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Non sappiamo niente


di Marilù Musto

«Non sappiamo niente!» è stata la frase dei familiari di Stanislao Cantelli rivolta a chiunque nella tarda mattinata di ieri si avvicinasse anche solo per fare le condoglianze. «Non sappiamo niente!» è stata anche la risposta che la polizia e i carabinieri hanno ricevuto da tutti coloro che si trovavano su corso Umberto I, nel vicino bar caffetteria e cornetteria, al momento del delitto. Il muro di omertà alzato a colpi di pistola era talmente impenetrabile che gli inquirenti hanno fatto fatica a scavare tra una notizia e l’altra per ricostruire la dinamica del delitto e hanno persino ipotizzato, in modo inverosimile e assurdo, che Cantelli fosse da solo a giocare a carte nel circolo ricreativo. Sul tavolo del ritrovo per anziani, c’era uno scatolo di carte Modiano, le sedie in disordine e bicchieri di carta semipieni di acqua: segno che nel locale qualcuno c’era stato. La moglie, i figli del pensionato e tante donne hanno atteso silenziosi che la polizia facesse i rilievi, la scientifica portasse via i reperti e gli ultimi curiosi tornassero a casa per il pranzo della domenica. Nessuna imprecazione contro il collaboratore di giustizia Luigi Diana, nipote della famiglia Cantelli; nessun anatema nemmeno contro la famiglia Bidognetti, come accadde a maggio con l’omicidio di Umberto Bidognetti, padre del collaboratore di giustizia Domenico. Sedute sulle panchine in cemento, le figlie hanno solo chiesto al dirigente della sezione locale squadra mobile Alessandro Tocco il giorno in cui avrebbero potuto riavere il corpo del familiare per celebrare i funerali. Don Carlo Aversano, ieri mattina, aveva appena finito di dire messa e tolto l’abito talare, quando è stato chiamato per dare l’estrema unzione al Cantelli; scuro in volto, si è poi ritirato in chiesa a pregare. Alcuni ragazzi fuori al bar del Corso scherzavano simulando di avere un fucile tra le mani: «La prossima volta invece di comprare una macchina nuova mi faccio un Kalashnikov», diceva ridendo agli amici un ragazzo sui vent’anni con occhialoni da sole, Hogan ai piedi e una camicia Ralph Lauren. Alle 14, il cadavere era già stato spostato per essere portato presso l’istituto di medicina legale e la strada svuotata. Una donna con un secchio tra le mani si è avvicinata alla porta del circolo e, dopo averla aperta, ha gettato l’acqua nella sala per sciogliere il sangue ormai coagulato sul pavimento. Ma la macchia si è estesa e i rivoli di sangue sono colati verso il canale di scolo lanciando un odore pungente nell’aria. Alle 14. 30, corso Umberto I era di nuovo pieno di gente e i bar affollati: il Napoli era in campo. Erano passate solo da qualche minuto le 15 quando, dai caffè vicini al circolo, si è alzato un coro: «Gooool». Al primo minuto il colpo in rete è stato siglato da un micidiale sinistro di Lavezzi; il morto era già storia passata, storia che forse non ha nemmeno sfiorato le teste dei tifosi. Da via Cesare Battisti, secondo la polizia, sono passati i killer dopo aver sparato mentre a soli trecento metri di distanza una pattuglia delle forze dell’ordine attuava, con un posto di blocco, la nuova controffensiva dello Stato alla camorra.

Il pezzo si riferisce all’ultimo omicidio compiuto ieri a Casal di Principe. Da “Il Mattino” del 6.9.2008.

6 Commenti

  1. questo pezzo è un capolavoro. rende l’atmosfora, al vent’enne con gli occhialoni da sole e i vestiti firmati però bisogna spiegare che un Kalashnikov costa infinitamente meno di auto mobile.

  2. Complimenti. E’ un brano che descrive l’ambiente con precisione. Il lettore è sul luogo del crimine, vede la macchia di sangue, guarda come un testimone la traccia visibile del crimine penetrando vite quotidiane, banali. Questa follia della camorra fa paura: Kalashnikov contro anziani, giovani, persone debole: uno come noi, ammazzato perché si trova del lato “sbagliato” o del lato del coraggio.
    Arma di guerra contro un mondo chiuso nel silenzio, nel sole duro del sangue.

  3. Paolo, se hai modo di segnarle appunto a Marilù che è stato ripreso qui il suo pezzo, magari le fai piacere (spero). Io non la conosco, ho semplicemente letto questa cosa che mi è piaciuta…

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Helena Janeczek è nata na Monaco di Baviera in una famiglia ebreo-polacca, vive in Italia da trentacinque anni. Dopo aver esordito con un libro di poesie edito da Suhrkamp, ha scelto l’italiano come lingua letteraria per opere di narrativa che spesso indagano il rapporto con la memoria storica del secolo passato. È autrice di Lezioni di tenebra (Mondadori, 1997, Guanda, 2011), Cibo (Mondadori, 2002), Le rondini di Montecassino (Guanda, 2010), che hanno vinto numerosi premi come il Premio Bagutta Opera Prima e il Premio Napoli. Co-organizza il festival letterario “SI-Scrittrici Insieme” a Somma Lombardo (VA). Il suo ultimo romanzo, La ragazza con la Leica (2017, Guanda) è stato finalista al Premio Campiello e ha vinto il Premio Bagutta e il Premio Strega 2018. Sin dalla nascita del blog, fa parte di Nazione Indiana.