Come i corpi le cose

di Pasquale Vitagliano

oppenheim le déjeuner en fourrure 1936

 

Ogni mattina al caffè,
mi chiedo se esista
il colore concreto,
non dico il giallo, o il giallo
di questo pacchetto di tè,
e neppure tutti gialli che ho visto.

Questi sono i gialli particolari
di cui mi parla l’occhio.

Mi chiedo se esista
il giallo originale pari solo
alle forme geometriche
che esistono al di là
della loro tangibilità.

Ogni volta mi chiedo al caffè
se i colori e le forme
si portino dentro anche il mistero
dei buoni e dei cattivi,
al pari del primo frutto
di cui nessuno seppe mai il colore.

 

 

Paesaggi 1

 

Non ci è più dato di fuggire dalle nostre vite
da quando le terrazze non sono più sgombre,
se sali fino ad affacciarti su di esse non entri più
in quella dimensione che un tempo ti lanciava via.

Non c’è più alcuna piattaforma per le stelle,
né la città ti appare più capovolta sulla strada del cielo;
è scomparsa la casbah di panno e si sono eretti i sottotetti,
le cuffiette di legno o i pannoloni marci per tenersi dritti.

Non ci abbandonare mi dice l’involontario portiere,
ma non basta questa fiducia a ridare vita al vento
sulle terrazze che ti vengono incontro imbrigliate dai fili di ferro
e non si può più correre sui mattoni neanche ad essere un mutante.

Non ci abbandonare mi ha detto l’involontario portiere.
Ma se non ho ancora trovato il coraggio di abbandonare me stesso.

 

 

La sede vacante

 

Anch’io ho lasciato la mia sede vacante
e mi ci sono seduto di fronte
per vedermi com’era a distanza.

Non è rimasta vuota per molto
perché come in natura anche
tra noi abbiamo orrore del vuoto.

Ho sperato di rivedermi nel doppio
in mio luogo e invece era un altro che
vanamente si è messo là dove stavo io.

Sarebbe accaduto qualcosa se
quel luogo fosse rimasto libero
o se avessimo intuito di avvicinarci.

Vanamente invece abbiamo atteso,
uno di fronte all’altro, senza neppure
guardarci, entrambi rimasti sorpresi
meccanicamente pronti a scambiarci di vano.

 

 

Due dolori

 

Ho conosciuto due dolori diversi,
uno duro e piccolo di noce,
l’altro, il vento e la pioggia.
Uno che ti piega su un punto,
l’altro ti inarca e ti tira indietro.

Ho conosciuto due dolori diversi,
con il primo non combatti, pensi
ti viene dagli altri come una voce.
Con l’altro ti rovesci sull’asfalto,
e se non ci sono gli altri, là resti.

Il primo tace, non mangia, taglia,
l’altro si nutre di tutto ciò che trova.
due verbi opposti, senza sintassi.

Uno è uccido, l’altro ammazzami.
Fossero due persone
sarebbero morire.

Se fossero una persona sola,
dentro di me, il tempo, la pace.

 

 

[Da Pasquale Vitagliano, Come i corpi le cose, in uscita per LietoColle, 2013]

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19 Commenti

  1. penso che si riferisca al cognome dell’autore, Renata, a meno che non sia un quasi omonimo nonchè un bravissimo imitatore dello stile di Pasquale Vitagliano, besos

  2. Ringrazio Renata per l’attenzione. Saluto con grande affetto Nunzio e Viola (di cui però non ho ben compreso il commento). Un caro abbraccio.

  3. Vitagliano è ottimo poeta.Certo un po’ contratto, un po’ pensoso, ma per l’Italietta di sinistra va bene, benissimo. Un saluto affettuoso a Pasquale.

  4. Vorrei ricambiare il saluto “affettuoso” ma è difficile senza conoscere il nome di “elogiodelleeccedenza”. Grazie per l’ottimo. Quanto all’Italietta (cosa invece che mi indispone, sentendomi parte di un’Italia petrosa e dura, sempre sconfitta), per lui, evidentemente e semanticamente, l’Italietta “è ottima”. Altrimenti i due giudizi non si concilierebbero.

  5. Quella dell’Italietta di sinistra è veramente un po’ meschina (dove sarà poi la sinistra in queste poesie…).

    Piuttosto: finalmente un poeta.

  6. confermo ciò che penso da tempo di p. vitagliano, poeta dotato di grande talento e che vaga lungo lascia civilissima di pasolini, un saluto
    r.

  7. Mi è piaciuta sopratutto “Paesaggi”, anche malgrado certe oscurità. E l’eccezionale verso: “e non si può più correre sui mattoni neanche ad essere un mutante”.
    Tetrallegro, come direbbe Majorino.

  8. Andrea ti ringrazio. Il tuo commento mi lusinga. Oscurità? Condivido l’osservazione. Ma ti assicuro niente di cerebrale o ricercato. Le oscurità nei miei versi sono antri.

  9. Le parole tangibili tentano di chiamare all’appello della tangibilità ciò che tangibile non è. Mi sembra che l’autore giochi tra l’incertezza della visione – che richiama alla memoria Valerio Magrelli “Lo sguardo allora / germinerà dalla pagina / e s’aprirà una vertigine / in questo quadernetto giallo” – e l’ironica disillusione dove il portiere di un paesaggio, un tempo “piattaforma delle stelle”, invoca di non essere abbandonato. “La sede vacante” ha poi il sapore della fisica aristotelica dove la natura aborre dal vuoto cercandolo forse di riempire con un doppio. “Due dolori” è, infine, senza dubbio quella che preferisco, la meno tangibile perché meglio forse si abbandona al lirismo.

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renata morresi
Renata Morresi scrive poesia e saggistica, e traduce. In poesia ha pubblicato le raccolte Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), Cuore comune (peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (Dieci bozze, Vydia 2012) e nel 2015 il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni. E' ricercatrice di letteratura anglo-americana all'università di Padova.
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