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work in progress, elegiaco

di Massimo Bonifazio

oppure – da nessun luogo. dal fondo più neutro di un pioppeto,
canale di scolo o gora; dai solchi senza nome, ortiche, pareti
di rovi lungo il muro di cinta, e un là dentro di storie, un oltre
negato. così le ruote nella calura estiva, contro il verde del mais,
e un vasto materiale per narrazioni epiche, se solo qualcuno volesse:
che a migliaia, da migliaia di chilometri, rapiti all’acqua tersa,
al sale, alle ossa dei morti a novembre. oppure anche solo
dal fango distratto dei campi, di questi, e da stalle più prossime,
buone per le ultime veglie / vale a dire le cose precipitate
in quel lago gelato che era alla fine il tuo anfortas, che adesso
non saprai mai: per esempio i colori là dentro, gli umori
aggrumati di scorie degli altri, mai disposti a fornirsi perché:
del cambio del turno, della linea incessante, del dolore del braccio
che tira la leva o arrotola il filo di rame. da dove veniva
chi non sapeva dove andare, come si guardava intorno
chi finalmente era arrivato in un posto, nel mondo;
e come posava lo sguardo sulle operaie in grembiule, d’estate,
in quegli anni in cui ti era finalmente coetaneo.
e l’altra, con la sua bicicletta, per qualche momento diversa
da come l’hai conosciuta. così intenta al suo spazio
da stupirsi che altri, tanti, intorno a lei, che mai
avrebbe chiamato compagni, con pullmann e bici, e alla mensa
tutta quell’allegria di cibo rovesciato in gavette, baracchini,
masticato in dialetti diversi, aspri di agrumi lasciati a marcire,
e lei con il suo: cioè l’unico. e forse non sentirsi più soli,
oppure del resto, più facilmente: sentire che si è troppi,
sfoderata la spada della solitudine e rimasti poi ad ammirarla,
come se fosse più consona, ovvia, in quel raschiare sul fondo,
sentirsi più nobili, per via dell’unico, della primogenitura,
dell’odore dei conigli e la paglia raccolta in balòt,
dell’essere soli a pascolare le bestie, ma soli davvero.
così la mia ruota sul bordo del fosso, e guardano
loro dall’altra parte del muro, uscendo dal turno?
in questa polvere, caldo, che confonde i colori.

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domenico pintohttps://www.nazioneindiana.com/
Domenico Pinto (1976). È traduttore. Collabora alle pagine di «Alias» e «L'Indice». Si occupa di letteratura tedesca contemporanea. Cura questa collana.
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