I diari di Rubha Hunish. Anteprima

7 febbraio 2011
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Dall’11 febbraio 2011 torna in libreria I Diari di Rubha Hunish, pubblicato per la prima volta nel 2004 da Baldini e Castoldi e riproposto in versione aggiornata e accresciuta dalle Edizioni Galaad. Il libro, piuttosto anomalo per il panorama italiano, raccoglie esperienze di viaggi tra le Alpi, le Highlands Scozzesi, le Ande ed il Grande Nord, terra magnifica ed in estinzione, seguendo l’insegnamento per cui ogni viaggio è un momento sospeso: siamo sottratti nelle vite intorno che ci attraversano. Gli Inuit dicono che diventare sciamano significa diventare mezzo nascosto: metà umano, metà nel mondo degli spiriti, dove si osserva a lungo, prima di parlare. Succede anche a chiunque abbia viaggiato almeno una volta, con il pensiero-paesaggio terso nell’occhio, ancora prima di comprendere. Auguro a questo libro tutto il bene possibile.(f.m.)

di Davide Sapienza

10 aprile 2006. Iqaluit, Nunavut. Non sono invisibile.

Ci siamo diretti da Iqaluit verso Tar Inlet, dunque verso Est. Da lì abbiamo proseguito verso Sud-Est. La pista era chiara nella mente di Lootie: dovevamo sfociare sulle acque ghiacciate del fiume Qiarrullituuq (“il posto delle foche”, come lo chiama lui), una volta percorsi circa cinquanta chilometri.
E lì si aprì davanti a noi una visione sconvolgente e maestosa: niente può prepararti a questo dispiegamento di potenze bianche, le muraglie di ghiaccio create dalla marea sul Qiarrullituuq Inlet. Il nostro continuo è un zigzagare tra figure e profili impossibili, lastre di ghiaccio multicolore, fogli di vento divenuti neve e quindi il mare aperto – ancora ghiaccio solido – che diventa l’orizzonte, la strada aperta verso la Groenlandia.
Lootie ha fermato la carovana e mentre si faceva merenda ha preso il coperchio della scatola di legno che utilizza come baule per il suo qamotiq e lo ha usato come bersaglio per esercitarsi al tiro ma non prima di avermi passato il binocolo per vedere, in fondo all’insenatura, alcune foche solitarie che mai avrei riconosciuto da quella distanza, a occhio nudo. Solo allora mi è stato chiaro che stavo per partecipare a una battuta di caccia alla foca del figlioccio di Meeka, Lootie, il cacciatore Inuk di Iqaluit.
Nessun nome, qui, viene dato per caso: perché è evidente che per questa gente muoversi con disinvoltura, senza ausili satellitari, significa conoscere la terra palmo a palmo. E la loro terra è andare sul mare ghiacciato verso l’ice floe, quella massa effimera e grandiosa, sfuggente ma tanto forte da farti da guida durante la caccia tra i ghiacci.
L’Inlet è lunghissimo, e lo testimoniano i circa sessanta chilometri percorsi dalla partenza sino al bizzarro monumento di ghiaccio, compresso e schiacciato dalla forza immane della marea. Un percorso che abbiamo interrotto con un pranzo nell’ombelico del mare ghiacciato, in attesa di ciò che chi, come me, non è un cacciatore, non può capire. Eravamo ben coperti, in attesa che il sole arrivasse allo zenith. Era difficile vederlo, impossibile fissarlo e impossibile sfuggirne l’azione sugli occhi. E se il sole scalda, a meno trentacinque gradi stare coperti resta un affare necessario da concludere presto, quando sei fermo, in piedi sul mare ghiacciato. E mentre non mi accorgevo dell’errore madornale che avevo commesso lasciando a casa gli occhiali da ghiaccio, la snow blindness lavorava, come ho scoperto poi, prima di andare a dormire la sera e sino al giorno seguente.
Una volta ripartiti, Lootie ha individuato un buco per la respirazione della foca ma, nonostante l’attesa, lei non è riemersa. Era come se sapesse. Poi è iniziata la caccia. Da lontano, sulla neve infinita, ogni punto nero è una foca. Ci si avvicina a centocinquanta metri e si cerca di sparare prima che si rituffi nel buco. Ma di buchi ce ne sono un’infinità e Lootie, come ogni cacciatore, conosce bene il metodo geniale escogitato dall’animale: «La foca ne prepara una certa quantità poco prima che il mare inizi a ghiacciare e tiene a mente dove li ha fatti per poter uscire a respirare».
Dunque la foca cura il suo prezioso oblò nel ghiaccio per respirare, ne usa diversi per proteggersi dall’uomo, dagli orsi, dai corvi, dal lupo. C’è grande attività in queste infinite distese, apparentemente ferme e immote. I sessanta chilometri percorsi sino a queste piccole isole che sbucano a fianco della Baia di Frobisher erano tutti percorsi da altissime muraglie di neve, che sono il saliscendi della marea, la sijja, che ieri arrivava a un’altezza di circa dieci metri. Ma al ritorno, nel pomeriggio, la muraglia era già dimezzata. Questa sensazione di inesplicabilità e ineluttabilità è difficile da capire sino a quando non ci sei proprio sopra con il corpo. Improvvisamente ti senti marinaio di un vascello completamente fuori dal tuo controllo.

Con lo skidoo avverti il mutamento da come cambia la guidabilità del leggero mezzo su questo terreno piatto – che non è poi così piatto quando il mare torna nell’insenatura e alza il ghiaccio inerme e monumentale. Ecco perché ci sono punti meravigliosamente disastrati, dove sembra di osservare un sito archeologico fatto di ghiaccio: forme impensabili che sembrano disegnate – e volute – da una mano superiore.
Lootie era molto concentrato sulla caccia. Da una certa distanza abbiamo visto i corvi aggirarsi su qualcosa che abbiamo intuito essere una carcassa e, quando Lootie si è avvicinato a bassa velocità per capire meglio, abbiamo visto un piccolo di foca, un whitecoat, ucciso sul ghiaccio.
Questo animale era stato svuotato dai corvi ma anche e soprattutto (secondo Lootie) dal lupo artico, che ha lasciato le sue enormi impronte sulla neve. Nell’osservare per la prima volta in vita mia una scena simile, ho visto disegnata la mappa di una gerarchia naturale che non mi pare legittimo giudicare. Gli animali fanno con onestà ciò che noi umani facciamo utilizzando l’inganno e andando a caccia del superfluo.
L’avvicinamento sino al mare aperto e queste prime ore sull’Inlet, dopo l’attesa delle settimane precedenti, che mi aveva preparato a non dare nulla per scontato, mi hanno immerso nel mistero della caccia e dell’uomo, del rapporto ancestrale con il cibo, qualcosa che per noi è così distante, remoto, teorico, da aver sovvertito ogni senso, creato opinioni supportate da elementi parziali e intrisi di nevrosi con le quali ognuno, nel mondo occidentale, si confronta ogni giorno pensando che siano la normalità. E normalità non sono.
Ho pensato alle parole di Meeka quando, durante un’uscita on the land nel primo giorno che avevo trascorso sull’isola di Baffin, mi aveva spiegato la differenza del nome che si dà all’animale quando è vivo rispetto a quando era vivo: perché nello stato in cui abbiamo trovato quel whitecoat un Inuk lo vede solo come cibo, consapevole che lo spirito del giovane animale è rimasto con il mare. Pensando a queste e altre cose che Meeka mi aveva spiegato, non ho potuto evitare un profondo senso di straniamento. Ma non ce n’era il tempo. La vita doveva andare avanti.
E quando Lootie ha avvistato un piccolo che la madre, dall’interno del buco nel ghiaccio ha cercato di trascinare sotto, la scena è stata repentina. Con un movimento rapido e preciso Lootie aveva già preso il cucciolo. Si è girato e senza cercare scuse mi ha detto: «Detesto fare questo»; poi ha cominciato a immergerlo nel buco per attrarre la madre. Ma la madre, guidata da un elementare istinto di sopravvivenza, aveva già capito che sarebbe stato inutile provare a salvare il suo cucciolo e si è rifiutata di uscire. Se lo avesse fatto, avrebbe trovato solo la canna del fucile del cacciatore e dunque la morte. Lootie, Meeka e la moglie di Lootie hanno iniziato a starmi vicino, come se volessero proteggermi ed essere sicuri che io potessi condividere questo momento così importante per la loro identità di Inuit nel terzo millennio.
Ho ripensato alla sosta di pochi minuti prima. Durante il pranzo siamo rimasti in piedi, girando intorno alle slitte al traino per stare in movimento. Lootie mi ha offerto un pezzo di grasso di caribou congelato, che da principio ho scambiato per uno strano formaggio proveniente dal supermercato di Iqaluit. Invece, quel cibo buonissimo mi ha scaldato con un’energia impetuosa e insolita. Il gelo per combattere il gelo, come nelle terre del Sud si usano spezie e cibi piccanti per combattere il caldo.
Lootie è un uomo davvero unico. Una persona semplice e molto intelligente, capace di vedere e capire tutto quello che accade intorno a lui. I suoi occhi si muovono tra le invisibili ondulazioni del terreno ghiacciato come i movimenti occulti del mare sottostante. Si muovono come l’acqua tra i coralli, trovando sempre una via per tornare.
Osservando l’immensa implacabile distesa, a un certo punto ho notato un crollo di formazioni del ghiaccio di marea, il punto di incontro delle acque dell’Inlet con quelle del mare aperto. E allora ho anche pensato che intorno al promontorio poteva esserci il modo di rientrare a Iqaluit verso Ovest. L’ho chiesto a Lootie: «Giusto, bravo. Solo che non si può. È troppo pericoloso. Il ghiaccio ormai non è più affidabile e c’è troppa acqua aperta. La gente muore per queste cose». Poche parole sempre dritte al punto, sempre efficaci.
Dopo aver ucciso il piccolo della foca che gli era sfuggita per la seconda volta, Lootie è rimasto attorno al breathing hole per alcuni minuti. Dopo un silenzio assorto, ha parlato alla foca, prima in Inuktitut e poi in inglese, guardandomi: «E allora va bene mamma, ci rivediamo qui alla stessa ora l’anno prossimo, te lo prometto». Mi ha guardato ed è scoppiato a ridere.
Qui non c’è spazio per le sfumature dell’intelletto avulso dalle regole della Terra. Questi sono i momenti in cui ogni giorno si svolge la storia più antica dell’uomo dei ghiacci. È una situazione che ho il privilegio di vivere e che non riesco a condannare: fossi io a fare per il gusto di provarci quello che Lootie fa per sopravvivere, sarei certamente nel torto. Ma se vivessi qui, credo che mi adatterei a questa vita: ancora non ho visto crescere grano, sul ghiaccio.
La caccia, con quel sorriso, per oggi era finita. Lootie ha indicato la via del ritorno, un grande bianco con la terra alle spalle. E poi ha cominciato a dirigere la carovana davanti all’isola di Nurataarusiq, il posto della caccia buona. Da lì ci siamo diretti a Est e dopo aver ritrovato la stretta pista in cima all’insenatura abbiamo ripreso la via del Nord. Il passaggio sulle rovine delle correnti che si incontrano proprio qui, dove lavorano incessanti al ritmo della sijja, è stato indimenticabile. E per qualche volontà misteriosa non ho scattato neppure una foto, nonostante le decine di scatti di questa lunga giornata che ha profondamente modificato i percorsi sui quali distendo i canali della mia percezione.
Lootie si è poi fermato per farmi vedere un’isola, a una certa distanza da noi. Ha cominciato a raccontare, in quel modo che hanno loro, noncurante della cronologia e della consequenzialità temporale. Ha ricordato un drammatico episodio degli anni Settanta: «Eravamo qui al nostro out post, lo vedi laggiù? Si chiama Upingivik. Eravamo tanti Inuit in tanti campi diversi. Dall’Inghilterra e dalla Germania arrivavano sino a qui con le navi per comperare direttamente da noi le pelli di foca. Conosco ogni angolo di questo mare di ghiaccio, le sue montagne e ogni isoletta. Qualche giorno fa ho trovato moltissimi resti di piccoli di foca. Sono gli orsi che ne uccidono e ne mangiano in quantità. Questa è una zona di orsi polari. Una volta eravamo su quell’isola, e abbiamo mangiato carne di foca avariata. Siamo stati malissimo, svuotati dalla diarrea, quasi tutti morti. Solo uno non è sopravvissuto. Eh…». E questa volta il sorriso vispo si smorza in una lontana visione di gioventù. L’Inuk ha la vita davanti e intorno, mai alle spalle.

Immagine da The White Journey. Altre fotografie di Davide Sapienza: qui.

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7 Responses to I diari di Rubha Hunish. Anteprima

  1. […] This post was mentioned on Twitter by Francesco Cingolani, nazioneindiana. nazioneindiana said: I diari di Rubha Hunish. Anteprima: http://bit.ly/gasX32 [francesca matteoni – 7 febbraio 2011] […]

  2. Giovanni Agnoloni il 7 febbraio 2011 alle 16:59

    Leggere queste righe di Davide Sapienza dà veramente il senso di un genere “nuovo”, quella che già in altra occasione ho chiamato “letteratura olistica”. Olistica perché descrive un “holos”, una totalità che tutto racchiude, dove il protagonista non è l’uomo, ma la natura e il cosmo in genere. Ed è anche una nuova forma di mito, perché affonda nel territorio degli istinti e delle energie, dove i miti più ancestrali e le loro immagini si sono formati. Eè una lettura che trasforma, perché fa capire che il nostro Sé è incredibilmente più vasto del nostro Ego, e ci fa sentire compartecipi di ogni esistenza, animale, vegetale e minerale.

  3. […] Da Nazione Indiana […]

  4. davide sapienza il 7 febbraio 2011 alle 17:27

    caro Giovanni, quando nel 2004 pubblicai la prima edizione de I Diari, devo confessare che mi sentivo piuttosto solo. Mi guardavo in giro, e non mi sembrava di vedere che ci fosse molta voglia – tra editori generalisti e scrittori – di affrontare di petto la questione del nostro ruolo (noi, della razza umana) nella natura, e nell’universo. Mi pare che vederci sempre al Centro, sia un errore scellerato, e direi che quotidianamente ne abbiamo esempi a carrettate…poi, viaggi, incontri culture davvero in grave difficoltà spirituale ma vedi qual’è il legame più intenso che l’Uomo può avere con la Terra. E’ un discorso ampio, e spero si possa uscire dalla polarizzazione della Natura Estrema etc etc etc. Perchè la natura non è estrema…E’, e basta.

  5. Elisabetta il 8 febbraio 2011 alle 20:59

    Incredibile come, ogni volta che ti leggo mi senta invasa dlla luce e dagli odori dei luoghi che descrivi, in un lento e continuo movimento, l’odore pungente del ghiaccio che dalle narici corre direttamente alla memoria.
    Fa un certo effetto leggere della caccia di un cucciolo, perchè atavicamente i cuccioli vanno protetti fino lo stremo e sacrificati quando non c’è più speranza, ma altrettanto atavicamente, la caccia e al sopravvivenza diventano qualcosa che ci riguarda da vicino, una necessità insindacabile e ingiudicabile…è la poesia con cui è descritto questo gesto estremo che mi fa amare e comprendere ancora di più questa natura dall’equilibrio perfetto.
    Grazie Dav!

  6. Vittoria Delsere il 9 febbraio 2011 alle 19:10

    Caro Davide,ho letto l’anteprima dei Diari. Una cosa sopra ogni altra mi ha colpito: tu ci credi davvero in quello che fai. Lo so che sembra una scemenza espressa così, ma vedi, hai lo sguardo proprio del cronista che osserva e non giudica (del resto lo dici tu stesso ad un certo punto). sei empatico con quello che vedi anche se sai di essere estraneo al mondo che descrivi. Questo pensiero, che mi hai suscitato, mi ha un po’ turbata, così ,sai, riflettendo sulla natura. O magari sono soltanto i ricordi degli studi sul romanticismo . Ho trovato un po’ spiazzante l’incipit con tanti tempi verbali diversi. Certo rende l’immediatezza dell’annotazione di viaggio e sembra che tu l’abbia scritto di getto senza poi revisionarlo, ma siccome non sei Jack Kerouac , mi resta il dubbio che ci sia dell’arte in tutto ciò. Di sicuro impegna il lettore che resta poi ben attento per il resto del brano. Siccome sono lenta nel pensare alle cose di letteratura, rimando alla lettura completa dei diari prima di altri commenti. Per ora solo: ti ringrazio tanto perchè NON scrivi da uomo vissuto! (io odio gli uomini vissuti e le sotto-categorie uomini-scrittori-vissuti mi è invisa anzi che no). A venerdì . Vittoria

  7. davide sapienza il 9 febbraio 2011 alle 20:15

    Cara Elisabetta, quello è stato un momento particolare, anche difficile…gli Inuit con cui ero, si sono premurati di chiedermi varie volte “come mi sentivo”…e mi sentivo diviso in due, da una parte l’apparato “intellettuale” di idee e convinzioni, anche troppo astratte a volte, che ti porti dietro, dall’altro la realtà di un mondo che amo smisuratamente e che cerca di restare aggrappato alla propria storia che una volta pareva immutabile, e che da decenni invece il “progresso” ha minato forse irreperabilmente, forse no (gli Inuit hanno sempre avuto grandi capacità di adattamento, sopravvivere diecimila anni in quei luoghi nè la prova)…
    E allora, qui vengono anche le parole di Vittoria, che ha come te Elisabetta colto la scelta narrativa di lasciare vivo “il momento”, e per questo, credo, sentirvi dire in maniere diverse che la storia “vi arriva”, significa che questo azzardo, almeno con le anime sensibili e le menti aperte, funziona. Grazie, davvero grazie.



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