rosa salmone

28 giugno 2010
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(ragionamenti sui colori)

di Gianluca Cataldo

Il week-end piazza Santo Stefano era solita riempirsi di una girandola di anticaglie, chincaglie di ogni tipo in una riproduzione retrò di un mercatino rionale. Un mercato a spirale che convogliava verso il centro oggetti e ninnoli di ogni epoca, stampe e rilegature datate 1916, contenitori Campbell, mobili carichi di tarme, copricapo reduci dalle due guerre, feticci della grande madre Russia che probabilmente sarebbe piena di vergogna e, allo stesso tempo, di fierezza per la sua nipotina attuale.
La piazza era cautamente costruita da pietre incastonate, con una leggera pendenza verso il centro dove la sera erano soliti radunarsi centinaia di ragazzi in inconsapevole impossibilità di intifada.
Paolo e Luca gironzolavano senza prestare particolare attenzione ai prodotti. Erano, più che altro, interessati alle facce, anch’esse vagamente retrò, dei venditori, dotti in argento e affini. Per lo più indossavano un jeans e un maglione, logori e colorati entrambi. Barbe lunghe e incolte gli uomini, poco trucco tranne che sulle unghie rosso carminio le donne.
– Cos’è il governo se non un’abitudine d’altro canto…
– Non ho mai sopportato i discepoli di Thoreau. Ora mi verrai anche a dire che bisogna essere prima uomini e poi cittadini il tutto perché durante un’ipotetica guerrilla in piazza Santo Stefano le pietre dovresti portarle da casa?
– Ne tengo un paio in camerino, sono pezzi del muro di Berlino raccolti da Ignasi Blanch che conservo per disperderli durante un vero scontro.
– Oh mio dio!
– E comunque no, credo esattamente l’opposto.
Luca si sedette su di una sedia, al bar, in attesa della spiegazione dell’amico, ritrovato politico e giaciuto in un limbo di pseudo-anarchia nonostante (bisogna dargliene atto) Thoreau. Paolo era solito ingarbugliarsi nelle sue letture fino a rasentare l’alienazione (e il plagio), ma una sorta di snobismo posticcio lo rendeva immune a fare la fine di Sachs.
– La legge non avrà mai reso gli uomini più giusti, ma oggi, in Italia, essere stati solo uomini negli ultimi venti anni ha creato un abominio governativo.
– Quindi… ehm… ribaltando saremmo tutti salvi?
– Un uomo saggio sarebbe più utile come cittadino sì.
– Che emancipazione! Non riesco a credere ai miei orecchi vecchio Karpov…
– Guarda quelle bandiere.
– Ordiniamo un caffè, mi è venuta voglia… quale bandiera?
– Le bandiere dell’Unione Sovietica – si mossero verso il bar e sulla strada Paolo si immaginò attraversare miope la rue Montorgueil con le stesse sfocature disegnate da un Monet russo. Dimenticò le bandiere francesi e quella lingua di sole centomila parole, misera. Il pensiero lo commosse mentre uno sbuffo di fumo dell’odor di vaniglia sbuffò, per l’appunto, da una pipa di un rubicondo antiquario.
Ordinarono due caffè, poi ripresero – Quelle bandiere sono già rosa salmone, sono ancora rosa salmone.
– A me sembran rosse… – si sorprese Luca.
– No giovane Kasparov sono rosa salmone e sbiadiscono ancora di più, guardale meglio.
– …
– Il medioevo è un’intonazione ciclica e una forma dei colori. Immagina i colori, immagina l’Italia colorata dai giornali di questi ultimi giorni, è blu e chiazzata di rosso, striata di verde. Immagina l’Europa adesso.
– Sbiadita?
– Già… in Gran Bretagna i fascisti di Griffin, un tanto simpatico nome infangato così, hanno preso due seggi; in Austria il Fpö ha preso più del 12%, valgono la metà dei socialisti, la metà!, mentre in Ungheria hanno preso ancora di più inneggiando a pogrom contro i rom che da noi stuprano a rotta di collo come ci insegnano destre e leghe. In Romania, la Grande Romania ha preso tipo il 9% facendo campagna elettorale, indovina un po’, proprio contro gli ungheresi. Tre seggi e un sequestro di persona di mezzo. Nei Paesi Bassi gli anti islamici e i pirati in Svezia. Quanta amarezza…
– Bisogna trasferirsi in Grecia.
– Tu sai chi era Jan Zajic?
– …
Afflitto dall’elencazione mandata giù a memoria in quei giorni di riflessioni, Paolo tacque vagamente stordito. Luca si allontanò dal tavolino e raggiunse il bancone, ordinò due caffè freddi e attese in silenzio guardandosi attorno ed evitando di incrociare lo sguardo della ragazza seduta al tavolo di fianco. Stoico, vi riuscì. Forse non si trattò di stoicismo e magari era inutile camuffare la timidezza con vecchie filosofie ma a Luca piacque tanto quel singulto morale che non riuscì a farne a meno.
– Eccole il caffè signore… e ricordati che dobbiamo ancora trovare la valigia.
Paolo annuì, e sorseggiò il suo caffè godendosi il fresco supporto psicoattivo dell’alcaloide naturale.
– Quanti uomini ci sono ogni chilometro quadrato, quanti uomini saggi?
– A mala pena uno?
– Vedo che hai buona memoria Kasparov ma non ti salverà dalla sconfitta perché non hai la risposta alla domanda successiva.
Luca incurvò le spalle e appoggiò i gomiti sul tavolino, rovesciando il posacenere per terra senza neanche accorgersene.
– Posizione da curioso sfidante, vedo… e io ti inoltro la domanda: se quegli uomini che, grazie a dio…
– “Grazie a dio”?!
– … No, per dio… “grazie a dio”, no!… che invero sono molto di più di uno…
– Almeno due, forse tre.
– … Fossero cittadini, fossero di nuovo cittadini, cosa accadrebbe?
– Che questi intellettuali diffusi, spalmati sull’intera penisola, approfitterebbero della situazione per salvare di nuovo la civiltà europea?
– Odio quando citi a memoria, però hai centrato il bersaglio, e sai perché?
– Perché sono incorreggibili?
– Smettila.
– Ok… scusa – davvero contrito.
– No, perché ci riapproprieremmo di una visione più netta delle cose, ci riapproprieremmo dei colori, di vecchi e, perché no, di nuovi colori.
– Ti piace così tanto il rosso?
– Mi piace la sua densità. Mi va bene anche il nero se ha un colore di contrasto e non un’appendice edulcorata di colore verde. Credo che disapprovare il governo adesso sia una cosa inutile perché trova una disapprovazione da uomini, quindi democraticamente inutile, e non da cittadini. Passeggiamo?
Pagarono i caffè e si aggirarono silenziosi per il mercato, ignorando bandiere e suppellettili nostalgiche, cercavano un monocolo. La gente, pensava Luca, sarebbe rimasta di stucco vedendoglielo tirare fuori dal taschino. Si sarebbe aspettata, la gente, una cipolla, un modo barocco di controllare l’ora, impedirgli di correre veloce come il progresso, e invece avrebbe visto un uomo sistemare il monocolo sull’occhio sinistro (una lievissima miopia) e cercare sulla Treccani chi fosse Jan Zajic o, più probabile, controllare gli orari dei treni sul tabellone sempre troppo sfocato, direzione Praga. Non lo trovarono, il monocolo.
– Siamo così intelligenti da non agire mai – Paolo sembrava pontificare.
– Non pagare le tasse, sarebbe un bello smacco.
– Mi piace troppo Manganelli.
– E allora che si fa vecchio Kasparov?
– Si compra quella valigia, giovane Karpov.
– E sia!

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One Response to rosa salmone

  1. véronique vergé il 28 giugno 2010 alle 09:43

    Il colore simbolo delle idee, con il tempo sbiadito. Inventare altri colori, altra speranza, la nostra Europea ha perso il colore orizzonte e piccole stelle luccicano a stento.



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