Improvvisazioni

di Silvia De March

8.6.10

«buongiorno, principessa!», le sussurrò il principe. ma le luci della sera avevano già abbassato serrande e saracinesche. intuì l’invito ad aprire un tempo desueto, in cui dare forma a ciò che non avrebbero mai potuto vedere; e partì senza occhiali. tornò arricchendo il giorno di sogni, più consapevole del reale.
come sempre, aveva parlato pochissimo, guardato molto e suonato forse le giuste note. la corda tesa che si era annodata allo stomaco si era allentata, meno forte batteva anche il metronomo e il tremolio delle mani era un riverbero più sfumato. aveva scavalcato la staccionata sull’impulso di un’altra musica [Paolo Angeli, Unravel]. e non era caduta malamente come temeva: stava ancora in piedi sulla sua ombra che sembrava – era – più densa: in questa si era accorpata la sua compagnia.

8.6.10

bussò alla porta ed il lupo la fece entrare. si accomodarono in uno spigolo di uno spazio che non era di nessuno dei due. lui mise le mani avanti: «Che pancia grande hai!» . «Ho un “cuore vorace”» gli rispose Cappuccetto Viola, aprendo le virgolette di una citazione. il lupo stava perdendo un pelo dopo l’altro e con essi qualche pesantezza. lei li raccolse ad uno ad uno e li mise nel fazzoletto.
Cappuccetto Viola non si ritrovava in questi ruoli estranei ad ogni fiaba prima interpretata e anche il lupo appariva smarrito. capì che l’ingenuità e la curiosità che l’avevano spinta si chiamavano attrazione, e forse qualcosa in più che non si adattava all’ambientazione.
Cadevano stelle ed erano di melograno. ma non voleva essere la sola a vederle.
si tolse dalle scarpe le lacrime in cui era inciampata sul lungofiume fino a quell’approdo. «Come mi sento più leggera» pensò; stendendole di fronte all’altro, aggiunse: «Giocatele bene al prossimo racconto».
ecco, era un punto in cui la narrazione cominciava a perdere il suo ritmo: il solito monologo interiore, qualche digressione in discorso indiretto libero ma la punteggiatura non era curata e le continue rettifiche avevano esaurito il bianchetto. possibile che non riuscisse più a calarsi in un dialogo?
il lupo annunciò: «Ti lascio il posto» prima di levare le ancore. con la sua barba pelosa tra le mani, Capp. lo salutò: «Mi farò crescere i baffi e proverò ad assomigliarti». Per una storia diversa.

9.6.10

gli occhi cedettero all’impatto, si abbassarono dicendo “uffa”, ma nessuno li sentì. o nessuno li volle stare ad ascoltare, in fondo era una lamentazione come le altre, come tante altre accanto e in precedenza.
occorreva agire. ci pensarono le ciglia a cadere in un luogo di passaggio, dove qualcuno potesse soffiarle ed esse esprimersi in desiderio. perché era il desiderio a dare una direzione al vedere: un punto di fuga oltre il cerchio cieco della rinuncia.

11.6.2010

Era stanca di tirar su le briciole degli altri. Quotidianamente si trovava a spostare vassoi, posate, rimasugli. Era uno spettacolo desolante di cui doveva pure pagare il biglietto. Perché tutto quello spreco? Quello spreco di energie? Passava la spugna e questa non assorbiva la stanchezza che si era scaricata sulle cose, e sui gesti. Lei stessa aveva smesso di essere porosa, se lo era vietato, a un certo punto non aveva avuto più fibra per asciugare tossine.
Continuava a guardare tutte quelle briciole. Forse avrebbero dovuto alimentarla. Lì abbandonate sembravano esprimerne il rifiuto. Perché la vita era stata smozzicata e non gustata per intero?
Avrebbe potuto incollarle in un boccone nuovo ma imboccare non era certo il suo ruolo. Avrebbe invece dovuto lasciarle lì, attendere che qualcun altro, quell’altra, le ricomponesse e si ricomponesse.
Lei doveva pensare anche alla polvere della sua stanza, che a poco a poco le si era depositata addosso. C’erano momenti in cui avrebbe desiderato che qualcuno passasse a spolverarla ma capiva era un lavoro troppo pesante; e poi chissà quali pruriti ne sarebbero derivati.
Andava bene così. In fondo doveva imparare a metterci le mani e ad essere più brillante. Nessuno gliel’aveva insegnato e forse per questo risultava più faticoso. Provò persino a pulire i vetri: fu maldestra e rimasero aloni, però quando si fermò ad osservare, vide.

5.7.2010

«Che ali grandi hai!». “È per volare meglio” era una battuta talmente scontata da suonarle buffa e non la scrisse lì per lì. c’erano cose che non erano per qualcosa, tanto meno per qualcosa di migliore, ed erano cose che erano soltanto, senza bisogno di commento.
l’ala le era ricresciuta, ogni tanto la cicatrice prudeva ma ora riusciva in quasi tutti i movimenti. era tutta questione di fisioterapia, di bassa pressione e correnti direzionali. ogni tanto cadeva, in un arzigogolo fumettistico con tanto di baloons: “sob”, “uff”, “argh”. quelli più duri a scoppiare erano gli “sniff sniff” che pieni di elio se ne stavano bene alti come un paracadute inutile mentre lei precipitava. con nonchalance Piperita Patty si scuoteva la polvere dal piumaggio bianco e riprendeva a camminare finché non era corsa e poi volo. altro che angelo! sembrava un’ape maldestra, con molte tappe di ristoro. ma le api riparavano anche tra foreste di timo e quel solo pensiero, futuribile e trascorso, le sollevava le labbra in un sorriso.
non disse nulla mentre ricordava. alzò le spalle e disse: «Facciamo tenda!». ma il volatile di turno aveva sbuffato: di campeggiare sotto una cappa di afa nutriva un infondato sospetto.
“Ma che me ne faccio di ali meno buone di quelle di un pollo?”, pensò la nocciolina. gonfiò un palloncino di “sigh” e si mise a disegnarci scritte apparentemente isteriche: “spennami”, “rosicchiami”, “fino all’osso”; e altre più simpatiche, tipo “peccato, tutto coscia!”.
soffiò la pazienza. prese i suoi palloncini, lo strascico di piume, la polvere di stelle. aveva capito. l’altro non aveva voglia di giocare e pure lei non ce l’aveva di stare lì a convincerlo. giocare da sola in fondo era meglio, l’aveva sempre saputo: nei solitari non si perde mai.

Lucciole

una bracciata, due, tre. respira. una bracciata, due, tre. respira.
tieni strette le spalline, dritta la schiena, petto in fuori, mento dentro. ergonometria.
una bracciata, due, tre. una bracciata, due, tre.
alla prossima foglia, guarda avanti. una foglia dietro l’altra, occhio al rametto. di siepe in siepe, illumina i confini, illumina le fratte gli anfratti i frattali irregolari in cui il reale si dirama. illumina, non ti è chiesto che questo, ad intermittenza ma con costanza.
 
e allora vado, vado, schivo una botta dietro l’altra. sembra di andare sui roller, invece il piano si apre a tre dimensioni e posso salire e scendere, oltre a zigzagare. bello tutto questo fresco in faccia, bella tutta questa esplorazione di sottoboschi invisibili. ma siamo rimaste in poche, mi guardo attorno e semmai vedo solo occhi che mi guardano e non accompagnano. e tengo stretto lo zainetto, così mi han detto e fatta. non è il buio a far paura, forse la velocità: è questione di riflessi, di attenzione, ma se allento la presa sbatto, mi perdo, cado. troppo veloce scivolo su questo tempo. ma non sono le foglie in testa a fermarmi, quelle in fondo ci stanno nelle traiettorie, non si possono nemmeno tanto prevedere ma si dà per scontato ci siano. mi preoccupa lo zainetto: pesa, non è lieve come un’ombra. anzi, forse io sono la sua ombra e devo prestare attenzione alla sua vita. pesa la sua vita, non è un guscio in cui riparare, e non faccio strada con il carico sulla schiena, ne faccio meno.

una bracciata, due, tre. respira. una bracciata, due, tre. respira.
respiro. stringo le spalline. controllo lo zainetto. c’è. ma non si accende. che succede? lo scuoto. si sono esaurite le pile? o si è bruciata la lampadina? o la responsabilità è mia, che ho urtato?
scendo. accosto. metto le quattro frecce, che non si accendono. è tutto spento. è tutta spenta la notte a cui siamo state chiamate. gli alberi, le siepi, i fili d’erba si inerpicano in grovigli. ricoprono di pagine secche sotto cui dormire. e aspettare di ricaricarsi. soli.

8.9.2010

Scusa se muoio un poco per giorno, non era mia intenzione e forse nemmeno inclinazione ma mi sembra un’oggettiva declinazione del caso: indicativo, presente, prima persona singolare. Un modo finito che non mi apparteneva. E io scrivo da un tempo imperfetto come se arrivassi da molto lontano. Ebbene sì, tutta la strada percorsa o solo scorsa, si è interposta tra quella che io ero e quella che sono stata. E ora che sono, ogni tanto torno a confondermi e smarrirmi nei connotati di chi vedo allo specchio. Essere sempre se stessi, in fondo, è una condanna adamitica.
Perciò inciampo sulle escrescenze delle mie radici, sugli smottamenti dei miei giorni, sui tombini delle mie vene. Mi si è allagata la vista non una ma una marea di volte. La papera ha galleggiato, anche senza salvagenti, magari alla vista di qualche bagnino capace di una bella presenza, femminile ovviamente. Eh, già: serviva una controfigura, serve tutt’ora nelle scene più ardite. Se ci ripenso mi viene il singhiozzo. La prima volta si fa finta, la seconda si finge, la terza non si distingue la finzione dal vero ed il vero si stinge. Ora chiudo gli occhi e non voglio vedere dove cado. Ora mi stendo perché non ci sono braccia tra cui cadere e sarebbe anche opportuno rimanere in piedi.

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2 Commenti

  1. Fiabesco,
    La pagina è il regno della magia,
    la storia dell’infanzia ha una trama d’oro,
    di Viola, come le bambine prigioniere
    del lupo, o divertite, giocchando con
    i baffi,
    il segreto è nella foreste o l’acqua,
    le lucciole è il nuoto del cielo,
    le lucciole sono le piccoli segni
    delle pagine,
    anche l’annegamento
    è una forma di respirazione.
    Ho sentito dentro questi racconti fiabe
    la pioggia fà corona di bambine elfes
    e lupi di dolcezza.

    Grazie per questo momento dove l’infanzia
    risale il tempo.

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