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SAUL STEINBERG [ 1914 – 1999 ]

da The Saul Steinberg Foundation

“Girl in Bathtub” 1949 [ Gelatin silver print, 12 3/4 x 11 1/4 ]

Il disegno come esperienza e occupazione letteraria mi libera dal bisogno di parlare e di scrivere. Lo scrivere è un mestiere talmente orribile, talmente difficile…
Anche la pittura e la scultura sono altrettanto difficili e complicate e per me sarebbero una perdita di tempo.
C’è nella pittura e nella scultura un compiacimento, un narcisismo, un modo di perdere tempo attraverso un piacere che evita la vera essenza delle cose, l’idea pura; mentre il disegno è la più rigorosa, la meno narcisistica delle espressioni.

 
[ Saul Steinberg, intervista di Sergio Zavoli, 1967 ]

 

da ⇨ RIGA

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13 Commenti

  1. Già. Poi vai al thyssen di Madrid a vedere una esposizione di Antonio López e ti fermi 6 ore davanti ad alcuni disegni su carta con matita che sembrano delle foto in bianco e nero con un tocco di photoshop. Insomma, dipende. Anche disegnare una semistilizzata in una vasca da bagno piena d¡acqua e fargli una foto ha una certa carica narcisista, o no?

  2. Condivido il sentimento di Giorgio. L’artista attraversa la vita degli uomini, dà eternità alla fugitiva ombra, l’impronta lasciata dal lato solare della creazione.

    Messaggio ot: ho un problema con la mia “messagerie personnelle”. Non ho più la possibilità di scrivere o di leggere mail. Qualcuno mi ha rubato il mio password. Non rispondere a un messaggio personale venuto da un mail con il mio indirizzo. Grazie.

  3. Ringrazio anch’io Orsola Puecher (e adesso mi sa che dovrò mettere le mani su qualche numero di Riga). Steinberg, come Bruno Munari, era un grande ‘scrittore del segno’, e ogni tanto è bene ricordarlo. Tra parentesi: non posso fare a meno di farmi prendere un po’ dallo sconforto ogni volta che leggo o sento di un’intervista a questo o quell’artista o letterato, fatta diciamo nei primi vent’anni della tv pubblica. Oggi al posto di Zavoli che chiede a Steinberg come si disegna un volto c’è il Mollicone che chiede a Vasco delle pastiglie che prende…

  4. @Federico Gnech

    Non credo che prima la televisione, la paleotelevisione come l’ha chiamata ilsotuttomì Umberto Eco, fosse migliore o che quei momenti che dici tu fossero da rimpiangere (su Rai Educational trovi la stessa zuppa).
    In tv non c’è bisogno di Edoardo Sanguineti o Steinberg (che è un grande senza meno) perché la tv non può fare cultura, non ne ha né tempi né modi. Parlare poi a un pubblico di trenta quarant’anni fa come parlava il Sanguineti/Moravia che ho visto io su youtube ha davvero poco peso comunicativo: chi cazzo ci capisce e capiva niente?
    La tv va riformata nel modo di fare intrattenimento, visto che lo si può fare con più grazia, divertimento, intelligenza e acume di come lo si fa ora dove sputtanano e si sputtanano e basta. Non c’è bisogno di intellettuali che parlano o artisti che si compiacciono. C’è bisogno di artisti che lavorano, e di chi sa lasciare campo alla sperimentazione e dare voce a chi la tv sa farla, ai fuoriclasse.
    Questi nostalgici dell’imbalsamazione comiziale intellettuale in tv proprio non so capirli

  5. in tutta sincerità rimpiango le riduzioni per la televisione che Carmelo Bene ha fatto per la televisione, dal Pinocchio a Riccardo terzo. Questo è fare arte usando il mezzo televisivo… questa è nostalgia.

  6. Grazie a voi!
    Non so di cosa sia lecito avere nostalgia. Io più perdo le persone e le cose belle e importanti, più rimpiango e ho nostalgia anche di quelle piccole, “bruttine” e modeste, della loro bellezza sovra estetica.
    Anzi credo che lo scrivere, l’arte tutta si faccia per nostalgia, per algos, per dolore, di tutte le cose che altrimenti non potrebbero avere più alcun nostos, ritorno.
    Avevo da bambina fra i numi in –ari Rodari e Munari, un libro di Steinberg, oggi anche prezioso e raro, se non fosse stato disegnato quasi in ogni sua pagina da paralleli scarabocchi infantili. Il dsegno stlilizzato, il noumeno delle linee semplici, forti e significanti che lo compongono chiamava il disegno infantile totemico e certe pagine fitte di una mia simulata forma di pre scrittura cuneiforme etrusco-egizia che chissà cosa raccontavano. L’ho visto qualche giorno fa fra i libri, ma ora, dopo aver assolto al suo compito di pesca metafisica, mi si rinasconde.
    C’è in esso la storia a vignette, rigorosamente senza parole, di un ometto che si sveglia, si veste, prende una valigettina nera, esce, attraversa la città, entra in un grande teatro, dove una grande orchestra sta suonando, si posiziona in un angoletto, apre lo spartito sul leggio, apre la valigetta, estrae un triangolo e la sua bacchettina, suona un solo “ding” nel momento in cui lo deve fare, poi lo ripone nella valigetta, la richiude e se ne torna a casa tutto contento.
    Mi viene il dubbio che questo “insegnamento” nella mia vita abbia inciso più di qualsiasi altra cosa.
    Ding!

    ,\\’

  7. Forse ho dato l’impressione del nostalgico, ma di fatto non posso provare nostalgia per gli anni di Eco e soci alla RAI, non avendoli vissuti. E tuttavia sono convinto che la TV possa “fare cultura”anche in modi che non siano ‘performativi’, anche senza un Carmelo Bene. L’ha fatta, per decenni. Oltre a portare musica teatro e cinema là dove non c’erano cinema e teatri e l’unica musica era quella dei cori delle beghine, la tv ha permesso di vedere gli scrittori in faccia, di sentirli vederli parlare. Dice: non ci si capiva un cazzo né ieri né – tantomeno – oggi. Pensa che è proprio quel non capire un cazzo che trovavo stimolante da ragazzino, vedendo i filmati d’archivio (quando la RAI aveva tanti vuoti da riempire, li riempiva così). Mi dicevo: chi è questa gente, di che parla? “La fine del romanzo”? Se era “imbalsamazione comiziale” non lo so, vuol dire che me sto a mummifica’?

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