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VIOLA AMARELLI nostra patria

 
a) Nel 1856 Ciccillo è a Zurigo: ci lavora 4 anni, insegnando al Politecnico di Zurigo; vive in una stanza con dei canarini, ama Nina; scrive come sempre di quello che gli pare importante, le parole.
 
 
 

 
 
 
b) Così, il vortice, le luci e i tendini – la statuaria: tenebre e lampi, lanterne lumi radenti: da Caravaggio a Malta, da Roma a Siracusa, passando per Napoli dove arriva dopo – dopo, Jusepe. Corto, tracagnotto beve ogni tratto, ogni tono e l’ombra: abbrunendo, virando al bianco nero passioni, il gran lombardo già errante, giù a Sud più a sud, già corpo sepolto salendo a un ritorno, lo Spagnoletto che s’innamora e, amando e penetrando, lì dentro i quartieri, a ripercorrere strade vichi e sguardi e morti.
 
 
 
 

c) Paese dei vitelli, ora per lo più giovenche.

 

d) Francesco S. a 16 anni perde un occhio in Val d’Ossola. Medaglia d’argento, invalido. Ha studiato violino al conservatorio, suonerà tutta la vita. Nipote di prevosto, ucciso il padre per vendette private durante il ‘44, si laurea in chimica. Alla fine della guerra la Montecatini lo manda a Napoli, a dirigere una fabbrica di plastica nuova di zecca. Torna su solo d’estate alla madre, sul lago. Sposa una minuta, vivace napoletana. Si appassiona di Positano, e di pesce. “Qui non hanno idea di che sia la carne”.
 
 


 
b) L’ingorgo, un tornado, raggiera di misericordia: un laooconte di moto, affollato di carne e di ombre. Non l’avrà mai questa grazia il doppio, l’epigono, il fascinato. Più glaciale, più fisso, più fermo, più vene, a puntasecca il pennello. Inseguendo, oltre, di là della fine. Più felice, di vita. E lavoro. Apparendo. Non così, non così. Merisi aveva alzato il sipario, Ribera da vicino Valencia scendendo deciso lungo un mare e gli agri e i vescovadi, a richiuderlo, cupo. E stracciato. Non così.
 
 

c) Clientes, cordate, clan e. Date, date. Da sempre l’arraffo. La vita ridotta a una riffa.

 

 

d) Mario P. fugge una vita. Dalla madre, dalla famiglia, da un Mezzogiorno di ladri e bugiardi. Scia, per ripicca ad un mare acre. Su in Piemonte, alla scuola ufficiali sposa testardo una alta, limpida, 10 anni più vecchia. In guerra, Africa, colleziona medaglie, inclusa la croce di ferro di Rommel. Rifiuta di imbarcarsi col suo generale all’armistizio. Fugge, coi suoi soldati. In Albania, coi comunisti sulle montagne. Altra medaglia. Ritorna, lavora, il direttore di produzione, per film neorealisti e b- movie L’alta e limpida muore, assai vecchia. Mai avuto figli. Resta con un badante, africano, in una Roma indecente. A volte parlano, di deserti e terra rossa. Niente mare.
 
 
c) Palafitticoli, illirici, fenici. Ondate di greci: il 99% del dna ora adesso. Franchi, ostrogoti, longobardi. Un ponte. Una campata appenninica, faglia di azzurro. Sole. E alpi. E pietre, bianchissime, a mare. Splendore: tessuti in ricamo e rovine.
 


 
b) Entrando, alla chiesa, la poverella stesa, deposta, seppellita, una radiosità arcuata, un chiarore diffuso ad affogare, affocata come negli occhi dei ciechi, diluendo, trascolorando la luce. E la vita. Santa Lucia, a Siracusa, stretta finissima a Ortigia, dal cielo di monti a quello africano vicino, vicino, Merisi.
 

d) Su giù, l’inverso, una vecchia canzone: il mondo intero.


c) Due braccia, due gambe, due occhi: uguali, almeno la maggior parte.

 

a) Ciccillo negli ultimi, lunghi anni, al buio, riaccecato, come ogni indovino, come ogni poeta.
 
“Perciò non mi piacevano i pleonasmi, i ripieni, le riempiture, le perifrasi, le circonlocuzioni, le parentesi, i lunghi e armoniosi giri del periodo, l’abuso delle congiunzioni e delle inversioni. Tutto questo era roba da esser gittata a mare.” – Francesco De Sanctis da ‘La Giovinezza’
 
 
 
 

10 Commenti

  1. che ritmo la scrittura di Viola! letto d’un fiato, dondolando col piede fino alla canzone e ancora girando per tutto questo mondo di storie.

  2. Viola Amarelli è speciale davvero. Mi piace molto questi stacchi da un quadro all’altro, mi piace il riferimento al grande Cicchillo De Santis, insomma è un testo denso e pieno di vita e di vite
    Grazie ancora Viola!

  3. bene, metti Ciccillo in epigrafe (anzi, direi in ipògrafe, neologismo mio, forse), come se fosse il risultato da raggiungere di una equazione, un “=”. Quello che lui dice tu fai, egregiamente. I punti b) farebbero la felicità di un Roberto Longhi che viaggia alla velocità di internet. Intreccio tra arte e storia che non è tutta patria nostra, ma che rende bene, proprio in maniera felice, l’idea che non siamo messi proprio felicemente.
    abbracci

  4. grazie a tutti, ma soprattutto a Puecher per il mirabile “montaggio” di questo testo, prossimamente sull’ultimo numero di “Sud”, V.

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,\\' Nasce [ in un giorno di rose e bandiere ] Scrive. [ con molta calma ] Nulla ha maggior fascino dei documenti antichi sepolti per centinaia d’anni negli archivi. Nella corrispondenza epistolare, negli scritti vergati tanto tempo addietro, forse, sono le sole voci che da evi lontani possono tornare a farsi vive, a parlare, più di ogni altra cosa, più di ogni racconto. Perché ciò ch’era in loro, la sostanza segreta e cristallina dell’umano è anche e ancora profondamente sepolta in noi nell’oggi. E nulla più della verità agogna alla finzione dell’immaginazione, all’intuizione, che ne estragga frammenti di visioni. Il pensiero cammina a ritroso lungo le parole scritte nel momento in cui i fatti avvenivano, accendendosi di supposizioni, di scene probabilmente accadute. Le immagini traboccano di suggestioni sempre diverse, di particolari inquieti che accendono percorsi non lineari, come se nel passato ci fossero scordati sprazzi di futuro anteriore ancora da decodificare, ansiosi di essere narrati. Cosa avrà provato… che cosa avrà detto… avrà sofferto… pensato. Si affollano fatti ancora in cerca di un palcoscenico, di dialoghi, luoghi e personaggi che tornano in rilievo dalla carta muta, miracolosamente, per piccoli indizi e molliche di Pollicino nel bosco.