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EVERYTHING IS A REMIX di Kirby Ferguson

    di Orsola Puecher

    E’ uscita in questi giorni la terza parte di questa interessantissima serie di documentari sul concetto di remix del film maker newyorkese Kirby Ferguson. Se ne prevede una quarta.
    Il remix è termine in origine musicale, che indica versioni alternative di una canzone originale e suo riutilizzo intenzionale in contesti diversi. Con la diffusione degli strumenti di editing e di montaggio digitale è ormai una forma creativa di facile accesso e diffusione planetaria molto popolare, che si allarga a comprendere la creazione artistica in senso lato.
    Nella prima parte si descrivono le sue le origini, sia dal punto di vista concettuale che tecnico, nella seconda vengono analizzate tecnologie e formati.
    Nella terza parte si affrontano gli elementi costitutivi dei processi creativi e di invenzione come meccanismi di derivazione e di combinazione da esperienze precedenti, anche dal punto di vista del loro sfruttamento commerciale.
    
[ si auspica questo allegro epigonato dello stato dell’arte anche per il polveroso – sonnacchioso – digitalmente digiuno – mondo delle lettere – ancora molto legato a ideali romantici e ideologici di creatività demiurgica ]
    


    

    

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4 Commenti

  1. Ottimo, Orsola!

    I love remix e il plunderphonic

    Realizzai, al tempo della sua uscita, un remix poetico: rubai un verso per ogni autore presente nell’antologia “Parola plurale” (Luca Sossella Editore), e li montai quindi in rigido ordine di pubblicazione, dal primo poeta all’ultimo. Il risultato è questo (un dono per te, Orsola):

    LA SOLITUDINE DEL POETA

    dizione imperativa io

    vorrei essere tutto, fuorché
    
la spiegazione del fascino dell’orrido

    e stare a guardare
    
l’animale sgozzato nella notte, in un diluvio di buio
    
lasciandomi alla bianca quadratura della stanza

    e si compiono gli anni a manciate, 
nel cielo sinistro,
    senza strida
 nel gran freddo,
    nel cieco calore

    non ascolterò il gemito
    
le voci zitte dei morti

    o questa mostra gente

    e finirò incagliato nei pensieri

    un annientato niente. e ho anche fame
    
mo proprio che son stanco, che mi svengo, io

    che sbuffo come fossi in mala sacca

    ogni volta è così, polvere e pena

    mentre fuori la stagione trascolora

    è stato un grande sogno vivere

    ahi che stanchezza mi giunge adesso

    che io scrivo poesie

    mi smarrisco tra linee, forme, vuoti, 

    mi si affollano intorno per darmi conforto
    
tessuti con pazienza e mai disfatti,

    senza emettere voce, pacifico, lugubre, inerme. 

    Si sente tutta la salvezza allora,
    
inizia anche lo sguardo il suo sforzo più acceso.

    Con gli occhi serrati di luce. 

    Per rompere l’assedio
    
in una musica che ricordo le vostre danze.

    È tempo di costruire, dopo i feroci incendi, sui fondi laceri
    
(questo bianco se lasciato non direbbe, se ci si può buttare giù qualcosa ogni
    
metàfora, illusion, trucco nel trucco.

    dunque oltre il foglio bianco su
    
la giuntura (del foglio) del cuore all’arteria al femore sintattico
    
in irreale inerzia, né grido netto, né un sòn

    Solo e pensoso e pallido e assorto vo ragionando
    
appunto, l’opera come maschera, 

    Contro la fitta boscaglia dei segni, una parete bianca.

    disegnare geometrie trasgressive,
    
la pagina si riempie
    
Gli angoli della bocca della verità si smussano

    se sent che ‘l ghè ‘n büs nel vöt, 

    sèinsa asiòun, vèrb ch’an se fa chèrna, pèrs

    sul me coat de pavée.

    nìvuru –

    par scurdês i fët ingarbuié e imbariégh

    sbicòn, del cuor e del temp, scrit par sotsora

    e in tutto questo qualcos’altro. 

    Lo scomporsi dei nomi.
    
è il passo falso, lo schermo, il binario

    d’abbandoni e lupi d’ansia; ovale

    nel chiudersi presente dello sguardo

    g’hinn i traversinn anmô in fila schinchìgn

    o di lingua fastidio tanto avverso, 

    la rabbia stilizzata in grida adorne, battiti

    nelle vene e nel sangue. E disfare

    per non lasciare nulla intentato

    anche diverso fra i diversi.
    
Scivolo in nuove schegge di sconforto,

    io non so dove sfocerà questo enorme fiume di catrame
    
una striscia di paesaggio che dura. 

    (Voce che dice di mancare)

    il flauto della voce si calma qui:

    NOTA
    I numeri corrispondono alle pagine da cui ho tratto i versi: 73, 101, 111, 130, 143, 164, 180, 206, 230, 240, 249, 265, 277, 332, 352, 371, 398, 405, 423, 431, 441, 449, 459, 470, 498, 508,525, 551, 594, 633,658, 669, 679, 702, 721, 733, 747, 757, 770, 795, 829, 849, 859, 871, 879, 887, 902, 922, 935, 945, 958, 978, 996, 1014, 1025, 1033, 1050, 1057, 1069, 1079, 1090, 1100.

  2. il primo,forse l’unico,litigio con Eostre(da non confondersi con Cibele,anche se abitano a due passi)riguardava il mio voler ironizzare su una televendita di un attrezzo da culturisti in cui l’anonimo testimonial leggeva un libro di Ungaretti mentre compieva gli esercizi.Eostre,che adorava le mescolanze,con grazia feroce e sibillina mi fece notare che non c’era necessariamente contrasto tra le 2 attività(certo,se tu fossi,oltre che tutti noi nella tua unicità,anche una straordinaria Dj potrei rimanere folgorato dalla sorpresa.E magari tornare pure a lambire i bordi di una discoteca)

    http://mp3.abrikos.su/ATB/The%20DJ%60-%20In%20The%20Mix%20Special%20Edition/Missing%20Todd%20Terry%20Club%20Mix%20%20Everything%20But%20The%20Girl.mp3

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,\\' Nasce [ in un giorno di rose e bandiere ] Scrive. [ con molta calma ] Nulla ha maggior fascino dei documenti antichi sepolti per centinaia d’anni negli archivi. Nella corrispondenza epistolare, negli scritti vergati tanto tempo addietro, forse, sono le sole voci che da evi lontani possono tornare a farsi vive, a parlare, più di ogni altra cosa, più di ogni racconto. Perché ciò ch’era in loro, la sostanza segreta e cristallina dell’umano è anche e ancora profondamente sepolta in noi nell’oggi. E nulla più della verità agogna alla finzione dell’immaginazione, all’intuizione, che ne estragga frammenti di visioni. Il pensiero cammina a ritroso lungo le parole scritte nel momento in cui i fatti avvenivano, accendendosi di supposizioni, di scene probabilmente accadute. Le immagini traboccano di suggestioni sempre diverse, di particolari inquieti che accendono percorsi non lineari, come se nel passato ci fossero scordati sprazzi di futuro anteriore ancora da decodificare, ansiosi di essere narrati. Cosa avrà provato… che cosa avrà detto… avrà sofferto… pensato. Si affollano fatti ancora in cerca di un palcoscenico, di dialoghi, luoghi e personaggi che tornano in rilievo dalla carta muta, miracolosamente, per piccoli indizi e molliche di Pollicino nel bosco.
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