Fuoco amico

Fuoco amico è il fuoco, l’offensiva che proviene dal nostro esercito, dai presunti alleati. Il fuoco amico ha tutte le caratteristiche dell’elemento – ustiona, distrugge, ma con il compito di difenderci, di tenerci protetti in un paese ostile. Perciò esserne raggiunti, colpiti, è una sorpresa crudele e beffarda, quanto niente affatto improbabile. Non esiste, infatti, un luogo sicuro. Soprattutto se lo cerchiamo in noi stessi, a fondo nella nostra carne, quotidianità, terra di provenienza. A queste cose pensavo, leggendo appunto Fuoco amico, il nuovo bel libro di Paolo Maccari, da tempo atteso e finalmente uscito per Passigli. La poesia di Paolo non è indulgente, non consola, nemmeno quando ha moti di tenerezza, quando cerca compagni d’esperienza – si ritrova piuttosto in un continuo tradimento (una delle parole più frequenti del libro): dei maestri (di vita e di poesia, della strada impervia sulla quale le due coincidono e si fronteggiano); del passato e dei suoi volti; della propria fondamentale solitudine congiunta ad un bisogno altrettanto netto di trovarsi alla fine sodali, seppure non compresi, in un comune destino della specie. Forse perché tradire è la misura del vivere, quando questo significa scriversi nella nostra bruciante imperfezione – affilare l’arma dell’ironia accanto ad un dolore sordo, nel vedersi tutti goffamente in cerca di un posto dove stare, dove avere un po’ di luce e dire qualcosa un po’ più forte, senza davvero capirne il senso, provando ad eludere il rovescio sempre prossimo dell’essere. Tradire perfino una lingua, un apprendistato, un pensiero disilluso e terso con l’ansia, comunque, la fallacia tutta umana di voler restare, di tentare l’impresa, nei versi come nei giorni, del portare il discorso un po’ più avanti, ricucire lo strappo tra le capacità della vista ed il nostro sentire.
Vorrei, prima di lasciarvi alle poesie, aggiungere che scrivo queste poche parole di getto, di cuore direi sperando di non risultare patetica, senza nessuna pretesa critica, nel tentativo di dire grazie ad un poeta mio coetaneo che stimo profondamente. Caro Paolo, la tua poesia scuote, demolisce (come un fuoco impietoso eppure davvero amico) il teatrino di carta del superfluo, dell’arte in posa, con l’urgenza onesta del talento. (f.m.)

di Paolo Maccari

Da L’ultima voce

1

Ho aspettato tutta la notte il giorno.
L’alba, lentissima, mi ha torturato
squadernando un grigio cielo ammaccato,
una lamina di nuvole intorno

a un magro stralcio azzurro, senza fiato.
Infine è apparso netto il disadorno
filamento delle cose.
Un ritorno
crepitante al presente e al passato.

Di notte non ho visto che il futuro,
l’arco dei suoi denti, gli occhi gessosi,
il passo oscillante sicuro.

Ora la luce mi dice chi sono
e, quasi, perché, in che modo lo sono.

2

Mi affido ai gesti stanchi delle mani.
Mi aiuta non star fermo,
stancarmi in ore senza più domani.
Bianco, rigorosamente, lo schermo

del futuro, gli affluenti, i canali
che lo irrigano, quel liquido eterno
che lo sostanzia, cieco latte infermo.
Un bianco omertoso senza segnali.

Di continuo agito le mani, bieco.
Rintuzzare i pensieri.
Fare la posta ai ricordi, snidare

i sogni. I desideri.
Ma ogni gesto sputa una tremenda eco.
Qualcuno, ogni poco, s’affaccia a spiare.

3

Dovrei scegliermi l’incubo migliore.
Farne un gomitolo, succhiarne un capo
per renderlo sottile, e nelle ore
più quiete, quando il suo sapore sciapo

non attizzerebbe ancora il terrore,
tentare il pericolo di un a capo
che colleghi in un demente tepore
sonno e veglia: con uno scatto rapido

ficcare la stessa gomena nella
cruna del sonno e nella cruna della
veglia. Poi appendermi, sospeso, in mezzo.

Dondolarmi, far forza sull’attrezzo
strano dell’insania.
La campanella
del giorno, però, ora, mi trivella.

4

Il giorno ha il becco duro e duri gli occhi.
La luce è il suo sguardo efferato, idiota,
che, per miglior sevizia e spasmo, ruota
seguendomi con precisi rintocchi.

Così si squassa il corpo in crocchi
di brividi di una febbre devota
a una malattia senza sbocchi,
a una seduzione di luce vuota.

…..

Comincio a sentirvi. Già vi vedevo
da qualche ora. Ora ascolto le parole
ancora incomprensibili. Carezzo i suoni.

Sfinito, mi rintano con sollievo
nelle note amiche. Mentre con tuoni
di giallo intenso s’alza, credo, il sole.

6

Eravamo pronti? Ve lo chiedo ora
che mi assalite urlanti: davvero pronti?
Amici, io non lo so. Quel tradimento
larghissimo lucente, ghiotta spora

di un virus sopraffino nella bora
dei nostri sogni, fu un divertimento
infantile, un festino di tormento,
oppure aveva un senso e ce l’ha ancora?

Ho smesso di saperlo. Mi affratella
a voi ben altro, oggi: non la prontezza
delle nostre azioni, o la spietatezza

nei nostri cuori, ma la vostra morte,
vostra e non mia nello sconquasso di vento forte
che non soffia ma soffia in questa cella.

15

Profonda tristezza d’essere vivo.
Io, il tiepido scampato per comando
di un dio perfido, immobile domando
perdono a voi, i per sempre fuggitivi.

Rimango, resto, sto. Spero che arrivi
il mio coraggio, a dipanare il bandolo
di un caldo passato, che ha un dove e un quando
e non un senso, un volto definitivi.

Nel perpetuare la mia dipendenza
vi celebro e disfaccio. No, non sono
dei vostri nella vostra assenza.

E se il minimo rumore si dispone a suono
d’imminente dolore, riconosco la violenza
della mia mano che vi addita e vi abbandona.

18

Quando mi arrenderò
al sonno che da ore mi corteggia
in una molle frana, scheggia a scheggia,
mi dimenticherò.

Vi dimenticherò.
L’ultimo strepito di vita inneggia
i nostri inni, ma stona, ma vaneggia
con voci che non so.

Spero che non mi facciano più uscire
e che mi lascino solo, a impazzire
meglio che posso e come voglio.

Spero che non sia un foglio
questo quadrato bianco che tormento
anche nel buio. E che tutto presto sia spento.

*****

QUASI TRENT’ANNI

Insonne ruvida la nenia
il cieco borbottio efferato
di un abbandono sussurrato lieve,
sussurrato lene, rotondamente
sussurrato e,
in quel suo modo esausto, incessante.

……………………

Vuoi prendere un po’ d’aria, vuoi un paesaggio,
un passeggio tra i versi altrimenti
inerti, troppo fermi sull’anima
sul cuore su quelle parole
che non è più concesso pronunciare?

Ecco la mia Firenze, la mia strada
tagliata in verticale da magri cespugli
polverosi, da qualche ritorto assetato tramortito
abete e corsa da macchine continue,
gremita da quattro file di macchine
così spente e diverse, così colorate
e difformi da sembrare acremente
individui, unità senzienti, esseri
tenaci, immobili, conchiglie.
Ancora? E allora il cielo inclina
– quella parte ritagliata di cielo
tra le case sovrane visibile –
inclina azzurro verso il viola,
rade nuvole affilate strisciano
verso le colline che fatte rade
dai tetti, tra i palazzi, occhieggiano.
Siccome imbrunisce le insegne
acquistano un brillio sfocato e intenso
e Lavanderia leggeresti e Forno leggeresti
e Bar Alimentari e Giornali: sui marciapiedi
una lunga riga bianca separa ciclisti da pedoni
un ciclista in miniatura un uomo stilizzato
ogni poco è stato disegnato sui due lati:
i cani sono legati i più grandi
tirano giovani che fumano pacati
i piccoli s’affidano ai dialoghi
sconclusionati di vecchiette o donne
speciali per tintura del volto e dei capelli.

Altro ancora, certo: forse la palpebra schiusa
delle finestre occhi gialli, l’indovinello
dell’arredo appena scorto, le tende, penombra
appena ammorbidita da una luce
d’altra stanza più interna e palpitante.
Oppure i balconi, i fiori, le piante
vari nomi che potrei sapere o inventare
i gesti dei piccioni, i gatti sospettosi
accorti liberi e soli, senza vitti
garantiti o alloggi, senza patti
con gli umani. Forse così,
forse meglio non dare l’impressione
di non sapere che la confessione.

Dunque niente abbandoni niente inchini
nella mia casa non ci sono che io
è quasi gennaio ho quasi trent’anni
tra un quarto d’ora saranno le cinque
il crepuscolo procede bene
il cielo sa cosa fare,
tutto quello che vedo si dispone
docile a non voler significare.

………..….

Del resto, di tutto il resto – come sempre
hai ragione –, meglio,
meglio una volta per sempre
tacere.

ESERCIZI DI LIBERAZIONE

Sotto gli auspici
più scoloranti incerti
non sparigliare –
tenta l’impresa

Tratti a forza tra i frammenti
di una memoria offesa
pensieri amici –
tenta l’impresa

Tentare l’impresa
tentarla con fiducia:
la mente invasa
la lingua che brucia.
Scegliere con emozione di riuscita
la mattina propizia
con la luce che sazia,
con luce sgombra e pulita.

(Dimmi che riuscirò o non dirmelo
trepida o non trepidare per me
puoi anche dirmi o non dirmi
che ne vale la pena.
Ma intanto osserva questa mia pena
che mi chiama all’impresa.
Soffri o goditi la scena
di me che parto
– la paura arresa –
a dare l’assalto
al dolore paludoso che cresce.
Forse non se ne esce
forse cadrò nel salto
ma tu scegliti uno spalto
chinati sulla scoscesa
di quella mattina inebriata
quando drogato di pensieri amici
tenterò la mia impresa)

Con tutto il garbo degli incubi migliori
antagonisti e catastrofi di cieli
s’inchineranno a persuadermi
della loro confessione.
Tentare l’impresa di lasciarsi tentare
e con gesto di terribile armistizio
sospendere il giudizio,
assaporando il tremito delle mani
e l’avvampare di un nuovo pallore
come sorsi di sudato liquore.

Darsi tutto all’esercizio
di non affrettare la fine
di questo estremo inizio.

FUORI CITTÀ, VICINO CASA

E su un vecchio bancone sverniciato
batteva ribatteva chiodi inutili
un pazzo brizzolato
indecifrabile d’età.

Sull’orlo della stanza, sulla porta
Della grande stanza folta
D’attrezzi agricoli tra cui
Un vecchio aratro arrugginito
E zappe secchi pale innaffiatoi
(più pale che zappe: perché?)
sul limite della stanza
una vecchia lo guardava
fissava il pazzo intento
a battere ribattere chiodi
(un enorme paiolo accostato
con sopra stesa una forca
a far da coperchio – perché? –
traboccava di chiodi nuovi lucenti)
sul vecchio bancone sverniciato
e rideva la vecchia e scuoteva
una testa di capelli raccolti
non ancora tutti bianchi
rideva e allegramente
il santo dito adunco
fissato verso il battere ribattere
la vecchia allegramente
vantando la sua lunga vedovanza
additava suo figlio
al timido spaesamento sorridente
che come un pazzo docile
ricambiando le sue occhiate
non comprendendo le lanciavo.

FINE DI ROMANZO

Ora che è sola chi la consolerà
d’essere sola?
Se lo chiedeva mentre, solo,
la fuggiva, consolato dalla sua pietà.

FRATELLO E SORELLA

Quando da pochi chilometri fuori
del paese calarono in paese
coi modi bruschi ingenui e troppo allegri
di chi si sente in corsa e progredire,
per labile ma antica conoscenza di famiglie
i figli miei coetanei accompagnai a scuola
e fui la loro poco accorta guida.

La femmina baciava già in bocca, il maschio
si batteva a pugni chiusi con impegno
concitato e gioioso (fu per i forti
la sua semplice forza scanzonata
una scoperta e quasi subito una moda).
Ci volle poco perché mi disprezzassero
e s’involassero in compagnie più prestigiose.

A volte li rivedo, oggi: sono affettuosi:
al disprezzo è succeduta una benevola
incomprensione.

Lui lavora non so dove e siccome
da sempre sa muovere le mani
è capo di qualcosa in una fabbrica
e guadagna bene.

Lei la vedo talvolta fuori dal negozio
che le ha comprato suo marito.
Vende vestiti e sempre mi pare
quando tranquillamente di lontano mi sorride
che abbia esagerato col rossetto
e che non sia da molto tempo più felice.

francesca matteoni

Sono nata a Pistoia il 25 gennaio 1975. Ho pubblicato questi libri di poesia Artico (Crocetti, 2005), la plaquette Appunti dal parco (Wizarts, 2008) e la silloge Higgiugiuk la lappone nel Decimo Quaderno Italiano di Poesia Contemporanea (Marcos y Marcos, 2010). Mi interesso di varie cose tra cui storia dei processi per stregoneria, storia del corpo e della medicina moderna, le fiabe popolari, sciamanesimo artico-siberiano, tradizioni sugli animali e tutto quello che è nord. 

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  7 comments for “Fuoco amico

  1. azzurra
    21 dicembre 2009 at 11:08

    belle. specie m’ha colpita “fratello e sorella”
    cercherò il libro.
    un caro saluto
    azzurra

  2. 21 dicembre 2009 at 12:11

    Paolo Maccari è un poeta straordinario.
    Consiglio a tutti di recuperare anche la sua prima raccolte di poesie: Ospiti.

  3. 21 dicembre 2009 at 12:36

    Faccio i miei complimenti a Paolo Maccari, sono rimasto davvero colpito dalla forza ignea che è sottesa a questi suoi versi. Si percepisce una forza quasi epica, sebbene di un’epica dimessa, una sorta di cavalleria spuntata, dolente e impantanata nel dolore che dilaga. Ma anche una semplicità delle cose minute che assillano positivamente il lettore, inghiottendolo in un universo di cagnetti e figurine da fondo stradale che delimitano spesso il nostro inquietante universo esistenziale. Anch’io cercherò subito il libro, anzi i libri.

    mdp

  4. viola
    21 dicembre 2009 at 13:22

    piaciute, c’è la scrittura e il pensiero, V.

  5. 22 dicembre 2009 at 06:28

    Arriva dai versi, il dove e il quando. Dolorosi e consapevoli. La frana della polvere, la ferita “ dell’incubo migliore “. Ogni sensibilità è presente. Universale. Perché chi legge poesia riconosce le spine e un poco se ne allevia. Grazie per ogni verso.

  6. franca
    23 dicembre 2009 at 09:31

    Spero che non sia un foglio
    questo quadrato bianco che tormento
    anche nel buio. E che tutto presto sia spento.

    A una lettura veloce (da un computer non mio) mi colpiscono questi (e altri che non posso riportare)

    compliments e auguri

    Franca

  7. 23 dicembre 2009 at 10:13

    doloroso, di un dolore che maccari indica con il cartello FIRENZE ma che è universale, lo sentiamo forte nella lettura, è polpa di dolore, per dappertutto, per tutti i tempi. bravo.

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