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Due racconti

Di  Gian Piero Fiorillo

Donna

 

Sono donna. Mia madre ha tamponato il sangue e mi ha portato sul lettino della cameretta. Ha chiuso la porta. “Adesso devi stare attenta” mi ha detto. “Purtroppo sei nata dalla parte sbagliata, il potere ce l’hanno gli uomini. Dovrai sottometterti spesso figlia mia, ma l’importante è farlo senza conseguenze”.

Non capivo. Non che non sapessi di cosa stava parlando, figurarsi. Non capivo il tono. E poi da lei non me l’aspettavo: non era femminista nata, come si vantava sempre con tutti? Che razza di discorsi mi andava facendo?

Fraintese il mio sconcerto. “Devi capire – disse – che gli uomini comandano, sono loro che danno gli ordini”.

“Tu sei un uomo?” le domandai a bruciapelo.

“Ma no! Cosa ti viene in mente, cara”.

“Beh, tu mi dai sempre ordini, fa’ questo e fa’ quest’altro dalla mattina alla sera”.

“Che c’entra, è un’altra cosa”. Si confuse. “Senti figlia mia, ricominciamo da capo, vuoi?”

“Mamma, lo so che cosa mi vuoi dire”.

“Beh, allora… meglio così”. Parve sollevata di poter evitare la penosa incombenza, ma mi ostinai a trattenerla.

“Da grande voglio fare il chirurgo” dissi. Non rinunciò a correggermi: “La chirurgo, ricordati che sei donna”. Continuò con quel tono moralistico che le donava tanto e ne faceva la persona che era: “È sempre bello fare qualcosa per gli altri. Si guadagna anche bene, ma il punto non è quello, il punto è la missione. Sì, fare il medico deve essere una missione”. Non ho mai capito la differenza fra il moralismo femminista e quello borghese, e in quel momento lo capivo ancora meno, poiché era lo stesso discorso che mi aveva fatto la mamma del mio ragazzo, qualche settimana prima. E lei non era certo femminista, anzi. Ma non solo il discorso era lo stesso, pure il tono di voce, l’esaltazione della parola missione, insomma tutto.

“Sì, mamma sta’ tranquilla. Per me è una missione”.

“Sono contenta di sentirtelo dire”.

“Voglio tagliare il pene a tutti gli uomini che si sdraieranno sul mio lettino operatorio, sarà questa la mia missione”.

Impallidì di colpo lasciando cadere il cellulare, che schizzò sotto il letto. Per colmo di sventura anche il mio cominciò a squillare in quel momento. Non mi ero ricordata di cambiare la suoneria, come facevo in genere tornando da scuola, e partì una canzone oscena, registrata con i maschi nell’intervallo. Lei, che già stava seguendo il telefonino sotto la branda, più che altro per prendere tempo e nascondere un incontrollabile tremito, ci mise qualche secondo a capire. Ci riuscì solo quando mi vide correre verso la borsa e cercare disperatamente il telefono per spegnerlo. Quando mi girai per guardarla era fremente davanti a me, gigantesca. Il manrovescio mi colpì con forza lasciandomi stordita. Mai, prima, mi aveva dato uno schiaffo.

Un attimo dopo eravamo in lacrime, accucciate per terra ai lati opposti della stanza, sbalordite. Aspettavo che facesse qualcosa per sbloccare la situazione: in fondo era lei l’adulta. Ma continuò a tremare senza riuscire a fare nulla e quando vidi un rivolo di saliva colarle dalla bocca, lei sempre così scrupolosa nelle apparenze perché essere presentabili in qualsiasi situazione è fondamentale, mi fece una grande tenerezza.

Come cambiano in fretta le cose, pensai mentre mi avvicinavo e la abbracciavo per rassicurarla. Sentii che piano piano si calmava. Si sforzò di fermare le lacrime e si pulì la bocca. Restammo senza parlare per un pezzo, abbracciavo la sua testa e continuavo ad accarezzarle i capelli. Mi chiesi se è sempre così, se le madri ridiventano improvvisamente bambine il giorno in cui le figlie diventano donne.

 

 

Le mosche

 

Il disco scese rapidissimo, ne colsi solo il bagliore e il sibilo crescente come di uno sciame d’insetti che si avvicinano. Si posizionò sopra di me a qualche metro d’altezza. Benché fossi distesa al sole in un costume che l’acqua rendeva trasparente, il Raggio mi perquisì a lungo mettendomi a disagio. Anche se era invisibile, lo sentivo frugare con intenzione sotto la mia pelle. Poi il disco parlò:

 

– Come sei arrivata qui?

– A cavallo, risposi indicando gli scogli e l’animale fermo nell’ombra.

– Non sai che questa zona è proibita?

– Perché mai? Un posto così bello, l’acqua più limpida del pianeta. E questa sabbia così sottile e luminosa che sembra polvere d’argento.

– È solo per questo che sei qui?

– Per questo e nient’altro.

– Questo posto è un cimitero.

 

Schizzai in piedi impaurita. La fine non poteva venire così, improvvisa e orrenda. Cominciai a correre sulla spiaggia, pazza d’angoscia: avevo sentito parlare dei cimiteri radioattivi, ma non pensavo di poterci finire dentro a galoppo. E avevo anche coinvolto Elena, la compagna di tante corse, con cui avevo condiviso i battiti del cuore e il pulsare del sangue, il sudore e l’odore dei corpi, il momento del ristoro. La cavalla sarebbe morta con me.

La bella Elena capì il mio stato d’animo e mi raggiunse strofinando la testa contro la mia spalla, come faceva quando voleva essere cavalcata. Le saltai in groppa e partimmo velocissimi per un’improbabile fuga. Guardavo i riflessi marini piangendo per il male che si nascondeva nell’acqua limpida, in quel paesaggio d’incanto in cui solo ora mi sembrava di percepire un inaspettato spettro di colori o la crescita esagerata della vegetazione sulle dune. Non avevo il tempo né la voglia di darmi della stupida. Volevo solo farla in barba al disco e sfuggire alla condanna già decretata.

 

Cozzammo a velocità folle contro il Raggio proiettato sulla parete magnetica del cimitero, e ricademmo storditi sulla sabbia. In un attimo il disco si portò sopra di noi. Elena nitrì cercando di rialzarsi, ma il colpo era stato molto forte e faceva fatica.

– Almeno lei, dissi, salvate almeno lei.

– Nessuno può uscire dalla zona.

– Perché tanto rigore?

– Chi entra nella zone è irrimediabilmente contaminato.

– Allora fate presto.

– Non c’è fretta. Presto arriveranno le mosche.

– Le mosche! Le mosche no, per favore.

– Sono affamate, non ci metteranno molto.

 

Intravidi una possibile salvezza: – Lo dite solo per spaventarmi, le mosche attaccano i morti, e noi due siamo vive.

– Già, gracchiò il disco, ma le mosche non lo sanno.

 

( questi due racconti di Gian Piero Fiorillo, che si è interessato delle problematiche della salute mentale in vari suoi interventi e libri, fanno parte di un più vasto lavoro narrativo inedito. G.M.)

3 Commenti

  1. Una bella sorpresa, questi due racconti. Proprio mentre mi lamentavo ma come, non c’è niente da leggere di buono, in rete?

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Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
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