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VivaVoce#04: Guillaume Apollinaire [1880–1918]

Le Pont Mirabeau
dalla viva voce di Apollinaire [1913]

[ musicata e cantata da Léo Ferré (1953) ]


 


Le Pont Mirabeau
 

Sous le pont Mirabeau coule la Seine
Et nos amours
Faut-il qu’il m’en souvienne
La joie venait toujours après la peine
 
Vienne la nuit sonne l’heure
Les jours s’en vont je demeure

 


Il Ponte Mirabeau
 

Sotto il ponte Mirabeau scorre la Senna
E i nostri amori
Tocca che me lo rammenti
La gioia sempre veniva dopo la pena
 
Venga la notte suoni l’ora
I giorni vanno qui m’è dimora

 



Les mains dans les mains restons face à face
Tandis que sous
Le pont de nos bras passe
Des éternels regards l’onde si lasse
 
Vienne la nuit sonne l’heure
Les jours s’en vont je demeure

 

Le mani nelle mani restiamo faccia a faccia
Mentre giu
Dal ponte delle nostre braccia passa
D’eterni sguardi l’onda così spossata
 
Venga la notte suoni l’ora
I giorni vanno qui m’è dimora

 

L’amour s’en va comme cette eau courente
L’amour s’en va
Comme la vie est lente
Et comme l’Espérance est violente
 
Vienne la nuit sonne l’heure
Les jours s’en vont je demeure

 

L’amore se ne va come quest’acqua corrente
L’amore se ne va
Come la vita è lenta
E come la Speranza è violenta
 
Venga la notte suoni l’ora
I giorni vanno qui m’è dimora

 


Passent les jours et passent les semaines
Ni temps passé
Ni les amours reviennent
Sous le pont Mirabeau coule la Seine
 
Vienne la nuit sonne l’heure
Les jours s’en vont je demeure

 

Passano i giorni e passano le settimane
Nulla del tempo passato
Nulla degli amori riviene
Sotto il ponte Mirabeau scorre la Senna
 
Venga la notte suoni l’ora
I giorni vanno qui m’è dimora

 

 

[ Wilhelm Albert Vladimir Popowski de La Selvade Apollinaris de Wąż-Kostrowitcky nasce a Roma da una nobildonna polacca e da un aristocratico ufficiale italiano, che mai riconobbe lui e il fratello. Infanzia in collegio, mentre la madre con alterne fortune passa da un Casinò all’altro. Nessun titolo o diploma: come Università la Parigi di inizio ‘900, dove tutti sembrano arrivare e tutto sembra accadere. Come aula le Bateau-Lavoir con in cattedra e fra i banchi la cosmopolita e vivace Bande de Picassò. Molti lavori per sopravvivere, perfino il precettore, immancabilmente innamorandosi dell’istitutrice inglese della sua alunna, che lo rifuterà: il primo di una lunga serie di amori infelici. Compone versi e traduce dall’italiano. Fonda fugaci riviste di qualche numero soltanto, partecipa al Mercure de France e persino ad un giornale femminile con lo pseudonimo di Louise Lalanne. Nel 1903 scrive una opera teatrale, l’ironica e straniata Le mammelle di Tiresia, rappresentata nel ’17 fra i clamori del pubblico e le stroncature della critica, nella cui introduzione conia la parola sur-realiste che tanta fortuna poi avrà. L’opera sarà musicata nel 1944 da Francis Poulenc (1899-1963). Nella divertentissima aria

Non, monsieur mon marie


la protagonista Teresa si ribella al ruolo storico femminile di fattrice e, sbottonandosi la camicetta, si libera delle mammelle e assume l’dentità maschile di Tiresia. Il marito da solo riuscirà a dare alla luce 40.049 figli in un solo giorno in un assurdo avvicendarsi di personaggi e di equivoci alla Helzapoppin. Intanto l’infaticabile Guillaume scrive racconti erotici e riesce addirittura ad essere accusato ingiustamente ed imprigionato per il furto della Gioconda al Louvre. Sarà critico d’arte e lascerà ad un certo punto correre via le parole dalle righe a comporre le immagini dei suoi calligrammi.
 

§

 
Le Pont Mirabeau, compresa nella raccolta Alcools del 1913, nasce dalla fine dell’amore tumultuoso per la giovane pittrice Marie Laurencin, presentatagli da Pablo Picasso, talento delicato di figure eteree con visi bianchi da geisha, di trasparenze acquarellate e fiori. Lei gli preferirà un solido barone tedesco e l’ambiente mondano di cui diverrà la ritrattista ufficiale. Nel ritratto di gruppo, in cui ha immortalato con appena accennata ironia Picasso, Fernand Olivier, Apollinaire e se stessa, s’incarna lo spirito speciale di quegli anni che ormai volgono verso la Grande Guerra. Ugualmente in Le Pont Mirabeau, “la chanson triste de cette longue liaison brisée”, come la definisce Apollinaire in una lettera dal fronte a Madeleine Pagès, scorre via con l’acqua della Senna un’epoca felice ed irripetibile. Come Apollinaire molti poeti e scrittori, animati da entusiasmo patriottico e dal grano di follia militare interventista del futurismo, partono volontari: Genevoix, Dorgelès, Péguy, Alain-Fournier, Céline, Bernanos, Duhamel, Green, Pergaud, alcuni senza ritorno, ed anche il suo grande amico Blaise Cendrars, che perderà il braccio destro e scriverà con mancina oggettività della Prima Guerra Mondiale e di tutte le guerre passate e future la vera epigrafe finale in “J’ai tué”, [ Ho ucciso ], 1918:

 

Sfiderò l’ uomo. Il mio simile. Una scimmia. Occhio per occhio, dente per dente. A noi due ora. A colpi di pugno, a colpi di coltello. Senza pietà. Salto sul mio antagonista. Gli sferro un colpo terribile. La testa è quasi decapitata. Ho ucciso il crucco. Sono stato più sveglio e più rapido di lui. Più diretto. Ho colpito per primo. Ho il senso della realtà, io, poeta. Ho agito. Ho ucciso. Come quello che vuole vivere.

 
Nessuna “igiene del mondo”, ma solo una terrible carneficina: mors tua vita mea. Apollinaire tornerà ferito alla testa, dopo aver subito un’operazione di trapanazione cranica. Indebolito morirà a soli 38 anni per l’epidemia di Spagnola, nel ’18.
 

§

 
Delle immagini del breve filmato che lo vede conversare e scherzare con un amico, il fisico massiccio, molto elegante con papillon a pois e Borsalino all’indietro, resta il sorriso aperto dell’uomo entusiasta della vita nonostante i dolori, che scrive la parola Speranza con la lettera maiuscola. Fra il fruscio della riproduzione meccanica la declamazione della poesia, quasi una melopea con musicalità da spartito, sottolinea le rime dei versi tutte al femminile…
Seine, peine, heure, demeure, courente, lente, semaines ed ancora Seine… e le assonanze interne, il girotondo del ritornello. Dalla voce, che ci arriva scavalcando quasi un secolo, traspare la piccola ambiguita di senso dell’assenza di punteggiatura, l’ondeggiare alterno fra soggetto ed oggetti reali ed una vaga malinconia, che va solo un poco accentuandosi di tono nel finale, ma senza dramma o attrazione verso quell’acqua. Da quello stesso ponte, fratello di ferro fiorito della Tour Eiffel, dopo altra guerra mondiale ed altre tragedie, il 20 aprile 1970, salterà nella corrente Paul Celan.]
 
[ traduzioni ed animazione di Orsola Puecher ]
 
[ Léo Ferré, Le Pont Mirabeau, 2005, Les Annees Odeon 1953-1955,Sony BMG Music ]
[ file audio di Apollinaire da www.ubu.com ]

 

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VivaVoce#01: Thomas Stearns Eliot [1888–1965]
VivaVoce#02: Gherasim Luca [1913–1994]
VivaVoce#03: Sylvia Plath [1932–1963]

 

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13 Commenti

  1. Ma è davvero quella la voce di lui, Wilhelm Albert Vladimir ecc. ? Molto musicale in ogni caso, e commovente, bella anche la sua immagine, che ride così volentieri. Grazie Orsola di questi vivavoce, ma dove li pescherai mai……

  2. Grazie Orsola: è un bel regalo.

    Ogni volta che leggo il Ponte Mirabeau, mi viene in mente la staordinaria corrispondenza tra la scrittura, l’anima, e il paesaggio del ponte e del fiume: movimento e anima fermata, pensierosa: il dolore viene della sensibilità in contemplazione e dello slancio della vita che finisce nel “sorpasso” del nostro essere.
    Solo la vita merita di essere vissuta per l’attimo d’amore, la piccola stella che scintilla tra le mani unite : la bella gemellità dell’amore.
    Voglio credere che fino alla morte, l’esperanza dell’amore resta.

  3. Come in altre composizioni di Alcools, c’era in origine una punteggiatura, che il poeta nell’aprile del 1913, col libro già in tipografia, si precipitò a cancellare dalle bozze giudicandola non necessaria. E’ coraggiosa la scelta di Orsola di rinunciare al celebre “je demeure” (enfatizzato da Renzo Paris) per restituire la rima. Ed è forse coerente con l’Apollinaire che osserva come “le nostre immagini mobili si ripetono o risuscitano la loro incoscienza e i colori, gli odori, i rumori che si fanno ci stupiscono e poi scompaiono dalla natura. Questo mostro che è la bellezza non è eterno” (I pittori cubisti, Parigi, 1912).

  4. Bellissima e commovente esperienza, l’ascolto e la lettura.
    L’intonazione, il ritmo, gli accenti, e poi la loro messa in musica, poi ancora leggere il testo: dolce cullarsi del pensiero.
    Sirena per Celan, il ponte mirabeau?
    grazie, da Maria Pia Quintavalla

  5. Per evocare la rivista Sud, l’ho ricevuta ieri. E’ magnifica. Sono entrata nella lettura come una lenta nuotatrice, gustando l’onda. Sono entrata nella lettura dei testi di Anna Maria Ortese primo, non voglio leggere tutto di un tratto per guardare l’orrizzonte e sperare un momento di bellezza ogni serata, quando ritrovo l’appartemento in un silenzio strano, quando affronto la mia solitudine e l’orrizonte barricato dalle palazzi rosso mattone. Allora leggendo i testi di frontiera, posso scostare le sbarre.
    E’ una rivista di qualità per la scelta delle foto, l’illustrazione, i testi.

  6. ancora una volta il tè pu’cher lascia in bocca sensazioni di profondissimo benessere e nelle nari suffumigi di spettacolare corposità! :-))
    è bellissima la cartolina di pont mirabeao nel quale le acque accennano a muoversi come una stola di velluto. mi è piaciuta di più la versione di ferrer la voce di Apollinaire, non so per quale arcano, me l’aspettavo meno cantilenante…
    grande orsola.
    chi

  7. in omaggio a quella voce tonante e musicale, in una sera freddina di fine ottobre, sono stata con il mio fidanzato sul ponte mirabeau, e insieme abbiamo declamato i primi versi.
    posso assicurare che il ponte si chiama mirabeau per un motivo. si apollinaire che celan avevano buon gusto.

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orsola puecherhttps://www.nazioneindiana.com/author/orsola-puecher/
,\\' Nasce [ in un giorno di rose e bandiere ] Scrive. [ con molta calma ] Nulla ha maggior fascino dei documenti antichi sepolti per centinaia d’anni negli archivi. Nella corrispondenza epistolare, negli scritti vergati tanto tempo addietro, forse, sono le sole voci che da evi lontani possono tornare a farsi vive, a parlare, più di ogni altra cosa, più di ogni racconto. Perché ciò ch’era in loro, la sostanza segreta e cristallina dell’umano è anche e ancora profondamente sepolta in noi nell’oggi. E nulla più della verità agogna alla finzione dell’immaginazione, all’intuizione, che ne estragga frammenti di visioni. Il pensiero cammina a ritroso lungo le parole scritte nel momento in cui i fatti avvenivano, accendendosi di supposizioni, di scene probabilmente accadute. Le immagini traboccano di suggestioni sempre diverse, di particolari inquieti che accendono percorsi non lineari, come se nel passato ci fossero scordati sprazzi di futuro anteriore ancora da decodificare, ansiosi di essere narrati. Cosa avrà provato… che cosa avrà detto… avrà sofferto… pensato. Si affollano fatti ancora in cerca di un palcoscenico, di dialoghi, luoghi e personaggi che tornano in rilievo dalla carta muta, miracolosamente, per piccoli indizi e molliche di Pollicino nel bosco.
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