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Sine die

di Davide Racca

In memoria di Giuliano Mesa

 

luogo – la notte.

salmastro
e astro notturno –
più lucido
– ora,
più sottile

e …

cosa vuoi dire –
ancora?
cosa cerchi di dire?

inutile capire
senza capirsi
e
vedere –
quel che si deve –
senza vederlo più

 

(non vedremo senza capirlo?
non capiremo senza vederlo?)

 

***

 

… ma

ancora prima di sollevare
l’ombra del corpo
dalla tua ombra
sull’orlo – sono andate
giornate
in frantumi e nude
sembianze (vite
nubi sogni
e lividi).

innumerevoli cambi di sede –
la luce era in basso –
voltando le spalle
al senso dei giorni.

avvicinandola –
un pugno di mosche
ha suggerito futuro
all’orecchio del tramonto:

era bianco assoluto…

 

e ricordare ora –
soli –
a ricordare
non serve una sola parola,
memoria –
o un punto qualsiasi
fuori del mondo.

 

le voci di estranei –
gli estremi
dei lembi

… ma

i passi del cancro
proseguivano solitari
nella gabbia di dentro

(maledizione dei dettagli)

 

***

 

non illuderti –

d’improvviso era chiaro:
la marea si alzava –
non era più meta
a portare avanti
verso un dove

(dove?) –

un vagare a vista
(e la vista, anche quella,
che sfocava)

.

l’indebolirsi della luce –
la pelle
sempre più aderente
alle ultime cose –

la voce
dove sgrana per tutti
l’imponderabile impronta di caligine

(è qui che ci prende
la paura della lingua?)

 

non illuderti –

non amministriamo più
la vertigine –

l’ultima stanza
e l’estremo rimedio
hanno posato
il velo –  sigillato
l’inequivocabile patto
con il vero

(ma
dov’era il vero?  eri tu –
fuori di te – più vero?)

 

resta di pietra
il profilo della vita
in quel punto

resta di pietra
l’abito della festa
e i convitati

resta di pietra
la mensa di pietra
di domani?

 

***

 

della voce –
a volerlo – si può conoscere
ogni piega e azione

fino all’ultima declinazione
del rantolo

 

(un notturno visionario –
poi –
ha prevalso
in ogni senso)

 

del corpo della lingua
non resta che mutamento
e pietra –
la mutria evanescente
della luna

 

lo sguardo
si è fatto luce
e tenebra

(cuore e lemure),

con pugno chiuso e
mano aperta – avvicinando
la notte senza tregua –

ti ha attraversato
il buio che hai
attraversato

con ritmo più profondo
nel più profondo vuoto
al centro

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5 Commenti

  1. Applaudo a tanta corposità di lingua. Applaudo.

    Una curiosità. In rete ho letto altri testi di Racca … L’omaggio a Mesa è anche nell’atto di mimare l’andamento dei suoi versi?

    Stan. L.

  2. è un regalo è solo un regalo che davide racca, con queste parole accorte, accostate al corpo totale di G.M., ci dona. grazie.

  3. Gentile Stan, non direi “omaggio” ma “memoria”. Comunque sì, questi testi sono anche un atto di mimesi.

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Domenico Pinto (1976). È traduttore. Collabora alle pagine di «Alias» e «L'Indice». Si occupa di letteratura tedesca contemporanea. Cura questa collana.
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