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Morgantina

di Massimo Bonifazio

che qui non ci fossero: svolte, pensieri bastanti
a pensare il vasto campo lavico che dalla sua,
o poco distante, avesse: una più mite, un’altra:
logica, luminosa di foglie e di erba che nessuno,
per millenni, aveva calpestato; e rocce rimosse,
altari, gradini di un unico grande teatro
dal cui omphalos mancante la tua voce
potesse finalmente arrivare, spezzarsi
contro l’ammasso di tufi, calcari; arrivare a dire
un’unica, una più quieta luce meridiana,
che rondini uguali già sopra il lamento
infantile – in mano le orride offerte
votive, le mascherine che lo spavento
di morte deforma – attraversavano, e illuso
che ci fossero allora, che queste pietre avessero,
testimoniassero: un senso, un legame;
come se meno, oppure: se più quegli esseri umani
rispetto a quel troppo di miseria presente
che tocca anche te (o prima di tutto)
avessero, fossero una qualche materia, elementi
a nutrire, organare un frutto diverso da quel melograno,
dai chicchi che trovi nel pozzo, confusi oramai
col marciume, immondizia, bottiglie di plastica,
che occupano il resto, adesso, quel che rimane
dello spazio più in basso, infernale?,
che tolgono il fiato alla piccola kore, costringono
in un pozzo di vuoto in un’alternanza di buio
e di buio nel cerchio di eoni, millenni.

morgantina, 26.3.2012

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domenico pinto
domenico pintohttps://www.nazioneindiana.com/
Domenico Pinto (1976). È traduttore. Collabora alle pagine di «Alias» e «L'Indice». Si occupa di letteratura tedesca contemporanea. Cura questa collana.
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