Boris Pahor: qui è proibito parlare

di Antonio Sparzani
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Non so mai bene come cominciare una recensione a un libro che mi è particolarmente piaciuto e che per questo motivo desidero indurre altri a leggere; alla fine mi dico che la linea migliore è quella di raccontare come è accaduto a me di conoscere e amare quel libro. Questa volta è andata così, che il 9 febbraio scorso ho ascoltato, come varie altre volte, soprattutto se sono in auto, Fahrenheit, la trasmissione pomeridiana di radiotre, libri e idee. Quel pomeriggio Marino Sinibaldi, conduttore storico della trasmissione, un po’ gigione ma simpatico e molto informato, incontrava Boris Pahor, per parlare (qui per risentire l’intervista) del suo libro appena uscito in Italia col titolo Qui è proibito parlare; lo aveva già incontrato per parlare di Necropolis, il suo libro più famoso, sull’esperienza dell’autore nei campi di concentramento nazisti (Dachau, Bergen-Belsen e altri). Ma quella volta non mi era capitato di ascoltare la trasmissione.
Questa invece mi ha subito attirato non appena ho sentito che la storia era ambientata a Trieste, città per la quale, per ragioni profondamente oscure, provo un interesse e un’emozione smodatamente appassionati.

Pahor, nato nel 1913 nella Trieste grande sbocco absburgico sul Mediterraneo, è di identità e di famiglia slovena. E, pur conoscendo e parlando perfettamente l’italiano, con un discreto accento triestino, scrive in sloveno. Scrisse questo Parnik trobi nji (che significa più o meno: “il vaporetto fischia da matto”) nel 1963, ma solo ora è stato ottimamente tradotto in italiano da Martina Clerici.

Mi ha fatto venire in mente un altro romanzo che a suo tempo avevo molto amato, La danza immobile, di Manuel Scorza – scritto vent’anni dopo questo di Pahor – per il comune tema di una storia d’amore intrisa e segnata da una forte passione politica.
Ma nel latinoamericano Scorza tutto viene raccontato e rivissuto con un traboccante senso di pienezza di gioie e di dolori, esplosioni di vitalità non trattenute, mentre nel misurato centroeuropeo Pahor tutto è levità e discrezione. Discrezione, sì, questa mi sembra una parola che molto si addice alla sua narrazione, senza che ciò minimamente implichi assenza di emozioni, o emozioni meno intense.

Ema e Danilo, i suoi personaggi, che, come il loro autore, vivono a Trieste ma sono di nazionalità e cultura ardentemente slovene, – siamo alla fine degli anni ’30 del secolo scorso, Hitler invade la Polonia e l’oppressione del regime fascista sulle minoranze linguistiche è particolarmente odiosa e dura – cominciano la loro relazione anche all’insegna di un comune senso di ribellione, prima di tutto appunto linguistica, vissuta con dolore e rabbia, ma anche con grandi fierezza e coraggio.

La storia è lineare, e in apparenza esile, ma quello che mi ha soprattutto colpito è la delicatezza di ogni descrizione, tanto dei gesti dei protagonisti, quanto dei paesaggi del Golfo., il Zaliv, quella grande apertura della città giuliana nel suo mare. Cento volte Pahor descrive il tramonto, o la qualità della luce sullo specchio delle acque triestine, e cento diverse sfumature il lettore ne apprezza. Così come cento gesti ed emozioni Ema ha per Danilo e di nuovo cento occhi diversi sono quelli che le vedono e le accarezzano.

Molto felice è la mano di Pahor, leggera e intensa, nel mescolare la relazione d’amore che cresce lentamente, e non in modo subitaneo, con la complicità politica nella lotta clandestina, a cominciare dalla distribuzione di testi sloveni agli scolari figli delle famiglie slovene dislocate sia a Trieste che, soprattutto, nella provincia. Tuttora del resto la provincia di Trieste (la più piccola d’Italia come superficie) è prevalentemente slovena.

Aggiungo che il volume è molto opportunamente completato da note necessarie a dare notizia al lettore italiano dei molti scrittori sloveni menzionati nel testo, e anche delle principali variazioni toponomastiche intervenute da allora ad oggi, il molo Audace era allora molo S. Carlo, piazza Unità d’Italia era allora piazza Grande, ecc.

Un libro per molti versi commovente, nella migliore accezione del termine. Andrebbe, insieme con altri, letto e meditato da tutti coloro che nel nostro paese, a cominciare purtroppo dai partiti della sinistra tradizionale, hanno completamente trascurato in tutto il secondo dopoguerra la questione giuliana e in generale dei confini orientali, lasciandola in pasto alla propaganda fascista e postfascista. Tra gli “altri” libri cui accennavo, a me è stato particolarmente utile, già molti anni fa, il volume di Angelo Ara e Claudio Magris, Trieste, un’identità di frontiera, Einaudi 1987.

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4 Commenti

  1. Anch’io come te ho ascoltato l’intervista a Boris Phaor su Fahrenheit. Avevo già letto Necropoli come molto prima intensamente Primo Levi. Non so spiegarlo ma anche su di me Trieste esercita suggestioni che mi fanno rivivere con nostalgia un passato che però non ho mai vissuto se non culturalmente. Probabilmente perchè per molti anni ho condiviso lo stesso problema di Zeno con il fumo,chissà, o forse perchè tanti anni fa ho fatto il militare in Friuli e una domenica sono andato in giro per trieste, da solo. Ma di Pahor ho apprezzato la delicatezza della narrazione e la pulizia del racconto che porta alla conoscenza la storia di una terra dove si incontrano, si intrecciano lingue, culture e alfabeti differenti che solo la logica razzista dei fascismi comunque acconciati vuole opprimere per una presunta purezza nazionale. Il libro di Pahor mi ricorda tra l’altro tantissimo “Il sogno di una cosa” di Pasolini che con Pahor condivide la realtà di un mondo di confine personale e culturale.

  2. Già che vi dichiarate affasciati da questi posti e queste atmosfere vi consiglio La frontiera di Franco Vegliani, Sellerio… da cercare tra i remainders, ne vale la pena!

  3. grazie, Paolo S, di Vegliani avevo letto a suo tempo Processo a Volosca, un po’ cupo, ma certo interessante. Vedo peraltro che La frontiera è ancora disponibile.

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