Kenyon college and Me

8 ottobre 2008
Pubblicato da

di David Foster Wallace
[traduzione di Roberto Natalini]

Trascrizione del discorso di David Foster Wallace per la cerimonia delle lauree al Kenyon college, 21 maggio 2005.

 

Un saluto a tutti e le mie congratulazioni alla classe 2005 dei laureati del Kenyon college. Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”
È una caratteristica comune ai discorsi nelle cerimonie di consegna dei diplomi negli Stati Uniti di presentare delle storielle in forma di piccoli apologhi istruttivi. La storia è forse una delle migliori, tra le meno stupidamente convenzionali nel genere, ma se vi state preoccupando che io pensi di presentarmi qui come il vecchio pesce saggio, spiegando cosa sia l’acqua a voi giovani pesci, beh, vi prego, non fatelo. Non sono il vecchio pesce saggio. Il succo della storia dei pesci è solamente che spesso le più ovvie e importanti realtà sono quelle più difficili da vedere e di cui parlare. Espresso in linguaggio ordinario, naturalmente diventa subito un banale luogo comune, ma il fatto è che nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti, i banali luoghi comuni possono essere questioni di vita o di morte, o meglio, è questo ciò che vorrei cercare di farvi capire in questa piacevole mattinata di sole.

Chiaramente, l’esigenza principale in discorsi come questo è che si suppone vi parli del significato dell vostra educazione umanistica, e provi a spiegarvi perché il diploma che state per ricevere ha un effettivo valore sul piano umano e non soltanto su quello puramente materiale. Per questo, lasciatemi esaminare il più diffuso stereotipo nei discorsi fatti a questo tipo di cerimonie, ossia che che la vostra educazione umanistica non consista tanto “nel fornirvi delle conoscenze”, quanto “nell’insegnarvi a pensare”.

Se siete come me quando ero studente, non vi sarà mai piaciuto ascoltare questo genere di cose, e avrete tendenza a sentirvi un po’ insultati dall’affermazione che dobbiate aver bisogno di qualcuno per insegnarvi a pensare, poiché il fatto stesso che siete stati ammessi a frequentare un college così prestigioso vi sembra una dimostrazione del fatto che già sapete pensare. Ma vorrei convincervi che lo stereotipo dell’educazione umanistica in realtà non è per nulla offensivo, perché la vera educazione a pensare, che si pensa si debba riuscire ad avere in un posto come questo, non riguarda affatto la capacità di pensare, ma piuttosto la scelta di cosa pensare. Se la vostra assoluta libertà di scelta su cosa pensare vi sembrasse troppo ovvia per perdere del tempo a discuterne, allora vorrei chiedervi di pensare al pesce e all’acqua, e a mettere tra parentesi anche solo per pochi minuti il vostro scetticismo circa il valore di ciò che è completamente ovvio.

Ecco un’altra piccola storia istruttiva. Ci sono due tizi che siedono insieme al bar in un posto sperduto e selvaggio in Alaska. Uno dei due tizi è credente, l’altro è ateo, e stanno discutendo sull’esistenza di Dio, con quell’intensità particolare che si stabilisce più o meno dopo la quarta birra. E l’ateo dice: “Guarda, non è che non abbia ragioni per non credere. Ho avuto anche io a che fare con quella roba di Dio e della preghiera. Proprio un mese fa mi sono trovato lontano dal campo in una terribile tormenta, e mi ero completamente perso e non riuscivo a vedere nulla, e facevano 45 gradi sotto zero, e così ho provato: mi sono buttato in ginocchio nella neve e ho urlato ‘Oh Dio, se c’è un Dio, mi sono perso nella tormenta, e morirò tra poco se tu non mi aiuterai’.” E a questo punto, nel bar, il credente guarda l’ateo con aria perplessa “Bene, allora adesso dovrai credere” dice, “sei o non sei ancora vivo?” E l’ateo, alzando gli occhi al cielo “Ma no, è successo invece che una coppia di eschimesi, che passava di lì per caso, mi ha indicato la strada per tornare al campo.”

È facile interpretare questa storiella con gli strumenti tipici dell’analisi umanistica: la stessa precisa esperienza può avere due significati totalmente diversi per due persone diverse, avendo queste persone due diversi sistemi di credenze e due diversi modi di ricostruire il significato dall’esperienza. Poiché siamo convinti del valore della tollerenza e della varietà delle convinzioni, in nessun modo la nostra analisi umanistica vorrà affermare che l’interpretazione di uno dei due tizi sia giusta a quella dell’altro falsa o cattiva. E questo va anche bene, tranne per il fatto che in questo modo non si riesce mai a discutere da dove abbiano origine questi schemi e credenze individuali. Voglio dire, da dove essi vengano dall’INTERNO dei due tizi. Come se l’orientamento fondamentale verso il mondo di una persona e il significato della sua esperienza fossero in qualche modo intrinseci e difficilmente modificabili, come l’altezza o il numero di scarpe, o automaticamente assorbiti dal contesto culturale, come il linguaggio. Come se il modo in cui noi costruiamo il significato non fosse in realtà un fatto personale, frutto di una scelta intenzionale. Inoltre, c’è anche il problema dell’arroganza. Il tizio non credente è totalmente certo nel suo rifiuto della possibilità che il passaggio degli eschimesi abbia qualche cosa a che fare con la sua preghiera. Certo, ci sono un sacco di credenti che appaiono arroganti e anche alcune delle loro interpretazioni. E sono probabilmente anche peggio degli atei, almeno per molti di noi. Ma il problema del credente dogmatico è esattamente uguale a quello del non credente: una certezza cieca, una mentalità chiusa che equivale a un imprigionamento così totale che il prigioniero non si accorge nemmeno di essere rinchiuso.

Il punto che vorrei sottolineare qui è che credo che questo sia una parte di ciò che vuole realmente significare insegnarmi a pensare. A essere un po’ meno arrogante. Ad avere anche solo un po’ di coscienza critica su di me e le mie certezze. Perché una larga percentuale di cose sulle quali tendo a essere automaticamente certo risulta essere totalmente sbagliata e deludente. Ho imparato questo da solo e a mie spese, e così immagino sarà per voi una volta laureati.

Ecco un esempio della totale falsità di qualche cosa su cui tendo ad essere automaticamente sicuro: nella mia esperienza immediata, tutto tende a confermare la mia profonda convinzione che io sia il centro assoluto dell’universo, la più reale e vivida e importante persona che esista. Raramente pensiamo a questa specie di naturale, fondamentale egocentrismo, perché è qualche cosa di socialmente odioso. Ma in effetti è lo stesso per tutti noi. È la nostra configurazione di base, codificata nei nostri circuiti fin dalla nascita. Pensateci: non c’è nessuna esperienza che abbiate fatto di cui non ne siate il centro assoluto. Il mondo, così come voi lo conoscete, è lì davanti a VOI o dietro di VOI, o alla VOSTRA sinistra o alla VOSTRA destra, sulla VOSTRA TV o sul VOSTRO schermo. E così via. I pensieri e i sentimenti delle altre persone devono esservi comunicati in qualche modo, ma i vostri sono così immediati, urgenti, reali.

Adesso vi prego di non pensare che io voglia farvi una lezione sulla compassione o la sincerità o altre cosiddette “virtù”. Il problema non è la virtù. Il problema è di scegliere di fare il lavoro di adattarsi e affrancarsi dalla configurazione di base, naturale e codificata in noi, che ci fa essere profondamente e letteralmente centrati su noi stessi, e ci fa vedere e interpretare ogni cosa attraverso questa lente del sé. Le persone che riescono ad adattare la loro configurazione di base sono spesso descritti come “ben adattati”, che credo non sia un termine casuale.
Considerando la trionfale cornice accademica in cui siamo, viene spontaneo porsi il problema di quanto di questo lavoro di autoregolazione della nostra configurazione di base coinvolga conoscenze effettive e il nostro stesso intelletto. Questo problema è veramente molto complicato. Probabilmente la più pericolosa conseguenza di un’educazione accademica, almeno nel mio caso, è che ha permesso di svilupparmi verso della roba super-intellettualizzata, di perdermi in argomenti astratti dentro la mia testa e, invece di fare semplicemente attenzione a ciò che mi capita sotto al naso, fare solo attenzione a ciò che capita dentro di me.
Come saprete già da un pezzo, è molto difficile rimanere consapevoli e attenti, invece di lasciarsi ipnotizzare dal monologo costante all’interno della vostra testa (potrebbe anche stare succedendo in questo momento). Vent’anni dopo essermi laureato, sono riuscito lentamente a capire che lo stereotipo dell’educazione umanistica che vi “insegna a pensare” è in realtà solo un modo sintentico per esprimere un’idea molto piu significativa e profonda: “imparare a pensare” vuol dire in effetti imparare a esercitare un qualche controllo su come e cosa pensi. Significa anche essere abbastanza consapevoli e coscienti per scegliere a cosa prestare attenzione e come dare un senso all’esperienza. Perché, se non potrete esercitare questo tipo di scelta nella vostra vita adulta, allora sarete veramente nei guai. Pensate al vecchio luogo comune della “mente come ottimo servitore, ma pessimo padrone”. Questo, come molti luoghi comuni, così inadeguati e poco entusiasmanti in superficie, in realtà esprime una grande e terribile verità. Non a caso gli adulti che si suicidano con armi da fuoco quasi sempre si sparano alla testa. Sparano al loro pessimo padrone. E la verità è che molte di queste persone sono in effetti già morte molto prima di aver premuto il grilletto.

E vi dico anche quale dovrebbe essere l’obiettivo reale su cui si dovrebbe fondare la vostra educazione umanistica: come evitare di passare la vostra confortevole, prosperosa, rispettabile vita adulta, come dei morti, incoscienti, schiavi delle vostre teste e della vostra solita configurazione di base per cui “in ogni momento” siete unicamente, completamente, imperiosamente soli. Questo potrebbe suonarvi come un’iperbole o un’astrazione senza senso. Cerchiamo di essere concreti. Il fatto puro e semplice è che voi laureati non avete ancora nessun’idea di cosa “in ogni momento” significhi veramente. Questo perché nessuno parla mai, in queste cerimonie delle lauree, di una grossa parte della vita adulta americana. Questa parte include la noia, la routine e la meschina frustrazione. I genitori e i più anziani tra di voi sapranno anche troppo bene di cosa sto parlando.

Tanto per fare un esempio, prendiamo una tipica giornata da adulto, e voi che vi svegliate la mattina, andate al vostro impegnativo lavoro da colletto-bianco-laureato-all’università, e lavorate duro per otto o dieci ore, fino a che, alla fine della giornata, siete stanchi e anche un po’ stressati e tutto ciò che vorreste sarebbe di tornarvene casa, godervi una bella cenetta e forse rilassarvi un po’ per un’oretta, per poi ficcarvi presto nel vostro letto perché, evidentemente, dovrete svegliarvi presto il giorno dopo per ricominciare tutto da capo. Ma, a questo punto, vi ricordate che non avete nulla da mangiare a casa. Non avete avuto tempo di fare la spesa questa settimana a causa del vostro lavoro così impegnativo, per cui, uscendo dal lavoro, dovete mettervi in macchina e guidare fino al supermercato. È l’ora di punta e il traffico è parecchio intenso. Per cui per arrivare al supermercato ci mettete moltissimo tempo, e quando finalmente arrivate, lo trovate pieno di gente, perché naturalmente è proprio il momento del giorno in cui tutti quelli che lavorano come voi cercano di sgusciare in qualche negozio di alimentari. E il supermercato è disgustosamente illuminato e riempito con della musica di sottofondo abbrutente o del pop commerciale, ed è proprio l’ultimo posto in cui vorreste essere, ma non potete entrare e uscire rapidamente, vi tocca vagare su e giù tra le corsie caotiche di questo enorme negozio super-illuminato per trovare la roba che volete e dovete manovrare con il vostro carrello scassato nel mezzo delle altre persone, anche loro stanche e di fretta come voi, con i loro carrelli (eccetera, eccetera, ci dò un taglio poiché è una cerimonia piuttosto lunga) e alla fine riuscite a raccogliere tutti gli ingredienti della vostra cena, e scoprite che non ci sono abbastanza casse aperte per pagare, anche se è l’ora-di-punta-di-fine-giornata. Cosi la fila per pagare è incredibilmente lunga, che è una cosa stupida e che vi fa arrabbiare. Ma voi non potete sfogare la vostra frustrazione sulla povera signorina tutta agitata alla cassa, che è superstressata da un lavoro la cui noia quotidiana e insensatezza supera l’immaginazione di ognuno di noi qui in questa prestigiosa Università.

Ma in ogni modo, finalmente arrivate in fondo a questa fila, pagate per il vostro cibo, e vi viene detto “buona giornata” con una voce che è proprio la voce dell’oltretomba. Quindi dovete portare quelle orrende, sottili buste di plastica del supermercato nel vostro carrello con una ruota impazzita che spinge in modo esasperante verso sinistra, di nuovo attraverso il parcheggio affollato, pieno di buche e di rifiuti, e guidare verso casa di nuovo attraverso il traffico dell’ora di punta, lento, intenso, pieno di SUV, ecc.

A tutti noi questo è capitato, certamente. Ma non è ancora diventato parte della routine della vostra vita effettiva di laureati, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, anno dopo anno. Ma lo sarà. E inoltre ci saranno tante altre routine apparentemente insignificanti, noiose e fastidiose. Ma non è questo il punto. Il punto è che è proprio con stronzate meschine e frustranti come questa che interviene la possibilità di scelta. Perché il traffico e le corsie affollate del supermercato e la lunga coda alla cassa mi danno il tempo di pensare, e se io non decido in modo meditato su come pensare e a cosa prestare attenzione, sarò incazzato e infelice ogni volta che andrò a fare la spesa. Perché la mia naturale configurazione di base è la certezza che situazioni come questa riguardino solo me. La MIA fame e la MIA stanchezza e il MIO desiderio di andarmene a casa, e mi sembrerà che ogni altra persona al mondo stia lì ad ostacolarmi. E chi sono poi queste persone che mi ostacolano? E guardate come molti di loro sono repellenti, e come sembrano stupidi e bovini e con gli occhi spenti e non-umani nella coda alla cassa, o anche come è fastidioso e volgare che le persone stiano tutto il tempo a urlare nei loro cellulari mentre sono nel mezzo della fila. E guardate quanto tutto ciò sia profondamente e personalmente ingiusto.

Oppure, se la mia configurazione di base è più vicina alla coscienza sociale e umanistica, posso passare un bel po’ di tempo nel traffico di fine giornata a essere disgustato da tutti quei grossi, stupidi SUV e Hummers e furgoni con motori a 12 valvole, che bloccano la strada e consumano il loro costoso, egoistico serbatoio da 40 galloni di benzina, e posso anche soffermarmi sul fatto che gli adesivi patriottici e religiosi sembrano essere sempre sui veicoli più grandi e più disgustosamente egoisti, guidati dai più brutti, più incoscienti e aggressivi dei guidatori. (Attenzione, questo è un esempio di come NON bisogna pensare…) E posso pensare che i figli dei nostri figli ci disprezzeranno per aver sprecato tutto il carburante del futuro e avere probabilmente fottuto il clima, e che noi tutti siamo viziati e stupidi ed egoisti e ripugnanti, e che la moderna civiltà dei consumi faccia proprio schifo, e così via.

Avete capito l’idea.

Se scelgo di pensare in questo modo in un supermercato o sulla superstrada, va bene. Un sacco di noi lo fanno. Tranne che il fatto di pensare in questo modo diventa nel tempo così facile e automatico che non è più nemmeno una vera scelta. Diventa la mia configurazione di base. È questa la modalità automatica in cui vivo le parti noiose, frustranti, affollate della mia vita da adulto, quando sto operando all’interno della convinzione automatica e inconscia di essere il centro del mondo, e che i miei bisogni e i miei sentimenti prossimi sono ciò che determina le priorità del mondo intero.

In realtà, naturalmente, ci sono molti modi diversi di pensare in questo tipo di situazioni. Nel traffico, con tutte queste macchine ferme e immobili davanti a me, non è impossibile che una delle persone nei SUV abbia avuto un orribile incidente d’auto nel passato, e adesso sia cosi terrorizzata dal guidare che il suo terapista le ha ordinato di prendere un grosso e pesante SUV, così che possa sentirsi abbastanza sicura quando guida. O che quell’Hummer che mi ha appena tagliato la strada sia forse guidato da un padre il cui figlio piccolo è ferito o malato nel sedile accanto a lui, e stia cercando di portarlo in ospedale, ed abbia quindi leggitimamente molto più fretta di me: in effetti sono io che blocco la SUA strada.

Oppure posso sforzarmi di considerare la possibilità che tutti gli altri nella fila alla cassa del supermercato siano stanchi e frustrati come lo sono io, e che alcune di queste persone probabilmente abbiano una vita molto più dura, noiosa e dolorosa della mia.

Di nuovo, vi prego di non pensare che vi stia dando dei consigli morali, o vi stia dicendo che dovreste pensare in questo modo, o che qualcuno si aspetta da voi che lo facciate. Perché è difficile. Richiede volontà e fatica, e se voi siete come me, in certi giorni non sarete capaci di farlo, o più semplicemente non ne avrete voglia.

Ma molte altre volte, se sarete abbastanza coscienti da darvi la possibilità di scegliere, voi potrete scegliere di guardare in un altro modo a questa grassa signora super-truccata e con gli occhi spenti che ha appena sgridato il suo bambino nella coda alla cassa. Forse non è sempre così. Forse è stata sveglia per tre notti di seguito tenendo la mano del marito che sta morendo di un cancro alle ossa. O forse questa signora è l’impiegata meno pagata della motorizzazione, che proprio ieri ha aiutato vostra moglie a risolvere un orribile e snervante problema burocratico con alcuni piccoli atti di gentilezza amministrativa.

Va bene, nessuno di questi casi è molto probabile, ma non è nemmeno completamente impossibile. Dipende da cosa volete considerare. Se siete automaticamente sicuri di sapere cos’è la realtà, e state operando sulla base della vostra configurazione di base, allora voi, come me, probabilmente non avrete voglia di considerare possibilità che non siano fastidiose e deprimenti. Ma se imparate realmente a concentrarvi, allora saprete che ci sono altre opzioni possibili. Avrete il potere di vivere una lenta, calda, affollata esperienza da inferno del consumatore, e renderla non soltanto significativa, ma anche sacra, ispirata dalle stesse forze che formano le stelle: amore, amicizia, la mistica unità di tutte le cose fuse insieme. Non che la roba mistica sia necessariamente vera. La sola cosa che è Vera con la V maiuscola è che sta a voi decidere di vederlo o meno.

Questa, credo, sia la libertà data da una vera educazione, di poter imparare ad essere “ben adattati”. Voi potrete decidere con coscienza che cosa ha significato e che cosa non lo ha. Potrete scegliere in cosa volete credere. Ed ecco un’altra cosa che può sembrare strana, ma che è vera: nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti non c’è posto per una cosa come l’ateismo. Non è possibile non adorare qualche cosa. Tutti credono. La sola scelta che abbiamo è su che cosa adorare. E forse la più convincente ragione per scegliere qualche sorta di dio o una cosa di tipo spirituale da adorare – sia essa Gesù Cristo o Allah, sia che abbiate fede in Geova o nella Santa Madre Wicca, o nelle Quattro Nobili Verità, o in qualche inviolabile insieme di principi etici – è che praticamente qualsiasi altra cosa in cui crederete finirà per mangiarvi vivo. Se adorerete il denaro o le cose, se a queste cose affiderete il vero significato della vita, allora vi sembrerà di non averne mai abbastanza. È questa la verità. Adorate il vostro corpo e la bellezza e l’attrazione sessuale e vi sentirete sempre brutti. E quando i segni del tempo e dell’età si cominceranno a mostrare, voi morirete un milione di volte prima che abbiano ragione di voi. Ad un certo livello tutti sanno queste cose. Sono state codificate in miti, proverbi, luoghi comuni, epigrammi, parabole, sono la struttura di ogni grande racconto. Il trucco sta tutto nel tenere ben presente questa verità nella coscienza quotidiana.
Adorate il potere, e finirete per sentirvi deboli e impauriti, e avrete bisogno di avere sempre più potere sugli altri per rendervi insensibili alle vostre proprie paure. Adorate il vostro intelletto, cercate di essere considerati intelligenti, e finirete per sentirvi stupidi, degli impostori, sempre sul punto di essere scoperti. Ma la cosa insidiosa di queste forme di adorazione non è che siano cattive o peccaminose, è che sono inconsce. Sono la configurazione di base.

Sono forme di adorazione in cui scivolate lentamente, giorno dopo giorno, diventando sempre più selettivi su quello che volete vedere e su come lo valutate, senza essere mai pienamente consci di quello che state facendo.

E il cosiddetto “mondo reale” non vi scoraggerà dall’operare con la configurazione di base, poiché il cosiddetto “mondo reale” degli uomini e del denaro e del potere canticchia allegramente sul bordo di una pozza di paura e rabbia e frustrazione e desiderio e adorazione di sé. La cultura contemporanea ha imbrigliato queste forze in modo da produrre una ricchezza straordinaria e comodità e libertà personale. La libertà di essere tutti dei signori di minuscoli regni grandi come il nostro cranio, soli al centro del creato. Questo tipo di libertà ha molti lati positivi. Ma naturalmente vi sono molti altri tipi di libertà, e del tipo che è il più prezioso di tutti, voi non sentirete proprio parlare nel grande mondo esterno del volere, dell’ottenere e del mostrarsi. La libertà del tipo più importante richiede attenzione e consapevolezza e disciplina, e di essere veramente capaci di interessarsi ad altre persone e a sacrificarsi per loro più e più volte ogni giorno in una miriade di modi insignificani e poco attraenti.

Questa è la vera libertà. Questo è essere istruiti e capire come si pensa. L’alternativa è l’incoscienza, la configurazione di base, la corsa al successo, il senso costante e lancinante di aver avuto, e perso, qualcosa di infinito.

Lo so che questa roba probabilmente non vi sembrerà molto divertente o ispirata, come un discorso per questo di genere di cerimonie dovrebbe sembrare. In questo consiste però, per come la vedo io, la Verità con la V maiuscola, scrostata da un sacco di stronzate retoriche. Certamente, siete liberi di pensare quello che volete di tutto questo. Ma per favore non scartatelo come se fosse una sermone ammonitorio alla Dr. Laura. Niente di questa roba è sulla morale o la religione o il dogma o sul grande problema della vita dopo la morte. La Verità con la V maiuscola è sulla vita PRIMA della morte. È sul valore reale di una vera istruzione, che non ha quasi nulla a che spartire con la conoscenza e molto a che fare con la semplice consapevolezza, consapevolezza di cosa è reale ed essenziale, ben nascosto, ma in piena vista davanti a noi, in ogni momento, per cui non dobbiamo smettere di ricordarci più e più volte: “Questa è acqua, questa è acqua.”

È straordinariamente difficile da fare, rimanere coscienti e consapevoli nel mondo adulto, in ogni momento. Questo vuol dire che anche un altro dei grandi luoghi comuni finisce per rivelarsi vero: la vostra educazione è realmente un lavoro che dura tutta la vita. E comincia ora.

Auguro a tutti una grossa dose di fortuna.

note
Questo discorso segue la trascrizione dal video della conferenza, fatta da un appassionato lettore di Wallace, ed è fedele quindi al testo effettivamente pronunciato in quella occasione. Il testo originale inglese si può trovare qui: http://www.marginalia.org/dfw_kenyon_commencement.html. Sono stati eliminati solo un paio di commenti fatti a voce da Wallace stesso. Una versione leggermente diversa è apparsa nel 2006 nel libro “The Best American Nonrequired Reading 2006″ per poi essere parzialmente ripresa dal Wall Street Journal nell’edizione del 19 settembre 2008.

La Dr. Laura è la Dott.ssa Laura Catherine Schlessinger, autrice di alcuni libri, opinionista, spesso presente in trasmissioni radiofoniche. Nota per i suoi sermoni moralistici, risponde alle domande poste per telefono dagli ascoltatori. Nel suo blog ha avuto modo di scrivere frasi che denotano una scarsa sensibilità, dopo la scomparsa di Wallace.

Tag: , , , , ,

42 Responses to Kenyon college and Me

  1. andrea branco il 8 ottobre 2008 alle 19:12

    grazie.

    (c’è qualche refuso)

  2. jacopo galimberti il 8 ottobre 2008 alle 22:12

    interessante, ma era meglio tagliare dei pezzi perché altrimenti (quasi) nessuno se lo legge. Grazie comunque, chiara.

  3. andrea branco il 8 ottobre 2008 alle 23:14

    io credo che sia meglio così, senza tagli. l’ho letto tutto con piacere.
    se a molti non va di arrivare in fondo, secondo me si perdono qualcosa. ma è la mia opinione. preferisco che mi si presentino brani integri, e poter scegliere da solo cosa leggere o meno. se proprio si doveva tagliare, almeno rimandare ad un sito, blog, dove è intero, o una mail per poterlo richiedere. o una cosa del genere. vabbé. notte buona.

  4. wd il 8 ottobre 2008 alle 23:27

    grazie

  5. danilo il 9 ottobre 2008 alle 00:42

    letto tutto due volte: c’è del gran bello.

  6. sergio garufi il 9 ottobre 2008 alle 08:25

    bellissimo discorso

  7. orsola puecher il 9 ottobre 2008 alle 08:58

    Cara Chiara e Roberto Natalini, grazie, credo che ricordare DFW attraverso la “diretta” viva delle sue parole sia la cosa migliore.

    Ad honorem fra i sempre vivi, fra i sempre verdi.

    Se lui non voleva essere investito del ruolo di “pesce saggio” rispedirebbe al mittente anche l’etichetta di “scrittore suicida” di certo.

    “per ogni qua c’è sempre un là, per ogni se c’è sempre un ma”

    come dice Merlino a Semola insegnadoli a suo modo (delizioso) che “questa è acqua”:

    nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti, i banali luoghi comuni possono essere questioni di vita o di morte

    Questo sarebbe da scolpire sulle scogliere per un certo conformismo culturale e per una certa violenza che aleggia anche qui nelle discussioni, per l’incapacità di avere un occhio trasversale che guarda senza appannamenti e vede che “questa è acqua”, togliendo il filtro delle ideologie e di qualsiasi pensiero unico.
    “L’essere adulti” come capacità di vedere in tutto le sfumature che ci sono dietro la realtà, uscendo un po’ dalla posizione egocentrica, bambino-centrica. Ché spesso l’aver avuto la fortuna di “un’educazione umanistica”, inoltre, aumenta la visione con la “puzza sotto il naso” di certi fenomeni e, facendoti sentire sempre dalla parte “giusta”, ti fa sfuggire il motivo per cui l’altra metà del paese sta da quella “non giusta”. Magari.

    E vi dico anche quale dovrebbe essere l’obiettivo reale su cui si dovrebbe fondare la vostra educazione umanistica: come evitare di passare la vostra confortevole, prosperosa, rispettabile vita adulta, come dei morti, incoscienti, schiavi delle vostre teste e della vostra solita configurazione di base per cui “in ogni momento” siete unicamente, completamente, imperiosamente soli.

    Che fa pensare molto al senso dell’esser vivi.

    ,\\’

    [ OT: per i lettori che lamentano la lunghezza dei pezzi forse ci atrezzeremo per un formato bigliettini dei baci Perugina oppure cmq asap IMHO scrvrm snz vcl hth… rotflastc! tvtb… bb ]

  8. chi il 9 ottobre 2008 alle 09:11

    Orsola,

    come al solito grazie a te. per la trasversalità e le immagini e i corsivi e il resto. credo che la traduzione di Roberto renda assai bene il mood del kenyon speach di Foster Wallace. che a differenza di quello di Prospero, non depone la bacchetta.

    And now my charms are all o’erthrown,
    And what strength I have’s mine own.

    c’è qualcosa di esiziale in qualsiasi discorso, non fosse altro che per la forma scritta di qualcosa che si è detto a voce.

    in fondo essere “imperiosamente soli” consente di essere altrettanto imperiosamente proiettati verso l’altro da sé. altre solitudi, altre parole.

    e questo.

    chi

  9. Roberto il 9 ottobre 2008 alle 10:30

    Sapete? A me piace il momento quando parla Dave. (…)
    Quindi ecco qui un’altra cosa molto interessante che ho tradotto. Ciao. r

    ********************************************************

    Due domande tratte da un’intervsta a DFW di Laura Miller, “The Salon Interview: David Foster Wallace.” Salon 9 (1996).
    Testo inglese: http://archive.salon.com/09/features/wallace1.html

    ————————————————————–
    D.: Cosa vuol dire essere un giovane scrittore oggi, nel senso di iniziare, farsi una carriera e cosi via?

    R.: Personalmente, credo che sia veramente un momento eccellente. Alcuni tra i miei amici non sono d’accordo. E’ vero che oggi la narrativa e la poesia sono molto marginalizzate, Alcuni dei miei amici cadono nel vecchio errore di dire “Il pubblico è stupido. ll pubblico vuole soltanto continuare così. Poveri noi. siamo marginalizzati dalla TV, dal grande blabla ipnotico.” Puoi stare lì e tenerti questa posizione patetica. Ma naturalmente sono solo stupidaggini. Se una forma d’arte è marginalizzata è solo perché non riesce più a parlare alla gente. Una possibile ragione è che la gente a cui dovrebbe parlare è diventata troppo stupida per apprezzarela. Ma a me sembra troppo semplicistico.

    Se tu, come scrittore, soccombi all’idea che il pubblico è troppo stupido, allora ci sono due pericoli. Il pericolo numero uno è l’avanguardia, dove decidi che stai scrivendo per gli altri scrittori. e non ti preoccupi di essere accessibile o rilevante. Ti preoccupi di essere strutturalmente e tecnicamente al livello più avanzato: involuto nel giusto modo, facendo gli appropriati riferimenti intertestuali, cercando di sembrare intelligente. Non curandoti se stai o no comunicando con un lettore che si interessa di quei sentimenti elementari, “di pancia”, che sono la ragione per cui noi tutti in realtà leggiamo. Dal lato opposto ci sono quei crassi, cinici, pezzi commerciali di narrativa che sono fatti con lo stampino – essenzialmente sono televisione su pagina — che manipolano il lettore, utilizzando un materiale grottescamente semplificato, ma così profondamente avvincente in un modo spesso infantile.

    Quello che è buffo, è che io vedo questi due approcci che lottano l’uno contro l’altro, che poi in realtà ottengono entrambi lo stesso risultato, che è il disinteresse per il lettore, e l’idea che l’attuale marginalizzazione della letteratura sia una colpa del lettore. Un progetto che credo sia più interessante da esplorare, è quello di scrivere testi che abbiano qualche cosa della ricchezza, della sfida e della difficoltà intellettuale ed emotiva delle opere dell’avanguardia letteraria, opere che obbligano il lettore a confrontarsi con le cose, piuttosto che ad ignorarle, ma anche fare in modo che questi testi siano anche piacevoli da leggere. Il lettore sente che qualcuno sta parlando proprio a lui, piuttosto che producendosi in un certo numero di pose.

    Una parte di tutto ciò ha a che fare con il fatto di vivere in un mondo in cui c’è cosi tanto intrattenimento disponibile, vero intrattenimento, e con il cercare di immaginare come la narrativa possa evadere dai suoi territori in questo tipo di mondo. E allora puoi cercare di capire che cosa rende la narrativa magica in un modo che altri tipi di arte e di intrattenimento non sono. E allora cerchi di immaginare come la narrativa possa coinvolgere un lettore, la cui sensibilità si è formata principalmente sulla cultura pop(olare), senza far peggio della stessa macchina della cultura pop. Questo è incredibilmente difficile e disorientante e scoraggiante, ma è qualcosa di veramente significativo. C’è cosi tanto intrattenimento commerciale di massa, che è cosi buono e fatto bene, che non credo che nessun’altra generazione ci si possa essere confrontata. Questo è quello che vuol dire essere uno scrittore oggi. Penso che sia l’epoca migliore per essere vivi da sempre e anche probabilmente l’epoca migliore per essere uno scrittore. Non sono sicuro che sia l’epoca più facile

    D.: Cosa crede che renda la narrativa magica in un modo unico?

    R.: Oddio, questo potrebbe prenderci un giorno intero! Beh, la prima linea di attacco per questa domanda è questa solitudine esistenziale che esiste nel mondo reale. Io non so cosa tu stia pensando o come sei dentro di te e tu non sai come sono dentro di me. Con la narrativa credo che noi possiamo saltare sopra questo muro in un certo senso. Ma questo è solo il primo livello, perché l’idea di intimità mentale o emotiva con un personaggio è una delusione o meglio un artificio che è posto ad arte dallo scrittore. C’è però un altro livello in cui un pezzo di narrativa può diventare come una conversazione. C’è una relazione che si stabilisce tra il lettore e lo scrittore che è molto strana e molto complicata e difficile da spiegare. Per me un grande brano di narrativa può riuscire o meno a trascinarmi e farmi dimenticare che sto qui, seduto in poltrona. Ci sono opere commerciali che possono farlo, e una trama avvincente può farlo, ma questo non mi farà sentire una minore solitudine.
    C’è però poi a volte una specie di “Ah-ha!” Qualcuno almeno per un momento, sente o vede qualche cosa nel mio stesso modo. Non sempre succede. Sono dei lampi o brevi fiammate, ma a me ogni tanto succede. Ma mi sento non più solo — intellettualmente, emotivamente, spiritualmente. Mi sento umano e non più in solitudine e in una profonda conversazione piena di significato e con un’altra coscienza in narrativa e in poesia, in un modo che non credo sia possibile con altre arti.

  10. Tashtego il 9 ottobre 2008 alle 11:46

    “Ma il problema del credente dogmatico è esattamente uguale a quello del non credente…”
    amo DFW come scrittore e come saggista, come scrivente, insomma.
    ma questa qui sopra è una circonvoluta sfilza di luoghi comuni.

    puecher ci si butta a pesce:
    “L’essere adulti” come capacità di vedere in tutto le sfumature che ci sono dietro la realtà, uscendo un po’ dalla posizione egocentrica, bambino-centrica”.
    vedere TUTTE le sfumature?
    cosa sono le sfumature? e come si fa avderle TUTTE?
    e una volta viste TUTTE cosa dobbiamo pensarne?
    una sfilza di altre sfumature?
    pensieri adulti e sfumati?
    privi di “filtri?”
    cosa significa in questo caso la parola “filtro”?
    e come si fa a NON AVERNE?
    chi è che pensa senza “filtri?”

  11. chiara valerio il 9 ottobre 2008 alle 12:12

    già, una sfilza di altre sfumature. proprio così. terribili, frammentari, abbacinanti sfumature. che dici tashtego è possibile che tutte le sfumature esistano attimo per attimo, e poi si perdano, e ne torino altre e queste altre esistano attimo per attimo, e poi si perdano… e che quindi “tutto” sia solo istantaneo?

  12. orsola puecher il 9 ottobre 2008 alle 12:45

    eh chiara… infatti
    a volte si legge anche nelle parole altrui quel che non c’è

    scrissi non “vedere TUTTE le sfumature”
    ma in “vedere IN TUTTO le sfumature”

    che è cosa assai diversa

    ,\\’

  13. Tashtego il 9 ottobre 2008 alle 12:45

    essì, chiara.
    qui a roma si dice: tutto score.

  14. Alcor il 9 ottobre 2008 alle 12:54

    Nel pezzo citato da Roberto, Wallace dice questo:

    “Il pericolo numero uno è l’avanguardia, dove decidi che stai scrivendo per gli altri scrittori. e non ti preoccupi di essere accessibile o rilevante. Ti preoccupi di essere strutturalmente e tecnicamente al livello più avanzato: involuto nel giusto modo, facendo gli appropriati riferimenti intertestuali, cercando di sembrare intelligente.”

    Non so a chi si riferisce, non conosco la situazione americana, ma che l’avanguardia si ricolva a questo: essere involuti nel modo giusto cercando di essere intelligenti spero che nessuno lo pensi, questo non è avanguardia, questo è accademismo di maniera.
    Ci sono scrittori che scrivono per gli scrittori, certo, e grazie a dio, sono il settore R&S della letteratura. Non la esauriscono, ma la nutrono.

  15. Tashtego il 9 ottobre 2008 alle 12:56

    @puecher
    vero, ma se il significato della frase non è lo stesso, per me non cambia di molto.

    per chi qualche volta mi ha letto sarà evidente il mio essere contro lo sfumaturismo.
    l’attenzione alle sfumature non è segno, come molti pensano, di sottigliezza, ma di flessibilità & disponibilità, in un mondo che a mio modo di vedere può essere affrontato (non “capito” – niente si può “capire” – e nemmeno vivere, ché per vivere le sfumature sono indispensabili), nel senso di eticamente giudicato, solo da un consapevole e totale estremismo.

    per esempio non si può essere atei se non in modo “dogmatico”.
    per me in questo come in altri campi (non tutti) non esistono possibili sfumature: non si può essere possibilisti, perché equivarrebbe ad essere mezzi credenti.
    strano che DFW abbia proferito una frase del genere senza accorgersi dell’assurdità del suo possibilismo.

  16. chiara valerio il 9 ottobre 2008 alle 13:12

    eh, ho capito tash che sei contro lo sfumaturismo.
    io invece sono per le sfumature. deve essere perché da bambina passavo ore a osservare la polevere della matita e dei pastelli che, consumandosi, stemperava il bainco del foglio.

    detto questo credo che “vedere in tutto le sfumature” sia assai diverso da “vedere tutte le sfumature”. anche se per me, come ho scritto prima, la parola tutto ha sempre un senso istantaneo. puntuale.

    per quello che conosco foster wallace, per l’incipit del suo La scopa del sistema, così vario e variabile, l’ho sempre creduto un possibilista.

    nella misura in cui, e qui chiudo con un plausibile raccordo di Occam, Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem

    chi

  17. Alcor il 9 ottobre 2008 alle 13:13

    E’ curioso, tash, che tu lo ami tanto, W. è pieno di sfumature, è flessibile ed è anche disponibile, è inclusivo, non duro e puro. Credo perché è sostanzialmente un osservatore.

  18. jacopo galimberti il 9 ottobre 2008 alle 13:14

    Dubito che, in itaglia, chi si laurea in una delle discipline (tristemente) dette “umanistiche” si possa immaginare “adulto colletto bianco” nel senso di Wallace.

  19. Alcor il 9 ottobre 2008 alle 13:22

    E ha anche, non solo in questo discorso (che non mi è piaciuto ma che riconosco come molto americano) un forte lato pedagogico. La pedagogia è sempre possibilista.

  20. Tashtego il 9 ottobre 2008 alle 14:43

    @alcor
    A me DFW piace perché è diverso da me (hai ragione, lui è sempre integralmente americano) e perché è molto intelligente e perché è corposo e mi lappa.
    Ma giuro di non condividere in nessun modo quella che mi sembra una sostanziale a-politicità nel suo sguardo.
    Tuttavia è proprio lì che c’è il DFW migliore: lo sguardo a-politico (a me sembra tale) gli consente libertà di giudizio, ma ogni tanto la banalità, sempre in agguato con chiunque, gli lo aggredisce e gli fa partorire discorsi come quello qui sopra.
    Credo che uno scrittore non debba essere mai esplicitamente politico, mai apertamente morale.
    Però come lettore voglio sentire una tensione di questo tipo sotto il testo.
    Non voglio leggere il giudizio, ma voglio sentirlo.
    Anche se non so bene in questo caso cosa significhi «sentire».

  21. fem il 9 ottobre 2008 alle 15:02

    quanti “ah-ha!” dentro di me durante la lettura di questo bellissimo discorso… e anche dei commenti.
    proprio ieri si parlava a scuola dell’ “imparare ad imparare” (luoghi comuni, luoghi comuni, che hanno tanto da dire). Dopo lo stampo e lo appendo in aula professori.

    Forse che tash non conosce la logica fuzzy?? Ehi, quando una finestra è aperta a metà è a metà, non è né chiusa né aperta: è a metà. Esistono infiniti valori fra il vero e il falso (almeno per la logica fuzzy che vuor dì “sfumato” appunto).
    Io sono agnostica, non sono né credente né atea. Non mi pongo semplicemente il problema. Vivo benissimo anche senza questa scelta. Ho scelto di non scegliere.
    “Chi è di nessuna chiesa non si ritrova neppure in una chiesa di atei” (Giulio Giorello)

    fem

  22. Tashtego il 9 ottobre 2008 alle 15:22

    essere atei non significa ritrovarsi per forza in una “chiesa di atei”, naturalmente.
    tutti sanno dire sempre qualcosa al giovane, tipo imparare a imparare, a pensare, eccetera.
    pre-supponendo di aver loro stessi imparato a imparare, a pensare, eccetera.
    eppure dai miei ricordi emerge una grande quantità di adulti e professori imbecilli e però tutti tesi nel dire cose al giovane, spesso in latino, spesso in forma di citazione, di sentenza, di proverbio.
    tutti a insegnare cose che non hanno loro stessi mai imparato…

  23. jacopo galimberti il 9 ottobre 2008 alle 15:23

    @ fem

    il problema è come si pone un agnostico di fronte a cio’ che avviene in Italia. Se ne riparla domani, ci sarà su NI un importante post in merito e a

    Io sono un ateo militante e non appartengo a nessuno Chiesa

  24. jacopo galimberti il 9 ottobre 2008 alle 15:29

    @ fem
    il problema magari tu non te lo poni ma te lo pongono gli altri, soprattutto in itaglia. Se ne riparla domani comunque, ci sarà su NI un importante post in merito e alcuni nodi (forse) verranno al pettine.

    (Cos’è una Chiesa atea? Io sono un ateo militante e non appartengo a nessuna Chiesa. Ma se ne riparla domani, qui sarebbe fuori tema).

  25. jacopo galimberti il 9 ottobre 2008 alle 15:30

    il primo post è partito involontariamente (tastiera di merda)

  26. orsola puecher il 9 ottobre 2008 alle 16:26

    Chiara “sfumaturismo” e non se parli più
    anzi chiarascurismo
    figlio del grande chiaroscurismo novecentesco
    cugino del nascondismo
    zio del sorpresismo
    nemico del banale appendismo
    e, per carità, allergico alle metafore da liceale ora e sempre

    [ essere atei è fra le cose più cariche di fondamentalismo che io conosca ]

    ,\\’

  27. soldato blu il 9 ottobre 2008 alle 17:07

    Sottoscrivo pienamente quello che ha detto Tash e ciò che vi ha aggiunto Jacopo Galimberti.
    Aspetterò il prossimo post per esprimermi su fede e ateismo.
    Necessario mi pare sgombrare il campo dalle confusioni lessicali:

    *
    Si può, tuttavia, attribuire un significato utile e rispettabile al termine fondamentalismo semplicemente usandolo per indicare la tesi – che è quella avanzata della Chiesa – secondo la quale gli ideali sono validi solo se fondati sulla realtà. In modo analogo, anche il termine relativismo assumerà un significato utile e rispettabile se definito semplicemente come negazione del del fondamentalismo. Stando a questa definizione, i relativisti non sono altro che coloro secondo i quali staremmo meglio senza nozioni quali gli obblighi morali incondizionati fondati sulla struttura dell’esistenza umana.

    RICHARD RORTY, Un’etica per i laici, Bollati Boringhieri, pag 20.

    Per finire.
    Anche se mi ero ripromesso di non parlare più di Wallace, per non urtare suscettibilità diverse dalle mie, posso dichiarare che una cosa mi distibgue da Tash: io non amo Wallace. E non lo amo, non perchè non lo apprezzi – lo considero certamente un grande – ma perchè il sentimento
    maggiore che misuscita è l’angoscia. Mi turba, non riesco, per quanto non vasta possa essere la mia esperienza, a staccare la mia mente da pensiero di chi ci stia veramente dietro quella scrittura. Per me da sempre un abisso insondabile.
    Gli scritti d’occasione pubblicati in questi giorni, compresi quelli in questo post, non hanno fatto che rafforzare la mia convinzione.
    Continuo a vedere Wallace come un gemello di un’altro grande artista:
    Diane Arbus.
    Nè questo parallelismo è frutto soltanto dalla similarità della loro fine.

  28. chiara valerio il 9 ottobre 2008 alle 17:19

    dio buono quanto sono fondamentalisti gli atei.
    “l’orgoglio è il peccato dei puri” [m. yourcenar, alexis o il trattato della lotta vana, 1936]

    chiar@scurismo sia.
    ;-)
    chi

  29. renatamorresi il 9 ottobre 2008 alle 17:53

    notevole

    r

  30. Alcor il 9 ottobre 2008 alle 18:44

    Quello che mi è sempre piaciuto dei commenti è che si parte dal pomo e si arriva al pero.

  31. fem il 9 ottobre 2008 alle 19:31

    caro tash non mi sembra che Wallace desse per scontato di aver imparato lui stesso ad imparare, anzi, mi sembra lo dica chiaramente.
    O forse ti riferivi a me? :-)
    In classe cerco solo di vivere quello che più mi appassiona: matematica e fisica. Ho scritto vivere, hai letto bene. Questa è l’unica pedagogia che per ora riesco ad applicare perché mi è sempre venuta spontanea. Ogni giorno imparo sempre qualcosa dai miei studenti. L’altro giorno una ragazza ha tirato fuori durante un’interrogazione una dimostrazione originale ed elegante che non avevo ancora mai visto.
    baci
    (e poi il discorso di Wallace lo appendo in sala professori, non in classe, perché è servito soprattutto a me. C’è gente che sta in classe come se stesse in fila col carrello del supermercato, stesso stato d’animo descritto da DFW)

    @jacopo: leggerò il post. Io da agnostica riguardo a molti fatti di questo Paese mi indigno e mi sento profondamente offesa nella mia libertà di cittadina (vedi ore di religione all’asilo, fecondazione assistita e libertà di ricerca negate, eutanasia negata ecc ecc famiglie private di diritti solo perché i genitori non sono sposati….). Per opporsi ai soprusi contro la laicità non è necessario essere atei (fare muro contro muro, verità contro verità, senza nessuna base scientifica che possa avvallare una o l’altra posizione).

    ultima cosa: perché “liceale” è usato spesso in maniera dispregiativa (molto spesso da tash)? Vi ricordo che l’attuale ministra ha accolto la proposta della confindustria di togliere valore legale alla laurea.

    mi scuso per l’OT (sono arrivata alla frutta, ha ragione Alcor!!)

  32. fem il 9 ottobre 2008 alle 20:05

    ultima cosa: ieri a scuola quando si parlava dell’imparare a imparare era in una riunione insieme ad altri colleghi e NON con gli studenti (non riesco a fare sermoni in classe, è troppo divertente parlare di altro!)

  33. soldato blu il 9 ottobre 2008 alle 20:46

    Partire dal pomo e rimanere sul pomo, è, mi pare, posizione affermata da Tash.
    In questo modo si fa chiarezza, per quanto possibile, su cosa sia il pomo.

    Si può arrivare al pero partendo dal pomo, solo percorrendo le opportune sfumature.
    Si può anche pretendere, così, di aver mostrato che non ha senso fissarsi sul pomo.

    Ma la discordia resta.

    Viene negata soltanto da chi non ha motivi di odio, e pensa che la discordia venga prodotta da chi invece i motivi li ha.

    *

    La posizione pedagogica e buonista di Wallace, il suo ossessivo riferirsi a un “fattore personale” da tenere sotto controllo, questa necessità permanente di dirsi, di inventarsi “come sono gli altri”, mostrano una personalità tragicamente sconvolta da una percezione assolutamente negativa, per non dire mostruosa, del suo prossimo.

    Le sue non sono lezioni, sono mantra per rafforzare la resistenza contro il mostro che lo divora dal di dentro.

    Che il pubblico sorrida a un’ironia che è il solo farmaco che gli consente di guardare in faccia le persone, è la dimostrazione che quel pubblico ha scambiato l’invito di Wallace a guardare, col solito meccanismo che sceglie una vittima su cui ridere per potersi sentire uniti.

    Non capisce che quell’invito a guardare è, invece, un’invito a sentire quello che Wallace sente. Quello che lo porterà alla morte.

  34. Alcor il 9 ottobre 2008 alle 21:02

    Penso che soldato blu abbia ragione, sono mantra.
    Non tanto in questo discorso, ma in generale, leggerlo in quest’ottica forse mi potrà dare una chiave che finora non avevo trovato. Io non l’ho mai letto con piacere, ma con irritazione.
    Un’irritazione che avevo attribuito alla sua fortissima americanità e ad altro che non sto a dire qui.
    Mi è sempre sembrato che Wallace avesse un interlocutore preciso, e sapevo di non essere io.

  35. Tashtego il 9 ottobre 2008 alle 23:17

    L’ho riletto.
    Se il nucleo concettuale risiede nell’esempio del supermercato, mi dichiaro colpito e affondato.
    Tutto il resto, compreso il discorso sull’inevitabilità e nell’equivalenza del credere, mi sembra poco conseguente, poco logico.
    Ma l’esortazione a non sprofondare nell’automatismo egotico restandoci per tutta la vita mi sembra bella e commovente, anche se non si capisce bene se il pensare in modo «tollerante» non finisca col coincidere col pensare in modo a-critico.
    Adattativo, appunto.
    Negli ultimi tempi la cosiddetta realtà mi procura molta sofferenza e di un tipo molto simile a quella descritta da DFW.
    Non mi sforzo più di adattarmi.
    L’ultima arma che mi resta è il pensarle contro.

  36. soldato blu il 10 ottobre 2008 alle 07:59

    Io ho riletto di DFW anche “Un biglietto per la fiera” del 15 settembre, su NI.
    Il supermercato è un paradiso, al confronto.
    Di fiere si può anche morire.

  37. Plessus il 10 ottobre 2008 alle 09:23

    Domenica 12 ottobre ore 20.30 per gli interessati DFW.DavidFareWell sarà in scena al teatro Ghione a roma. Interventi, contributi e letture in sua memoria. (notizia presa da dnews di oggi)

  38. cristiano prakash il 10 ottobre 2008 alle 14:55

    la parte notevole, forse perchè meno intellettuale e più mistica, per me, è quella dell’attenzione. l’attenzione a quel che si pensa, senza giudizio, cercando di arrivare all’origine da cui scaturisce. è una pratica faticosa, forse può sembrare tendente al patologico ma è quanto più prossimo alla verità esista, credo.
    mi sembra uno sprono positivo.
    lo spiega, meglio di d f w, krishnamurti.

  39. Paolo S il 13 ottobre 2008 alle 09:58

    Tash, DFW a-politico? Che mi dici del suo saggio sulla tivù americana contenuto in Tennis, tv, trigonometria e tornado?

    Capisco bene cosa intende Cristiano, DFW ha (aveva) una mente che gira(va) a terahertz, ed era capace di registrare su carta questi suoi lazzi infiniti. E ercava un punto fermo. Che sicuramente non poteva trovare nella politica, ma nemmeno nella matematica. E andava cercando nella mente stessa, nell’occhio di quel ciclone che è (era) il suo pensiero.
    Quando riesce a far trasparir ciò nei suoi testi, vale quasi quanto Meister Eckhart!

  40. Pensieri Oziosi il 13 ottobre 2008 alle 23:00

    Vorrei innanzitutto ringraziare Natalini per la sua traduzione. Pero’ mi domando se una buona meta’ dei commenti qui sopra non siano dovuti ad una piccola omissione:

    «Ma il problema del credente dogmatico è esattamente uguale a quello del non credente della storiella»

    But religious dogmatists’ problem is exactly the same as the story’s unbeliever.

  41. soldato blu il 14 ottobre 2008 alle 20:23

    *

    Ho osservato e catalogato, con ribrezzo, ogni tipo di eritemi. cheratinosi, lesioni pre-melanoma, macchie da mal di fegato, eczemi, verrucche, cisti papulari, pancioni, celluliti femorali, vene varicose, trattamenti al collagene e al silicone, tinture orribili, trapianti di capelli malriusciti – insomma ho visto un sacco di gente seminuda che avrei preferito non vedere seminuda. MI SONO SENTITO DEPRESSO COME NON MI SENTIVO DALLA PUBERTA’ E HO RIEMPITO QUASI TRE TACCUINI PER CAPIRE SE ERA UN PROBLEMA MIO O UN PROBLEMA LORO.

    DAVID FOSTER WALLACE, Una cosa divertente che non farò mai, Minimum fax, 1998, pag. 8.

  42. […] guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”» (David Foster Wallace, 2005, qui) Share this:TwitterFacebookLike this:Mi piaceBe the first to like […]



indiani