Articolo precedenteL’Egitto vittima delle parole
Articolo successivoDel sentimento

I tetti sono semplici a Sali

di Adelelmo Ruggieri

 pile-of-old-computers

Agosto. Se digiti solitudine nella rete, alla data di oggi, i link sono 2.880.000. Una piccola nazione di solitudini. Il primo si chiama Risultati illustrati per solitudine. Ce ne sono 119.000. Il decimo è l’immaginetta elettronica di una canzone di Laura Pausini che si chiamerà, evidentemente, Solitudine. Ora vedo. No, si chiama La solitudine. In pratica racconta di un ragazzo che se n’è andato e non ritornerà più: Il treno delle 7:30 senza lui / è un cuore freddo di metallo / senza l’anima. La citazione appare lampante. Il treno di Battisti partiva alle 7:40. Dieci minuti prima parte Pausini, e in breve arriva al cuore della faccenda: La solitudine fra noi / questo silenzio dentro me / è l’inquietudine di vivere / la vita senza te. C’è anche il video. Pausini canta in coppia con Fabian a Trinità dei Monti, con il pubblico che fa la ola, ma senza le candeline. Ora la regia stringe. Lì, sul lato destro, dove stavano di casa Keats e Shelley. Poco fa aveva stretto sulla Barcaccia di Pietro Bernini. Pare che gli diede quella forma perché in quel punto vi era un acquitrino insanabile, e allora pensò di fare la sua fontana con la forma di una barca che affonda e fa acqua da tutte le parti. Da un’altra parte ho letto che lo scultore ideò quella forma di barca semisommersa posta leggermente al di sotto del piano stradale perché la pressione dell’acquedotto dell’Acqua Vergine era troppo bassa e non permetteva zampilli o cascatelle.

 

*

 

Era, aveva

Sono parecchi anni che veniamo per Ferragosto nel Sannio Matese, ospiti con mio figlio di una piccola brigata di amici. Quando era più piccolo andavamo più vicino, a Santa Vittoria in Matenano. Da che si viene mi sono assegnato il compito di uscire la mattina di Ferragosto per prendere le paste. La pasticceria è sulla provinciale 158, al bivio per Prata Sannita. Accanto c’è un giardinetto che occupa uno spicchio di terra. È completamente arido e se non fosse per i buffi torciglioni che lo arredano uno non capirebbe che è un giardino. I torciglioni sono fatti con dei vasetti in cotto, disposti uno sopra l’altro ed empiti di cemento. Il migliore, così mi è parso, è fatto di sei vasetti sovrapposti con le concavità rivolte tutte verso l’alto. Qualcuno ha costruito questi arredi dimessi con intenzione e passione. Era un anziano che aveva molto tempo, mi ha detto la signora della pasticceria. C’era una grande amarezza in quei due imperfetti accostati: era, aveva.

Ho preso le paste: brioches e sfogliatelle e anche babà napoletani. Napoli non è lontana. Ho letto che la sfogliatella l’inventò Pasquale Pintauro nel 1818. È la versione povera della sontuosa Santa Rosa, ma più adatta, la sfogliatella, per le passeggiate domenicali. Per quanto al babà pare che unisca insieme culture profondamente dissimili: la Polonia del primo settecento, le brume della Lorena, il rhum delle Antille, Parigi e i monsù, gli chef delle aristocratiche famiglie partenopee.

Fatto. Eccomi di ritorno. La piccola brigata è in terrazzo che aspetta, o meglio: che aspetta brioches, sfogliatelle e babà. Sono le nove passate da poco. Ci siamo messi a parlare dei fuochi di stamattina. Erano più fragorosi del solito. L’apertura della festa, è così che li chiamano i fuochi mattinieri di Ferragosto. A un certo punto si forma un gran silenzio. Verboso come non poche volte mi accade di essere, purtroppo, anziché starmene zitto anche io, chiedo se c’è qualcuno che sa dirmi di questa festa di oggi. E allora Antonella prende a dire: Oggi è l’assunzione in cielo di Maria… Maria non è morta… Maria non ha peccato originale… Il fatto che Giuseppe… e intanto che lei dice di Maria inizio a pensare a qualcosa di molto lontano ma per niente astratto.

 

*

 

La nuvola ci renderà felici

Ho appena letto su Repubblica.it un articolo di Jaime D’Alessandro, s’intitola: “La nuova ci renderà felici”. Pare che stiamo per entrare in “un avvenire luminoso che non ha precedenti”, ma “velato appena da qualche ombra”. Pare che “In due o tre anni sarà impossibile dimenticare, perdersi, annoiarsi, restare soli. Vivremo in un mondo più felice, più trasparente, conosceremo persone nuove e avremo più tempo da dedicare a noi stessi.”, e tutto questo grazie agli smartphone e ai super computer e a quanto altro, le quali cose, tutte insieme, fanno il “cloud” – “ la nuvola digitale”. Pare che (con il nostro permesso) ci saranno date informazioni così dettagliate da lasciarci stupefatti sempre. Sono perplesso, quasi spaventato in verità, eppure sono un ingegnere, non dovrei. Mi è venuta nostalgia del paleolitico – delle pitture rupestri.

 

*

 

Sogno

Capì che aveva perso la cognizione dello spazio. E l’aveva persa in un attimo, come in un attimo si può perdere la vita. E ora camminava, totalmente dimentico, in una città a dir poco sconcertante. Una specie di consuntivo di molte città e innumerevoli vedute. Ma il piano della visione non era lo stesso piano dei pensieri, né, tanto meno, dei gesti. Non capiva questa cosa, ma la cosa era questa. Portava una giacca blu di rovescio. Aveva un sorriso leggero. Si toccò le tasche. C’era tutto. Anche il telefonino. Lesse l’ultimo messaggio: Dormi? Dalla città affastellata raggiunse un lungomare. Era stipato di persone. A un tavolo qualsiasi – in primissimo piano – c’era una donna molto bella. Alzò lo sguardo. Le domandò che città fosse quella. Lei biascicò piano qualcosa, ma il coperchio del sogno non si aprì. Tutto era fatto da un tutto sconcertante. Era questo che contava capire. Le chiese se poteva aiutarlo a uscire da lì. Lei non poteva. Lei stava lì. Sarebbe rimasta a quel tavolo, priva di corrispondenza. Allora lui prese ad allontanarsi con un fiume di persone che si allontanavano. C’era il buio dei lungomare. Nessuna consolazione. C’era una doppia fila di tribune. I tribuni arringavano. Andate di là. Venite di qua. Andate su. Scendete sotto. Dunque! Dunque! Dunque! La donna al tavolo teneva il volto basso. C’era un monitor. Stava guardando un video da una esposizione che si chiamava Karma. Karma: gesto, atto. Ma non voleva che quel video fosse nella trascrizione del sogno. Ma era necessario che ci fosse. Copiò e incollò il video nella trascrizione del sogno. Cliccò per guardarlo di nuovo. Non si era incollato nulla sul monitor. È che stava sognando. Rispose il messaggio: Sto sognando. C’erano dodici riquadri. Poi ne sarebbero apparsi altri dodici. E altri dodici. Doveva scegliere l’ultimo senza passare per le scelte precedenti. Iniziarono a dispiegarsi panorami ancestrali di rocce e rocce. Poi tutto prese a schiarire. Il tessuto del sogno era il tessuto di una disillusione. Azzurro pallido. Verde acqua. Fece il gesto del pittore nel video. Spinse con forza il primo riquadro e tutti gli altri caddero ordinatamente, in cerchio. Tutto era chiaro, ora. Stavano in tre amici. Si fermano un attimo per un saluto. Le parole che dicono si assomigliano. Si sentiva aprile che stava passando il testimone a maggio. La bacchetta era il sentore delle colline. Era l’ora in cui si distinguono le risposte elusive da quelle trasparenti e affidabili. Fra meno di quattro ore cominceranno i rumori. La sveglia la darà il carro compattatore. Le parole erano prodigi che ci plasmavano. C’era un pioppeto. Le cortecce lisce. Le foglie alterne. Gli speculatori! Gli speculatori! si udì a un tratto per le sale. La folla dai lungomare si riversò fra gli alberi. Fece chiaro. Da quel chiaro si aprì una salita che a metà teneva un luogo raccolto. Di forma pressoché circolare due anelli concentrici di tronchi in pietra forte dividevano la parte centrale da un deambulatorio periferico, oltre il quale i pioppi crescevano fitti. I tronchi legati a due a due dagli architravi in sommità reggevano le arcate che limitavano l’ambulacro e avevano sicuramente sostenuto il tamburo di base di una cupola. Era stato manipolato tutto. Tutto, tranne il senso letterale delle costruzioni. Tentò in ogni modo di svegliarsi. Stava correndo un pericolo reale. Soffiava freddo nel pioppeto. C’era il silenzio delle ore lontane. Il futuro era del tutto privo di ogni fondamento. Il sole prese a fiammeggiare tra le colonne binate. Era una luce momentanea, effimera. C’era uno striscione. C’era un altro striscione: Ogni frase è un’equazione che cerca in chi legge le soluzioni mentali che la verificano. Erano le quattro del mattino. Era il sei di maggio. Si sentiva il respiro notturno della città. Le flebili scie. Avrebbe aspettato che facesse giorno. Era il giorno del voto in Francia e delle Amministrative in Italia, del voto in Grecia e in Serbia e nel Land tedesco dello Schleswig-Holstein. L’Europa si risveglia a un altro maggio. Rivide nella mente la costruzione del pioppeto. A pancia in già, il braccio fuori penzoloni, guarda nel monitor il finale del Fantasma della libertà. Lo struzzo che si guarda intorno. Appena prima i due questori che conversano: Vuole sedersi là. No, qui va bene. Bene, lei lì, io qui. È ingrassato un pochino. Anche lei. Tutti quei pranzi ufficiali, poterne fare a meno. Sì, sempre bere, sempre mangiare, bisogna negarsi. È difficile. Che cosa fa stamani? Stamani, come lei sa. Ah, sì, lo zoo, all’una. Temo i tafferugli ma mi sono cautelato. Ho fatto piazzare dieci pullman di uomini, Ma non tutti insieme, sparsi, a ogni modo l’essenziale è impedire ai giovani di arrivare alle gabbie. Le serrature sono state scrupolosamente controllate. Dopotutto, se qualche animale viene abbattuto, pazienza. La vita di un nostro uomo vale più di quella di una zebra. Alla salute. È buio. Si sente un piccolo gufo che sta dicendo qualcosa: uh – uh – uh. Tutta la complessità del mondo in tre uh in fila indiana. Rivide le rocce nel sogno di alcune settimane prima. I lungomare stipati. Le tribune rovesciate per terra. Gli venne incontro la donna dal volto chino: Che succede? Ho fatto troppo tardi; mi sono perso; mi può aiutare? Resti qui; non darò fastidio. La ringrazio, non è il caso. E perché non è il caso? Non darà fastidio; abbiamo molte camere vuote-, domani mattina apre la porta, e se ne va via. Non è così semplice. C’erano due assi ad angolo retto. Cercò l’interruttore. Vide le luci dei lampioni che si spegnevano. Era il farsi del mattino. Si accese la luce – la luce che si accende.

 

*

 

Da Adelelmo Ruggieri, I tetti sono semplici a Sali, con la postfazione di Edoardo Albinati, Capodarco Fermano Edizioni, Fermo, 2012.

 

Print Friendly, PDF & Email

6 Commenti

  1. se digiti solitudine su google è perchè sai cos’è. cerchi solo conferma.

    la prosa geografico-esistenziale di adelelmo ruggieri si distingue da quella di franco arminio ( a cui pure potrebbe essere accostata)perchè segue un percorso opposto. se quella cerca un conforto (o uno sconforto) territoriale all’eccedenza delle proprie ossessioni, questa, frutto di un io ipotrofico, se ne fa sommergere fino all’annullamento.
    l.

  2. Ciao Luigi, solo due cose: il debito, almeno iniziale, delle mie prosette (spesso del tutto ipotrofiche, hai rgione) nei riguardi delle prosa di Franco Arminio è forte, e l’amicizia lo ha rafforzato; se dovessi riassumerlo il più brevemente possibile (ipotroficamente insomma) direi che è questo: quando vai o stai in un posto che non è dove stai usualmente, che non è quello dove campi, c’è qualcosa che ti riguarda “per davvero” e il resto no, ma è dentro quel resto che sta la faccenda che alla fine ti riguarderà; sì, circa così; hai ragione anche sulla solitudine; un abbraccio.

    Grazie Nadia.

  3. la parentela fra arminio e ruggieri non so se è tanto profonda, se è vero che la prima è un pensare per immagini, la seconda un pensare attarverso la loro sottrazione… un saluto ad adelelmo…

  4. ciao Livio, non lo so nemmeno se è sottrarre, forse è solo quel che mi capita a cui provo a non aggiungere altro, viaggetti brevi o brevissimi, prosette d’una pagina o dieci righe, come il giardinetto dell’amico anziano nel Sannio Matese, dimesso oltre ogni dire ma pieno di sentimento; potevo raccontarlo meglio, questo è sicuro, non ho dubbi, e potevo aggiungerci sopra chissà che cosa che non so nemmeno quale in verità, ma quello vedevo e quello ho provato a dire… un saluto anche a te adelelmo

I commenti a questo post sono chiusi

articoli correlati

Nota di lettura su “Unità stratigrafiche” di Laura Liberale, Arcipelago Itaca, 2020.

di Carlo Giacobbi
La morte, dunque. E la si pronunci questa parola, se ne indaghi anzitutto il significato letterale-biologico, se ne prenda atto: questo pare essere l’invito del dettato poetico dell’autrice, il motivo della sua ars scribendi.

Su «Quando tornerò» di Marco Balzano

di Antonella Falco
Un romanzo di grande impatto emotivo. Mediante una scrittura asciutta, ma nello stesso tempo calvinianamente “leggera”, racconta la fatica di vivere

Sporcarsi le mani con Dostoevskij

di Claudia Zonghetti
Questa è la sfida per i traduttori attuali e futuri di Dostoevskij: sporcarsi le mani con la pasta sonora e sintattica della sua lingua plastica e veemente

L’odore dell’arrivo

(Per gentile concessione della casa editrice Ferrari Editore, che qui volentieri ringrazio, pubblico uno stralcio del nuovo romanzo di...

In principio fu il male

    Pubblichiamo qui di seguito un estratto dell'ultimo libro di Davide Gatto, In principio fu il male, Manni, 2021. Il capitolo...

Niente di personale, di Fabrizio Venerandi

ho scoperto il corso di laurea in fisioterapia ho cliccato e aumentato in modo sicuro la mia potenza sessuale ho scoperto i vantaggi a me riservati ho approfittato subito di questa offerta
renata morresi
Renata Morresi scrive poesia e saggistica, e traduce. In poesia ha pubblicato le raccolte Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), Cuore comune (peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (Dieci bozze, Vydia 2012) e nel 2015 il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni. E' ricercatrice di letteratura anglo-americana all'università di Padova.
Print Friendly, PDF & Email