L’onore dei Kéita

4 aprile 2012
Pubblicato da

di Gianni Biondillo

Moussa Konaté, L’onore dei Kéita, Del Vecchio Editore, 118 pagine, traduzione di Ondina Granato

Pensare che il “giallo” sia solo una moda nazionale passeggera significa non aver compreso appieno quanto invece sia un fenomeno globale davvero particolare. Tutti, oggi, scrivono gialli. Dappertutto. E, brutti o belli, sono diventati a tutti gli effetti sintomi, indicatori di un preciso momento storico. Fra le varie ragioni di tanta fortuna, credo che la principale stia nella duttilità del genere, nella capacità di adattarsi alla realtà che cerca di narrare, d’essere al contempo riconoscibile nella sua essenza e plasmabile a seconda dei narratori che ne fanno uso.

L’onore dei Kéita, per dire, è un giallo africano, maliano per la precisione. Lontanissimo dagli scenari delle metropoli nordamericane, racconta di una indagine del commissario Habib e del suo assistente, ispettore Sosso (tipologia, quella del duo, ricorrentissima nel giallo), i quali, alla ricerca del colpevole di un omicidio, dovranno addentrarsi in un sperduto villaggio governato da un nobile irascibile, custode della tradizione familiare.

Questo di Moussa Konaté non è un noir, bene e male sono ben distinti, e i protagonisti non hanno ombre o psicologie contorte. È piuttosto un giallo classico, un tipico enigma della camera chiusa allargata all’intero villaggio. Scritto senza particolari fronzoli, spesso con una lingua ingenua e dialoghi semplici, il romanzo ha la sua forza nello scenario che racconta, cioè nella realtà che tratteggia e nell’immaginario che ne trapela, davvero nuovi per noi lettori occidentali e allo stesso tempo descritti da dentro, lontano perciò da facili esotismi.

Parlare di delitti per Konaté significa ragionare attorno ai concetti di onore, casta, clan. La legge scritta e la vita moderna, cittadina, devono confrontarsi con consuetudini tribali, spesso implicitamente condivise dall’autore stesso. L’onore dei Kéita è l’ennesima prova di quanto il genere sia ben lungi dall’essere una gabbia. È piuttosto uno strumento. Saperlo usare o meno sta nel talento dell’autore.

[pubblicato su Cooperazione n° 4 del 24 gennaio 2012]

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