Il trecentista da riporto

2 febbraio 2013
Pubblicato da

di Andy Violet

Per te risulto antico e medievale
un vate con in mano piume d’oca
che scrive nottetempo a luce fioca
sulle pelli essiccate d’animale
 
non come te, scrittore minimale
anarchico poeta che disloca
i versi come vuole e per sé invoca
la morte di ogni regola formale.
 
Ristagno nei lirismi primitivi
un vezzo che al tuo gusto appare sciapo
nient’altro che conati compulsivi
 
di trasformare un testo in rompicapo
mentre tu hai conquistato quando scrivi
la sacra libertà di andare a capo.

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20 Responses to Il trecentista da riporto

  1. enrico dignani il 2 febbraio 2013 alle 18:55

    Caro Andy racconterò di te alla notte cose alla curiosità preziose e sarò poeta.

  2. nc il 3 febbraio 2013 alle 01:03

    :) bella, mi piace molto.
    (anche se io mi tengo la mia sacra libertà)

  3. enrico dignani il 3 febbraio 2013 alle 11:46

    O frate», disse, «questi ch’io ti cerno
    col dito», e additò un spirto innanzi,
    «fu miglior fabbro del parlar materno.

    Versi d’amore e prose di romanzi
    soverchiò tutti; e lascia dir li stolti…

    Purgatorio XXVI, 115 ssg.

    La voce è quella del “lussurioso” Guinizelli, che addita a Dante Arnaut Daniel, “il miglior artefice del volgare” (il parlar materno, in opposizione alla grammatica, cioè al latino)… Oltre a proclamare coraggiosamente la superiorità morale e letteraria del volgare, lingua sensibile e duttile, capace di dar vita a grandi opere letterarie, Dante si serve in questi versi di una metafora estremamente significativa: quella del fabbro.
    (di giulia ichino)

  4. didi il 3 febbraio 2013 alle 12:01

    Perché uno sente il bisogno di scrivere cose di questo tipo?

    • daniele ventre il 7 febbraio 2013 alle 20:23

      Perché è necessario.

  5. Carla il 3 febbraio 2013 alle 14:54

    l’architettura, fin dai tempi antichi, è sempre stata la migliore consigliera
    quando poi si unisce al genio per diletto

    (un nuovo Verlaine a luci rosse è alle porte).

  6. fabio teti il 3 febbraio 2013 alle 19:08

    contenti voi.

  7. enrico dignani il 4 febbraio 2013 alle 10:05

    Questo andare a cercare con i commenti un qualche qualsiasi senso compiuto non è male, si è contenti con il facile profitto, io lo ammetto, cosi quando Nietzsche parla male dei poeti immagino che non allude a me.

    • fabio teti il 4 febbraio 2013 alle 10:28

      non mi riferivo ai commenti, eh.

  8. daniele ventre il 6 febbraio 2013 alle 13:06

    note esplicative a margine, per quelli a cui non fosse chiaro il tono:

    http://www.zibaldoni.it/2013/01/31/speciale-elezioni-1/

    (con particolare riguardo al secondo giambo)

    e

    http://www.zibaldoni.it/2013/02/04/speciale-elezioni-2/

    e detto l’ho perché doler vi debbia.

  9. Undadoacentocinquantaquattrofacce il 7 febbraio 2013 alle 15:36

    “Il sonetto è tornato di moda”

    La cultura industriale dei padroni
    rimane sempre uguale, ancora vale
    la scrittura campale di Volponi
    (leggevo ““Le mosche del capitale”),

    con Nasapeti a far le opposizioni
    mesmerizzando il mondo immateriale
    lungo l’abisso delle irrelazioni
    tra economia, politica e reale.

    Le mode passano, qualcuna invecchia,
    tutto resuscita se trova un target;
    l’industria culturale in sè si specchia,

    provando nomi per chiamarsi bella,
    intitolarsi con allori e targhe
    qualche giustizia e qualche buona stella.

  10. daniele ventre il 7 febbraio 2013 alle 20:51

    In fondo la retorica accademica
    ha sempre vocazione di stereotipo,
    purché si fissi in dogma e dagherrotipo
    la legge in voga nella forma endemica.

    Non conta molto il cambio del prototipo
    né poi la semeiotica epidemica,
    ma solo la tendenza un poco anemica
    che domina il gregario e il suo biòtipo.

    C’è stato il tempo dei balocchi arcadici,
    dei petrarchismi, il gioco dei romantici
    la fantasia dei dannunziani sadici,

    poi le avanguardie lì a sfiatare i mantici:
    ma dopotutto certe forme restano
    a onta delle capre che le pestano.

  11. domenico pinto il 8 febbraio 2013 alle 00:09
    • daniele ventre il 8 febbraio 2013 alle 13:04

      Che sfizio però -per smerdare il sonetto ha dovuto farne uno :D

  12. Espen il 8 febbraio 2013 alle 00:37

    ecco una capra, un animo diverso
    che pesta indegnamente questa forma
    ma sento che qui pur compare l’orma
    del sacro ritmo che va oltre il verso

    son vate indegno però ho di traverso
    tutta la sarabanda, quella torma
    di gente che non sa mettere a norma
    né metrica né rima e il ritmo ha perso.

    mi piace l’arte magica, e il sonetto
    è magico, ne sa qualcosa il vate
    che primo rese omaggio a questa stanza

    ma adesso va più in voga l’incostanza
    non frega che son sette e son baciate
    perché è lo zero il numero perfetto

  13. rmorresi il 8 febbraio 2013 alle 11:40

    è divertente, però – perdonami – certe volte mi permetto di pensare: vabbe’, daniele, ma in fondo che te ne frega?

  14. daniele ventre il 8 febbraio 2013 alle 13:02

    mi sa che hai ragione, ma c’è un punto da mantenere ;)

  15. Undadoacentocinquantaquattrofacce il 8 febbraio 2013 alle 22:45

    Ed io, che ho sempre detto che era un gioco
    saper usare o no d’un certo metro,
    non ho bisogno di passar col fuoco
    quest’arido terreno, nè lo spietro,

    nè crescita, nè messe alcuna impetro
    con questo salmodiare lento e roco;
    che tra le buste, i copertoni, il vetro,
    già crescono la rosa, il giglio, il croco.

    E sopra tutto cresce la gramigna:
    su endecasillabo e su settenario,
    su prosa, verso libero e figura,

    nell’aura residuale dove alligna
    l’egomaniaco sfarsi velleitario
    d’una poesia che è posa e posatura.

    Ma a stare tra tignosi vien la tigna,
    e il mondo è tanto vasto e tanto vario
    che non ha senso darsi tanta cura

    nel coltivare un’espressione arcigna
    da eroico combattente solitario
    che sfida l’orda e spazza la lordura.

  16. Espen il 9 febbraio 2013 alle 22:52

    Tieni punto
    con puntiglio
    ma lo piglio
    per l’appunto
    (non sei l’unto!)
    per consiglio.
    A un appiglio
    sono giunto:

    Sarà vero:
    tutto trito
    tutto frusto,

    Ma il sincero
    è gradito
    come il gusto.

  17. Simone il 11 febbraio 2013 alle 17:25

    come mi piacciono i versi in rima!



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