Siti hall

12 novembre 2010
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di Chiara Valerio

Senza metafisica, l’ossessione diventa stupido collezionismo, accumulazione robotizzata. L’ossessione (con la sua ansia di mito garantita dal desiderio di morte) è paradossalmente l’ultimo guizzo, l’estremo schermo prima della tautologia. Danilo Pulvirenti è un uomo senza perifrastiche emotive, è un uomo presente. Quello che vede è quello che desidera. Quello che desidera è quello che ha. Quello che ha è quello che gli viene tolto. Tutto accade nel momento stesso in cui Danilo Pulvirenti guarda. Prima né dopo. Sarà perché fa l’antiquario, sarà perché ha trasformato e trasforma le immagini di corpi maschili vivi, in fisse nature morte, sarà perché gli occhi di Danilo Pulvirenti sono l’organo con il quale conosce, gode e riproduce il mondo. Autopsia dell’ossessione (Mondadori, 2010) di Walter Siti è un romanzo potente e colto, manierista e geometrico, racconta di bellezza, di contemporaneità e di consumismo, sta acquattato nella differenza tra proprietà e possesso, è incentrato e concentrato sui corpi, anzi su un solo corpo, su un archetipo passionale, contro il quale ogni difesa è nulla. No, Angelo non è il miserabile che appare quando sta in borgata: ha la regalità androgina della grande soubretteLa negazione del reale è, per l’instaurarsi di un’ossessione, requisito necessario ma non sufficiente. Tale negazione deve accompagnarsi a un bisogno continuo di incrociare la realtà. La storia è quasi d’amore, anche se il protagonista non fa che rinnegare la parola, quasi di gelosia, anche se il protagonista non la rivolge al singolo ma al rito, quasi di salvazione, perché “non è più nemmeno una questione di desiderio, è una storia sepolta che chiede ancora vittime”. Ma è sepolta. È una storia devota per un vezzo di cinismo. O viceversa. Cinica per un vezzo di devozione. Comincia a Modena, prosegue a Roma, torna a Modena, con interruzioni viaggiate in un circolo sadomaso di Berlino o in mete plausibili anche per borghesi parvenus. Danilo ha due amici fidati e scazonti come lui, ha un’ossessione, sempre la stessa ma declinata e variata su corpi così belli che in fondo sono tutti uguali e indipendenti dal soggetto, un rivale, miserabile quanto basta a renderlo reale, una madre che perde senso di sé, del mondo e delle proporzioni almeno quanto lui è preda della sproporzione patologica del desiderio. L’ossessione di Walter Siti, in questo romanzo, è quella di scomporre, ripartire, dividere, di ricondurre la complessità del mondo a un corpo, la struttura è quasi spinoziana, l’ossessione è scandita in proposizioni, è more geometrico demonstrata. Quando nessuno mostra di esserne all’altezza, l’ossessione si auto esilia in attesa di tempi migliori. L’esattezza e l’esigenza estetica dello sguardo e, nel contempo, la struggente tenerezza per le imperfezioni – un pelo, un’ombra, un cenno di doppio mento – rendono evidente la natura di ossimoro di questo romanzo. Dove il voyeurismo è introspezione perché l’occhio di chi guarda è sempre, prima di tutto rivolto verso la voce narrante. Non esiste ossessione senza vergogna e l’ossessione altrui è sempre ridicola o grottesca. Walter Siti può contemporaneamente dividere, lasciare che il protagonista si spii e ricondurre a uno perché ha una lingua intransigente. Sceglie incisi dialogici invece che aggettivi, commenta le fotografie presenti nel testo con un italiano che, giocando con le didascalie, costruisce gallerie di riproduzioni verbali e grammaticali. Autopsia dell’ossessione che chiude la trilogia ossessiva di Troppi Paradisi e de Il contagio, e che va letto in un senso trittico, è un romanzo di emozione e congedo. Alla mia età i personaggi di Shakespeare erano già re.
W. Siti, Autopsia dell’ossessione, Mondadori (2010), pp. 302.

[Questa recensione Il corpo estinto è stata pubblicata su l’Unità di domenica 7 novembre 2010].

Il tempo e lo spazio sono mediazioni culturali: i borgatari non hanno né lo spazio per essere né il tempo per costruirsi. Il contagio di Walter Siti (Mondadori, 2008) è una storia di periferia. Uomini per cui il corpo è un riscatto, donne per le quali un titolo di studio è un blasone, persone per le quali le parole hanno la grammatica dei gesti e degli umori, individui per cui la cocaina è una prova ontologica prima che un vizio. L’attrazione del vuoto trova nella cocaina l’interprete più autorevole, la segatura di una semantica agli sgoccioli. È un romanzo di approssimazione, di appercezione e di rischio. Più che un insegnamento è stato un contagio: sono tornato da una spedizione etnografica e i bacilli si sono incistati nel mio sangue. La storia comincia nell’appartamento di un palazzone di case quasi popolari, quasi occupate, quasi oneste, si assesta sulla linea del quasi e irraggia sbocchi narrativi, persone e cose. Procede per induzione dal particolare concreto concretissimo delle natiche di Marcello fino al generale astratto astrattissimo di una urbanistica confusa da committenze inesatte, pretese angelicate e svincoli autostradali infernali. Il contagio è un romanzo di affresco, minuzie e pensiero che trascina il lettore in un gorgo dove la prima sensazione percepibile è quella (meravigliosa) di girare e girare e girare ancora fino a fermarsi nonostante e guardare tutto dal centro. Mentre il resto continua a voltare. E il resto è il mondo. Il contagio ha una struttura centripeta e di certo, nella piazzola di quiete, sta il professore, un po’ assiso, un po’ satiro, un po’ collezionista di attimi e dolore carsico, emotivamente coinvolto sia da un mondo diverso (una terra promessa da scontare domani) sia dalle proprie sensazioni sulla diversità di quel mondo. Più basso e più alto di chiunque il mio dio mutilato. Il professore è la propria lente deformante, il proprio specchio convesso, il proprio horror vacui e il proprio gioco di pazienza. Di tempo e di spazio. Rovesciamo sugli altri i nostri parametri senza l’increspatura di un dubbio. Il professore è una mediazione culturale perché seguirlo è indossare un paio di lenti verdi. In ultima analisi sì, il mio grande amore è stato il lapsus di un puttaniere, l’escrescenza tumorale di una transazione di affari che altri avrebbero gestito con cinica contabilità. L’amore è, in particolare, quello per le terga e per le fasce muscolari, la tensione è, in particolare, quella di un grande amore normale, in generale però, l’amore e la tensione di Siti è Lucidità non vuol dire essere ciechi alle riserve di mito che ogni agire umano porta con sé, è l’Intimità è rivoluzione è, per usare parole di Yourcenar, La bellezza non ha bisogno di agire per essere perché in essa ha un che di grave. La scrittura di Siti salta affilata dalla descrizione all’introspezione all’amor di sé al documentario all’io c’ero o potevo esserci, tanto che Il contagio, con maestria e commovente bellezza, inocula, nella struttura del Romanzo, la medesima indistinzione che, sempre più, nelle strade di Roma, mescola il centro che somiglia a un outlet e la borgata dove il centro commerciale dovrebbe essere un punto di riqualifica. (…) da lì comincia una confidenza, o almeno un armistizio, un beneficio di inventario.

[Questa recensione Ma che è questa etica. Una bestia feroce? è stata pubblicata all’interno della rassegna di narrativa italiana che ho curato per Nuovi Argomenti 43 (III/08) – Generi coloniali].

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2 Responses to Siti hall

  1. véronique vergé il 12 novembre 2010 alle 14:38

    Autopsia dell’ossessione è già un titolo calamita
    ossessione erotica/di scrittura,
    con vita chiusa, fatta di un pensiero assillante,
    che nulla puo cacciare,
    si crede che l’ossessione è il soggetto del dolore
    o della fissazione, ma è lo scrittore da torturare
    il personaggio, l’occhio dello scrittore scrupoloso
    opera /disseca una collezione, una collezione perfeta,
    perché la scrittura, come lo specchio interno del desiderio,
    è ricerca della bellezza perfetta,
    l’ossessione è l’invenzione per controllare la sua follia.

    La recensione mi ha dato desiderio di leggere.

  2. Fabrizio il 13 novembre 2010 alle 11:56

    “due amici fidati e scazonti”? Cioè, a parte il riferimento al coliambo, zoppi? si tratta forse di una concentratissima metafora, al limite del barocco e del Lubrano, per dire due amici che zoppicano… dal suo stesso piede? Se così fosse faccio i complimenti all’autrice (sinceramente).



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