poso la testa sopra i tuoi ginocchi

di Chiara Valerio

Ventitrè anni, e una vita intera,/che ti perdo, Giovanni, e che ti trovo/Tutti questi anni, ci ho messo, Giovanni,/per non mancarti ogni volta di nuovo. La poesia somiglia spesso, e forse anche per una mera abitudine grafica, a una preghiera, a qualcosa che può essere recitato per ottenere qualcos’altro. La poesia, come la preghiera, tiene strette nei versi – anche se sciolti – le richieste, le invocazioni, le bestemmie e le lamentazioni, i desiderata. Quello che voglio, quello che chiedo, quello che odio, quello che amo. La preghiera, come la poesia, richiede esattezza. Signore, compilo intero il miracolo/ oh non lasciare le cose a metà. Così, aprendo Libro delle Laudi (Einaudi, 2012) di Patrizia Valduga, non ci si meraviglia affatto che le laudi del titolo siano tutto questo, solo che, in mezzo al generale astratto dei comportamenti di ognuno, Valduga inserisce – ritornello, mantra e punteggiatura – il nome Giovanni.

Il suo Giovanni, il mio, il tuo, un Giovanni qualsiasi di qualcuno altrettanto. Perché nella specificità, pure biografica, della ricorrenza di questo nome proprio, Valduga riscrive la sua personale versione del mito di Admeto e Alcesti. Di un amore che non può essere moneta di scambio – in vita, ma nemmeno in morte – e che dunque cresce e persevera nell’inadeguatezza sua e degli amanti. Inadeguatezza che è tutto, che fa sì che quando l’amato c’è si possa pure stare da soli, ma quando l’amato non c’è, allora niente è possibile e nulla esiste. I nomi propri, d’altronde, sono in sé stessi, preghiera, e poesia. Esatti. Per lui, di tutti gli uomini il migliore,/prendi tutta la mia vita, signore./

Libro delle laudi è un trittico, il primo pannello è datato “Luglio-Agosto 2004”, l’ultimo “Natale 2010”. In sei anni, i versi di Valduga, hanno cambiato soggetto d’invocazione, dal Signore delle prime liriche al Giovanni dell’ultimo pannello, non più una entità trascendente, un nome comune, un titolo, ma definitivamente un nome proprio, al quale Valduga confessa di non saper più con chi parlare. E se nel primo pannello l’invocazione era alla carità e alla dolcezza e alla comprensione e alla sospensione del dolore, nell’ultimo l’invocazione è all’assenza che ha portato via qualsiasi possibilità di carità, di dolcezza, di comprensione e di sospensione del dolore.

Quello di Valduga è un processo inverso alla transustanziazione, non il pane e il vino che si fanno corpo di Cristo, ma il corpo di Cristo che diventa pane e vino. E Giovanni. Tra i due pannelli, come in Al Faro di Woolf, c’è il tempo che è passato e che ha reso il corpo solo il ricordo di un altro giorno e amare e non potermi abbandonare,/fare l’amore e non poter godere… Come in Al Faro, l’equatore della possessione è all’altezza delle ginocchia (…) perché non era la conoscenza che Lily Briscoe desiderava, ma l’unità pensò poggiando la testa sulle ginocchia della signora Ramsay e Poso la testa sopra i tuoi ginocchi…/Sto bene… Ce la faccio, anima cara…/

Tant’è che come è scritto nella nota, i versi di Patrizia Valduga e di Giovanni Raboni, più che intrecciati, sono accavallati. E la notte si fa e si disfà,/e siamo fatti entrambi senza età:/ha funzionato meglio dell’analisi/il marchingegno della tua pietà.


P. Valduga, Libro delle laudi, Einaudi (2012), pp. 64, 8,50 euro.

[il dipinto in apice è di Dino Valls]

3 Commenti

  1. “Il mondo letterario mi fa orrore:
    ormai ci sono solo giornalisti.

    Non si sa più cosa sia cultura,
    perché la fanno solo i giornalisti

    […]

    Fanno anche gli storici! I filosofi!
    Io non ne posso più dei giornalisti.”

    La Valduga qui si è ricordata certamente dell’epigramma di Vittorio Alfieri:

    “Dare e tor quel che non s’ha
    E’ una nuova abilità.
    Chi dà fama?
    I giornalisti.
    Chi diffama?
    I giornalisti.
    Chi s’infama?
    I giornalisti.
    Ma chi sfama
    I giornalisti?
    Gli oziosi, ignoranti, invidi, tristi.”

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