile d’automobile come poltrona. Uno specchio, un bacile per lavarsi, sacchetti di plastica appesi come armadi.
Qualche decennio fa, all’Isola, si potevano fare passeggiate nell’entroterra delle spiagge, nel silenzio di uliveti deserti, dove trovavi minuscole casette, la porta senza chiave e dentro un letto di aghi di pino, un camino con mensola, talvolta un tavolo e una seggiola, qualche attrezzo, una scatola di fiammiferi, una boccetta d’olio d’oliva, una candela, appeso al chiodo un giaccone stinto. Tutto era lasciato lì alla portata di chiunque, ma nessuno toccava niente.
Era pura poesia degli oggetti, come questa.

Forse sono un ingenuo, ma mi viene spontaneo di pensare che se i senza-casa avessero una casa non andrebbero a farsela negli interstizi della città.
Quindi, sempre per via diretta e naturale, se fossi un politico penserei che, almeno a Roma, esiste un problema di carenza di abitazioni che siano accessibili per chi ha pochi o niente soldi.
Io sono tra coloro, pochi, che ancora credono che la casa sia un diritto di tutti, come il lavoro, la salute e lo studio.
Quindi mi porrei l’obbiettivo di alleviare le condizioni di disagio & sofferenza dei senza casa, anche per alleviare il fenomeno del barbonismo, per favorire dignità e radicamento, eccetera.
Sono consapevole delle difficoltà di una simile politica, ma ci proverei lo stesso, perché quello sarebbe uno dei miei compiti di istituto.

Non so dove sia questa “caverna a un passo da San Pietro”, ma dalla foto su La Repubblica vedo che non è una caverna, e, qualsiasi cosa sia, era diventata una casa.
Per fare casa, fisicamente basta poco.
Occorre costruire (o reperire) un dispositivo delimitante, una discontinuità che marchi i due semispazi essenziali all’essere casa, l’esterno e l’interno, e li separi, anche parzialmente.
Casa è innanzi tutto delimitazione.
Secondo il Devoto-Oli, l’etimo di abitare è habere, cioè avere, possedere, disporre di qualcosa.
In questo caso di uno spazio difendibile, che a sua volta mi difenda da ciò che proviene dall’esterno, che sia pioggia, animale o nemico.
Delimitazione come dispositivo primo e separante, senza il quale non è possibile insediarsi in nessun luogo.
Senza nessuna delimitazione dello spazio non c’è quel radicamento primario che ci strappa alla condizione nomadica, itinerante, alla sensazione terribile del non avere nemmeno un centimetro quadrato di superficie terrestre disposto ad accoglierti.
Anche quattro pali e una tettoia sono delimitazione, anche un muretto di sassi.
Basta qualcosa che marchi e sia percepibile come una discontinuità e come un’informazione: qui c’è qualcuno.
Del resto mi sarei convinto che l’architettura è nient’altro che delimitazione, ma con intenzione estetica, significante.
Vale a dire con una funzione simbolica aggiuntiva rispetto alla sua funzione di base: delimitare e coprire.

Questi uomini polacchi insediati “a un passo da San Pietro” avevano trovato una delimitazione incompleta, ma già fatta, una specie di nicchia, di caverna artificiale.
L’abitavano, semplicemente.

Se esiste un diritto naturale, sicuramente vi è incluso l’uso del mondo per viverci.

Avevano bisogno di un posto dove trovare tregua allo sbattimento quotidiano, dove dormire, lavarsi, fumarsi una sigaretta in santa pace, fare quattro chiacchiere.
Certo, immagino la sporcizia, gli escrementi e tutto il resto, “a un passo da San Pietro”, mica sul greto dell’Aniene, mica nascosti negli anfratti di periferia, luoghi più consoni a stracci e immondizie.
Quanto guadagneranno-racimoleranno al mese questi uomini polacchi?
Meno di setto, ottocento euro?
È solo la metà di quello che guadagna gran parte delle gente-con-casa.
Ma gli uomini polacchi questa poca differenza la pagano cara.

Arrestati per “furto di energia”.

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16 Responses to dalla rete #01: VIA LE CASE-CAVERNA A UN PASSO DA SAN PIETRO.

  1. véronique vergé il 20 maggio 2008 alle 12:10

    E’ un pezzo che tocca al centro dell’egoismo. L’uomo che vive senza protezione, senza carapace prova di ricostruire un luogo privato.
    Ma di intimo, niente. Mi ha sempre fatto male vedere persone dormire in luogo pubblico. Nel sonno, sei vulnerabile, diventi il bambino che ciascuno conserva nella fragilità primitiva. Dormire senza protezione, essere all’abbandono, è terribile di non potere avere un luogo dove proteggere il sogno, il corpo, l’anima.
    L’anima non puo liberarsi nella paura di essere letta, scoperta.

  2. niky lismo il 20 maggio 2008 alle 13:10

    Privazione di elementari diritti, peggio, privazione dell’identità. Mi scuso se approfitto di questo post per introdurre un tema forse distinto ma non del tutto estraneo. La negazione dell’identità, la soppressione del sé, l’annullamento dell’individualità personale: pratiche che offendono la dignità umana e marchiano a fuoco la vittima e l’intera comunità. Pratiche da SS, da lager. Ma anche pratiche da realtà politica italiana, anno domini 2008, in persona di una piacente e cinguettante ministro della repubblica. Il ministro delle pari opportunità (sic!: sembra ironia ed è invece un insulto collettivo) rifiuta il patrocinio al gay-pride, rifiuta i diritti degli omosessuali, rifiuta persino di riconoscere una realtà discriminatoria. O.k., fin qui si tratta solo (!) di una politica ipocrita, oscurantista, vessatoria e bigotta. Soltanto… Ma che Mara Carfagna assassini Vladimir Luxuria rifiutandone il nome, cancellandone deliberatamente la soggettività, chiamandola ironicamente “signor Vladimiro Guadagno”, corrisponde né più né meno che a un delitto, a un omicidio attuato a mezzo censura: negando il nome, si nega l’esistenza. “Mi fai schifo per quello che sei – è l’implicita posizione della ministro – ti parlo solo piegando la tua identità, cambiandola, riducendoti a ciò che non sei. Se dovessi chiamarti col tuo vero nome non lo farei, negherei cioè la tua esistenza. Così come realmente sei, non esisti”. Credo che dobbiamo tutti scusarci per questi atteggiamenti oltraggiosi e incivili, scusarci verso Luxuria, verso la società e verso noi stessi. Tale è il livello di barbarie in cui si dibatte l’Italia.

  3. chi il 20 maggio 2008 alle 14:42

    in Genji Monogatari Shikibu scrive Nel vasto mondo non cercare una casa ma dove ti capita di trovare riposo di’ che quella è la tua casa.
    In questa misura io penso che forse dare a tutti una casa, come dlimitazione, come habere, non sia possibile, ma un luogo di quiete momentanea e forse pure aleatoria sì.
    Non so se questo o un altro governo si porrà il problema ma furto di energia è eccessivo. tutti coloro che hanno vissuto in provincia o ci sono passati durante una fiera hanno visto i fili elettrici del circo o delle giostre mobili arpionati a quelli della rete elettrica.
    furto di energia fa ridere, è quasi dolce e mi fa pensare a quanto, la società in cui viviamo, cerchi intrattenimento.
    furto di energia mi fa pensare a quanto i giornali cerchino intrattenimento.

    @ niky lismo
    vladimir luxuria vladimir luxuria vladimir luxuria vladimir luxuria vladimir luxuria vladimir luxuria vladimir luxuria vladimir luxuria vladimir luxuria vladimir luxuria vladimir luxuria vladimir luxuria vladimir luxuria vladimir luxuria vladimir luxuria vladimir luxuria vladimir luxuria vladimir luxuria
    tre righe di luxuria per ogni negazione verbale. nomina nuda tenemus. tre righe di luxuria ogni volta. ;)

    e questo.
    chi

  4. Paolo S il 20 maggio 2008 alle 16:06

    effettivamente, habitare sarebbe il frequentativo di habere, ossia avere spesso, ripetutamente, con costanza. Più che un possesso, presuppone un ritorno. Ma il discorso della marcatura e della demarcazione è giustamente decisivo: non si può tornare verso un luogo non delimitato come tale!

  5. Cristoforo Prodan il 20 maggio 2008 alle 16:48

    Il luogo citato è un anfratto all’interno del famoso sottopassino del lungotevere vaticano, vicino a Castel Sant’Angelo e alla Mole Adriana, quello costruito per il Giubileo del 2000.

    Premessa: non sono di destra, e mai lo sono stato.

    Però…, però la solidarietà non può non passare attraverso l’uguaglianza dei diritti e dei doveri di tutti i cittadini. Con la dovuta attenzione verso le reali fasce deboli, certamente, ma smascherando i furbetti.

    Se io manometto il contatore dell’energia elettrica che ho in casa, vengo denunciato penalmente. Perché qualcuno dovrebbe essere esentato da questa regola? Possiamo pensare di abolirla questa regola: ma allora lo si faccia per tutti, e l’energia sia gratuita per tutti.

    Se io salgo sull’autobus senza biglietto o senza abbonamento vengo multato salatamente. Perché qualcuno dovrebbe essere esentato da questa regola? Possiamo pensare di abolirla questa regola: ma allora lo si faccia per tutti, e i trasporti siano gratuiti per tutti.

    Eccetera, eccetera, eccetera.

    Nell’articolo si dice testualmente:
    «
    Quanto guadagneranno-racimoleranno al mese questi uomini polacchi?
    Meno di setto, ottocento euro?
    È solo la metà di quello che guadagna gran parte delle gente-con-casa.
    Ma gli uomini polacchi questa poca differenza la pagano cara.
    »

    Solo la metà di quello che guadagna gran parte della “gente-con-casa”?!? Oggi, uno stipendio di 1.200 euro al mese è un “buono” stipendio per molti lavoratori italiani. Chi prende 1.400/1.600 euro al mese già prende un “signor stipendio”. Altro che storie! Ma dove vivete? (Come quando la Ravera in un famoso articolo su Micromega del 2006 citava come esempio un normalissimo acquisto di un appartamento da – udite udite – 800 mila euro!)

    In un servizio sui Rom di ieri sera in televisione, un nomade intervistato giustificava la sua permanenza nelle baracche perché guadagnava “solo” 1.000 euro al mese! (E di buon nero, aggiungo, di buon nero). Pensavo ai tanti miei amici e conoscenti che guadagnano di meno, fanno sacrifici inenarrabili per vivere dignitosamente e, soprattutto, non si lamentano…

    O ci salviamo tutti, o non si salva nessuno. Questo è un problema che la sinistra non deve esorcizzare, rispolverando un pietismo che non porta a nulla, ma che deve affrontare fino in fondo, fino alle sue più radicali soluzioni. Altrimenti le destre vinceranno per altri mille anni.

  6. cinzia il 20 maggio 2008 alle 19:32

    nell’elenco iniziale mancano il televisore,e specialmente bombole di gas Quelle che chiami nicchie sono “uscite”d’emergenze” lascio immaginare quali sarebbero potute essere le conseguenze se fosse accaduto qualcosa nel tunnel….Per il resto concordo pienamente con quanto scritto nel comm di Prodan
    cinzia

  7. Tashtego il 20 maggio 2008 alle 21:11

    non è pietismo.
    è un appunto sull’abitare precario.
    contiene elementi sporadici di pietas politica.
    c’è sempre il pierino che salta su a dire: ah se tutti facessimo così, dove si andrebbe a finire.
    ah se se rubba dal contatore allora ar gabbio.
    non ho espresso né solidarietà né altri tipi di giudizio.
    ho detto che esiste un problema casa.
    e ho detto che chi ce l’ha guadagna QUASI come chi non ce l’ha.
    ma è un QUASI decisivo sulla cui entità posso sbagliare, oppure no.
    in ogni caso trattasi di umani come noi.
    ma questo vi sfugge.

    siete anime morte in culla.

  8. Plessus il 20 maggio 2008 alle 21:51

    Salve sono benedetto dal sedicesimo lampione. volevo dire che sono stato io a denunciare i compatrioti del mio predecessore perchè dalle grate dei tombini saliva un fetore insopportabile di cipolla, mi disturbava il volume alto della loro tv, la luce del lampione era diventata fioca ed in penombra non riuscivo a specchiarmi…

  9. Cristoforo Prodan il 20 maggio 2008 alle 23:56

    Replico solo per “pietas politica”, appunto. Consapevole del fatto che un atteggiamento razionale su questi argomenti è praticamente impossibile in Italia.

    Il problema abitativo a Roma esiste da almeno 25 anni. E ha riguardato e riguarda tutti i cittadini. Non credo che lasciando delle persone (delle persone: nessuno ne disconosce l’appartenenza alla nostra specie) ad abitare le fogne si risolva il problema. Bisogna tirare fuori le persone da quelle fogne e costringerle a prendersi delle responsabilità civili: il lavoro, la partecipazione sociale (attuata anche attraverso la rivendicazione di abitazioni) ed economica (pagando le tasse e le utenze), e quant’altro. Lasciarle nel degrado significa favorire quelli che nel degrado ci sguazzano e ci guadagnano. Queste zone franche sono spesso luoghi in cui prevale lo sfruttamento (incluso quello minorile e femminile) e la cultura mafiosa dell’illegalità e della sopraffazione.

    Le nostre anime non sono morte in culla, né sono cadute dal seggiolone da piccole. Sono anime adulte, dotate di buon senso.

  10. francesca matteoni il 21 maggio 2008 alle 02:49

    “Se esiste un diritto naturale, sicuramente vi è incluso l’uso del mondo per viverci”.

    Mi sono fermata su questa frase, staccata dal resto, probabilmente perché per me il diritto naturale, un diritto a qualsiasi cosa insito nella natura umana non esiste. Il diritto è qualcosa che si costruisce (come una casa…) per abitarci dentro – qualcosa a cui ci si educa per riconoscerci (come un nome…) parte di una società, di un mondo. Quando non lo si costruisce più lo si vende a caro prezzo.

    Al di là della solidarietà o delle riflessioni sull’uguaglianza e le sue implicazioni toste che simili eventi possono risvegliare, a me pare che il punto conclusivo sia sempre: a che cosa ci stiamo educando? chi saranno gli esseri umani “come noi”? E le due domande per me sono la stessa.

    Poi mi è pure venuta in mente una simpatica distribuzione degli ottocento o seicento o cinquencento euro mensili (sembra un OT, ma non lo è). Da una parte chi si inventa una casa, dall’altra una schiera di educatori – alias tutti coloro che lavorano in qualità di operatori sociali con i minori (il futuro), con l’handicap, etc etc e che la maggioranza del popolo italiano considera alla stregua di baby sitters a tempo indeterminato. Lo stipendio medio mensile raramente tocca gli ottocento euro. Però, essendo italiani, si ha la possibilità di vivere a casa di mamma fino a cinquant’anni e oltre. Del resto la responsabilità di educare è solo un gioco per eterni fannulloni.

  11. Tashtego il 21 maggio 2008 alle 08:12

    “Io sono tra coloro, pochi, che ancora credono che la casa sia un diritto di tutti, come il lavoro, la salute e lo studio”.

  12. cristiano prakash il 21 maggio 2008 alle 10:46

    a venezia ci sono molti mendicanti. la caritas dice che sono un’organizzazione criminale che si spartisce il territorio. anche a mestre ce ne sono molti e, se di banda si tratta, probabilmente provengono dalla stessa.
    si stanno specializzando in storpi sempre più estremi. quando c’è un’amputazione o una deformazione, la si mostra tutta. ho ancora negli occhi il viola sfumato fino a diventare bianco, che definiva la ferita di una gamba incisa sopra il ginocchio.
    ricordo che una volta, quando abitavo a marghera, in autobus vidi salire una ragazza con un cerotto che copriva l’occhio sinistro che, una volta arrivata in postazione a venezia, veniva tolto per mostrarne la mancanza.
    questi articoli di tashtego mi fanno male perché toccano punti che non hanno risposte razionali ma solo viscerali.
    credo li scriva – forse non è così, ma questo è ciò che penso- per condividere l’ansia e lo sgomento di incontrare ogni giorno quotidianità sempre più complesse, veloci, non ancora catalogate in teorie politiche, sociologiche, psicologiche perché ancora troppo nuove.
    proviamo schifo, rabbia, tristezza.
    Non sono mai stato tra coloro che vedevano fascismo ovunque.
    Penso che sia molto comodo individuare un nemico al di fuori, per dimenticarsi che il nostro peggior nemico siamo noi.
    Quando si critica l’altro, quando si crede di stare nella ragione solo perché l’altro ha più torti, io non ci son più, sono già andato a guardarmi allo specchio.
    Credo che chi condanna una razza sia pericoloso, per due ragioni: se è in buonafede è un ignorante, se è in malafede è un criminale.
    insomma, ben venga qualcuno con cui discuterne.
    altrimenti la “natura” prevarrà e produrrà fenomeni incontrollabili.
    parliamone prima di abituarcisi.

  13. franco arminio il 21 maggio 2008 alle 13:45

    complimenti t.
    ti leggo sempre con piacere

  14. Tashtego il 21 maggio 2008 alle 23:03

    “credo li scriva (…) per condividere l’ansia e lo sgomento di incontrare ogni giorno quotidianità sempre più complesse, veloci, non ancora catalogate in teorie politiche, sociologiche, psicologiche perché ancora troppo nuove”.
    esatto cristiano.
    non ero preparato.
    e non ho strumenti.
    o meglio, quelli che ho sono consunti.

  15. orsola puecher il 22 maggio 2008 alle 09:07

    Quello che mi ha colpito nel pezzo di Francesco e che, subito dopo averlo letto, mi ha spinto a pubblicarlo qui, è stata proprio la assoluta mancanza di pietismo, di solidarietà melensa, di formulette da primi della classe di sinistra per incasellare le cose, da orgogliosi della propria legalità. Del proprio essere “regolari”.

    Il confine fra regolari ed irregolari è sempre più labile e nel futuro lo sarà sempre di più. C’è molta povertà nascosta anche fra i regolari che iniziano a dibattersi faticosamente nelle smagliature dei diritti primari.
    Le case regolari cominciano ad assomigliare alle grotte del sottopassaggio, se non hai soldi per pagare la bolletta della luce, la tagliano, se va bene e sei capace ti allacci clandestinamente, altrimenti accendi candele, si rompe il riscalcamento e non hai soldi per aggiustarlo e accendi braceri o metti vestiti a strati, si rompe il frigo e non te lo puoi ricomprare, come in quel racconto di Carver, e allora metti sacchetti sulla finestra. Finisce la pensione minima e infili in tasca buste di parmigiano grattuggiato al supermercato. Raccogli la frutta buttata via dopo il mercato.
    Non è difficile perdere una casa anche tua, che con trent’anni di mutuo ti conquisti centimetro a centimetro nei giorni.

    Dice bene Cristiano, lo sgomento che ti prende ha qualcosa di superiore a qualsiasi ragionamento, è di umani per altri umani la cui distanza è solo un sottile agglomerato di materia in più.

    A volte penso anche, a proposito della poesia dell’abitare improprio, che chi di noi ha avuto la fortuna di un’infanzia libera, a fare capanne fra le frasche, a giocare in case abbandonate, ad accendere fuochi con le stoppie, a rubare la frutta sugli alberi, potrebbe vivere così anche adesso, in un’emergenza non poi così improbabile per nessuno.
    Come faranno in Cina i superstiti del terremoto.
    La sorte di stare dall’altra parte della smagliatura della fortuna e della dignità non riesce a chiudermi gli occhi e il cuore.
    Ringrazio molto Francesco di questo suo occhio sulle cose.

    ,\\’

  16. nadia agustoni il 23 maggio 2008 alle 15:33

    Il post è uno sguardo sul presente. Condivido il commento di Orsola ed è bene che qualcuno ci ricordi che il mondo è di tutti e ci sono diritti fondamentali che non si possono negare ad alcuno.



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