Visita a don Giacomo

6 marzo 2013
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Egon Schiele, Doppio autoritratto, 1915

Egon Schiele, Doppio autoritratto, 1915

di Andrea Melone

Lo vidi io per primo, da lontano, un pesce nel fondo dell’acqua nera, in piedi, ma non dissi niente. Non volevo indicarlo a loro, ma soltanto guardarmelo più a lungo e da solo. Camminava senza direzione, acherusio, dietro gli altri. Non andavano a sbattersi contro, neve dentro la neve, io facevo del mio meglio e me lo guardavo senza perderlo, forse loro non potevano proprio vederlo, così adunati al centro. Sui vetri delle stanze l’ottoneria della bufera suonava a fanfara, era così distante e piccolo appena sotto la Madonna di Lourdes alla fine del corridoio, piccolo dagli occhi al mento da afferrarlo dentro la lingua, da morsicarlo, mandarlo giù con un colpo di strozza aperta, capii al volo la situazione, non ci sono calci da sfondare il muro e urla da sgozzato, un poco c’era da meravigliarsene per la verità, non una ghigna da mal caduco, ma pestati dal batticarne, da un giorno di sole feroce. Ho visto un incidente una volta, dalle macchine sbucò un vivo sul ciglio del fosso con le mani in testa e a stropicciarsi le palpebre, il passo da sbronzo non del tutto.

Non ci aveva né visto né riconosciuto.

Gli andammo incontro tutti insieme, e allora lui ci riconobbe, disossato, altre erbe di mare attorno, ci osservò tutti come con l’intera persona, lasciandosi permeare e quasi patendone e godendone allo stesso modo e tempo. Com’eri e che cosa? Una cresta poco ben pettinata all’apice della testa, la prego dottore, mi dica la verità per l’amor di Dio!, questo si dice con quel volto, e in verità ci doveva essere una verità carognescamente negata a quell’uomo buono, alito di pituita, se qualcuno volesse auscultarlo, sicuri che è in salute? Don Giacomo, abbi pietà di me, pensavo dentro al mio petto piccolo, perché la pena che provo adesso mi fa stringere gli occhi e vuole spremermi un secchio di lacrime e mungermi le tre punte del cuore, ti hanno strappato dal collegio come un dente con la sua radice, c’è un buco, e non sapevo ancora che cosa avrebbe detto e come avrebbe parlato, se lo avesse fatto.

Dopo pochi attimi di quella sospensione don Giacomo salutò il rettore e Santino meno formalmente di quanto mi aspettassi, che ci fosse amicizia tra loro?, e s’intrattenne nelle preliminari conversazioni per alcuni minuti senza neppure deviare i suoi occhi verso lo spazio che occupavo né quello attorno, che mi apparteneva ugualmente.

Poi si rivolse a me, finalmente, non si mostrò stupito, forse glielo avevano detto, forse aveva sperato che non venissi, dopotutto era un’ipotesi remota, tanto più che sulla cosa doveva calare un velo di riserbo. Forse invece lo aveva presagito, divinato, perché lui poteva avere di questi poteri, non certo di quelli dei tarocchi per delusi e cornuti, ma intendo mistici. Forse lo aveva sperato, perché la speranza, esattamente come il desiderio, viene dalla pressione arteriosa, fuori controllo, i due gemelli assassini, all’esperienza e al giudizio sta ributtargli il giogo al collo.

Forse lo aveva voluto, voglio dire che poteva averlo chiesto lui stesso. A questo non credevo e non sapevo se sperarlo né se lo avessi realmente sperato.

Io lo salutai non timido con un buongiorno e lui delicatamente avanzò di un passo senza aggiungere parola. Me lo tolsero di nuovo, gli domandarono come si sentiva adesso, il che lasciava arguire un episodio che non condividevo, e lui assicurò che tutto era passato, che tutto era a postissimo con parole e contegno di rammarico che però, nella sua intenzione che mi arrogo di conoscere, dovevano avere l’ufficio di minimizzare, e ripeteva non lamentoso, ma in equoreo equilibrio, sì sì sì sssissssssisì è tutto perfetto tutto sparito tutto inesistente tutto tutto non c’è più da preoccuparsi non c’è più sì sì sì sì tutto è perfetto adesso tutto perfetto non c’è più niente da temere nel modo più assoluto, senza che quelle esse venissero fuori prive di sbavature e sorprendenti dispersioni.

Il rettore e gli altri accoglievano quelle giustificazioni ipocritamente risollevati e però seri, inclementi, vedevo che don Giacomo temeva quella faccia da magliaro di padre Silvestri e voleva sentire una consolazione dalla sua bocca, cosa che non accadde, e spiegargli che era tutta colpa di non so che cosa ma non sua e che quindi non c’era da prendere decisioni e non c’era da preoccuparsi, che se ne convincesse e convincesse anche gli altri padri del collegio e li tranquillizzasse sulle sue condizioni e su tutto. Questo non era la verità, era soltanto quello che la mia mente piccola percepiva e di questo m’ero fatto persuaso, non d’altro.

Quando per la prima volta don Giacomo si passò una mano sulla fronte per scansare i capelli e vidi la tonaca sgualcita, mi venne da piangere a tradimento ma non piansi. Mi trattenni. Riuscii ad allargare le labbra come se ridessi. Mi posò una mano sulla spalla e mi guardò come attraverso un acquario.

“Hai passato un buon natale, Rupert?”, mi domandò

“Sì, padre”, risposi, e non aggiunsi che avevo composto. Non gli dissi niente. Non avevo voglia di parlare davanti agli altri, di mettere in piazza le nostre cose vaganti, volatili, meteoriche, le perle ai porci.

Nelle stanze lucori di neon appassiti, i ricoverati che erano rimasti seduti o sdraiati, a vederli li avresti detti moribondi sciabolati in battaglia, altri si dolevano, immaginavo, di sifilidi, emorroidi, tubercoli, scoli. A tutto basta l’amore di Dio, e tutto l’amore di Dio sarà sufficiente a rendere loro il senno, una donna, la giovinezza? Certe cose è difficile perdonarle. Il rettore e il maestro Severino si fecero dire dove avrebbero trovato il dottore e se ne andarono a parlargli fuori del reparto, io rimasi solo con don Giacomo. Mi accompagnò nella sua stanza con gentilezza, l’ultima del corridoio a sinistra accanto alla Madonna alta sulle giunchiglie. Entrammo. Il Vangelo sul comodino. Una finestra con le sbarre. Una camera per due, l’altro pinzo, supino, i pelosi avambracci sulla ghirba, gli occhi chiusi. Vennero due infermieri, maneggiavano arnesi e non ricordo più che cosa fecero e che cosa volevano, ma se ne andarono presto senza rivolgerci la parola.

“Esco lunedì”, annunciò don Giacomo, poi fece silenzio e guardò dinanzi a sé, appena turbato da insulari meditazioni

“Ne sono felice” replicai senza mentire.

Rimanemmo a lungo seri come defunti, non c’era molto da riferire sul luogo, né pettegolezzi né altre orribili amenità o calunnie. La nostra presenza era tutto, ammansiva gli impacci e ci rendeva spavaldi dinanzi agli agguati del mondo. Non sarà la morte che porrà fine al dolore né la volontà, ma la presenza. Sembravamo condividere i nostri pensieri latenti. Mi domandò:

“Non vogliono lasciarmi dentro, vero?”

“So che uscirà lunedì”, assicurai.

Don Giacomo espresse un sorriso, ma non era il suo.

Uscimmo dalla stanza, sembrava che fossimo sbucati fuori dal profondo della notte. Camminammo lungo il corridoio io e lui, passi e parole parimenti radi. Incrociammo un ragazzo con un dolore al petto, se lo teneva con entrambe le mani, un lamento, uno spaglio, la minaccia di strapparsi le interiora appena finita la visita, capelli rossi e biondi rasati sulle orecchie fino al sangue. Salutò don Giacomo con manifesta familiarità, lui rispose non freddamente e anch’io lo salutai. M’aspettavo che Don Giacomo volesse ragguagliarmi su di lui, che s’erano detti, quale male gli aveva strizzato le costole, da dove l’avevano portato lì, quando si mettevano a parlare, che tipo era e cose del genere, invece non volle parlarmene, drizzò gli occhi, camminò oltre.

Il rettore e Severino tornarono e se ne andarono di nuovo in camera con lui, io aspettai fuori, con mia sorpresa, e mi limitai a guardare quello che facevano. Porgevo le orecchie ai mugolamenti, pensavo è tardi, il rientro sta per agguantarci, non c’erano lamentele, il resoconto del dottore, in mezzo alle sbarre sopra le teste dei dialoganti, piccole case rimescolate dalla bufera, un fulmine in cielo, ricadeva la fiamma, trapassava quella bruma a lastre piatte, quello schizzìo di fuoco e acqua non prometteva niente di buono, avevo paura; dall’altro lato, invece, una colonna marciante verso le colline, elmi rossi, appuntiti che cozzano, che sia Bologna? Che sia Modena? Non me lo ricordo; pensavano che guardassi loro nella stanza di destra, e io ad aspettare piantato sotto la veste di coccio della Signora di Lourdes, i suoi occhi galleggiavano adagio fino all’entrata e promettevano contraccambi. Avrei potuto sentire anch’io, avevo pagato tutti i debiti, ce l’avevo anch’io il contagio, avrei forse saputo dire o pensare, per lo meno, qualcosa di onesto, senza perversione o malintesi; invece ero tenuto in disparte, fuori dalla soglia, volevano preservarmi, i maiali, oppure s’erano fatti l’idea d’uno sgarzolino, e m’avevano portato in gita a farmi conoscere la strana sofferenza.

Ce l’avevo con tutti loro, ce l’avevo col rettore e ce l’avevo con don Giacomo, metteva le mani in testa come se s’aspettava che lo picchiassero e gli altri tenevano la parola e avevano molto da dire, sembravano comprensivi, però, don Giacomo per un certo tempo dimenò la testa in alto e in basso come per annuire fermamente, padre Silvestri apriva e richiudeva quei suoi palmi gialli, era lui che conduceva il gioco, non s’era ancora asciugato le scarpe, Severino gli mise una mano sulla spalla, significava ogni cosa va ad aggiustarsi, e tutta la città sembrava colare a picco.

Uscirono con l’aria di amiconi, uno solo scarnito, gli altri pasciuti, barche pronte a prendere il vento, tutto risolto, tutto a posto, perfino don Giacomo appariva risollevato e teneva sulle labbra una sutura tonta.

Lo abbracciammo uno dopo l’altro, Severino lo baciò sulle guance stringendogli poi l’ovale tra le mani, io aspettai il mio turno.
Lui non fu generoso.

“L’aspetto, don Giacomo. Stia bene”, mi congedai deluso. Lui non rispose.

Fu dei nostri fino alla soglia del reparto, poi lo salutammo di nuovo e uscimmo. Si ficcarono nella porta assieme, io rimasi ultimo.

Me ne andai col cuore angosciato.

[Questo brano è un estratto da un romanzo inedito, e in gestazione, il cui titolo provvisorio è Strategia delle ombre,  dove si racconta, nelle parole dell’autore, «la storia di un uomo che, per scampare alla morte da parte dei suoi aguzzini, è costretto a fuggire per sempre nel mondo cambiando continuamente identità, luogo e vita». Andrea Melone ha pubblicato racconti su «Nuovi Argomenti», la raccolta di racconti La verità sulla morte di Carla (Gaffi 2005) e il romanzo I giardini di loto (Gaffi 2010).]

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