Tout aboutit à un livre. 1

31 marzo 2009
Pubblicato da

di Antonio Sparzani

Stéphane Mallarmé

Stéphane Mallarmé

In un post di qualche tempo fa dicevo del grande fraintendimento che ha infiltrato la cultura del Novecento in seguito agli scritti (e alla vasta pubblicità data loro) di Einstein del 1905 e del 1916, a proposito della sua teoria della relatività. Ricordavo come la ricerca di Einstein si potesse invece caratterizzare come una ricerca di assoluto, con buona pace di tutte le accuse di relativismo e di perdita di certezze che molti credevano impliciti nella teoria einsteiniana.

Seguendo il mio dèmone di cercare interazioni e analogie tra scienza e letteratura, mi sono imbattuto in uno scritto di Jorge Luis Borges intitolato Nota su Walt Whitman. Il suo inizio mi ha colpito:

«L’esercizio delle lettere può promuovere l’ambizione di costruire un libro assoluto, un libro dei libri che li includa tutti come un archetipo platonico, un oggetto la cui virtù non diminuiscano gli anni.»1

Borges compila un elenco – come di frequente nei suoi scritti – attingendo ai pozzi di conoscenze che aveva accuratamente catalogati nella sua mente, di un certo numero di autori la cui intenzione possa essere intesa da questo punto di vista, da Apollonio Rodio a Camões, da Donne a Firdusi, da Góngora, che, dice Borges, «fu il primo a giudicare che un libro importante può anche prescindere da un argomento importante» a Mallarmé cui «non bastarono gli argomenti banali; li cercò negativi: l’assenza di un fiore o di una donna, il candore del foglio di carta prima della poesia.» .

Il caso di Stéphane Mallarmé, l’oscuro, mi affascina particolarmente: ai suoi martedì, dalle quattro alle sette, nell’appartamento parigino di rue de Rome 89, parteciparono De Regnier e Claudel, Verlaine e Huysmans, Gide e Valéry, i mardistes appunto; appoggiato al caminetto della sala, Mallarmé officiava, a metà tra sacerdote e danzatrice della poesia, quel rito della parola che si svilupperà nell’arabesco delle Divagations. E nelle Divagations, cui certamente Borges allude, si può per l’appunto leggere il capitolo Le livre, instrument spirituel che così inizia:

«Une proposition qui émane de moi – si, diversement, citée a mon éloge ou par blâme – je la revendique avec celles qui se presseront ici – sommaire veut, que tout, au monde, existe pour aboutir à un livre.»2
(trad. it. qui)

Il collegamento che propone qui Borges risale a quasi tre millenni indietro nel tempo: nel canto VIII dell’Odissea, Ulisse ascolta, nella reggia di Alcinoo l’aedo dei Feaci (“amanti del remo”), Demòdoco, che racconta le gesta degli eroi della guerra di Troia. Ulisse, pur temprato guerriero, si commuove e versa calde lacrime, cosi che Alcinoo, accorgendosene, invita l’aedo a sospendere il canto per non turbare troppo l’ospite:

«Sentite, prìncipi e capi Feaci,
Demòdoco faccia tacere la cetra sonora,
perché non a tutti gradita questa gesta racconta.
Da quando ceniamo e sorse il cantore divino,
da allora mai smise gemito e pianto
l’ospite, certo molto dolore intorno al cuore gli viene.
Ma smetta iul cantore che tutti godiamo,
ospita tori e ospite, è molto meglio così.»3

Alcinoo prosegue chiedendo con affettuosa insistenza all’ospite, che fino a quel momento aveva taciuto il proprio nome e la propria provenienza, di aprirsi e di spiegare come mai quei racconti di Demòdoco lo commuovono a tal punto.

«Ma tu, dimmi ancora e parla sincero:
dove sei stato errando, a quali paesi sei giunto
d’esseri umani; e dimmi di loro e dei loro borghi ben abitati,
e quanti eran violenti, o selvaggi o senza giustizia,
quanti ospitali e avevano mente pia verso i numi;
e dimmi perché piangi e gemi dal cuore profondo
dei Danai Argivi e d’Ilio ascoltando la sorte,
questa vollero i numi e rovina filarono
agli uomini, ché anche ai futuri fosse materia di canto.»4

Singolari gli ultimi due versi della citazione: gli dèi ordiscono sventure agli uomini affinché qualcuno ne possa fare materia di canto, di scrittura, di testimonianza.

Questa ricerca del libro assoluto porta dunque ad attribuire al libro la massima importanza, l’importanza ultima, il fine degli accadimenti. Forse un po’ azzardato: vediamo.

Paul Verlaine aveva chiesto nel 1885 a Mallarmé una scheda informativa sulla sua biografia, per inserirla negli Hommes d’ajourd’hui, specie di Who’s who dell’epoca, che vide poi la luce nel febbraio del 1887. Mallarmé gli risponde con una lunga lettera del 16 novembre 1885, scusandosi del ritardo, fornendo dettagli della sua biografia e infine fornendo qualche tratto più preciso della sua ricerca del libro assoluto.
Mallarmé ha 43 anni e ancora non ha pubblicato alcuna raccolta organica di poesie, semplicemente alcuni dei suoi versi sono apparsi sui primi numeri di qualche rivista letteraria. Qui comincia invece a raccontare il suo sogno.
Dopo aver confermato – un poeta, si sa, non può vivere della sua arte, così egli si esprime – la giustezza della propria scelta di andare in Inghilterra, imparare l’inglese e, tornato in patria, assicurare la sopravvivenza a sé e alla moglie esercitando l’insegnamento di questa lingua, egli finalmente espone un suo credo chiaro e distinto, una sua convinzione intima:

«j’ai toujours rêvé et tenté autre chose, avec une patience d’alchimiste, prêt à y sacrifier toute vanité et toute satisfaction, comme on brûlait jadis son mobilier et les poutres de son toit, pour alimenter le fourneau du Grand Œuvre. Quoi? c’est difficile à dire: un livre, tout bonnement, en maints tomes, un livre qui soit un livre, architectural et prémédité, et non un recueil des inspirations de hazard, fussent-elles merveilleuses… J’irai plus loin, je dirai: le Livre persuadé qu’au fond il n’y en a qu’un, tenté à son insu par quiconque a écrit, même les Génies. L’explication orphique de la Terre, qui est le seul devoir du poëte et le jeu littéraire par excellence: car le rythme même du livre alors impersonnel et vivant, jusque dans sa pagination, se juxtapose aux équations de ce rêve, ou Ode»

E così prosegue:

Voila l’aveu de mon vice, mis à nu, cher ami, que mille fois j’ai rejeté, l’esprit meurtri ou las, mais cela me possède et je réussirai peut-être; non pas à faire cet ouvrage dans son ensemble (il faudrait être je ne sais qui pour cela!) mais à en montrer un fragment d’exécuté, à en faire scintiller par une place l’authenticité glorieuse, en indiquant le reste tout entier auquel ne suffit pas une vie. Prouver par les portions faites que ce livre existe, et que j’ai connu ce que je n’aurai pu accomplir.»5
(trad. it. qui)

«Mostrarne un frammento», dunque «farne scintillare l’autenticità gloriosa». «Dimostrare tramite le parti realizzate, che questo libro esiste.»

Potremmo chiamarlo il sogno di ogni scrittore?

  1. J. L. Borges, Tutte le opere, a c. di D. Porzio, Mondadori, Milano 1991, I vol., p. 386 []
  2. Stéphane Mallarmé, Igitur, divagations, un coup de dés, Gallimard, Paris 1976, p. 266-67. []
  3. Odissea, VIII, vv. 536-543 []
  4. Odissea, VIII, vv. 572-580; ho qui usato la traduzione di Rosa Calzecchi Onesti (Einaudi, Torino 1984): che l’ultima subordinata sia una finale non v’ha dubbio, data la congiunzione usata nell’originale. []
  5. Stéphane Mallarmé, Correspondance complète 1862-1871 suivi de lettres sur la poésie 1872-1898, Gallimard, Paris 1995., p. 585-86 []

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12 Responses to Tout aboutit à un livre. 1

  1. riccardo ferrazzi il 31 marzo 2009 alle 10:43

    Antonello, credo che dovremmo ringraziarti in tanti per un gioiello come questo articolo. Non sarà il Libro dei libri, ma certo è il Post dei post. Spero di leggerne ancora tanti così.

  2. macondo il 31 marzo 2009 alle 12:13

    La ricerca del libro assoluto, del Libro, ha portato Mallarmé a vagheggiare un “Livre du Néant”. Aspetto cruciale, questo, del Moderno tardo-ottocentesco, che il XX secolo letterario ha però “superato”. Difatti, stando a Barthes, la “modernità inizia con la ricerca di una letteratura impossibile”, di cui la ricerca borgesiana ha costituito un momento importante.
    Eppoi, cuidado, hombre, con Ulisse, perché l’Ulisse scolpito da Dante, cioè l’Ulisse moderno, è in primo luogo il “facitor d’inganni”, colui cioè che ha reso mendace il segno, alterando i rapporti autentici tra espressione e contenuto, il che, stando alla lettura che Lotman ha fatto dell’Ulisse dantesco, è peggiore dell’assassinio perché uccide la verità ed è fonte di menzogna.
    Insomma, Ulisse (quello dantesco) è il prototipo dell’uomo moderno, qui sta la sua grandezza, ma anche la sua colpa. E oggi i novelli Ulissidi hanno imparato così bene la lezione che governano lo Stato.

  3. soldato blu il 31 marzo 2009 alle 12:27

    Partecipante attivo dei martedì di Mallarmé fu anche Alberto Savinio,
    allora “il” musicista del gruppo – durante una di quelle serate gli capitò di rompere il pianoforte su cui suonava, a forza di pugni, gomitate e sedendocisi sopra -, ma che proprio in quegli anni iniziava la sua attività di scrittore.

    Forse può discendere da quelle suggestioni mallarmeane del “libro assoluto”, il fatto che Savinio, approdato a un pensiero meno “metafisico” (così venne classificata anche la sua musica forse accomunandola alla pittura del fratello), si sia deciso, poi alla fine, a dar vita a una semplice – ma certamente piacevolissima – “Nuova Enciclopedia”?

  4. véronique vergé il 31 marzo 2009 alle 13:31

    Antonio Sparzani mi riconcilia sempre con la scienza,
    l’idea sublime dell’intelligenza.

  5. niky lismo il 31 marzo 2009 alle 15:03

    Questo libro, poiché qualcuno lo ha pensato, non può non esistere. Se esso è lo scopo del mondo, l’atto di scriverlo rende il mondo superfluo, o superato. Ogni cronaca determina questo superamento, ogni narrazione. Ogni scrittore, consapevole o meno, uccide il mondo.

  6. db il 31 marzo 2009 alle 16:06

    A tai memorie il Laerziade, preso
    L’ampio ad ambe le man purpureo manto, 110
    Sel trasse in testa, e il nobil volto ascose,
    Vergognando che lagrime i Feaci
    Vedesserlo stillar sotto le ciglia.
    Tacque il cantor divino; ed ei, rasciutte
    Le guancie in fretta, dalla testa il manto 115
    Si tolse, e, dato a una ritonda coppa
    Di piglio, libò ai numi.

    il passo è centrale nel saggetto di Heidegger “Alétheia”

  7. Cronos il 31 marzo 2009 alle 21:30

    @ Soldato Blu

    “Partecipante attivo dei martedì di Mallarmé fu anche Alberto Savinio,
    allora “il” musicista del gruppo…”

    Ma Savinio è nato nel 1891 e Mallarmé morto nel ’98….Un enfant prodige?

  8. db il 31 marzo 2009 alle 21:42

    Alétheia 1943 †

  9. Alcor il 31 marzo 2009 alle 22:06

    Apollinaire

  10. db il 31 marzo 2009 alle 22:47

    APOLLINAIRE IN CLASSE
    (foto di Culotte Sanspapier,
    l’allieva di G. Tournachon)

  11. Alcor il 31 marzo 2009 alle 22:52

    in questo caso, db, solo Apollinaire organizzatore delle Soirées in cui Savinio se la prese con pianoforte

  12. soldato blu il 1 aprile 2009 alle 06:57

    Scusate la bestialità Mallarmé/APOLLINAIRE:

    Nous naviguons, ô mes divers
    Amis, moi déjà sur la poupe
    Vous l’avant fastueux qui coupe
    Le flot de foudres et d’hivers

    Et moi j’ai le cœur aussi gros
    Q’un cul de dame damascène

    *

    “Fu accusato del furto della Gioconda, passò dieci giorni in prigione, bevve l’acqua di nenùfaro che i secondini gli passavano per smorzare l’ardore dei sensi […]

    Andò volontario in guerra, fu ferito alla testa, stette tra la vita e la morte all’ospedale italiano di Auteuil, si meritò la legion d’onore.
    Da se stesso si era chiamato *le Malaimé*.”

    ALBERTO SAVINIO, Nuova enciclopedia, Adelphi 1977, v. “Apollinaire”.

    *

    “Des paroles inconnues chantèrent-elles sur vos lèvres, lambeaux maudits d’une phrase absurde?

    Je sortis de mon appartement avec la sensation propre d’une aile glissant sur les cordes d’un instrument, traînante et légère, que remplaça une voix prononçant les mots sur un ton descendant : « [Le Malaimè] est morte », de façon que

    [*La Malaimé*]

    finit le vers et

    *Est mort*

    se détacha de la suspension fatidique plus inutilement le vide de signification.

    STÉPHANE MALLARMÉ, Le démon de l’analogie.



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