Le due Sicilie

di Helena Janeczek

Quel che monta letteralmente dalla Sicilia, fa impressione e lo faceva già laggiù. L’isola messa in ginocchio, la gente che si comporta come se fosse scoppiata una guerra. Non basta posizionarsi pro o contro: riconoscere la rabbia di chi è ridotto agli stremi, o avvisare che il movimento è guidato dai fascisti di Forza Nuova. Non basta nemmeno ricordare che se in tutta Italia la politica è sputtanata, la Sicilia rappresenta la più alta realizzazione dello schifo. Tutto vero. Ma nel “movimento dei Forconi” si riflettono problemi nient’affatto particolaristici che non sono quelli del trasporto su ruote. Questo si coglie meglio, tenendo a mente la storia siciliana: dalle lotte bracciantili alla Primavera di Palermo, la Sicilia ha saputo capovolgere la sua arretratezza in battaglie d’avanguardia. Forte non era solo la rabbia, ma anche la consapevolezza dei problemi e degli obiettivi. Ciò che ora ha aggregato le persone più disparate (con qualche mafioso che non può mancare), è un’esasperazione elementare. C’è una voragine tra il proprio malessere tangibilissimo e la complessità sfuggente di quanto lo produce. Di chi è la colpa? Dei ras locali votati fino a ieri, di Monti, dell’Europa, di una micidiale reazione a catena partita dagli Usa? Reagire quando ci si sente schiacciati da un meccanismo inafferrabile, rende attraente accontentarsi di risposte regressive. Bruciare il Tricolore per inneggiare alla Trinacria. O al Sole delle Alpi. O alla purezza autoctona magiara. Quel che preoccupa non sono solo i fascismi identificabili che perdippiù riemergono in terre sin troppo comode da figurarsi come barbariche o miserabili. “Reazionario” ha un’etimologia trasparente. Costa uno sforzo di lucidità non ritrovarsi spinti verso il suo ambito semantico, proprio perché i motivi per voler reagire sono parecchi.

pubblicato su L’Unità, 24 gennaio 2012

11 Commenti

  1. Fatto sta che, in tema di giorni della memoria, se non si vuole tornare agli incubi del passato, è necessaria una svolta radicale in termini di economia politica. Una svolta che passa per la denuncia globale delle banche e del fondo monetario internazionale. Non è comunismo (come griderebbero berluscloni, berlusconetti e bruscolini) ma solo sopravvivenza.

  2. Sagge parole, o quanto! Ma come mai tra Rita Borsellino e Salvatore Cuffaro i siciliani scelsero a piede compatto il pur valido “vasa vasa”attualmente ospite delle patrie galere? Come mai tollerano i privilegi di casta più spudorati del loro “governo” regionale? Come mai la “zona grigia” è così densamente e felicemente popolata? Eccheppalle dare la colpa sempre agli altri (gli Usa, la crisi, Monti, la Merkel…) e non assumersi mai le proprie responsabilità! I gattopardi siciliani hanno perduto i loro refenti politici e, come da tradizione, manovrano il popolino. Storia vecchia, vecchissima….

  3. Tutto giusto ciò che scrivi, però guarda che sulle regressioni etniciste ci sta giocando anche qualcuno, specie, ma non solo, all’estero, che normalmente è derubricato alla voce affidabile liberaldemocratico.

  4. sarà, vivendo nell’isola, questi hanno la faccia degli sgherri del 61 a 0 di anni fa.
    hanno imposto i blocchi con fare mafioso, prepotente, cose da campieri e capimanipolo.
    la benzina è aumentata e gli ortaggi triplicati.
    non credo che sia un’insurrezione, solo far facile presa sul popolo bue, e chi non ci abbocca son ruote tagliate e vetrine infrante.
    insomma, dal mio osservatorio, non ci credo neanche un po’.
    credo solo stiano cambiando determinati “equilibri”……

  5. Re di ingenuità: e come fare a squilibraglieli una volta per tutte, questi famigerati equilibri, questa comoda zavorra e perno della mediocrità civile? A parte utilizzare la rivoluzione ghandiana, intendo.

  6. Qui, anche dopo aver visto ieri sera “Servizio Pubblico”, veramente di Sicilia c’è ben poco.
    C’è l’ovvia caratteristica di una lotta organizzata da piccoli imprenditori che deve inevitabilmente basarsi sull’intimidazione. Mentre infatti due lavoratori dipendenti hanno ben poco su cui confliggere tra loro, soprattutto in presenza di garanzia sindacali, due imprenditori sono costitutivamente in conflitto tra loro, e la tentazione di sostituirsi al rivale sottraendogli il lavoro è fortissima. Così, altrettanto dura dev’essere l’intimidazione. Non è un caso se le lotte fatte dagli imprenditori abbiano sempre qualcosa di malsano.
    Tutto ciò di buono che potrebbe venire da queste lotte sta nel fatto che l’organizzazione che le ha promosse fallisca miseramente, il che equivale a dire che le lotte si snaturino, perchè finchè rimangano negli ambiti opachi che le hanno organizzate, non v’è alcuna speranza cdi cavrne niente di positivo, anzi lascinao immaginare scenari di connivenza, di giochetti politici di infima categoria.
    Ciò su cui mi premeva di più intervenire è questo richiamo dei fascismi. Ecco, io credo che i richiami storici vadano considerati con la necessaria cautela.
    Probabilmente, c’è molto di fascista in questi movimenti se guardati in sè, ma se li consideriamo nel contesto della rivoluzione che sta avvenendo a livello di capitalismo globale, allora potrebbero assumere altri caratteri.
    Poichè sono profondamente convinto che viviamo già in un’epoca post-democratica, allora forse la categoria fondamentale diventa la collusione o la non collusione con l’establishment globale che detiene il monopolio del potere.

  7. La politica non esiste, non è mai esistita in Sicilia. L’unica cosa che avrebbe davvero senso è introdurre l’ora di politica nelle scuole, per cominciare a inculcare l’idea che c’è un modo meno primordiale di gestire i conflitti.

  8. Scusate se mi faccio viva solo ora, ma non ho potuto connettermi per diversi giorni. Grazie a tutti voi, soprattutti ai tanti che hanno parlato delle Sicilia con cognizione di causa.
    Ha perfettamente ragione Giorgio se sottolinea che non sono solo dei rozzi leghisti, degli ungheresi reazionari, ma anche politici e commentatore dal profilo assai più “presentare” a accentuare le regressioni etniciste. Il problema è forse persino più vasto. Penso ad esempio a come si sta muovendo Grillo in questo momento, e non è solo il suo pronunciarsi contro la cittadinanza dei figli di immigrati nati in Italia che mi puzza.
    Preferisco non usare il termine “populista”, perché è un bollino facile facile.
    E quindi riprendo quello più chiaramente circostritto, ma anche più pesante di “reazionario”. Certi ambiti non sono TUTTI reazionari, ma mostrano degli elementi di risposta che vanno in quella direzione.
    Secondo me è bene starci molto attenti. Non per difendere una qualche purezza, e senza escludere a priori alleanze su certe questioni. Ma non credo che basti essere contro il capitalismo globale se si finisce per fare l’interesse dei padroni e padroncini locali.

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Helena Janeczek è nata na Monaco di Baviera in una famiglia ebreo-polacca, vive in Italia da trentacinque anni. Dopo aver esordito con un libro di poesie edito da Suhrkamp, ha scelto l’italiano come lingua letteraria per opere di narrativa che spesso indagano il rapporto con la memoria storica del secolo passato. È autrice di Lezioni di tenebra (Mondadori, 1997, Guanda, 2011), Cibo (Mondadori, 2002), Le rondini di Montecassino (Guanda, 2010), che hanno vinto numerosi premi come il Premio Bagutta Opera Prima e il Premio Napoli. Co-organizza il festival letterario “SI-Scrittrici Insieme” a Somma Lombardo (VA). Il suo ultimo romanzo, La ragazza con la Leica (2017, Guanda) è stato finalista al Premio Campiello e ha vinto il Premio Bagutta e il Premio Strega 2018. Sin dalla nascita del blog, fa parte di Nazione Indiana.