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Diorama dell’est#12

di Giovanni Catelli
Praga, stazione centrale
Verso Karlštejn

Vorrei partire, una sera della vita, verso Karlštejn.
Il locale mi aspetta, sempre, al primo binario di Hlavní Nádraží, alle diciassette e venticinque: entra in stazione, lentissimo, si arresta come in sogno, accanto al marciapiede basso degli anni lontani, apre le sue porte, ormai elettriche, sui neon fiochi, le plastiche usate, azzurrine, l’aria speciale dei vagoni deserti, concessi dal tempo a giorni remoti, e mai più ritornati al presente.
A volte passeggio, lungo il binario, aspetto viaggiatori che non giungono, impiegati, studenti che s’abbracciano prima del partire, controllori sospettosi, macchinisti che fumano all’ora perduta, guardo sul muro l’elenco dei ferrovieri caduti, contro il lavoro, contro l’invasore, arrivo alla fine della volta d’acciaio, già si respira un’aria di fuga, vedo i palazzi, la città che sale, forse la vita lontana, che guarda, tra i ferri e i binari, chi ancora la insegue, s’attarda, e non sa, quale via gli condoni l’attesa e la pena.
Nei giorni del buio più lesto, PRAHA s’accende, bianca, sulle vetrate nuvolose, accoglie il passo di chi torna, dalla pensilina vuota che scorge la città, veglia il suo sussurro senza pace, la corsa incauta d’ogni luce al buio, l’affannarsi d’ombre, per le volte scure : si ritorna, e già si è presi nel partire, ogni pallido nome già canto di sirena, nostalgia, dell’ignaro destino che si sfolla, d’ogni muto annuncio che dilegua, s’addensano i minuti alle soglie del futuro, al valico incessante che scatena l’avvenire, o lo cancella, chiama nella vita le città, o le perde, nella sabbia giudiziosa degli scavi mai conclusi.
Accade, a volte, di passare, le porte del caffè, verso l’arco più vasto della luce, la sosta delle cose, l’urna della polvere sospesa, fra la città serale che s’annuvola d’incanti, e la stagione ferma dei binari, la perenne promessa o rapina dei treni, l’annuncio interminato d’altre ombre, la forma di città che non vedremo: non mi fermo, mai, per questo limbo, non so reggere nel corpo il transito di tutto, l’infinito scontrarsi degli istanti, la sperduta voce del passato, avanzo, negli androni vuoti, verso il tiepido salone delle ninfe, l’orologio quieto, immobile, sorretto nell’eterno dalle bianche dita, posso ancora sostenermi a questa pace, a quest’ora che smarrisce le sue frecce, posso credere all’incenso del carbone, al profumo di miniera che richiama, in un respiro, gli anni e le stagioni.

Stepanska

Senti la pioggia, quieta, oltre i vetri, la grande piazza in discesa che tace alla notte, la scia di un taxi che sale al Museo, l’autunno è arrivato, ora lo sai, senza dolore, con tiepide, brevi giornate, annunci remoti d’inverno nell’alba, pallidi geli agli asfalti di cenere: ora la guardi, tagliare leggera un velo di strudel, alzare lo sguardo, sorridere, come potresti chiedere ancora, il destino conserva segreti rancori, antiche mancanze, come volere al di là del silenzio, che tocca le mani, unisce gli sguardi, come cercare, alla soglia dell’ombra, che preme le piazze, disperde le luci rinate dal sonno, come sapere, la giusta misura l’istante, la piena ragione del tempo l’attesa: ora tu stringi appena le sue dita, scivoli sul dorso, la mano ti accoglie, senti lo sguardo aprire al sorriso, già puoi sbarrare al presente ogni uscita, trattieni la tenebra fonda che sale dai vetri.

4 Commenti

  1. ho letto tutto d’un fiato facendomi trascinare dal suono delle assonanze e dal ritmo come fossero versi. E’ stato come leggere/ascoltare musica

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Antonio Sparzani, vicentino di nascita, nato durante la guerra, dopo un ottimo liceo classico, una laurea in fisica a Pavia e successivo diploma di perfezionamento in fisica teorica, ha insegnato fisica per decenni all’Università di Milano. Negli ultimi anni il suo corso si chiamava Fondamenti della fisica e gli piaceva molto propinarlo agli studenti. Convintosi definitivamente che i saperi dell’uomo non vadano divisi, cerca da anni di riunire alcuni dei numerosi pezzetti nei quali tali saperi sono stati negli ultimi secoli orribilmente divisi. Soprattutto fisica e letteratura. Con questo fine in testa ha scritto Relatività, quante storie – un percorso scientifico-letterario tra relativo e assoluto (Bollati Boringhieri 2003) e ha poi curato, raggiunta l’età della pensione, con Giuliano Boccali, il volume Le virtù dell’inerzia (Bollati Boringhieri 2006). Ha curato due volumi del fisico Wolfgang Pauli, sempre per Bollati Boringhieri e ha poi tradotto e curato un saggio di Paul K. Feyerabend, Contro l’autonomia (Mimesis 2012). Ha quindi curato il voluminoso carteggio tra Wolfgang Pauli e Carl Gustav Jung (Moretti & Vitali 2016). È anche redattore del blog La poesia e lo spirito. Scrive poesie e raccontini quando non ne può fare a meno.