Cara controcultura

31 agosto 2013
Pubblicato da

di Silvia Contariniimages-1

Chi si interessi ai movimenti degli anni 1960-1970, con o senza rimpianti, per personale coinvolgimento o meno, condividerà forse le reazioni contrastanti che ho avuto scoprendo il catalogo Controcultura in Italia. Libri giornali, fotografie, documenti (con relativi prezzi), pubblicato nel 2012 dallo studio bibliografico l’Arengario: http://www.arengario.it/homepage/_hp-pdf/catalogo-controcultura.pdf

Passata la curiosità e la piacevole scoperta di materiali che non conoscevo (copertine di Re Nudo o di Ombre rosse, testi di volantini, slogan), alcuni dei quali di un’inventività straordinaria; passata l’emozione, suscitata per esempio da foto di Tano D’Amico che riportano con forza nell’Italia di quegli anni; passata anche – con più difficoltà – l’irritazione di veder messo in vendita il tutto a caro prezzo, sono rimasta in sospeso su un paio di questioni. Perché così commercializzati, questi sono cimeli, articoli da collezionista, da musei, da biblioteche, ossia attestazioni frammentarie e parziali di un passato considerato chiuso; in sostanza, la controcultura (femminismo, pacifismo, antimilitarismo, antiautoritarismo, lotta di classe, movimenti giovanili, internazionalismo, etc.), diventa materia per amatori, conservatori, ricercatori di vari campi e discipline, e sarà (probabilmente già lo è) esposta, scandagliata, commentata, annotata. Quando e come si storicizza la vita? Quanta distanza e quali strumenti ci vogliono per ricontestualizzare e interpretare correttamente il vissuto? Non è troppo presto per mettere sotto teca il ’77? Per farne preziose anticaglie? Si è esaurito del tutto lo spirito della controcultura? E poi, che ha senso ha (ossia che senso si produce a) mettere insieme i cortei femministi e le P38, gli indiani metropolitani e Lenin, i prigionieri di Rebibbia in rivolta e la rivista freak Il minestrone? Che certo appartengono allo stesso periodo (purtroppo passato alla storia solo come anni di piombo), e certo rientrano nell’area dei “contro”, ma per il resto poco altro hanno in comune.

Altre considerazioni riguardano i prezzi, esorbitanti ai miei occhi, forse normali per esperti conoscitori. Mi sono chiesta se il tariffario sia giustificato da una forte domanda istituzionale o accademica, o se gli acquirenti potenziali non siano piuttosto nostalgici “ex”, oggi danarosi abbastanza per comprarsi un vecchio numero di Lotta Continua a 40 euro o un numero di Re Nudo a 250. A meno che non siano di moda, accanto alla planetaria icona del Che, anche insensate  massime, tipo quelle di A/Traverso  (“Il desiderio giu­dica la storia. Ma chi giudica il desiderio?”) o più minacciose scritte (“Pagherete caro, pagherete tutto”). Facciamo anche l’ipotesi che le tracce fisiche della controcultura stiano diventando un bene prezioso perché gli allora protagonisti, il più spesso giovani effimeri precari pendolari, erano poco “conservatori” per indole, necessità, ideali; rari sarebbero gli originali rimasti in circolazione, e c’è chi, come gli antiquari dell’Arengario, ne ha capito il valore. Valore economico, certo, ma anche valore storico, culturale, testimoniale e affettivo. Nonostante le remore, ho trovato questo catalogo straripante di vitalità ed è stato un piacere scorrerlo.

[PS catalogo esaurito, consultabile online; lo stesso editore-antiquario ha pubblicato altri volumi del genere]

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9 Responses to Cara controcultura

  1. sparz il 31 agosto 2013 alle 11:08

    Bellissimo, Silvia, grazie, per me anche emozionante, dato il non banale coinvolgimento di quei tempi.
    Noto tra parentesi che accanto a PotOp, Re Nudo, LC ecc. manca vistosamente il “Quotidiano dei Lavoratori”, organo quotidiano di Avanguardia Operaia, uscito negli anni intorno al 1971 per un bel po’.
    Sono d’accordissimo con quello che dici e con le domande che ti fai. Sta di fatto che una riflessione seria su quegli anni ancora manca, o forse una “riflessione seria” implicherebbe necessariamente una vera esperienza vissuta che riprenda, ancorché in chiave “aggiornata”, quei valori e quelle esigenze? Che dici?

    • Silvia Contarini il 31 agosto 2013 alle 20:02

      A domanda difficile, risposta esitante…
      Forse bisognerebbe separare due aspetti. Il primo è la radicalità (culturale, politica, intellettuale), caratteristica di quei tempi ma non di questi. Sull’assenza di radicalità, su conformismo, normalizzazione, moralismo etc., andrebbe riflettuto, certo; ma forse oltre a riflettere, bisognerebbe ricominciare a praticare; è quello che suggerisci, no? Per quanto mi riguarda, la radicalità mi manca (compresa la mia), soprattutto in campo culturale.
      L’altro aspetto è il rapporto col passato; io temo molto la “sindrome del reduce”, la nostalgia da compagni di scuola (come eravamo bravi noi, che bei tempi i nostri mentre oggi…). Mi piacerebbe che quegli anni, oltre a costituire il patrimonio memorialistico di chi li ha vissuti, diventassero anche oggetto di analisi di chi può e sa metterli a debita distanza: ne risulterebbe un bel confronto, utile a tutti.

      • Paolo Tonini il 3 settembre 2013 alle 10:23

        Gentile Silvia, forse la conservazione e la valorizzazione dei frammenti del passato (libri riviste documenti volantini carte manoscritte) non risponde a un bisogno di mummificazione. E’ al contrario prendersi cura delle cose che altrimenti andrebbero dimenticate: se nessuno se ne fosse preso cura forse oggi non potremmo neanche immaginare che ci fu un Movimento ’77 simile a Fiume dannunziana, alla Comune di Parigi o alla rivolta dei contadini in Germania nel 1525 (c’erano i volantini anche nel 1525), che ci sono momenti in cui la storia si ferma, il meccanismo si inceppa, qualcosa di assolutamente impreveduto accade e mette a soqquadro il mondo: sono i momenti in cui le persone mettono in pratica la loro libertà per soddisfare direttamente i propri bisogni e desideri e sono disposte per questo a mettere in gioco la vita. In barba a ogni potere costituito. Che poi ovviamente va sempre a finir male e la storia viene raccontata da chi vince. Ma l’importante è sapere che possiamo farlo, che in ogni momento liberarsi è possibile. Questo forse è il bisogno a cui corrisponde un certo collezionismo.
        E poi i soldi i soldi. Alla fine si parla di questo catalogo solo per i prezzi. C’è un mercato internazionale che fa da riferimento e solo chi non ne sa nulla se ne stupisce. Con piacere ascolto i lamenti di chi oggi vorrebbe arraffare tutto: ma la disattenzione va pagata. Che se hai buttato via quel giornale non puoi sperare adesso di andare a riprendertelo con due lire. E poi se davvero ti interessa esistono le fotocopie le ristampe le biblioteche pubbliche. Perché pretendi di possedere l’oggetto? Quello che conta è l’idea. Se a qualcosa questo catalogo serve, oltre che a pagare il mio lavoro, è di mostrare che nelle cose che avresti gettato o che ancora hai in cantina o in un angolo della memoria ci sono delle idee. E le idee non sono mai apparse al mondo senza un corpo. Anche per questo è nato il blog TOCCARE LE IDEE http://touchingideas.blogspot.it/

  2. diamonds il 31 agosto 2013 alle 11:19

    da poco guardando un derby toro-juve di quegli anni tra i cartelloni pubblicitari ho visto che “le ore” era uno degli sponsor dell’evento e ho pensato proprio che una scansione adeguata per decodificare quel particolare momento storico mancava. Con questa recensione hai iniziato a colmare la lacuna

    http://www.youtube.com/watch?v=SqaIY1kuckg

  3. Lalo Cura il 1 settembre 2013 alle 12:52

    sì, andrebbe riflettuto, certo…

  4. davide orecchio il 1 settembre 2013 alle 15:01

    Questi reperti mi ricordano, per analogia, la palla da baseball in Underworld e quello che scrive DeLillo, ossia più o meno che inizi a raccogliere cimeli quando devi colmare un vuoto, la perdita di qualcuno o qualcosa. I memorabilia sono anche il sintomo di un atteggiamento “funebre” e perciò nostalgico rispetto a un’epoca: il collezionista di reliquie è convinto che quel mondo che lui raccoglie sia morto, e i fossili che mette insieme servono a operare piccole e illusorie resurrezioni. Forse, in questo caso, più che di storicizzazione della controcultura anni 60-70, parlerei di un atteggiamento antiquario per il quale il passato è un cadavere, non influenza più il presente, per il quale il passato non è più presente se non sotto forma di teca. L’album delle foto color seppia offre risvegli fittizi, una recita storica che si apre e chiude con l’album stesso. Invece un’epoca, se è stata importante, dovrebbe vivere in noi spiritualmente (se posso usare il termine), intellettualmente. Questo catalogo commerciale risponde a un bisogno esistenziale memorialistico, ma sono d’accordissimo con te sul fatto che dovremmo recuperare in modo critico quella stagione uccisa dal palinsesto storico egemone (accaduto) e narrativo (raccontato durante e dopo) dello scontro armato. L’egemonia degli anni di piombo, del terrorismo e della strategia della tensione ha oscurato e ucciso il resto che c’era. Esanimi ed esausti, noi posteri abbiamo applicato una prospettiva teleologica a un’intera stagione, abbiamo impresso nella nostra cronologia psicostorica le pietre miliari della violenza in cammino (Piazza Fontana, Piazza della Loggia ecc. fino a Moro e Piazza Bologna) come se quell’intera stagione fosse solo un percorso verso la battaglia finale. In questo siamo stati molto aiutati dal discorso pubblico istituzionale su quegli anni, dalle versioni nauseanti degli ex e post terroristi e dalle memorie strazianti delle vittime: memorie di guerra. Anche la nostra è stata la memoria collettiva di una guerra. Ed è chiaro che, se un intero periodo lo ricordi solo per i suoi fatti di sangue, poi desideri che non ritorni mai più. Che muoia. Che diventi, appunto, un catalogo.

  5. Michele Nigro il 1 settembre 2013 alle 16:19

    Il post evidenzia una domanda che mi pongo da tempo. Tutti noi, oggi, viviamo la storia di domani: ma quando avviene il passaggio da vita a storia? Mi permetto di affermare che ad essere messe “sotto teca” sono le forme e non i contenuti. Il problema “etico” nasce quando ad essere “conservata” è l’intenzione di fare controcultura (da qui la domanda scomoda “Si è esaurito del tutto lo spirito della controcultura?”). Bel post, grazie.

  6. mauro baldrati il 3 settembre 2013 alle 14:12

    A parte l’aspetto del collezionismo, sul quale non entro nel merito se non per rimarcare che è un trend che esiste da sempre, la controcultura non è da considerare in senso troppo trasversale: la fine degli anni Sessanta è “altro” rispetto ai successivi, primi anni Settanta, che sancirono l’inizio di un reflusso, di una controriforma, che a sua volta si differenzia dalla seconda metà dei Settanta, quando tutto divenne duro, e forse disperato.

    Forse è proprio questo il punto, al di là di studi e ricerche per “spiegare”: la morte sociale e politica che seguono gli attacchi di una reazione liberista ultradecennale che ha messo a ferro e fuoco il paese. La disperazione, la rassegnazione, si contrappongono alla vitalità, alla conflittualità, al coraggio di quel periodo (che io faccio concludere con gli anni Settanta), e a nulla servono i distinguo e le critiche sulle ingenuità o le contraddizioni (sulle quali molti si accaniscono, con una sorta di desiderio di vendetta). Moda, pubblicità, intrattenimento, estetica, persino la politica, in qualche modo guardano con desiderio a fatti, periodi, stili, personaggi che appartenevano a una speranza, a un ideale. E’ la forza di questi eterni revival. Nostalgia, forse. Ma è come in certi film di fantascienza, quando i cittadini del futuro mondo distrutto dalle guerre guardano i filmati dei paesaggi verdi, coi fiori e le acque che scorrono. Nostalgia per quello che ci siamo giocati, che abbiamo regalato agli squali.

    • daniele ventre il 4 settembre 2013 alle 10:52

      Tuttavia in quei film di fantascienza qualcuno reagisce. Noi invece alla lunga non facciamo che guardare filmati di paesaggi verdi, in attesa del compiersi del suicidio culturale, sociale e politico.

      La versione post-post-post-paleo-neo-trans-avanguardista dell’anziano investigatore interpretato da Edward G. Robinson nella distopia di Soylent Green (guarda caso, 1973).



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