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Materiali per una critica della più celebre forma poetica di origine italiana

di Robert Gernhardt

rifacimento di Lisa Scarpa

Così di merda li trovo, i sonetti,
talmente angusti, rigidi e dappoco;
mi fa proprio girare i cosiddetti
che chi li scrive, chi discopre il foco

sacro di continuar con ‘sta cacata;
il fatto solamente che lo faccia
mi manda in vacca tutta la giornata.
Io m’inceppo. E la collera s’affaccia

avverso il fottutissimo cacone
che con le seghe m’ingorga, quel bonzo,
e mi risveglia dentro l’aggressione.

Non so cosa motivi questo stronzo,
né sia che a saperlo tempo perda:
io li trovo i sonetti assai di merda.

Materialien zu einer Kritik der bekanntesten
Gedichtform italienischen Ursprungs

Sonette find ich so was von beschissen,
so eng, rigide, irgendwie nicht gut;
es macht mich ehrlich richtig krank zu wissen,
dass wer Sonette schreibt, dass wer den Mut

hat, heute noch so’n dumpfen Scheiß zu bauen;
allein der Fakt, dass so ein Typ das tut,
kann mir in echt den ganzen Tag versauen.
Ich hab da eine Sperre. Und die Wut

darüber, dass so’n abgefuckter Kacker
mich mittels seiner Wichserein blockiert,
schafft in mir Agressionen auf den Macker.

Ich tick nicht, was das Arschloch motiviert.
Ich tick es echt nicht. Und ich will’s nicht wissen:
Ich find Sonette unheimlich beschissen.

Robert Gernhardt: Wörtersee. Zweitausendeins, Frankfurt am Main 1981, S. 165.

38 Commenti

  1. AUTORITRATTO CON PIPPA
    a Federica

    Che malinconica notte m’aspetta
    a casa mia mi trovo, sono solo,
    sto cercando se c’ho ‘na sigaretta
    e una birra dopo l’altra mi scolo.

    Afferro quanto di più personale
    in mio possesso e mi scrollo di dosso
    questo eccessivo peso, faccio sesso
    con me medesimo: l’è naturale!

    È il solo modo di sentirmi vivo:
    scrivo, bevo, mi drogo, scopo, dormo…
    se proprio devo dormo tutto il giorno,
    mi fo una pippa e dico ultimativo:

    di questa solitudine mi adorno
    e della compagnia di un bel film porno.

  2. Ho trovato questa:

    Dichiarazione

    Ho un forte sentimento per te.
    Se penso a te,
    mi dà una botta.
    Se ti sento,
    mi dà una scossa.
    Se ti vedo,
    mi dà una fitta:
    ho un forte sentimento per te.

    Allora devo passare io a portartelo
    o vieni tu a prendertelo?

    Robert Gernhardt

    Da Corpi nei caffè (1987)

    Traduzione di Gio Batta Bucciol

  3. Studio n°3 “Da negri”* (di sergio soda star)

    SE TU DIRE BOGGIORNO IO INCAZZO
    RISPONDE VAFANCULO. IO MATTINA
    ALZO SEMPE ORE 6 PE ANDARI IN
    ATOBUS 24 FACCIO MAZZO

    COSì METROPOLITANA DI MERDA.
    POI CONTROLLORI SU TRENO SARONNO
    SCASSI CAZZO CO CAMBIO CLASSE PER
    DARE A LORO. IO SEMPE AVERE SONNO

    QUANDO FACCIO LAVORO. POI SIGNOR
    PRESIDE METTE COLLEGIO DOCENTI
    DI MERDA O FA VENIRI DOTTOR

    SAVOLDI. LUI HA PASSATO IL 22
    E NON è PAGATO. IO FA MAZZO.
    MA QUALI BOGGIORNO! BOGGIORNO O CAZZO!

    *”Da negri” è l’amaro sfogo di un povero supplente emigrante il cui linguaggio rivela una sconvolgente verità: l’avvenuta trasformazione dell’inconsapevole Prof in extracomunitario.

  4. Ma che c’entra questa poesia, che farebbe un’ottima figura anche a “Zelig”, con quello che fa il poeta estone (di lingua tedesca)?

    E’ come mettere insieme le carrube e l’uva. L’uva me la mangio io, le carrube i cavalli (massimo rispetto per i cavalli, che poi arrivano gli animalisti a protestare):

  5. @borghese
    Se vuoi, di’ qualcosa sui versi di Gernhardt, o mettici al corrente della tua vasta produzione. Non fare il piantagrane, in alcun modo.

  6. mamma mia… che modi… – relativamente alla mia produzione non ho mai prodotto granché. – mamma mia… ‘in alcun modo’… e che è?!…

  7. Non so il tedesco e non posso giudicare della traduzione.
    Ma il sonetto è bellissimo.
    Quindi, anche se fosse una mediocre traduzione, la traduttrice
    sarebbe comunque un bravissimo poeta.

  8. Quando ho scritto il commento che precede questo, non speravo più di avere il parere di un mio amico tedesco, a cui mi rivolgo per saperne di più, su certe cose che leggo.
    Invece l’autorevole parere, almeno per me, è arrivato.

    *

    “Sono un gran adoratore di Robert Gernhart, le sue poesie le amo molto. La traduzione è riuscita molto bene. Faccio tanto di cappello a questo lavoro.”

    K.B.

  9. Dobbiamo essere grati a puritani e puristi:
    ci rendono migliori.

    Non osando dire ciò che pensano (sarebbe volgare!)
    lo fanno capire con parole scelte: coprolalia!

    E “coprolatici” non esiste.

    Dicessero: stronzata, dovrebbero finire con: ‘sti stronzi.

  10. Ma sono i profondissimamente puritani che parlano sempre di cacca, dear soldato, come i bambini: volendo parlare di entrailles (visto!? un’altra parola scelta) propendono per quelle più innocenti, intestinali, originarie. Poi, se vanno in città, passano alle altre.

  11. forse il nostro era semplicemente affetto, e lo dico con affetto, della
    sindrome di tourette, la quale, come oliver sacks spiega bene nella sua
    antropologia martiana, “era caratterizzata, soprattutto, da tic convulsi,
    dall’imitazione o ripetizione delle parole o delle azioni altrui (rispettiva-
    mente, ecolalia ed ecoprassia) e da imprecazioni e oscenità verbali invo-
    lontarie o compulsive (coprolalia).”

    p.s. per domenico pinto: silenzio assenso per trasbordare l’articolo Suo?

  12. Ma che tristezza. Dissacrare l’idea di sonetto: siamo sinceri: ma a voi sembra una cosa originale? che è? che è ‘sto regresso nella parodia anzi pueridìa, oggi che il mondo chiede alato raid? Già mi sgustò l’orribile sestina, poc’anzi, di un Lorenzo Durante*… Ora, questo sonetto gernhardtesco volutamente autolesionista nella sua autoreferenzialità, è anche lesionista delle referenze dell’autore, che fa la figura della mente involuta (cioè, figuriamoci, io non lo stipendierei manco come dattilografo); e mi stupisco che un gourmet come Pinto, discopritore di ben altre gemme, ci serva in tavola certa letteratura-spazzatura, che la poteva fare proprio chiunque (e questo ch’io dico, chiunque lo poteva dire). Qual è il senso dell’operazione, se ne ha? Intanto ha, essa, tutto il mio dissenso.

    * Da Alcali. Antologizzata alle pp. 670-671 di Parola plurale. (Aneddoto meraviglioso: prendo detta antologia per cercare la sestina, non ricordavo il nome dell’autore, e oso aprirlo a caso sperando nella magia universale, senza pensare al probabile e all’improbabile. Miracolosamente il librone, di 1182 pagine, si apre esattamente alle pp. 670-671. Dopo ciò, cugini, sono pronto a ogni ordalia.)

  13. Sostengo la proposta di Pinto – sul serio, anche se il mio nick pare una parodia del suo nome.
    A dispetto della rappresentatività affatto parziale (ma neppure del tutto peregrina) del sonetto qui tradotto, Gernhardt è forse il più aggraziato e il più alato dei poeti tedeschi del secondo novecento. Un maggiore, senza dubbio.

    (Io, in ogni caso, nel chiuso della mia cameretta leggo ad alta voce dai suoi opera omnia almeno una volta al mese e ne esco rigenerato.)

  14. Beh, l’ho già scorta e scorsa ieri quella pagina che mi linki, Pinky Pinty.

    E non mi pare, a da lì giudicare (ma dovrei approfondare), che il contesto degli opera omnia dell’Astounding Estonian sia tale da giustificare la promozione internazionale del sonetto di cui sopra, che se vale così poco da decontestualizzato, da contestualizzato non credo possa valorizzarsi molto di più, se è vero che la cifra del poetare gernhardtesco (la vena tragica sotterranea ce l’abbiamo tutti) è fondamentalmente la parodia; e la parodia come genere letterario è cosa assolutamente sorpassata, sbatto lo scarpone sul tavolo, che solo a sentirla nominare mi sale una noia che mi riempie di gioia al pensiero di avere sfogato da piccino la vena parodistica e così da grandino essere immune alla sua tentazione.

    Scusate la prosopopompa se dico che la letteratura del XXI secolo ha sete di un’esplosione nella roccia, che origini le scaturigini di tutto un nuovo maremondo di modi e moti e miti. Uno fatica tanto per disimpastoiarsi dal postmoderno, e poi deve inciampare nel rastrello della peggiore postmoderneria? la più o meno gratuita parodia, lo sfregio rastrelliero dell’antico e del moderno e dell’eterno?…

    L’eterno: è questo il punto-ponto, o Pintemonte…

    Non ci si faccia ingannare dal mio aver decostruito (e ricostruito alla rovescia), in gioventù, il romanzo storico: credete, non s’è fatto apposta.

    O non è tempo, ubique et nunc, di decostruire ogni decostruzionismo?

  15. par odìa parodia o par odiar?

    così risposi a chi mi tacciò di parodiar ora mai è gran tempo

    la singolar tenzone

    s’io fossi dante e Lei Donati arderei
    lo ‘ngegno mio qual sia per dirLe una fia
    per tutte che faria di questa graphia
    Sua: io ne la torrei via, né la vorrei

    qual mia. Le riporto donde ha, a torto
    o a sragione, torto tal mio contorto
    dire: quel dimonio, d’alluso conio
    Suo, discende, trigonio, qual testimonio

    di cerbero illeso, forse dipeso
    da Cerbero leso, forse di peso
    a cotanto pensar: secreto poetar

    escreto in vece non sia sol tanto sòn
    di note ignote con che dican din don,
    ma di can infuocar le fauci ove far

  16. @Marco

    Il Pinky Pinty, a cui non puoi raccontare frottole sulla parodia, ché rappresenta sempre il 99% della tua dizione, un perpetuo falsetto funestato da fantasie barocche – cui poco gioverebbe stola e acqua santa, tanto soffri di xenoglossia – ti suggerisce di andare a prendere aria altrove.

  17. S’io fossi er papa, chiuderei bbaracca,
    e andrei a distribbuí’ ppreservativi
    pe rrimedià’ a tant’anni de cattivi
    consiji ch’àn menato er monno in cacca.

    Poi, ggiusto pe nun battere la fiacca,
    je direi ar segretario: «Scrivi, scrivi;
    famo na bbella enciclica che arivi
    ar core de la ggente: ’sta patacca

    de la croce, levamola dai muri,
    e a ttenecce lontano dai malanni
    mettemoce un ber Priapo pompeiano;

    e sse levi ogni mmonaca li panni,
    ne li ospedali, acché mmejo te curi;
    e sia albergo ai porelli er Vaticano».

  18. Carissimo dottor. Palasciano, non faccia così, la prego. Essere palloni gonfiati non è una buona attenuante.

    Come per altri amici scrittori, anche lei voglia assumere, a ore pasti, 2 compresse di Miruderol al dia, in combinazione con 30 gocce di Cadaverilene Malmostato.

    Questo dottore per quindici giorni.

    Mi voglia scrivere alla mail karotene@gmail.com per segnalarmi il suo stato (insomma se continua ad avere allucinazioni egotiche, miraggi mitici, burn-jumping e manifestazioni traslate di altro tipo).

    Con l’occasione informo che ho riaperto il mio studio di Perugia dopo due mesi di rigenerante stop.

  19. ammappa.
    rientro alla grande.
    prevedo un altro bell’annetto da sottosuolo.
    si canalizzassero tutte queste belle frustrazioni in qualcosa di utile, anche non socialmente. l’amor proprio ad esempio.

  20. il sonetto romanesco, per strano che possa sembrare, se lo è potuto permettere, in tutta la storia dell’umanità, solo giuseppe giacchino belli.
    dunque pensavo si fosse definitivamente rinunciato a produrne.
    e invece no.

  21. Oh beh, mica s’è fatto apposta (poi non son mica romano): me l’ha chiesto un collega ludolinguista per una serata sul comico in poesia, ché si doveva trattare di satira papale, a un punto, e lui voleva un testo mio da accostare a uno del Belli, appunto, e non so chi altro, sicché il sonetto l’ho scritto in auto mentre là si andava, e scuserete se è venuto stento.

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domenico pintohttps://www.nazioneindiana.com/
Domenico Pinto (1976). È traduttore. Collabora alle pagine di «Alias» e «L'Indice». Si occupa di letteratura tedesca contemporanea. Cura questa collana.