Come muore ognuno di noi

17 giugno 2009
Pubblicato da

di Evelina Santangelo

Maurizio Braucci ne parla qui. e qui hj

Napoli, Montesanto, 26 maggio 2009, ore 19.
Un uomo con una fisarmonica in spalla, accanto a lui una ragazza. Camminano verso la stazione Cumana di Montesanto.
Un corteo di 4 centauri sfilano contromano davanti alla telecamera della video sorveglianza all’esterno di quella stessa stazione. Non c’è l’audio, ma si capisce che i motori rombano nel traffico cittadino dell’ora di punta.
Nella controluce, s’intravedono l’uomo e la ragazza correre verso le porte d’ingresso.
L’uomo avanza piegato, arranca fino ai tornelli della stazione, cerca di appoggiarsi all’obliteratrice. Non c’è l’audio, ma si capisce, si vede che la ragazza sta chiedendo aiuto alla folla accalcata in uscita e in entrata lì, a un passo da lei e da quell’uomo, che deve essere il suo compagno o suo marito.
L’uomo è piegato su se stesso. Si stringe la mano al ventre o al petto. È ferito. Si capisce anche dal video che è ferito. La ragazza prova a sorreggerlo. L’uomo scivola piano, si accascia vicino ai tornelli.
La gente intanto si è diradata. Quella che è ancora lì o sta arrivando in quel preciso momento non si volta nemmeno. Si vede che sente la morte lì a un passo, e non vuole vedere, vuole obliterare al più presto, andarsene. Solo qualcuno rimane per qualche istante a guardare atterrito o spaesato, poi si allontana, tornando indietro verso i binari o avviandosi in fretta verso l’uscita.
La moglie ragazza grida, si dispera. I pochi rimasti si accalcano sul tornello vicino come animali terrorizzati, spingono, incerti se andare verso i treni o uscire fuori dalla stazione.
La moglie ragazza si guarda intorno. E intorno non c’è più nessuno.
Davanti alla telecamera della video sorveglianza adesso c’è una ragazza che si dispera nella più assoluta solitudine. L’uomo, esanime, accasciato ai suoi piedi.

Queste le immagini che molti di noi, ieri sera, hanno visto nei vari telegiornali o in qualche rubrica di informazione. Queste le immagini che oggi molti vedranno replicate in decine di siti. Una sequenza sconcertante.

Così è morto Petru Birladeandu, cittadino rumeno, musicista di strada, colpito a una gamba e al torace da una pioggia di proiettili di camorra destinati a qualcun altro (il camorrista Salvatore Mariano).
Petru Birladeandu non è stato ucciso né per odio razziale né per un qualche regolamento di conti. Petru Birladeandu è stato ucciso perché si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Una vittima innocente, come si dice, o meglio, un vittima casuale. Come lo potrebbe essere ognuno di noi.
Ed è proprio questo che sconcerta. La consapevolezza che Petru Birladeandu poteva essere ognuno di noi.
E ognuno di noi – dinanzi a un uomo e a una donna che chiedono disperatamente aiuto – vuoi per paura, per orrore, per sospetto nei confronti dell’altro (di chiunque altro che non ci assomigli), per diffidenza dinanzi alla pregiudiziale malvagità umana, per il terrore che può suscitare la violenza camorrista, per spirito di auto conservazione, per tutte le mille ragioni che si possono sviscerare nel tentativo di dare un senso a un evento così inoppugnabile e inquietante, ha lasciato che tutto ciò accadesse senza sentirsi minimamente chiamato in causa, senza nemmeno pensare che quell’uomo lì accasciato a terra poteva benissimo essere ognuno di noi, con tutta l’innocenza e l’umana sollecitudine che ognuno di noi prova per se stesso o per un suo simile.

Dico questo, non per generico spirito umanitario o per quel facile esercizio di pietà umana propria di chi giudica a posteriore gli eventi, senza essersi trovato lì in quel preciso momento, in balia di quella stessa paura, di quello stesso orrore, di quegli stessi gesti inconsulti o intenzionali o semplicemente indotti, ma perché quelle sequenze mi sembra diano la misura di una sconfitta che ci riguarda tutti, indistintamente.

Una sconfitta che di sicuro si annida in diverse radici. E, se le dovessimo sviscerare, dovremmo di certo tenere in considerazione il modo in cui è percepito lo Stato e, di contro, il modo in cui sono vissuti quotidianamente l’arroganza e il potere della camorra (come della n’drangheta o della mafia) in realtà come quelle, il modo in cui si è radicalizzato in questo paese il sospetto nei confronti di alcune etnie e, in genere, nei confronti di tutto ciò che non ci assomiglia, o addirittura, come nota Zygmunt Bauman, nei confronti degli «esseri umani e delle loro intenzioni» tout-court… il modo in cui in questo paese si smantella quotidianamente il senso stesso di solidarietà sociale…

Ma, tener conto di tutto questo, non può in nessun modo nascondere un dato di fatto filmato sequenza dopo sequenza in tutta la sua evidenza: nessuno, quel 26 maggio alle ore 19,00 in quella stazione, ha prestato soccorso a un uomo, Petru Birladeandu, e a sua moglie.

Non prestare soccorso non è solo un reato sanzionato dall’articolo 539 del Codice Penale, è un reato contro la persona, contro la vita e l’incolumità individuale che nessuno di noi, se solo lo considerasse nella sua natura, penserebbe mai di poter commettere, o di potersi perdonare.

Ora, la casualità che ha sancito quella morte, l’innocenza della vittima, la sconcertante evidenza di quel dolore senza soccorso non possono non suscitare sgomento: ognuno di noi non ha soccorso ognuno di noi.
Qualunque ne sia la ragione, non possiamo che costatare una terribile verità: la sconfitta di quella fiducia e solidarietà umana che è il fondamento stesso dell’umana convivenza.
Ognuno di noi ha avuto paura di ognuno di noi.

Tag: , , , , ,

83 Responses to Come muore ognuno di noi

  1. napoletanovergognato il 17 giugno 2009 alle 12:05

    Francesco Merlo su Repubblica di stamattina, da sottoscrivere fino alle virgole:
    “E’ bene metterselo in testa: la folla qui non ha paura dei pistoleros che avevano già sgommato ed erano fuggiti. Qui hanno paura della solidarietà. Avessero assistito alla sparatoria sarebbero rimasti tutti pietrificati. Invece questa folla è un formicaio atterrito che fugge dalla compassione, che sfugge alla misericordia (…)
    Guardatelo bene questo video: sono le immagini scandalose e disgustose di una paese infastidito da un innocente ammazzato. È pietosa quest’Italia che ha paura della pietà.”

  2. Alcor il 17 giugno 2009 alle 12:40

    L’ho vista qui e alla televisione, e quel che ho visto è un gruppo di persone terrorizzate, che non capiscono quello che succede e vogliono solo scappare, spingono alla disperata contro i cancelletti della metro e non sanno se scappare dentro o fuori, non sanno quello che succede, sono frastornate, capiscono solo che qualcuno ha sparato, non sanno che non sparerà ancora, che non entrerà inseguendo quello che è già ferito, che quello che è ferito è solo un passante e non uno di loro che sta aspettando il colpo di grazia.
    C’è una donna grassa con una bambina, cerca di spingerla avanti, cerca di entrare e non ci riesce, e alla fine una donna vestita di bianco che si ferma e resta a distanza e dice qualcosa alla donna e un uomo che telefona, penso per avvisare il 113.
    Guardate l’uomo grasso con la maglietta rossa, è assieme a una ragazzina che agita le braccia e trema, può sembrare che cerchi solo di far passare il biglietto per entrare, con indifferenza, e cerca infatti, ma non ci riesce e spinge via la ragazzina salvandosi all’esterno.
    Neppure la compagna dell’uomo lo tocca.
    Credo che non lo tocchi perché è un evento terrorizzante, choccante, incomprensibile, che il tuo uomo che prima camminava con te adesso sia a terra e stia morendo, che ogni gesto razionale o utile, ti è precluso, puoi solo urlare.
    Credo che sia choccante e terrorizzante vedere la morte di un uomo e per di più una morte violenta.
    Io credo che Merlo abbia visto troppi telefilm americani, dove intorno al ferito si inginocchiano teatralmente, seguendo una sceneggiatura che ha i crismi dell’efficacia e della velocità, quelli che gli tamponano il sangue sul petto.
    Merlo dice che la gente qui non ha paura dei pistoleros ma ha paura della solidarietà. Come fa a dirlo? Cosa ne sa?
    La solidarietà ha bisogno di qualche minuto per arrivare al cervello, dove l’adrenalina manda il primo e più urgente segnale, che è quello di salvare la vita, ci vuole freddezza per passare dal terrore alla relativa calma necessaria per fare un numero del cellulare.

    Anche i commenti e gli articoli che ho letto su questo episodio fanno parte di quella risposta immediata e retorica che questo paese riesce a produrre con una facilità impressionante.
    Non voglio dire con questo che Napoli non sia una città cinica, lo ho sempre pensato, ma è cinismo anche usare un pezzo di ripresa guardandolo in fretta e superficialmente per farci su un articolo moralizzante e pseudosociologico alla merlo.

    Come fate a vedere il fastidio e a non vedere il terrore?
    Un terrore ben giustificato in una città dove lo stato non conta niente, di questo bisognerebbe indignarsi, non di un gruppo di persone terrorizzate che ha in mente un’unica cosa: non beccarsi per sbaglio anche loro un proiettile in corpo, come a Napoli succede troppo spesso.

  3. effeffe il 17 giugno 2009 alle 12:49

    ho provato le stesse identiche cose, alcor, e dunque sottoscrivo ogni tua parola

    effeffe

  4. piero sorrentino il 17 giugno 2009 alle 12:53

    Alcor, chiedi a Merlo come fa a dire quello che dice e cosa ne sa.
    Lo chiedo anche io a te. Come fai a dire quello che dici? Cosa ne sai? Vogliamo buttarla in opinione pure stavolta? Io la vedo così, tu la vedi cosà e abbiamo tutti e due ragione e amen? E’ il solito, merdosissimo “tengo famiglia”?
    Oppure, ti chiedo, stavolta, QUESTA volta, possiamo non farne, ancora una volta, una questione opinabile, e possiamo dire più o meno con serenità che quella gente che pensa solo a pararsi il culo e se ne strafotte di un poveraccio rantolante a terra è OGGETTIVAMENTE gente di merda? (almeno in QUESTA circostanza, poi magari escono per andare a lavorare gratis al sert coi tossici o fanno le missioni di oslidarietà nell’africa nera…).
    Se ci fossi stata tu, ferita a morte lì per terra, saresti morta contenta? Se ci fosse stata tua figlia, tua sorella, tua zia, tuo marito, tuo cugino, la tua migliore amica del liceo, il tuo poeta preferito, avresti scritto queste stesse identiche parole?

  5. viola il 17 giugno 2009 alle 13:07

    La paura e l’istinto di sopravvivenza sono evidenti nel filmato, qui c’è una guerra, lunghissima, che dura da decenni…diverso è il ritardo nei soccorsi *ufficiali*, la capacità di reagire e di fermare le continue mattanze…entro anch’io a volte in quella stazione, come migliaia di napoletani, non so onestamente cosa avrei fatto, confesso, m’auguro almeno avvertire subito il 118… V.

  6. Alcor il 17 giugno 2009 alle 13:08

    Sorrentino, hai guardato le fisionomie, per quanto confuse? i gesti, seppure rallentati? la dinamica? io l’ho guardato più volte, questo video e vedo gente che reagisce all’adrenalina, come in qualsiasi altra città del mondo. Risponde alla sua parte animale, che per prima cosa dice “scappa” e solo dopo, cerca di capire quello che succede, e solo dopo ancora “fai qualcosa”.
    Il video non ci dice cosa è successo nel quarto d’ora succesivo, quando gli effetti dell’adrenalina erano passati.

    Perché mi fai queste domande?

    “Se ci fossi stata tu, ferita a morte lì per terra, saresti morta contenta? Se ci fosse stata tua figlia, tua sorella, tua zia, tuo marito, tuo cugino, la tua migliore amica del liceo, il tuo poeta preferito, avresti scritto queste stesse identiche parole?

    Le trovo domande particolarmente stupide.

  7. fernirosso il 17 giugno 2009 alle 13:17

    la paura non ha “ragioni” e gioca scherzi diversi. Personalmente la paura mi ghiaccia i pensieri, sempre, ed è per questo che riesco a fare qualcosa, intervenire in soccorso di. E’ successo sempre, ma so che non è da tutti.Ci sono cortocircuiti, penso, che entrano in gioco. Se poi si dice che nessuno ha detto e mosso un dito dopo, ha promosso un segno di lutto a favore di quell’uomo allora dico che c’è uno svuotamento di umanità che fa paura,che tutto dura l’attimo che avviene e poi è dimenticato, soprattutto se non ti tocca in prima persona. Si parla d’altro anche nei media, che costruiscono, mi sembra, una logica mirata, attraverso quella sequela continua di notizie di cronaca nera da costruzione di depressione, da convincimento che tanto è meglio starsene fuori, alla larga, perchè basta un attimo e ci sei dentro anche tu.Meglio chiudere la porta, meglio chiuderci dentro noi.
    Un segno di inciviltà che sta maturando i tempi per altro ancora, che non ha a che fare con l’umanità, dote di cui pare ci si debba scrollare di dosso il peso. Serve il lifting anche al comportamento,la passione, la compassione, la pietà, poi, sono sgni di un passato che è una incisione profonda,una ruga da oscurare!

  8. piero sorrentino il 17 giugno 2009 alle 13:24

    Alcor, ho guardato il video, più di una volta, più di dieci volte, poi mi sono fermato perché lo schifo montava a ogni replay.
    Qualche punto di risposta.
    La solidarietà, l’empatia, il riconoscere me stesso negli altri viene esattamente un secondo DOPO, ma proprio un secondo dopo!, l’istinto animale. E’ quello che ci fa appunto uomini. L’istinto mi dice scappa, e un uccello scappa. Ma l’empatia mi dice resta (se ce l’ho) e io resto. Non me ne frega niente di cosa è successo nel quarto d’ora successivo. Anzi. Se nel quarto d’ora successivo arriva l’ambulanza e la polizia con le pistole spianate, e la gente SOLO ALLORA si avvicina e dice “aiutatelo, aiutiamolo!” stracciandosi i vestiti, quella gente mi fa ancora più schifo. Un po’ come quelli per cui Studio Aperto va in sollucchero, i Linciatori Davanti Alle Caserme Dei Carabinieri. Tutti bravi a scagliarsi contro lo stupratore, salvo che poi – vedi la Caffarella, uno per tutti – quando la stuprata chiede aiuto la gente tira dritto. Tutti bravi a solidarizzare col culo coperto, dopo. La solidarietà viene PRIMA, o DURANTE.
    Ti ricordo solo, per rispondere alla tua obiezione della paura degli eventuali soccorritori di finire sparati a loro volta, che anche MOLTE ORE DOPO il fatto si pensava (vatti a vedere, giusto per dirne uno, l’archivio news del mattino) che Petru B. fosse stato ACCOLTELLATO. Quindi, non dire che la gente sapeva della sparatoria perché è una falsità.

    Quanto alle mie domande, come dire, prendo atto che le trovi “particolarmente stupide”, ma io altrettanto prendo atto che non sei capace di (o non vuoi) rispondermi.

  9. Alcor il 17 giugno 2009 alle 13:25

    Aggiungo che il mio commento non è contro l’articolo della Santangelo, che trovo equilibrato, non fosse per il fatto che il video dura due minuti e quarantadue secondi e che cosa sia successo in quel posto dopo quei due minuti e quarantadue secondi nessuno lo ha visto, neppure la Santangelo, che non può escludere che nei successivi dieci, superato il panico, qualcuno abbia cercato di prestare soccorso, io vedo due cellulari, nel video, posso supporre che chiamino il 113 e il 118 per chiamare i soccorsi, ma se volete immaginare che invece chiamino gli amici, beh, può essere.

  10. piero sorrentino il 17 giugno 2009 alle 13:29

    Leggo adesso il pezzo di Evelina Santangelo, che ringrazio perché lo ha scritto.

  11. Alcor il 17 giugno 2009 alle 13:32

    Sorrentino, io ho visto questo video, lo stesso che è passato in televisione.

    Che la gente che non c’era, o anche che c’era e non aveva visto come fosse stato ferito, pensasse ore dopo che fosse stato accoltellato, cosa cambia? Il coltello fa altrettanta paura della pistola, o no? forse persino di più.

    Se tu sei migliore, più robusto fisicamente e psichicamente di qualche massaia, qualche ragazzina e un grassone e i tempi della tua reattività sono più rapidi, mi fa piacere per te, ma qui il problema prima della gente è lo stato.

  12. piero sorrentino il 17 giugno 2009 alle 13:42

    Alcor, ci mancava solo il benaltrismo. Qui il problema è sicuramente lo stato, ma in QUESTO CASO di cui stiamo parlando è anche la gente, il problema.
    Che c’entra la prestanza fisica, adesso? per vedere cosa diavolo sta passando un povero cristo insanguinato con accanto una donna piangente e urlante devi per forza essere Hulk, o basta essere una PERSONA?
    Una persona, aggiungo, come quella ragazzina con gli occhiali (minuto 2:00), sì e no 12 anni, che, UNICA, tenta, teneramente, comicamente, di andare dall’altra parte dei tornelli, verso Petru B., prima che un’amica l’afferri per un braccio e la trascini via. Un fiore nella merda.

  13. vincenzo il 17 giugno 2009 alle 14:00

    chi conosce le pratiche di vita napoletane sa che la risacca di silenzio dopo lo sparo è naturale e sa pure che ciò che segue ad uno sparo è generalmente il grido solitario e straziato di una donna. in questo caso si tratta di un innocente, di un passante. chiedersi scandalizzati il perché le persone non siano intervenute significa osservare una città dalla finestra o dallo schermo di una televisione (quento astio a napoli per i ragazzi di casa!). significa in pratica non conscere il motivo sostanziale per cui la città è in un declino umano, sociale, civile che dura da decenni. perché quelle persone non hanno aiutato l’uomo agonizzante? se lo avessero fatto, se il popolo si fosse mobilitato, ecco napoli non sarebbe quello che è. poi le cose si possono raccontare in vario modo. ma non mi sembra che ognuno di noi sarebbe scappato di fronte ad un uomo che muore. ioso che on l’avrei fatto, perché non l’ho fatto in altre ocacsioni. io sono andato via da napoli proprio perché troppi scappavano di fronte ad un corpo che muore. considerazione da fare ne sono tante e non semplici: chiedersi anche perché il coraggio dei pochi (anche dei borghesi!) non sia stato valorizzato in questi anni, perché ad esempio si è puntato tutto e sempre sulle energie metafisiche del popolo!!! la donna di camorra, il cantate neomelodico, il povero ma buono; perché il populismo di comodo dei politici e degli intellettuali ha fatto dei guasti della città uno studio di convenienza piuttosto che un’analisi razionale e costante. c’è chi lo ha fatto senza retorica: Masullo, Macri, De Giovanni, Marotta, Fo, e altri; perché queste voci sono state abbandonate e ignorate; perché si è preferito delegare tutto il male possibile nelle mani di una sola persona, di una sola coscienza civile che valga per tutti e poi mettere in esilio quella coscienza (parlo di Saviano)?
    Io non posso che ringarziare chi ha scritto questo articolo. Quando torno nel corpo della mia città natale, accompagno spesso la donna che amo a Montesanto, per prendree la cumana per i campi flegrei (terre stupende). vi confesso che se mi fossi trovato a terra da solo, agonizzante, a masticare il terreno polveroso calpestato dai passi del popolo che fugge, non sarei morto con lo stupore dell’uomo deluso. quante volte l’ho immaginato, quante volte ho sperato di non dovere sentire le urla delle mia compagna. immagini tremende. come al solito orribili.

  14. GiusCo il 17 giugno 2009 alle 14:13

    Un altro giorno, un altro pianto.

    Ma vi capisco: col mio cognome, ad occuparmi di emergenze industriali e piani di evacuazione, ero nello stesso filone di “ingegner delle sventure”… proficuo… c’e’ sempre qualcosa che va storto, da qualche parte, basta specializzarsi. Anche perche’, se qualcosa va storto da una parte, qualcos’altro andra’ storto nella stessa parte, un altro giorno. Ed ecco una nuova commissione per lo stesso scenario, gli articoli di legge sempre disattesi e le solite procedure di buon comportamento emergenziale: defluire ordinatamente, stare uniti, non farsi prendere dal panico. In questo caso, la compagna dello sfortunato non rispetta una regola essenziale: mettersi al sicuro. Avrebbe potuto rimanere accanto al compagno, certo, ma al riparo del tornello, accucciata.

    Ma quel che volevo dire, da esperto del settore ben cognominato, e’ che i modelli di simulazione del comportamento umano che vengono usati in questo caso, da noi pianificatori delle emergenze, sono piuttosto semplici: si considerano i “panicanti” come insetti e li si lascia scorrere nel flusso evacuatorio come variabili random ad obiettivo uscita, una qualsiasi. Variabili abbastanza spaccamaroni per chi invece si comporta con raziocinio, devo dire.

  15. l. tedoldi il 17 giugno 2009 alle 14:16

    Quella donna stava urlando, stava chiedendo disperatamente aiuto. Certamente era la sua voce a dominare l’udito di quelle persone accalcate ai tornelli. E possiamo anche immaginare che quelle parole fossero caratterizzate da un accento rumeno o evidentemente di origine straniera. Non è un dettaglio. Quella donna non stava urlando in napoletano. Non stava usando il dialetto parlato da tutti.

    Dall’altra parte quelle persone che facevano di tutto per fuggire alla svelta, quelle signore che si affrettavano ai tornelli avranno sicuramente usato la lingua autoctona l’idioma del posto: “Muovete! Fà’mbress, muovete! Ma pecchè nun’ s’arape!?”
    La solidarietà è lenta, ci mette tanto ad arrivare al gesto, può sostare nel cervello, ma tardare a farsi vedere, a trasformarsi in atto. Spesso trova la strada interrotta, occupata dalla paura, dal terrore di perdere la vita o di essere feriti. Tuttavia, prima che la paura vinca la naturale propensione a lenire il dolore di un prossimo, prima che l’ovvio egoismo umili la voce della coscienza, ci si affida ad una veloce identificazione della situazione.
    Qui abbiamo un uomo ferito ed una donna che chiede soccorso. Due esseri umani?
    No, non abbiamo un uomo ed una donna. ABBIAMO DUE RUMENI. In pericolo, ma due rumeni. Quel terrore è umano. Non c’è dubbio. E’ nostro, di tutti, a partire da quei tromboni che approfittano di un evento incerto per sfoggiare il loro moralismo apocalittico. Tutti saremmo stati travolti dall’emozione dispotica della paura, cui non si disobbedisce agevolmente con una fraternità istntiva. Ma questo video afono non racconta lo scontro tra le due lingue, tra le due paure. Quella di due stranieri vicini alla morte e quella degli indigeni, quelli con la lingua giusta, che non esitano, e fuggono.

  16. Alcor il 17 giugno 2009 alle 14:18

    io cerco di guardare in modo obiettivo e vedo un gruppetto di persone comuni composta da donne, ragazzine un vecchio e un uomo grasso (e insisto sul volume perché non rende agevole la fuga dai tornelli) che accompagna una ragazzina, tutti in preda al panico, e un uomo più giovane di cui si vede la manica che parla al telefono

    non vedo e non so abbastanza da poter dire che quello che tu chiami “fiore nella merda” non fosse spinto da incosciente curiosità o da desiderio di scappar via di lì attraverso i tornelli invece che verso la Cumana,

    questi sono film che permettono di scriverci sopra e dire qualsiasi cosa uno abbia voglia di dire, Merlo dice che è gente priva di pietà, tu dici che sono merda, avanti così.

    parlare di assenza dello stato o impotenza dello stato nel meridione d’Italia non è benaltrismo, è la base per poter capire se qualcosa è possibile fare.

    cmq, mi fermo qui, sta diventando una delle solite inutili polemiche tra retorica e antiretorica

  17. viola il 17 giugno 2009 alle 14:28

    i l”fiore nel fango” ..dio mio..non so , realmente, so che quando è morto a meno di 100 metri da me un signore colpito su una affollatissima spiaggia dal fulmine di un improvviso temporale, la gente è scappata come uno sciame alla Giusco, io son rimasta e sono andata a dare un (inutile) soccorso insieme ad altre due sole persone, e non ero in Campania nè in una situazione di guerriglia…V.

  18. lambertibocconi il 17 giugno 2009 alle 14:48

    Due anni fa a Milano, in via Vitruvio, tra piazzale Lima e la stazione Centrale, un piovigginoso lunedì mattina alle 9 e mezza con le strade piene di gente indaffarata e operosa, la signorina bionda Anna L.B. di aspetto nordico e più che rispettabile ha avuto la sventura di appoggiare male un piede e rompersi una caviglia. E’ rimasta lì scioccata dal male, accasciata sul baule di una macchina ferma, e le saranno passate accanto almeno trenta persone, tutte scansandosi e fingendo di non vedere, finché ce l’ha fatta a trascinarsi da sola fino a una clinica lì vicino.

  19. véronique vergé il 17 giugno 2009 alle 14:49

    Condivido le parole di Viola. Quando mi rappresenta la scena, nella mia casa, fuori della paura, lo so che verro in aiuto alla ragazza, è il primo gesto di umanità: proteggere, fare riparo, un senso materno della vita. Ma è una rappresentazione mentale. Nella realtà? Ignoro la mia reazione. Già non posso vedere un incidente stradale, e per fortuna, non sono stata confrontata alla morte brutale. Non ho paura di morire, ho paura del dolore, o forse di una paura ancestrale della violenza.
    Una sola cosa ( non so perché) si un bambino si trova nel pericolo, non avro esitazione per aiutare. ma se sono accompagnata dalla mia nipotina, che farei?
    Penserei a fuggire con lei.
    Ma trovo l’articolo benefico, essenziale, perché è un terribile specchio della nostra debolezza.
    E’ sempre la stessa domanda: da quale parte sei tu?

  20. montecristo il 17 giugno 2009 alle 14:53

    Chi ha vissuto (forse sarebbe meglio dire convissuto) con quel ‘fuoco quotidiano’, conosce: sa. Soprattutto conosce l’estrema verità sulla natura egoistica delle popolo napoletano.
    Quello che si vede, o si vedrebbe in questo o altri video è solo una fogliolina, neanche tanto fresca, di una foresta di mangrovie che è l’animo del popolo napoletano. Una razza che come la conoscete voi esiste sono nei sogni di tanti letterati, che nata nobile, è successivamente decaduta fino alla ruina, senza reagire, senza freni, senza ritegno e senza misericordia. Se invece di guardare alla città come la vedete coi paraocchi dei mezzi di comunicazione, calaste le vostre vite nell’orrida (dal punto di vista umano) realtà napoletana sapreste bene, e sempre, e chiaramente, che hanno reagito come sempre, da servi, da predoni, da opportunisti, da ‘mascalzoni’.
    E’ la medesima mediocrità ‘animale’ (riferita all’anima) con la quale hanno reagito tempo addietro allo scandalo della ‘munnezza’: stessa cruda indifferenza, stessa inazione, stesso girare gli occhi da un’altra parte, per non vedere, per non prendere coscienza e quindi responsabilità.
    Anche allora ‘il popolo porco napoletano’ ha girato gli occhi e la testa da un’altra parte: neanche allora, di fronte alla crisi (come adesso di fronte al morto), è riuscita ad attuare le minime misure necessarie alla raccolta differenziata: cioè avere misericordia a quel tempo di se stesso, ora di quest’uomo. Non solo ma ‘il popolo porco napoletano’ se ne è infischiato, ha fatto finta di non sapere, che mentre ‘guardava da un’altra parte, sporcava altri immacolati territori della Campania: luoghi che sono una vera alternativa alla loro miserabile vita.
    In entrambi questi episodi ha dimostrato come vive in quella città ‘il popolo porco napoletano’ (‘porco’ allora in riferimento allo ‘sporco’, ora in riferimento all’insulto): “sazia la panza mia, sazia tutta la cumpagnìa”!.
    Bisogna farsene una ragione, aprire gli occhi, e accettare che questa meravigliosa città (intesa come luogo) una volta fu abitata da ‘miseri’ ora solo da ‘miserabili’.

    montecristo

  21. viola il 17 giugno 2009 alle 15:33

    “plebe” mai divenuta “popolo”, montecristo? è un’analisi storica antica..ancora molto valida, penso, ma qui si parlava e/o si partiva da altro, forse, V.

  22. cristiano de majo il 17 giugno 2009 alle 16:01

    anch’io, per una volta, la penso come alcor. troppa retorica a posteriori. la stessa scena si sarebbe vista in qualunque altra città del mondo. la stessa scena si sarebbe vista anche se al posto di petru ci fosse stato gennaro. bisogna guardare bene il video: al minuto 1:40 le persone che stanno cercando di oltrepassare i tornelli scappano tutte contemporaneamente nella direzione opposta, come se fosse stato esploso un altro colpo. mi sembra molto più grave, se è vero quanto segnalato dalle sovraimpressioni, che il corpo del ragazzo sia rimasto nella stazione per mezz’ora prima di essere soccorso dai paramedici (il vecchio pellegrini si trova a trenta secondi a piedi dalla stazione della cumana.)
    una cosa giusta l’ha detta una volta tanto il rettore trombetti: “non si può misurare la solidarietà nella situazioni estreme”. dai commenti che ho letto e sentito in giro, esce fuori il solito difetto arci-italiano di essere sempre pronti a scandalizzarsi quando una cosa non ci coinvolge direttamente.

  23. Paolo Mossetti il 17 giugno 2009 alle 16:58

    Due dettagli fondamentali, a mio avviso:

    1) “Quella donna non stava gridando in napoletano”.
    Non dimentichiamolo: Napoli è una città inconsciamente, irrimediabilmente razzista. Razzista come può esserlo, in senso antropologico, una grande metropoli supponente di essere al centro dell’universo, orgogliosissima, ignorante, e povera. Se fosse stato un italiano a morire ammazzato, probabilmente si avrebbe avuto una reazione diversa.

    2) Quelle persone “non sanno quello che succede, sono frastornate, capiscono solo che qualcuno ha sparato, non sanno che non sparerà ancora, che non entrerà inseguendo quello che è già ferito”.

    Anche questo è un dettaglio fondamentale e non esclude l’altro. Chi conosce le sparatorie di camorra a Napoli non può sapere se un ferito è stato solo colpito per errore, o se è una vittima destinata ad essere finita con altri colpi. Difficilmente un commando di camorra lascia sopravvivere un bersaglio. Anche se in mezzo alla folla, lo insegue e lo massacra. Le mamme con i bambini, i passanti, non sono certo esempi di coraggio, ma nemmeno si può escludere che temessero di essere colpiti da altre pallottole.

    Discutiamo anche delle forze dell’ordine lì presenti, delle ambulanze, dei paramedici?

    L’una e l’altra considerazione non diminuiscono la riflessione della Santangelo, ma servirebbero a integrarla.

  24. piero sorrentino il 17 giugno 2009 alle 17:00

    Cristiano, le tue parole mi colpiscono molto, e non in modo positivo, e mi spiace, ma veramente. Non vedo dove sia la retorica, a priori o a posteriori. Si tratta di rispondere a domande molto concrete, che evito di riproporre sennò Alcor alza di nuovo il ditino e dice che sono “stupide”. Mi sembra la situazione meno retorica che si possa immaginare, quella di fronte al corpo morente di un uomo.
    Quanto alla frase di Trombetti, chiedo: se la solidarietà non si misura PRINCIPALMENTE nelle situazioni estreme (non solo in quelle: ma principalmente), dove e quando si misura, di grazia?

  25. helena il 17 giugno 2009 alle 17:01

    Anch’io ho visto gente che tranquillamente continuava a fare il bagno, prendere il sole, mangiare su una affollata spiagga mentre a riva c’era il cadavere di una donna. La sensazione era di sogno, come se quel corpo morto non ci fosse, o esistesse solo dentro al mio occhio.
    Lì era evidente che non c’era stata nessuna violenza (dunque nessun terrore) e che non era più possibile nessun soccorso. Ma era fortissimo il senso che la morte in mezzo noi non sia qualcosa che richiami compassione – o persino curiosità morbosa-, bensì che vada evitata letteralmente come una pestilenza.
    Credo che con quel che è successo a Napoli, la città stessa c’entri solo nella misura in cui le reazioni sarebbero simili in qualsiasi agglomerato urbano dove si deve mettere in conto di essere ammazzati accidentalmente. E probabilmente pure dove questa eventualità non fa parte degli orizzonti quotidiani.
    E temo però che nell’assoluta mancanza di un qualsiasi gesto di consolazione o assistenza a questa ragazza disperata c’entri qualcosa che lei e il suo uomo fossero stranieri. Non vorrei sbagliarmi, ma si direbbe zingari.
    L’avrebbero lasciata gridare alla stessa maniera se fosse stata una persona che nel quartiere si conosce? Se fosse stata addirittura la donna della vittima designata?
    Qui hanno beccato uno che in tutti i sensi non c’entrava, una vita di scarto per dirla con Bauman. E se non è necessariamente razzismo il moto istintivo per cui di fronte alla morte si prova pure, sempre, il primario “ppffiuh, meglio lui che me”, allora in questo caso questo sollievo diventa più preponderante e leggittimo, non trovando nessun bilanciamento nel riconscerci qualcuno che ti è simile.

  26. piero sorrentino il 17 giugno 2009 alle 17:02

    Scusa, riformulo. “Solidarietà” è parola zuppa di retorica. Facciamo empatia. Riconoscimento in me del dolore degli altri. Ok. ci siamo capiti.

  27. Francesco il 17 giugno 2009 alle 17:08

    Perchè non chiedere che Petru, che ormai non c’è più, e la compagna, e altri familiari, se ce n’è, ciano ufficialmente riconosciuti come vittime di mafia?
    Magari lei, se decidesse di restare in Italia, potrebbe avere un qualche lavoro, qualcosa che si riconosce ai familiari delle vittime di mafia, un qualche risarcimento. se esiste una cosa del genere.
    Anche solo una medaglia d’oro consegnata dal Presidente della Repubblica, Napolitano e napoletano.

  28. fernirosso il 17 giugno 2009 alle 17:10

    ciò che, a questo punto è IMPERDONABILE è che dopo una valanga di parole scritte su ciò che è o non è stato su di lui, Petru Birladeandu, non si sia detto che quattro inutili cose per ricordarne la memoria. Dunque nemmeno da morto è il centro dell’attenzione, ma la morte e tutto il corredo dei mortali inebetiti pensieri intorno che ancora tengono banco.
    Fosse morto un poeta, un musicista si sarebbero stampate pagine di cor-d’olio.Di lui non si è cercato e detto nulla, tranne cose inutili. Non si sa chi lascia, se ha figli, come viveva, se riusciva a campare, se abitava quie e da quanto,nulla.Solo nero, ma non di lutto.ferni

  29. cristiano de majo il 17 giugno 2009 alle 17:18

    piero, provo a rispondere almeno a una delle tue domande. non mi sento in grado di giudicare quelle persone – o definirle “merda” come fai tu – guardando questo video, che tra l’altro ha l’imperdonabile difetto di essere muto e resta quindi per quanto mi riguarda difficilmente valutabile. non riesco a definirle merda perché non so – e veramente non lo so – come mi sarei comportato al loro posto.
    aggiungo che non riesco neanche a capire il motivo per cui la polizia diffonde questo materiale, se non per generare l’ennesima deresponsabilizzazione collettiva, che si sostanzia nel trovare il mostro – un mostro dai contorni slabbrati e quindi inindividuabile – definendo il male sempre e comunque come qualcosa di esterno a noi.
    non faccio il difensore d’ufficio del popolo napoletano, con il quale peraltro coltivo un rapporto abbastanza conflittuale. (e mi basta passeggiare a un’ora qualunque per le strade di montesanto per giudicare “merda” una notevole quantità di persone che incontro sui miei passi, a partire da comportamenti minimi che dimostrano spesso e volentieri assoluto disprezzo per il prossimo.)
    semplicemente, non vedo in queste immagini nessun comportamento disumano. anzi. mi sembra, invece che certe volte, nella completa assenza di un’idea di stato e di collettività – una sparatoria in uno dei luoghi più affollati del centro! – finiamo per assumere una visione del mondo mutuata dai fumetti marvel, dove o si fa i supereroi o si è merda. scusa, ma mi pare un po’ semplicistico e, per l’appunto, retorico.

  30. Felice Muolo il 17 giugno 2009 alle 17:27

    Davanti a queste immagini, credo bisognerebbe tacere, nè scrivere, ma farsi un esame di coscienza in silenzio. Non colpevolizzarsi nè colpevolizzare. Riconoscere solamente quello che siamo, proponendoci di agire diversamente nel caso ci trovassimo in una situazione del genere. Se questa tragedia ci ha fatto crescere un pochettino, non è stata del tutto vana.

  31. véronique vergé il 17 giugno 2009 alle 17:38

    Torno al mio primo commento e ho visto per la seconda volta la video. La prima non ho ben visto l’uomo ferito ( non sono abituata con l’immagine in video); ho visto solo la folla in panico e ora penso che è orribile. credo che non è possibile lasciare un uomo morire, soprattutto che gli assassini sono partiti. Non c’era pericolo a fermare a portare aiuto. Ma come lo dico primo non sono nella situazione, non posso testimoniare.
    Non arrivo a credere che qualcuno possia rimanere sulla spiaggia con un cadavere di donna vicino. Com’è possibile? Penso che se passa accanto un accidente stradale, mi fa ombra tutta la giornata.
    Nella città abbiamo perso tutta umanità… credo tutto senso di compassione. Napoli come altrove.

  32. véronique vergé il 17 giugno 2009 alle 17:38

    se passo

  33. Alcor il 17 giugno 2009 alle 17:39

    Sorrentino, se vuoi litighiamo, ma fa caldo, le domande che mi fai sono queste:

    “Se ci fossi stata tu, ferita a morte lì per terra, saresti morta contenta?

    sceglilo tu l’aggettivo per la domanda, se credi.

    E questa?

    Se ci fosse stata tua figlia, tua sorella, tua zia, tuo marito, tuo cugino, la tua migliore amica del liceo, il tuo poeta preferito, avresti scritto queste stesse identiche parole?”

    Non avrei avuto parole, o tu si?

    Ma un anno dopo, guardando questo video, avrei scritto le stesse cose.

    Il resto lo hanno detto molto pacatamente gli altri.

  34. piero sorrentino il 17 giugno 2009 alle 17:43

    Cristiano, scrivi: “semplicemente, non vedo in queste immagini nessun comportamento disumano. anzi. mi sembra, invece che certe volte, nella completa assenza di un’idea di stato e di collettività – una sparatoria in uno dei luoghi più affollati del centro! – finiamo per assumere una visione del mondo mutuata dai fumetti marvel, dove o si fa i supereroi o si è merda. scusa, ma mi pare un po’ semplicistico e, per l’appunto, retorico.”

    A questo punto la questione si fa molto più semplice: il punto è che io vedo comportamenti non so se disumani, ma vili, vigliacchi, sì, eccome se li vedo. Io non lo avrei fatto. Anzi, anche in passato NON l’ho fatto. Poi a mente fredda ci pensi e dici “che coglione, poteva pure andarmi male”, ma in quei momenti ti lanci e basta, se a terra, semplicemente, normalmente, umanamente vedi un essere umano (o anche un pastore tedesco, direi…). Non si tratta di etica da supereroe Marvel. Si tratta di rispondere alla domanda: io che avrei fatto? se fossi stato io quello lì, sarei stato contento di ricevere soccorso? se quello lì fosse stato mio fratello, sarei stato contento di vederlo ricevere soccorso?
    (poi, certo, come dice Helena, c’è tutta la questione dell’accento, dei vestiti, della fisarmonichetta da ambulante… Ma – e chiudo qui, ché questa discussione mi sta venendo abbastanza a schifo [non tu, Cristiano: la discussione] io in questo video continuo eccome a vedere gente di merda, come del resto ne vedo continuamente in città).

  35. piero sorrentino il 17 giugno 2009 alle 17:44

    Alcor, litigare con una signora come te?
    Giammai.

  36. helena janeczek il 17 giugno 2009 alle 17:51

    Verò, la morta in spiaggia stava a Villefranche, Costa Azzurra (non per buttarla sul nazionale, anzi, mi ero semplicemente dimenticata di aggiungerlo).
    Altra piccola osservazione: la fisarmonica del morto credo che lo qualifichi abbastanza chiaramente come vittima accidentale. Quindi come qualcuno su cui non si è abbattuto un verdetto di morte sul quale non interferire. Dopoddicché non so se tutto questo lo noti se ci sei in mezzo, in preda al panico.
    A me turbano le urla di quella donna, la sua disperazione quando tutto è finito e lei resta lì sola, solissima. A questo non so darmi spiegazione.

  37. AMA il 17 giugno 2009 alle 18:10

    @ Alcor

    Sarà che vivo nella patria del politically correct (UK), ma tu – a nessun titolo – potresti definire una donna grassa o un uomo addirittura grassone. La parola corretta è donna grOssa. Uomo molto grOsso. Ammesso che sia necessario sottolinearlo. Sono serissimo e non accetterò nessuna tua STUPIDA ironia in merito.
    Inutile sottolineare che trovo da alienati fare dello spirito su un uomo grOsso che non riesce a superare le barriere della metro. Il tuo sguardo è malato

  38. Alcor il 17 giugno 2009 alle 18:14

    sì morgillo, hai ragione

  39. helena il 17 giugno 2009 alle 18:23

    Ho postato sopra un pezzo di Maurizio Braucci che fornisce molti elementi di conoscenza e aggiunge una riflessione.

  40. Carlo Capone il 17 giugno 2009 alle 18:55

    Ma uno che si ferma c’è, per Dio! è la donna bionda con la giacca bianca e il tupè che si vede nel mezzo minuto finale del filmato. Osserva, interagisce con la ragazza, agita qualcosa nella mano, va a sapere, ma una cosa è certa, non scappa, resta lì. E allora, delle due l’una: o non ha visto e sentito nulla ( ma la vedo difficile, come cosa) per cui non è terrorizzata dal possibile accorrere dei killer, oppure, come ritengo, se ne fotte della camorra, del pericolo e il resto e, pur non mossa da alcuna apparente solidarietà, decide di sostare. Questo mi basta

    Carlo Capone

  41. maurizio il 17 giugno 2009 alle 18:56

    Premessa: quando hanno sparato il 26 sera, tra i passeggerii su alla cumana,si era sparsa velocemente e istericamente la voce che l’obiettivo del commando fosse proprio Petru (anche le prime notizie ansa davano la stessa versione). Alcuni testimoni dicono che Petru non si sia accorto per niente di quello che stava accadendo ed ha continuato a camminare proprio in direzione dei colpi, poi si è girato e il resto lo racconta quel video. Ora però, nel video, la gente che passa dai tornelli dove Petru muore, sta uscendo dalla funicolare, non entrando, era appena arrivata a Montesanto e non aveva avuto una visione chiara della situazione, al massimo ha sentito qualcuno dire che “hanno sparato”, vede un uomo che sta per terra e sente, sente, una donna che piange e invoca AIUTO! AIUTO! , questa parola che per la razza umana, negli equivalenti di tutte le lingue, in ogni cultura significa precisamente: ho bisogno disperatamente di voi, voi che potete udire, sentire e agire per soccorrermi. Nessuno accoglie il suo grido, tutti fuggono, l’addetto ai tornelli si limita a farle segno di aspettare l’arrivo del pronto intervento, la stazione era piena di gente, dalla piattaforma di partenza della cumana nessuno arriva, gli spari sono terminati, dopo pochi minuti giunge un’ambulanza per prelevare il ragazzino ferito e rimasto in piazza, eppure nessuno arriva lì su. La prima ad avvicinarsi a Petru e Mirela è una donna vestita di bianco ma che fa? Aiutatemi a capire, prende un block notes, cerca forse una penna in tasca, ma è troppo agitata per trovarla. Questo arriva? Una giornalista che cerca lo scoop? Vorrei sbagliarmi. Mezz’ora di agonia, l’ospedale Vecchio Pellegrini dista dalla stazione cumana 20 metri, 30 metri e non di più. Petru rimane quasi mezz’ora per terra, è già morto quando lo soccorrono, dicono addirittura che abbia ricevuto una coltellata, lo affermano quelli del pronto intervento, poi si giustificheranno dicendo che era una ferita anomala. Intanto la stazione, anche dopo l’evidenza che ci sia un morto lì per terra, la stazione non viene chiusa, i treni non si fermano, non bisogna creare disagio agli utenti!
    Personalmente, pur considerando le attenuanti per quelle persone spaventate di fronte al corpo di Petru, non giustifico la loro mancanza, non si può agire così disumanamente. Questo potrebbe avvenire ovunque ormai, sono d’accordo, ma abbiamo il dovere di esprimere comunque il nostro dissenso, Paura o non paura della camorra, il fine non giustifica i mezzi. Che poi, un evento del genere, abbia alle spalle la catena di morte dell’esistenza della criminalità organizzata, questo ci sta, ma lasciare che un uomo muoia senza soccorso…. questo deve fare più paura ancora. Cosa avrebbero potuto fare le tante persone lì intorno? Semplicemente esserci.

    Il male non si può buttare fuori, dove noi non siamo.
    G. Marcel

  42. stalker il 17 giugno 2009 alle 19:07

    si, anche io ho notato la donna bionda, una che si ferma c’è, per dio!
    tutto il resto non avrei mai voluto vederlo, vorrei non fosse mai accaduto.
    proprio quando l’adrenalina ti fa scoppiare la testa e il battito cardiaco aumenta all’impazzata esce fuori quello che veramente siamo!
    e siamo messi proprio male…

  43. natàlia castaldi il 17 giugno 2009 alle 19:25

    cinica indifferenza o paura?
    il risultato della cultura del terrore verso tutto ciò che è “altro”
    da non cattolica, da “atea”, mi chiedo cosa sia oggi la “pietà” e, peggio, l’umanità.
    si serrano le labbra nello sconforto.

  44. stalker il 17 giugno 2009 alle 19:42

    Natalia, spesso cinica indifferenza: qualche giorno fa è morto un ragazzo marocchino in una piscina sotto gli occhi indifferenti di tutti, addirittura contrariati perchè invitati a lasciare la piscina.
    siamo diventati dei mostri che si indignano solo per quello che vedono in tv, protetti da uno schermo che non ti chiama all’azione e alla condivisione con l’altro da te.

    mesi fa ho visto un ragazzo pieno di sangue riverso a terra vicino ad una chiesa, non si fermava nessuno pensando che fosse un drogato che non merita umanità, invece era solo un ragazzo epilettico che era crollato al suolo e si era ferito la fronte e le braccia, ho chiamato l’ambulanza e i ragazzi che sono arrivati lo conoscevano, e quando la gggente ha capito che non aveva niente da temere e non era un drogato o un ubriaco che non meritava umanità, si è scomposta in vibrante commozione facendo capannelli inutili e “curtigghio”.
    disgusto.

  45. gianni biondillo il 17 giugno 2009 alle 19:45

    Un volta ho letto che i poliziotti consigliano, in caso di stupro per strada, di sera, di NON urlare “AIUTO” ma di gridare “AL FUOCO” per far arrivare gente (e per far fuggire lo stupratore).

    Una sera mio cugino Marco, sotto casa sua, sentì urlare AIUTO. Non ci pensò due volte a uscire di casa di corsa e girare per strada per capire chi avesse bisogno di una mano. (adoro mio cugino Marco. E anche Pierino).

  46. massimo il 17 giugno 2009 alle 21:34

    Si può rigirare la frittata come si vuole, ma quell’uomo è stato lasciato lì per terra mezz’ora nell’indifferenza generale. Non c’è adrenalina né paura che tenga, tanto più che un altro ferito l’hanno preso e ricoverato quasi subito.
    Che paese è diventato questo? Vogliamo sempre trovare una giustificazione a tutto?

  47. francesco pecoraro il 17 giugno 2009 alle 22:19

    Quello che le persone devono evitare, sopra-tutto persone-che-scrivono, è far partire in automatico per prima cosa il giudizio etico, la ripulsa morale.
    Primo dovere morale di uno scrittore, anzi secondo (il primo è quello di scrivere bene, con accuratezza, come dice Pound), è quello di riconoscere l’umano per quello che è.
    Ripeto: per-quello-che-è, al di là e al di qua del giudizio.
    Il giudizio non è necessario, anzi è dannoso, quando è esplicito e sopravanzante – come quello assai ingenuo di Sorrentino che lo esprime perché con una supposizione a-priori (magari giustificata da qualche fatto pregresso, da qualche coraggio che lui prova, o ha provato in passato) si vede diverso dai «vili» ritratti nel video – e fa velo alla ragione, all’unica ragione che in questi casi è possibile attivare e che qualcuno ha definito come pietas: come sanno tutti i liceali presenti non si traduce con pietà, ma con qualche altra parola o gruppo di parole, tipo «partecipazione all’umano», al di là del giudizio.
    Quoto Alcor al 100%, naturalmente.

  48. stalker il 17 giugno 2009 alle 22:37

    la prendo alla lontana
    ci furono un tempo i partigiani, che per un ideale (che parolaccia) sfidarono pallottole, segregazioni, rappresaglie….
    oggi non si riesce ad ascoltare le grida di una donna alla quale hanno appena ucciso il proprio uomo….semplicemente…ascoltare e non scappare, non dico combattere….
    per me la faccenda è solo questa, forse sono semplicemente folle!!!

    http://www.youtube.com/watch?v=WHjurDC3A8s

  49. massimo il 17 giugno 2009 alle 22:44

    Le immagini sono abbastanza eloquenti. Il primo dovere morale di uno scrittore è ricordarsi che prima di essere uno scrittore è un essere umano. E conoscere l’umano e non indignarsi in certi momenti, è solo segno di incapacità emotiva.
    Chi se ne frega della letteratura.
    Scappare durante una sparatoria è certamente un gesto più che normale, ma quell’uomo è rimasto MEZZ’ORA agonizzante davanti a quel tornello senza che un cane si avvicinasse.
    Altro che essere al di qua o al di là del giudizio. Qui è proprio la pietas che manca. Evitare un giudizio etico? E per sostituirlo con cosa? Con una superiorità da osservatore distaccato che “conosce l’umano per quello che è”?
    Se le cose stanno uno può solo augurarsi che se si trova ferito e sanguinante in mezzo a una strada, lì in giro non passino solo scrittori. Però, chissà, magari Pound, si sarebbe fermato da quel ragazzo. Magari anche Henry Miller.
    Qualcuno de noantri, magari no. Troppo occupato a guardare l’umano per quel che è, senza giudizio.

  50. Lucifero il 17 giugno 2009 alle 22:50

    non sei folle Stalker, sei solo ancora “umana”

  51. Diamante il 17 giugno 2009 alle 23:04

    Totalmente d’accordo con Sorrentino e Massimo. Se anche qua, a bocce ferme, ci poniamo il minimo dubbio, andiamo in cerca di giustificazioni, è finita. Siamo anche animali. Ma siamo soprattutto esseri umani, dotati di coscienza. E la coscienza t’impone d’aiutarlo, di soccorrerlo, subito, là, succeda quel che succeda. Punto.

  52. montecristo il 17 giugno 2009 alle 23:10

    @ viola
    so bene di cosa si parlava, comunque grazie per il richiamo, spero che mi perdoniate per la superficiale divagazione.
    Vorrei aggiungere, e magari è già evidenza per tanti, che ciò che ‘appare’ non ha attinenza stretta con ciò che si dice: potremmo dire, e sembra incredibile, che Napoli e la ‘napoletanitudine’ non appaiono, non sono in effetti evidenti. In fondo se non lo si aggiungesse ‘a voce’, sarebbe impossibile identificare ‘il borgo, la città o la metropoli’ o il tempo nei quali si svolgono i fatti.
    Una cosa però a me sembra si veda benissimo: è che in un luogo indefinito, in un tempo non definito (nel senso che potrebbero essere qualunque luogo e qualunque tempo), una scena di morte violenta, non simulata, abbia il potere di mettere ognuno di noi di fronte alla propria disperata solitudine.
    In effetti con grande emozione ci si accorge, e forse è proprio ciò che non vorremmo fare, che ciascuno di noi in un qualsiasi luogo ed in un qualsiasi tempo sarà solo davanti alla morte, violenta o naturale che sia: inaspettata ed insperata comunque.
    Le reazioni emozionali della discussione forse dipendono dalla disperazione conseguente a tale brutale presa di coscienza. A presto

    montecristo

  53. montecristo il 17 giugno 2009 alle 23:21

    Siamo tutti possibili suonatori di fisarmonica in una impossibile stazione di transito: e questo ci spaventa è ‘disperante’. Non so se rumeno o altro, conti.
    Vorrei proprio sapere, e già mi consolerebbe, se una mia qualche amorevole compagnuccia di vita sappia gridare la sua disperazione, quel giorno. A mio nome.

    montecristo

  54. Evelina Santangelo il 17 giugno 2009 alle 23:23

    «A me turbano le urla di quella donna, la sua disperazione quando tutto è finito e lei resta lì sola, solissima. A questo non so darmi spiegazione».
    Credo che questa realtà, sottolineata da helena e da braucci, nella sua sconcertante evidenza non possa davvero trovare alcuna giustificazione, e lo dico con tutta la consapevolezza di una che vive al sud e che si rende conto di come questo modo di essere, di vivere, di percepire se stessi e gli altri, per le ragioni più diverse, sia parte integrante della nostra realtà sociale e culturale, con cui non si può non fare i conti, a sud come al nord, per le ragioni prevalenti al sud come per la ragioni prevalenti al nord…

  55. gianni biondillo il 17 giugno 2009 alle 23:44

    Tash, scrivi: “Quello che le persone devono evitare, sopra-tutto persone-che-scrivono, è far partire in automatico per prima cosa il giudizio etico, la ripulsa morale.”
    Questa è comica, Tash, da uno come te che non fa altro che tranciare di netto, con giudizi senza appello, l’universo mondo. Sei il più straordinario moralista della rete, fattene una ragione.
    (ed è una delle ragioni che fa di te quel simpaticone che sei, e non sto scherzando). (e non tirarmi fuori la facile battuta: “ed infatti io non sono uno che scrive…”)

  56. domenico isola il 18 giugno 2009 alle 00:17

    A Sorentino che chiede: “se la solidarietà non si misura PRINCIPALMENTE nelle situazioni estreme (non solo in quelle: ma principalmente), dove e quando si misura, di grazia?”
    risponderei che la si misura (così come l’empatia) soprattutto nelle situazioni non estreme, cioè quando l’adrenalina, la paura di essere uccisi, ecc, non entrano come variabili.
    Episodi come la morte di Petru mi danno angoscia, ma mi sembra semplicistico e presuntuoso affermare che i passanti erano persone di merda.
    Altri episodi (il ragazzino morto in piscina tra l’indifferenza dei bagnanti, la signora con la caviglia rotta che si trascina da sola all’ospedale) mi fanno pensare che siamo messi male. Ma dire che coloro che non provano solidarietà sono merde non mi rincuora nè risolve il problema.
    Andrebbero sicuramente denunciati e condannati per omissione di soccorso, comunque li vedo anche come vittime, … di qualcosa che non sono sicuro non stia contagiando noi tutti, colleghi, vicini di casa concittadini di queste “merde”. E ciò mi preoccupa ancor più che vedere una persona terrorizzata che non presta soccorso a un moribondo.

  57. AMA il 18 giugno 2009 alle 01:13

    Considero Napoli una città in guerra. Come occupata. Una zona calda del mondo. Forse per questo ciò che vi accade non può essere pienamente rappresentativo della nostra attuale condizione esistenziale. E non ci dice del tutto cosa stiamo diventando e quale sarà il destino della nostra umanità. Napoli ha perso la spontaneità del rapporto empatico. Non può concederselo. Vive, sotto assedio, nella diffidenza e nella frustrazione. Più di altrove e per ragioni diverse. Certo, resta una città che gode dei consumi occidentali, anche se non ne ha gli standard qualitativi di vita. Fra l’altro in calo dovunque.
    Ho trovato queste riprese della telecamera della metro asettiche. Trattenute. Mute. E non per assenza di audio. Come se la gente si fosse rifugiata nell’annullamento delle emozioni e controllasse ogni automatismo. Certo, non bisogna mai dimenticare che lì una esecuzione in pieno giorno non è un fatto eccezionale. Perfino le sue dinamiche restano imprevedibili. Le singole cellule impazzite non hanno un rituale unico. Spareranno all’impazzata sulla folla? Si accaniranno sul corpo della vittima? Devono giustiziarne un secondo lì nei pressi? Insomma, cosa ne sappiamo noi di quello che provano le persone quando si sentono in pericolo di vita, senza poterne prevedere ragionevolmente la fine? Un attimo di rispetto! Trovo invece morboso l’occhio di chi crede di poterle giudicare. Resta comunque l’amarezza di sapere che nessuno ha fatto nulla. Soprattutto lo scandalo della lentezza dei soccorsi.

  58. AMA il 18 giugno 2009 alle 01:22

    Diverso poi è il caso del ragazzino morto in piscina o della donna che si trascina all’ospedale. Cerchiamo di non perderci nell’indistinto! E di non semplificare per dare alle nostre riflessioni da rubrica settimanale una valenza che non possono avere.

  59. jacopo il 18 giugno 2009 alle 02:12

    Capisco il terrore di quella gente che fugge, in preda a un impulso irrazionale. Ma fatico a comprendere come non ci sia stata una sola persona che abbia provato a chiamare un’ambulanza (ammesso che sia così), e nessuno che abbia provato pietà per quell’uomo e quella donna.
    Più di tutto fatico a comprendere l’uso della parola Stato in questo contesto: lo Stato è la somma dei cittadini e dei loro comportamenti. Lo Stato siamo davvero anche noi. E il nostro Stato italiano è fatto così; siamo fatti così. Dire lo Stato non c’è equivale paradossalmente a dire che la Mafia non esiste. La pietà è umana, la solidarietà nazionale.

  60. no/made il 18 giugno 2009 alle 05:19

    ” non si impazzisce perchè si ama qualcuno. perchè si ama qualcuno si decide di impazzire ” . allora, scesero in strada, sfondarono le armerie, schiavi di schiavi, assaltarono, rapinarono, invendicate innalzantesi barricate… -” impazzite, finalmente! è giugno, 1848 “- . S. Giovanni, Parigi, i giorni dell ira(n). l amore non educa la pace. è guerra. A maria cristine, la rivoluzionaria.

  61. viola il 18 giugno 2009 alle 07:55

    @ Montecristo
    capisco perfettamente, e condivido, V.

  62. francesco pecoraro il 18 giugno 2009 alle 08:20

    va bene biondillo, padrone di percepirmi in questo come in qualsiasi altro modo.
    ma tu, nel merito, sei d’accordo o no?

  63. GiusCo il 18 giugno 2009 alle 13:02

    Tanto s’e’ scritto, ma sono in debito di una risposta (Santangelo, Janeczek… Biondillo?): questa insistenza su tematiche meridionali ormai secolarizzate, e’ casuale e conseguente all’estrazione dei collaboratori/lettori, oppure e’ un punto -sociale, politico, poetico- che ritenete importante?

    Se il notabilato intellettuale -commentatori di blog inclusi- da Roma in giu’, ormai privo di qualsiasi capacita’ di influenza sulle cose e sulle narrative dominanti, viene ridotto alla descrizione impressionistica, accorata e moralista degli eventi, forse il problema non sono gli eventi. Anche perche’ tali eventi sono trascurabili, sia in ottica Paese che in ottica Europa: si tratta infatti di fenomeni di costume. L’agonizzante lasciato solo e’ una bella immagine sacra, ma pur sempre un’immagine del tutto casuale, sia per luogo (Napoli) che per tempo (l’ora d’aria per lo struscio).

    La ronda vigilante minacciata dagli ultimi nipotini di Starace era un evento di molto maggiori spessore e drammaticita’, assai piu’ meritevole di allarme. Who cares?

  64. AMA il 18 giugno 2009 alle 14:31

    Secondo me GuisCo dà degli spunti interessanti di riflessione.

  65. isabella il 18 giugno 2009 alle 15:04

    concordo con sorrentino.
    si giudica eccome chi non fa nulla vedendo un altro a terra che muore.
    mi sembra che non ci sia niente, proprio niente altro da fare, certo non stare qui a sciorinare opinioni su pietas e tutto quanto ho letto fino a qui nei commenti.
    si soccorre punto e basta.
    e se non e’ questo quello che scatta e’ perche’ ci stanno delle radicate “costruzioni culturali” tipiche di un paese razzista, la paura sostanzialmente e’ quella.
    e’ stato molto brutto per me vedere quelle persone che fanno il possibile e si spintonano, cercano di scavalcare, scappare dalla stazione, lontani, via da chi muore, e’ terribile.
    non saprei come viverci con questa esperienza per il resto della mia vita.
    si soccorre chi muore, questo e’ quello che instintivamente dovrebbe accadere, niente altro.

  66. andrea inglese il 18 giugno 2009 alle 15:54

    La discussione si è sviluppata in una direzione da tipiche antinomie della ragion pura: il mondo ha un inizio oppure è eterno. I napoletani ai tornelli, con accanto il corpo di un ferito che stramazza a terra, negli istanti che seguono una sparatoria sono:
    1) più merde dei milanesi in un caso simile?
    2) più merde di individui non-italiani in un caso simile?
    3) Oppure siamo quasi tutti ugualmente merde, da napoli fino a Toronto, in casi simili?
    La question non è sbagliata, ma risposte ineccepibile non ce ne potranno mai essere. Ad ogni risposta, qualcuno può sempore dire: ma che ne sai tu? Sono delle merde! Ma che ne sai tu? Sono come tutti gli altri. Ma che ne sai tu?
    Non sono proprio riprese alla Kubrick, per cogliere i più cangianti stati d’animo dei protagonisti… D’altra parte, così come sono, sono immagini agghiaccianti.

    In realtà l’assassinio di Birladeandu costituisce una specie di evento-nodo, in cui tutta la merda che questo paese sta cumulando emerge e si amplifica in un istante solo.

    1) Un città dove in pieno giorno delle moto schizzano in contromano e chi vi è sopra spara nell’aria e sulla gente.
    2) Gli autori di questo assassinio e di imprese simili hanno vent’anni.
    3) Un tipo viene ammazzato forse perché straniero-sfigato, oppure non viene soccorso forse perché straniero-sfigato-sospetto.
    4) I soccorsi non arrivano in tempo per lui, con un ospedale pochissimo distante.
    5) La gente sembra aver perso qualsiasi riflesso di umanità e solidarietà elementare: non solo il panico, ma la pura salvaguardia di se stessi.
    6) Il video scandalo viene discusso e commentato su TV e stampa nazionale – se ho capito bene – dopo che circola da tempo su youtube.

    Ce n’è per vomitare tre ore consecutive. Ma è questo contesto, tutto quanto, che è particolarmente insopportabile in tutta questa vicenda, per come ci arriva narrata e filmata. E’ tutto il paese che ci viene posto davanti agli occhi.
    E ricordiamoci: in Irlanda le cose non vanno meglio. C’è stata una sorta di pogrom della popolazione qualche giorno fa contro un gruppo di famiglie rom. Riuscito meglio di quelli imbastiti qui dalla Lega.

    Che il male sia comune, fa diminuire ancora di più il gaudio, ovviamente.

  67. AMA il 18 giugno 2009 alle 16:35

    A Belfast venti famiglie vivevano in diversi villini dati loro dal Comune, occupando un’intera strada. E lavoravano. L’episodio di intolleranza verso questa piccola “colonia” è stato un episodio isolato e non denuncia una intolleranza diffusa nel paese verso i rumeni. Credo comunque che non bisognerebbe addensare troppo le minoranze etniche. Diversa è la storia della Lega che non ha precedenti in nessun altro paese occidentale. Non sarebbe forza propulsiva in nessun altro paese occidentale. Fatevene una ragione.
    E in nessun altro paese occidentale c’è una esecuzione simbolica di camorra per le strade. Non credo che se il ferito fosse stato italiano sarebbe stato soccorso. Non si può aiutare un uomo ferito per mano della camorra. Soprattutto se non si possono prevedere le immediate conseguenze di tale gesto. Stiamo parlando di ragazzotti che non seguono un rituale e potrebbero sparare all’impazzata. Lo scandalo è nella lentezza dei soccorsi. Niente ambulanza. Niente poliziotti. Per un lunghissimo, agghiacciante arco temporale. Tutto il resto è difficile da gestire.

  68. viola il 18 giugno 2009 alle 16:49

    Sul ricorso alla mera categoria della “merda” nella lettura e *scrittura* della realtà che viviamo,scusate, ho dei dubbi…vogliamo spalarne un pò, come del resto proposto, se non sbaglio, in “we could”? ..altrimenti ci ritroveremo alla Montale..”ciò che non siamo/ciò che non vogliamo”..cosa che francamente preferirei evitare ..V.

  69. donatella il 18 giugno 2009 alle 17:30

    scusate, non son riuscita a leggere tutti i post fino alla fine. ma vorrei solo dire la mia: probabilmente una cosa simile poteva succedere anche altrove, non a montesanto, non a napoli, questo non posso saperlo. certo è che NON è vero quello che dice trombetti (e ripete de majo), ovvero che “non si può misurare la solidarietà nelle situazioni estreme”. questa è davvero una sciocca minchiata per pararsi il culo. la verità è proprio l’opposto, poiché la solidarietà tanto più conta e ha valore e utilità proprio quanto più ce n’è urgenza. e dimostrare aiuto e solidarietà in questo tipo di situazioni non significa fare i supereroi, ma ESSERE UMANI, e non “merde”, come giustamente ha detto qualcuno. non c’è niente di retorico. perché io so bene come mi sarei comportata (e l’ho già fatto). non c’è retorica. solo indignazione e vergogna.

  70. GiusCo il 18 giugno 2009 alle 18:48

    Inglese, grazie per la risposta, che si aggiunge ai successivi commenti. Mi pare di capire che riteniate importante la questione e che avere un Paese meno indifferente e piu’ solidale sia un obiettivo degno di sforzo. Non so… a me pare molto pedagogico il voler arbitrare come la gente (gli altri) debbano comportarsi in talune circostanze, quasi che un obbligo morale e migliorista effettivamente migliorerebbe anche la coscienza civica di questo Paese (o almeno la sua percezione). Io non lo credo.

    A me interessa, piuttosto, che i diritti codificati in legge siano mantenuti ed osservati: non c’e’ alcun codice che obbliga la gente a fermarsi invece che a scappare, ne’ questo fa di loro delle “merde” rispetto ai compassionevoli samaritani. C’e’ invece il reato di omissione di soccorso e il giudizio e’ dovuto nelle sedi dovute. Ma, a livello di pour parler, c’e’ anche un continuo sovrapporsi di modelli cristiani, poi cattolici, quindi progressisti, infine social-giusnaturalisti portati a giustificazione di uno sdegno che ha altre origini (la fine del sogno consociativo degli anni ’70, forse?) e che e’ stato sconfitto pesantemente nelle tre ultime consultazioni elettorali.

    Insomma, e’ tutto molto confuso, non si capisce in cosa un atteggiamento solidale dei singoli migliorerebbe le cose… non si capisce, anche perche’ i toni usati da voi (Sorrentino, te Inglese, molti commentatori) sono gia’ al di la’ di ogni ragionevole volonta’ di discutere, sono un sordo e rancoroso moto di fastidio che cerca conferma nella feccia del quotidiano, negli esempi peggiori che la vita, non da oggi e in ogni posto, da sempre offre. E generalizzare un esempio di triste indifferenza a fronte di centinaia, migliaia di casi di effettiva solidarieta’, dei quali si parla poco perche’ forse non funzionali al rancore, e’ del tutto inutile e fuori bersaglio.

    Probabilmente dipendera’ dalle esperienze individuali, dagli esempi personali, dallo strato sociale di riferimento e degli individui che si conoscono? Perche’ allora non menzionare la parrocchia che organizza i pasti ai senzatetto, italiani e non? Perche’ non menzionare le associazioni culturali di ispirazione solidale che fanno lavoro sulle fasce deboli? Perche’ non menzionare i militanti di partiti e movimenti che operano nelle aree del disagio (da Radicale ne potrei dire abbastanza)?

    Questa deriva nel pessimismo insormontabile, pur essendo consapevole del non gaio stato di salute dell’Occidente europeo (ma nemmeno e’ moribondo e marcio come dite, anzi…), e’ un moto di resa, un’istanza abbastanza narcisistica, giansenista, invasata, a fronte di condizioni di vita stabili e sicure da almeno un cinquantennio a questa parte.

  71. gianni biondillo il 18 giugno 2009 alle 19:31

    Ovviamente non è una questione relegabile a Napoli. (Anche se il primo coglione che mi esce ancora fuori con la napoletanità, il core di Napule, e quelli di Milano sono razzisti mentre qui da noi in Meridione siamo tutti anema e ccore, e tutto l’oleografico mondo italico, lo pesto io di santa ragione.)
    Ma vorrei rammentare un altro episodio, mi pare accaduto a La Spezia (dovrei controllare ma non ho tempo): quella di quel poveraccio che inciampa nelle scale del suo condominio e passa la notte svenuto, praticamente dissanguandosi, con i vicini di casa che lo evitano, lo lasciano a terra, calpestano il suo sangue, lo superano e vanno a casa. Lì non c’erano sparatorie, non c’era panico. Qualcuno, interrogato, ha detto: “pensavamo fosse ubriaco”, come se questa potesse essere una giustificazione. Come se un uomo ubriaco possa morire nel suo sangue, nelle scale di casa sua.
    Due domande:
    Che paese di merda è questo?
    Sono un moralista?

  72. helena il 18 giugno 2009 alle 20:22

    Il commento di Andrea mi fa venire in mente un aspetto che non è stato ancora – credo- sottolineato a sufficienza.

    Petru Birladeanu viene ucciso il 26 maggio e solo una ventina di giorni dopo- quando salta fuori il video- la sua morte diventa notizia degna dell’attenzione nazionale.
    Il primo pezzo di Maurizio trova spazio sulle pagine locali di Repubblica, il secondo (con qualche taglio che riguarda proprio le considerazioni sullo “scoop”) sul Corriere della Sera. Tanto per completare il quadro (che tra l’altro smentisce pure l’idea che ormai qualsiasi cosa legata al tema Napoli e camorra venga immediatamente strombazzata).

  73. paolettodicanio il 18 giugno 2009 alle 23:24

    “Il crimine che è latente in noi lo dobbiamo infliggere a noi stessi. Non agli altri”.

  74. Lucifero il 18 giugno 2009 alle 23:42

    no Biondillo, non sei un moralista… te lo dice un diavolo!
    ero ventenne in gita a Venezia (non ci metterò mai più piede per quanto possa essere bella), ero con mio padre malato e mia madre, mio padre improvvisamente diventò bianco come un cadavere, stava malissimo, io e mia madre chiedevamo aiuto ma non si avvicinò un cane.
    Scappai in cerca di una farmacia (fortunatamente mio padre, medico, ebbe la forza di dirmi cosa acquistare: siringhe ed un farmaco di cui adesso non ricordo il nome ma era un antiemorragico se non ricordo male), gli feci io stesso l’inizione per strada su una panchina, a poco a poco si riprese e trascinandolo, riuscimmo a raggiungere il pullman per Padova.
    Ricordo gli sguardi come di sdegno alla vista del dolore.
    eravamo turisti, puliti, ben vestiti.
    tutto questo accadde più o meno nel ’92/93

  75. stalker il 19 giugno 2009 alle 00:26

    per chi invoca l’assenza dello stato come alibi alla vigliaccheria personale, giorni fa grande operazione di polizia a palermo, non so quante volanti ed un elicottero per acchiappare i lavavetri (ovviamente rumeni o zingari o rom o extracomunitari, sigh) ai semafori, pare due.
    sicuramente gli intoccabili guardavano la scena indisturbati alla luce del sole bevendosi un bel caffè al bar, commentando che di questi qua non se ne può più e se ne devono tornare a casa loro.
    qualcosa decisamente non funziona!

    io proprio non ce la faccio a lasciare un essere per terra, sia uomo donna o animale, tantomeno una donna che urla il proprio dolore, come si fa a lasciarla sola in un acquario???

    anche se in quella metropolitana svuotata dalla paura e dall’indifferanza il suo grido sarà stato lancinante.
    com’è stato possibile lasciarla sola?

  76. Evelina Santangelo il 19 giugno 2009 alle 00:38

    «A me interessa, piuttosto, che i diritti codificati in legge siano mantenuti ed osservati: non c’e’ alcun codice che obbliga la gente a fermarsi invece che a scappare, ne’ questo fa di loro delle “merde” rispetto ai compassionevoli samaritani. C’e’ invece il reato di omissione di soccorso e il giudizio e’ dovuto nelle sedi dovute», dice GiusCo.

    Ma quel reato è una violazione di qualcosa che ha profondamente a che vedere con i diritti e i doveri fondanti la natura stessa della nostra idea di convivenza civile, è – come ho cercato di spiegare proprio per non cadere in forme generiche di pietà o umanitarismo – «un reato contro la persona, contro la vita e l’incolumità individuale», non un fatto di costume!

    E, a mio parere, il punto è proprio questo: oggi non si percepiscono più come violazioni di principi fondanti la natura stessa della nostra idea di convivenza civile (quei principi, per intenderci, fissati dalla nostra Costituzione) tanti, troppi, comportamenti, dichiarazioni più o meno ufficiali, leggi addirittura che di fatto stanno smantellando quell’idea di società e di democrazia in cui molti di noi ancora si riconoscono, e non per appartenenza a una parte politica o all’altra, a una parte o all’altra dell’Italia, ma semplicemente per senso di appartenenza alla Repubblica Italiana così come è stata concepita e fissata dalla nostra Carta Costituzionale.

    Quell’episodio non l’ho commentato perché è accaduto al Sud, l’ho commentato perché mi sembrava (e mi sembra) un evento tutt’altro che marginale o locale: una delle tante troppe immagini di un paese che avrà pure tanti uomini e donne di buona volontà, ma che nel suo insieme (orientamento culturale prevalente, scelte politiche, scelte sociali, modi di pensare la scuola, modi di gestire i media, modi addirittura di concepire i luoghi e gli incarichi istituzionali…), mi sembra proprio dia segni di tutt’altra natura: segni di un degrado civile e culturale sconcertante.

    Dunque, GiusCo, davvero non capisco questa tua preoccupazione di deriva suddista… quando la vera deriva è proprio nazionale, come tu stesso (o tu stessa) mi sembri riconoscere quando parli delle ronde dei nipotini di Storace, e cioè i 2.100 (dichiarati) volontari della Guardia Nazionale Italiana, il cui nome esatto è, a mio parere, molto più inquietante, del più generico ronde-nere. E lo dico perché, a volte, chiamare le cose e gli eventi con il loro nome aiuta a riconoscerli.

    Spero di aver risposto ai tuoi legittimi interrogativi.

  77. GiusCo il 19 giugno 2009 alle 01:53

    La ringrazio per la risposta, certamente esaustiva. C’e’ un richiamo forte alla Carta Costituzionale e ai suoi valori fondativi, morali e non solo giuridici. E’ sicuramente un modello dignitoso, valoroso, che ha unito il Paese per alcuni decenni.

    Ho i miei dubbi (e li hanno in tanti piu’ influenti di me) che tale modello reggera’ gli urti e le istanze recenti, emerse soprattutto al Nord, senza che tali urti e istanze appaiano a me (e a molti cittadini ed elettori) un disvalore. Esprimono infatti una mutata esigenza di contratto civile, non necessariamente regressivo.

    Un certo idealismo, proprio di una cultura in via di scomparsa (sia generazionale che come memoria storica), non e’ necessariamente migliore di un approccio piu’ pragmatico alla realta’ dell’Italia di oggi: crocevia delle rotte migranti il Mediterraneo, membro dell’Unione Europea, ad economia prettamente familiare incapace di sostenere le sfide globali.

    Quello che qui chiamate razzismo, indifferenza, spregio del proprio simile come oggi si manifesta, e’ da alcuni ritenuto un effetto del brusco impoverimento dell’ultimo ventennio, una perdita di tenore di vita (e attese, dopo l’ultima abbuffata degli anni 80) che ha rimesso in discussione il modello su cui era basata la Carta del 48.

    Non ci sono altri sostanziali motivi. Nel video c’e’ povera gente: gente povera che scappa, gente povera che spara, gente povera che muore. Una larga parte di chi scrive e legge questo spazio e’ altrettanto povera (altrimenti non scriverebbe/leggerebbe, direi). Cosa e-rode? L’incertezza del proprio futuro, prima di tutto, a fronte di modelli consumisti “impossibili”. Questo vale al Nord e al Sud, ma il Nord ha trovato una espressione del disagio in forme politiche legali: prima la Lega, poi Berlusconi. Il Sud, questa espressione legale, non mi pare l’abbia ancora trovata: sta al lamento, alla lamentazione, al paralegale, al marcatamente illegale. Le evidenze sono, di conseguenza, estreme e i toni sempre molto alti. Visti da fuori, isterici.

  78. alessandra il 19 giugno 2009 alle 02:08

    Una trentina d’anni fa alla stazione Termini ho visto delle persone scavalcare un uomo morto per salire sul treno. L’uomo era un rom, ma nessuno credo lo avesse notato, era solo un oggetto da superare. Però ho visto compiere anche azioni opposte, ma non me le ricordo, a parte quella più recente.
    Questo per dire che a volte si tende a ricordare solo il peggio.
    Poi si dice che quelle persone erano spaventate, supponiamo che sia così, anche se a me pare che alcune lo sono, altre per niente, mi chiedo: perché non si sono presentate all’inchiesta che è stata aperta dalla polizia? Sempre paura?
    E poi anche Repubblica.it mi ha disgustato , ecco come dà la notizia il 26 maggio:
    “L’obiettivo era un rom ma un proeittile ha raggiunto anche un ragazzino di 14 anni che giocava a pallone” per concludere: “Mentre in piazza Montesanto, davanti alla stazione, si radunavano i curiosi e la moglie della vittima piangeva disperata la morte di suo marito, il ragazzino colpito ad una spalla, è stato ricoverato all’ospedale Vecchio Pellegrini con la clavicola fratturata, trafitto da parte a parte da un colpo di pistola. Qualche centimetro, e sarebbe morto senza una ragione”.
    E quando il video si era in diffuso, ecco Francesco Merlo che scrive:
    “Ed è casuale, anche se straziante, che si tratti di un rom, di un suonatore ambulante, di un ragazzo che si porta addosso la dissoluzione di una comunità, di un mondo, di quell’Est che fu impero e che adesso sparge in giro umanità dolente, lavoratori immaginari, giovani e vecchi, donne e bambini mal pagati, maltrattai, invisi, temuti e discriminati.
    Non fa un po’ schifo?

  79. Evelina Santangelo il 19 giugno 2009 alle 11:02

    Ho l’impressione, GiusCo, che lei abbia però un’idea un po’ approssimativa del Sud, delle battaglie del Sud…
    Basterebbe solo che si informasse su Addiopizzo, sul lavoro portato avanti da giudici come Ingroia, Pace, Scarpinato, Cantone (giusto per citarne solo alcuni, pochissimi, dei tanti), sulle battaglie di civiltà, di diritto e legalità che moltissimi professori portano avanti nelle scuole (nonostante lo stato in cui troppo spesso versano le scuole)… per cominciare a decifrare le contraddizioni che oggi vive il Sud, ma anche le contraddizioni che oggi vive il Nord, visto che i destini non credo siano separati, e che i disagi, il malessere si ripercuotono da Nord a Sud e da Sud a Nord (mutando magari aspetto, e parole d’ordine, ma non sostanza).
    Non ho dubbi che a Sud come a Nord, come al Centro ci sia gente che con senso di grande responsabilità civile, porta avanti battaglie di civiltà e di diritto, anche svolgendo semplicemente il proprio lavoro, e questo, però (me lo lasci dire), nonostante proprio il governo in carica e le forze che lo sostengono, fingendo di riammodernare questo paese – ora per ignoranza ora per interesse ora per un’idea improvvisata di modernità – stiano pian piano distruggendo proprio quegli strumenti necessari per portare avanti quelle battaglie, o meglio quello che dovrebbe essere l’ordinario modo di operare in una democrazia occidentale capace di concepire se stessa non come l’orticello di casa fatto di tanti orticelli, ma come un interlocutore capace davvero di misurarsi con problematiche di portata globale (economiche, ambientali, sociali, politiche e geo-politiche… culturali, visto che il futuro dei nostri figli non è nell’orto di casa, ma almeno in Europa!).
    Basterebbe, che so, prendere in mano un saggio di Bauman o di Sennett, o un po’ di saggi che affondano lo sguardo sulle questioni più delicate del nostro tempo (globali e locali) per capire come siano delicate le problematiche e quanto siano inadeguate le risposte, le misure, le scelte della nostra classe dirigente. E come siamo inadeguati noi, nel nostro ruolo di opinione pubblica, a giudicare con la severità dovuta la nostra classe dirigente.

    Ecco, per quel che mi riguarda, vorrei solo che tutti noi si valutasse con la dovuta attenzione e serietà quello che sta accadendo (ed è accaduto) in questo paese, e come le cose (del Sud, del Nord, del Centro…) siano più intrecciate di quanto, a prima vista, non le possa sembrare. Non so se ha visto l’ultima puntata della «Storia siamo noi» sull’assassinio del procuratore di Torino Bruno Caccia, avvenuto nel 1983. Un servizio molto accurato e molto molto illuminante (per non dire sconcertante) sulla capillare presenza della Mafia nel Piemonte e sulle relazioni tra Mafia catanese, ‘ndrangheta calabrese, imprenditoria del nord e pezzi delle istituzioni…

  80. GiusCo il 19 giugno 2009 alle 12:06

    Signora, non mi fraintenda: il nocciolo delle mie osservazioni e’ che l’ imbarbarimento sociale -reale o percepito- derivi da un impoverimento economico, materiale, invece che da motivi culturali o politici. Per quel che i commenti da blog consentono, senza scomodare saggi e storiografie complesse, ne’ slogan politici di questa o quella parte, lo prenda come uno spunto di discussione che ha portato ad una proficua chiacchierata. Grazie e buon proseguimento.

  81. francesco pecoraro il 19 giugno 2009 alle 13:10

    sovente leggo la parola “imbarbarimento”.
    pre-supporrebbe uno stato storico, precendente a questo, meno “barbaro”, più civile e solidale e cetera.
    su quali basi si formula questa supposizione?
    sono convinto che consistenti elementi di così detta “barbarie” siano sempre presenti in ogni società.
    cioè sono sempre lì che covano.
    diventano più percepibili quando lo strato, già di per sé sottile, di reddito e di regole condivise, si assottiglia ulteriormente.

  82. helena il 19 giugno 2009 alle 13:18

    Certo che c’entra la situazione socioeconomica. Ma non “invece che” quella culturale. E non mi sembra nemmeno il caso di tornare a disputare sulla priorità del uovo o della gallina in senso materialista o idealista. La questione di come si interrelazionino l’una con l’altra è complicata, ma forse basta dire che lo fanno e in entrambe le direzioni.
    Poi credo anch’io che quel che succede al Nord sia davvero troppo poco analizzato, anche se ho qualche dubbio che questa antinomia Nord/Sud regga del tutto se guardi più da vicino e ti sembra ad esempio che la Lombardia somigli assai meno al Veneto (sia sotto il profilo socioeconomico che quello culturale) di quanto appare.
    Al mio pezzo postelettorale che appunto faceva riferimento al senso (e allo stato) profondo di crisi dal quale è stata colpita l’Europa e l’Italia in particolare, facendo lievitare partiti simil-Lega, un commentatore giustamente osservava (cosa che ho letto anche qui): sì però lì i partiti xenofobi non li mandano al governo. Per quanto possano essere persino più forti, aggiungo.
    Questo mi sembra di nuovo un problema italiano. Uno dei molti riflessi dello scarso valore attribuito a certi contenuti ideali, di principio o di regola della democrazia fissati nelle rispettive costituzioni nazionali (l’uguaglianza di diritto).
    Per quel concerne l’ultima osservazione di Evelina: se c’è qualuno che non piangerà per il divario e distacco sempre maggiore di Sud e Norditalia, queste sono le mafie. Anzi più le realtà locali settentrionali si considerano autonome e al riparo, più diventa facile fare affari.
    Secondo la Dia, la zona dove la conflittualità di interessi mafiosi era talmente alta da sfociare in diversi agguati, è proprio quella dov’è nata la Lega lombarda. Il basso varesotto. Dove esistono comuni che sono al tempo stesso roccaforti della Lega e della Ndrangheta.
    Quello che personalmente rimpiango da un bel po’ è che su tutto quel che avviene qui – abitando io a Gallarate – ci sono pochissime inchieste giornalistiche. Secondo la sua stessa e ripetuta denuncia, la magistratura antimafia è spaventosamente sotto organico. Penso ad esempio all’incredibile speculazione edilizia che si è creata intorno a Malpensa, alla lottizazione dei servizi e dei posti di lavoro dell’aeroporto e quel che contingente al suo indotto. Gli appoggi politici che servono per concessioni edilizie, vincere appalti e simili.
    Temo che qui regni un’ideologia del duro e incorrotto (o – visto dall’altra parte- egoista e razzista) che serve pure a coprire molto alto. Insomma i poveracci che da anni non sanno dove andare a pregare il venerdì e spesso non possono farlo nemmeno per strada, rischiano di essere veramente i mazziati e cornuti della situazione. Mentre assessori e imprenditori oscuri si spartiscono la ricca, nordica, produttiva torta.

  83. Evelina Santangelo il 19 giugno 2009 alle 20:06

    Grazie, Helena. E lo dico perché credo proprio che un dialogo e un confronto serrato sulla base delle cose che ognuno di noi sperimenta e conosce meglio (per esperienza quotidiana, per interessi specifici, per sconfinamenti individuali…) entro e oltre i confini di appartenenza geografica (che oggi sono pur sempre confini importanti ma non tali da confinare le esperienze e la sensibilità di ciascuno di noi), un dialogo così può solo aiutare tutti noi a capire un po’ meglio questo nostro tempo e a provare a indagarlo.
    Sì, è drammaticamente vero, le inchieste sono poche, troppo poche. E anche il giornalismo d’inchiesta fatica a fare il suo mestiere, oggi più che mai.



indiani