Enrico Filippini, sintesi di movimento

di Michele Sisto

Nei primi anni sessanta Enrico Filippini è tra i protagonisti di un nuovo “decennio delle traduzioni”. Facendo squadra con la giovane casa editrice Feltrinelli e con il Gruppo 63 porta in Italia una schiera di nuovi autori di lingua tedesca non riconducibili all’idea di letteratura allora dominante, quella affermatasi col neorealismo. Tra questi soprattutto Uwe Johnson e Günter Grass (ma anche Enzensberger, Bachmann, Handke), che Filippini in qualità di editor per la narrativa pubblica nelle collane di Feltrinelli e spesso traduce personalmente, arrivando in alcuni casi a farne di persona la recensione sulle riviste della neoavanguardia. La sua è un’idea più larga del tradurre, che non si limita alla trasposizione di un testo da una lingua all’altra ma include anche l’intervento sul contesto, volto a creare le condizioni e le categorie interpretative indispensabili perché un testo che non risponde alle attese dei lettori e dei critici venga efficacemente recepito, attecchisca. Un libro, teorizza Filippini, conta e ha successo solo se ha un “prima” e un “dopo”, se è parte di un evento, di una “grande sintesi di movimento”. Una lezione dalla quale l’editoria può imparare molto ancora oggi. (M.S.)

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10 Commenti

  1. Una dote di Filippini era anche la sua apertura e curiosità “generalmente umane”.
    Dote che condivideva con Cases, tra l’altro.
    E senza la quale anche la curiosità per i libri diventa qualcosa di paludato e accademico, per non dire di monco.
    E’ vero che era un traduttore sciattone, ma nel suo caso era davvero, come dice bene Sisto, un dettaglio irrilevante, senza quella rapidità, voracità, generosità e intelligenza delle opere, non avremmo fatto in tempo a conoscere neppure la metà della letteratura del tempo, anche se a volte piegata un po’ troppo elasticamente ai suoi scopi di politica culturale.
    Ma per rimettere filologicamente dritte le cose c’è sempre tempo dopo.

  2. Se il traduttore è pasticcione o approssimativo, non è un deto irrilevante. Nulla lo giustifica.
    Piccolo appunto a pag. 38: Fortini non conosceva “pochissimo” il tedesco. E’ una sorta di leggenda metropolitana, messa in giro da Cases. All’inizio lo conosceva discretamente, poi migliorò. E ci mise, questo sì, molto di suo.

  3. Non è una leggenda metropolitana messa in giro da Cases, era la radicata opinione di Cases, che il tedesco lo conosceva invece benissimo.
    Nel caso di Filippini è diverso, ma è anche vero che Filippini non metteva certo la traduzione in quanto tale al centro dei suoi interessi.

    Capita anche adesso, in anni di dilagante revisione editoriale che dovrebbe almeno sanare il peggio, di trovare una palla che entra “nel buco del biliardo”:-)

  4. Io invece, nella traduzione italiana del Dorian Gray di Wilde (Bur) cui dovevo attenermi per note e schede, ho trovato la seguente perla: “fumava sigarette senza numero”.

  5. PS.: Peccato che Cases lo abbia “rivelato” dopo la morte di Fortini. La cosa non mi pare molto cavalleresca.

  6. @robugliani
    scusami se insisto, ma vedo che a Cases in rete, e non solo qui, vengono attribuiti atteggiamenti non so su cosa fondati. La prima persona alla quale avrebbe detto non sai il tedesco sarebbe stato proprio Fortini. E non dubito che lo abbia fatto. Sia lui che i vari personaggi qui sopra citati non se le mandavano certo a dire, su questa brusca franchezza erano fondati i rapporti. Sarà stata una rivelazione per chi ha raccolto l’affermazione per la prima volta, ma non per gli attori in causa. Accusarlo di mancanza di cavalleria fa sorridere.

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domenico pintohttps://www.nazioneindiana.com/
Domenico Pinto (1976). È traduttore. Collabora alle pagine di «Alias» e «L'Indice». Si occupa di letteratura tedesca contemporanea. Cura questa collana.