La pioggia

di Massimo Bonifazio

tutto questo per dire: non funziona, non riesce, non
è questo che intendevo. (la pioggia non aiuta; la pioggia
è un dato di fatto che si interseca con curiose
disposizioni d’animo, di ordine genetico? la pioggia
è il resto, e infatti c’è chi si avvicina a una finestra,
guarda il cielo. l’ultima volta a me è capitato
nella famosa città del sud, con l’elefante, e ho pensato
che cielo è, questo cielo che nell’altro
posto non è lo stesso cielo, stillicidio è l’unica parola,
mentre l’isola conosce acquate monsoniche e piovaschi, ma niente
pioggerelle, nebbie. vale a dire la famosa città;
che ci vogliano anni, poi, cioè decenni, a intersecare,
unire, a fare in modo che la pioggia non sia
necessariamente uno stato d’animo, in sé e per sé,
ma uno stato esterno che non fa che riquadrare, incorniciare:
e alla fine ci si scontra con quello che si ha dentro, a strati,
nel solito percorso elicoidale, nelle soluzioni di continuità
del reale, cioè dell’esperienza, specie quella intima.
venire a patti coi neuroni, o anche:
volgarizzare le scuole psicologiche, avvertirsi
come un campo di esperienze, appunto, separate
da scissure, crepe: ovviamente incolmabili,
altrimenti non ti spiegheresti gli atti senza verso,
tipo l’ingozzarsi di lardo o di nutella, tipo la testa
‘meravigliosamente fra le nuvole’, tipo gli omissis
che fanno di te ancora e sempre un ragazzino.
(hai voglia a darti a spiegazioni antropologiche
– cioè antropo-illogiche: che siano esigenze della specie,
e noi meri strumenti, atti a nient’altro
che a propagare il seme: ma intanto i sentimenti,
il malumore, le farse e i melodrammi:
ma intanto il malamore, e la pioggia,
con il suo addentellato depressivo. ma intanto
la tenerezza degli odori, aromi: metti l’afrore
di certe donne d’estate, delle poche capaci di mostrarsi,
di non nascondersi dietro al velo di un profumo
(e non spieghi anche questo, in fin dei conti,
con gli ormoni?), o anche, della pioggia, dopo:
le foglie marcescenti, il sottobosco, o ancora
le spezie negli stipi, i cespi di lavanda, rosmarino,
la salvia e la mentuccia: odori grati, per cui provare
uno sgomento moderato: che vuoi farci, alla fine,
che ne sai.

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11 Commenti

  1. Ogni volta che leggo un testo poetico di Bonifazio, ho come la sensazione di trovarmi di fronte a un *evento* – una sensazione provata non più di quattro o cinque volte negli ultimi dieci anni.

    Lo trovo uno straordinario scrittore di versi.

    fm

  2. Filosofia della pioggia- amo la poesia che interroga la frazione del mondo con la mente. La pioggia- è per me il respiro della mente roccia- dopo tante stagioni,
    l’improvvisato- la libertà- la felicità di tornare bagnata in casa- parlo di pioggia mite- di corpi alzati tra pioggia verticale e strada- del profumo che tutti riconoscono- del verde più verde della palma- Non parlo della pioggia abituale, quotidiano oceanico, della pioggia che non si arrende- E’ la pioggia dei paesi senza acqua, già fatta come corpo erotico, pioggia cruda nella mente- di liberazione su terra maltrattata-

  3. quando entro in home e leggo “di Massimo Bonifazio” so che devo leggere per forza. ed è sempre così, una conferma.

  4. sono tornata per rileggere la città dell’elefante (Catania, vero?) e la mia isola senza piogge insignificanti che non sanno di pioggia e nebbioline. In effetti in quest’isola i contrasti sono netti, o respiri a fatica o affoghi ‘nti ruzzulaserpi
    ripeto il mio bravissimo, bravissimo.

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Domenico Pinto (1976). È traduttore. Collabora alle pagine di «Alias» e «L'Indice». Si occupa di letteratura tedesca contemporanea. Cura questa collana.
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