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Per l’abolizione della rassegna radiofonica dei giornali

di Giacomo Sartori

Quando sono in Italia la mattina ascolto la rassegna radiofonica dei quotidiani. Addentando una mela autoctona mi lascio ipnotizzare come moltissime altri italiani dalle frasi monocordi del giornalista di turno che compita il tal articolo del tal giornale. In genere lentamente, come chi non è abituato a leggere in pubblico, e si sforza con più o meno successo di avere una dizione chiara. Come è noto i giornali italiani parlano moltissimo dei politici italiani, anche quelli che non vota quasi nessuno, o che ne hanno combinate di cotte e di crude, quindi nella rassegna stampa è molto questione di dichiarazioni e di ruttini giornalieri di politici italiani. Il giornalista legge le frasi dei colleghi giornalisti che a loro volta citano le frasi e i ruttini quotidiani di politici più o meno presentabili. A tratti la sua respirazione tradisce la riprovazione, l’incredulità, a tratti l’encomio, ma prevale pur sempre il passo rassicurante dell’oggettività, del rispetto per il pluralismo giornalistico. Per scrupolo di pluralismo vengono spulciati anche i deliranti quotidiani finanziati dai partiti politici che non legge proprio nessuno, a parte appunto i giornalisti delle rassegne stampa. I brevi commenti che intramezzano la lettura monocorde sono in genere ponderati, empatici con la grave situazione del paese, pieni di giornalistico buon senso: buon senso di destra se il giornalista lavora in un giornale di destra, buon senso di sinistra se il suo giornale è di sinistra. Nel complesso sorge la netta impressione che i politici cialtroni abbiano gioco facilissimo proprio perché ci sono dei giornalisti che propalano in modo acritico le loro cialtronerie. E nello stesso tempo si ha la riprova di non contare nulla, di essere ineluttabilmente tagliati fuori dal gioco. Io certe volte vorrei spegnere la radio, ma sono avvinto da quella interminabile spirale di autoreferenzialità giornalistica al servizio della cosiddetta politica, come suppongo avvenga a tanti altri italiani. Dopo qualche minuto di pausa, sempre con l’identica pubblicità per un autoctono programma informatico, cominciano le telefonate degli ascoltatori. Finalmente qualcuno che non è giornalista!, mi dico, avvitando la macchinetta del caffè. Con i loro autoctoni accenti regionali la maggior parte degli ascoltatori commentano però anche loro le frasi dei giornalisti commentanti le frasi dei politici, o più spesso tirano fuori ciascuno la propria idea fissa, la propria personale soluzione ai deprimenti malanni del paese. Si vede che hanno le idee un po’ confuse, ma sono pur sempre convinti di avere la soluzione in tasca. Spesso hanno la tendenza a dilungarsi un po’ troppo, e allora il giornalista della rassegna li invita gentilmente ma fermamente a venire al sodo, a formulare la domanda. Il più delle volte il giornalista non sa poi tanto bene come rispondere alla famigerata domanda, ma mette pur sempre lì frasi pregne di giornalistico buon senso di destra o di sinistra. Non si può sapere se l’ascoltatore è pago della risposta, perché la sua voce nel frattempo è stata tagliata, tagliata per sempre. Qualche volta spengo la radio, perché devo uscire, e ne provo sollievo. Poi però in macchina la riaccendo, perché in fondo sono affezionato a quelle voci escluse dal gioco con i loro autoctoni accenti regionali, e io stesso nella mia testa mi invento delle zoppicanti soluzioni ai deprimenti malanni del paese. Un giorno potrei chiamare anch’io, mi dico.

(questo articolo è stato pubblicato sul bimestrale italo-francese “FOCUS IN“, n° 15, mai – juin 2012)

9 Commenti

  1. La pubblicita’ Zucchetti e’ la peggiore dall’invenzione della radio!
    Ma “Prima Pagina” non si tocca.

  2. come alternativa c’è il mitico bordin a radio radicale, anzi “rradigale”…quello è SOLO politici italiani e loro dichiarazioni. Per quel che concerne le pubblicità “da prima pagina” terribili segnalerei “la patata allo iodio”…

  3. Viene chiamato masochismo quando si prova un certo piacere a ripetere azioni che in qualche modo ci fanno soffrire :-)

    Qua in Spagna c’è una cosa simile…solo che nella TV: di mattina, verso la 1am, un…giornalista (?) mostra le copertine dei diversi quotidiani (di destra e di sinistra, impossibile immaginare altre tendenze politiche…)del giorno dopo. Dopo questo, le copertine sono commentate da altri…giornalisti (?) e dal conduttore della trasmissione. Finalmente una ragazza (chissà se giornalista…) condivide in pubblico alcuni dei commenti versati nei diversi social network. Tutto nella tv pubblica.

  4. una volta giocavo a non sapere per quale testata scriveva il giornalista di turno e cercare di capirlo, ma è un gioco non più divertente, si capisce immediatamente e non dai contenuti, ma dal tono, dai termini, dal fermarsi della voce su questa o quella parola; questo quando va bene, cioè quando il giornalista di turno è al di sopra del minimo sindacale; a volte invece vorresti entrare nella scatola della radio per mandarlo a zappare, il giornalista di turno, con tutto il rispetto per la zappa

  5. Come disse una volta Aldo Busi in modo felice, i giornali italiani «sono giornali che vale la pena di leggere soltanto se li trovi nel bar o dal barbiere. Mai comprare un giornale italiano, devono morire tutti. Quando c’è un segno vero di civiltà in Italia, abbiamo un giornale che chiude».

    Figuriamoci la rassegna stampa radiofonica, e figuriamoci la trasmissione successiva che prende una scheggia della rassegna stampa la gonfia e ce la fa esplodere in faccia; mi riferisco a “La Città”, quello sfogatoio isterico in cui frammenti di pareri di “esperti” sono intervallati dai messaggi urlati ed apocalittici del pubblico sempre presente sul pezzo, che ha un’opinione su tutto e ci tiene ad imporla.

  6. io non credo che i giornali italiani dovrebbero chiudere, dovrebbero per me provare a essere migliori, ma trovo anch’io avvilente l’appiattimento delle rete culturale radiofonica sull’informazione giornalistica, invece di provare a andare più in là, e sulle opinioni e gli sfoghi degli ascoltatori (anche se delle schegge di verità escono sempre per carità); il paragone con l’intelligenza, l’apertura, la “mordenza” di France culture nella nella stessa fascia, tanto per fare per esempio (io conosco quello, ma certo in altri paesi ci saranno altre cose interessanti), è illuminante; perchè queste cose nessuno le dice?

  7. anch’io ascolto bordin , se non altro non ci sono i pareri insulsi degli ascoltatori i quali poveretti non avendo il diritto di replica sono comunque manipolati dal giornalista di turno, il più delle volte ancora più insulso e conformista di chi telefona.

    Maria

  8. Non sparerei nel mucchio.
    Norma Rangeri e Loris Campetti, l'”operaista”, non sono niente male.

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giacomo sartori
giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016), Baco (Exorma, 2019) e Fisica delle separazioni (Exorma, 2022). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese. Di recente è uscito Coltivare la natura (Kellermann, 2023), una raccolta di scritti sui rapporti tra agricoltura e ambiente, con prefazione di Carlo Petrini.
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