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diana, tre momenti

di Massimo Bonifazio

I

ma lo smarrirsi? ma i cani, sul sentiero inesistente,
lungo recinzioni di ruggine e ramaglie, edere: rovi senza more,
eccetera, dispersi sul pendio, fra i castagni: ma nemmeno così
parlare della linea, dei capelli: riesce. non riesce. non
parlare della linea, dei capelli. come incontro mancato
fra cane e cervo, proprio qui? che il cervo perda il sentiero
e incontri: i cani, e diana cacciatrice, per quanto sia improbabile.
che si perda, voglio dire, in quel bosco-bicchier d’acqua,
per quanto sia improbabile sulla china la figura, la sua bocca
(altrove, certo, perdersi: nel bosco degli incontri, per esempio,
delle immagini-fantasma), per trovarsi poi di fronte, sotto:
cartelli, recinzioni, cartelli con su scritto: diana, pericolo di crollo,
inondazione. pericolo, le immagini di diana, dei suoi cani?

i loro denti fitti nella carne, i suoi. anche così succede.
(lo scorrere dell’acqua, le vertigini, molto tempo prima,
e adesso sotto? ancora sotto? e ancora le vertigini, la linea
di proteine attorcigliate, melanina, henna. il nero sopra il grano
non richiama il basso, il resto, il vuoto? gli alberi abbattuti
giù verso il torrente: e i resti di catene, le spine conficcate nella terra.
scalette sulla cinta, poi pozzo-bicchier d’acqua, buio del respiro
che il cervo ha attraversato, per arrivare qui: stupore
del cervo sulle rocce, fra i castagni, nel ritrovarsi dentro
un forno, una legnaia: nerofumo, nero nel nero,
tana senza tegole. mattino di fiori e talpe, irradiazione
e ultimo congedo.

II

ma chi attraversa, nella salda evidenza di fabbriche
e foschie, in questo nord gelato: chi, fra i monti-ombre
verso il cielo spento, fra i campi irrigiditi, vede
l’ombra di d. in ogni fosso, ogni cespuglio.
quale cane annusa intorno il rigore della terra,
tracce di altri fiati, urine; nuvola del fiato che disperde
le memorie rovinose, di nuovo rattrappisce il salto,
lo slancio sul ghiaccio del laghetto, fra le stoppie:
lungo muri di cemento, rovi, mucchi di detriti.
fiato che si innalza, si espande sui disegni a spina
incisi in rilievo nella terra, con strade. come strade.

III

le unghie, diana, i denti: insomma il contrario di ogni canto,
quel guardarsi da fuori, costruirsi, ignari di ogni chimica
unione, ogni presagio – cioè pensato il mondo, la distanza
fra i vuoti, le parole, all’altezza della linea d’orizzonte,
cioè lontano, in alto: dove la tecnica è già corpo,
prende il posto del corpo, la carlinga: ma distante,
fuori dalle unghie. cos’è il nero, il grano, il vuoto:
che mettono di fronte, assalgono: che smontano
le linee d’orizzonte, riprendono le linee
del corpo nello specchio, le incurvano, distendono,
si fanno labbra, denti, sguardo, restituiscono al corpo
il suo sentire? gli danno una ragione? fuori dalla linea,
protegge la carlinga il movimento, lo trattiene – lo impedisce,
e dove si sviluppa, dove cresce, nel giro quotidiano,
nel morbido centro della carne: pretesa della pelle,
pericolo di crollo, inondazione.

dicembre 2007 – maggio 2008

Dello stesso autore puoi leggere anche fabbrica in disarmo con mannequin.

4 Commenti

  1. verbosità carnale e grazia tanta da lasciarti muto di ghiaccio inondato prima di spiccare il volo, protetta la carlinga, i cani abbaiano al cielo… non so commentare, ma che piacere ogni momento movimento memento

  2. Strazio, non è strazio.
    Ma attanaglia, morde.

    Saranno davvero i suoi cani, allora?

    Così feroce la lingua, come il mondo?

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domenico pinto
domenico pintohttps://www.nazioneindiana.com/
Domenico Pinto (1976). È traduttore. Collabora alle pagine di «Alias» e «L'Indice». Si occupa di letteratura tedesca contemporanea. Cura questa collana.
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