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finis terrae

di Massimo Bonifazio

freddo: spasmo delle reni. alla fine della terra, sulla piazza.
ridotta dell’elmo, ridotta carlo alberto, coperte dalla neve:
che cade sui lumini: sulle torce, le lanterne.
…………………………………………………………non
ci aspettava qui, sverna al pignerol, il governatore:
corteo dei dannati, in ceppi. all’imbocco delle valli.
forche caudine dell’ultima reggente, bianca in campo rosso,
dei selvaggi
……………….e scuri, neri.
………………………………..biancastre qui le carni,
che il seme si confonde sopra i ventri? a ogni portone,
angolo: floride donnette, rossicce, che mettono tristezza
che cosa non mette qui
……………………………….a guardarci passare. e il sapore metallico del ghiaccio
– senza zucchero, limone, senza immagini. neve sui borboni,
imprigionati: senza opporre troppa resistenza, il minimo
onorevole. curioso, quasi, di quanto lontano possano portare
chi dentro non sta comunque fermo. qui tutto bene
bianco se potessi scriverti una lettera direi

………………………………………………………..qui tutto bene, bianco,
desolazione di abeti, larici, di rocce. faville nella sera:
e malta, e ancora roccia, da confondere occhi e mente:
nel calcolo del peso, di quanto tenga un masso sopra l’altro,
uno scalino. a migliaia di migliaia. finestre
senza vetri, camerate-caverne, antri: tremito, spasmo delle carni,
degli occhi: nel vedere le nubi sfilacciarsi all’altezza
degli occhi, il vento che copre la pelle di incisioni,
spacchi, che nessun sale avrebbe
……………………………………………una scrittura del freddo sulla carne,
incomprensibile. ma
…………………………..se potessi scriverti una lettera: in un patuà
meno orribile di questo, meno gorgogliante: che non diventi
oscena ogni parola, sillaba, che non si copra di neve, bianco,
senza cascate di ghiaccio alle fontane
…………………………………………………senza neve per strada
macchiata dal piscio dei muli, dei cristiani, in processione
ininterrotta
……………….quel che scriverei: qui tutto bene, bianco,
solo il senso che sfugge: dei muli, dei soldati. del freddo, la distanza:
del nero sopra il grano: che prima, dopo; che persino il freddo
non trasforma, annulla (ma che ne sai, tu che ci dai voce,
del freddo, che ne sai delle
…………………………………..immagini, idoli: un inizio
che non smette di finire, che non torna, non rimane; il resto,
il punto di fuga delle voglie: laggiù dove fioriscono
controsenso del canto, abbaglianti, sul bianco;
i limoni, laggiù.
…………………..e orme, scrittura sulla neve? degli zoccoli,
scarponi, e in basso, giù: monotono scorrere dell’acqua,
sotto al ghiaccio
…………………….punto di fuga prospettico
per un paolo di dono del gelo,  qui quanto probabile? che disegnasse
battaglie, in questo luogo di obici e ridotte, di bestemmie,
di polveriere, parabole, mortai. in questa marca di confine,
posto di bordelli e salti, di neve che sfarina sulle vette;
di immagini, lasciate alla cima dei cortei, laggiù dove fioriscono
adesso, bianche in campo rosso, croci savoia
come spine dei limoni

Il Forte San Carlo, a Fenestrelle, fu usato fra l’altro come prigione per i soldati borbonici non allineati dopo l’unità d’Italia.
(Gennaio 2010)

8 Commenti

  1. una pagina di storia. molto molto bella.

    particolarmente piaciuti questi versi:

    – […]. neve sui borboni,
    imprigionati: senza opporre troppa resistenza, il minimo
    onorevole. curioso, quasi, di quanto lontano possano portare
    chi dentro non sta comunque fermo. qui tutto bene
    bianco se potessi scriverti una lettera direi

    qui tutto bene, bianco,

  2. Bonifazio conosce la legge degli attacchi perfetti (altrove: “sono i tetti di lamiera, i loro bordi”; “le unghie, diana, i denti: insomma il contrario di ogni canto”; “quanta strada, si dice, e per trovare qui quanta lordura”), ossia la misura, almeno in genere, delle scritture brevi, in levare, rastremate. ciò che sorprende è invece questa capacità di svilupparli in ampie ante narrative e movimenti di lungo, a volte lunghissimo respiro senza cedere di un punto nell’articolazione della sintassi, nella perizia con cui incastona i metri, le griglie ritmiche. senza parlare di certe accensioni che non si negano nulla, neppure il mito: “sangue di sirena”, “dita di kore abbandonata”, etc.
    insomma credo che Bonifazio stia sviluppando una pratica di scrittura notevolissima e severa, e non sarebbe male (dico anche per la poesia italiana in genere) se prima o dopo pubblicasse i suoi versi in una forma meno misteriosa ed episodica.

    un saluto,

    f.t.

  3. Questa poesia si può leggere anche senza soffermarsi sul significato delle parole. Ci si può lasciar portare avanti a spallate dalle frasi, come se fossimo tutti in cammino, ammassati. Seguire solo il profilo della terra, scossoni, piccole salite, accelerazioni. Tutto qui è descritto come in una mappa. Si potrebbe ricostruirne il paesaggio.
    Mi piace l’umanità senza retorica.
    Mi piace perchè lo spazio bianco della pagina insegna a respirare dentro alle parole.
    Si vede tutto, qui dentro. Non servirebbe forse nient’altro. Per capire.
    Mi piace che il soldato scriverebbe, e vorrebbe parole meno oscene, vorrebbe il bianco di un candore vergine, senza il piscio dei muli.
    Viene freddo, a leggere.
    E non è per la neve.

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domenico pintohttps://www.nazioneindiana.com/
Domenico Pinto (1976). È traduttore. Collabora alle pagine di «Alias» e «L'Indice». Si occupa di letteratura tedesca contemporanea. Cura questa collana.