Inni omerici – Inno V – Ad Afrodite

trad. isometra di Daniele Ventre

Musa, raccontami tu le gesta dell’aurea Afrodite,
Cipride, che fra gli dèi desiderio dolce fomenta,
e sopraffà in suo dominio le stirpi di genti mortali,
come gli uccelli che in cielo si librano e tutte le belve
innumerevoli, quante ne nutrono il mare e la terra:
l’opere di Citerea dal bel serto tutti hanno care.
Solo di tre non può mai piegare e aggiogare le menti:
d’Occhi-di-strige, la figlia di Zeus cinto d’egida, Atena;
questa non ebbe mai care le gesta dell’aurea Afrodite,
solo le sono graditi i conflitti e l’opere d’Ares
e le battaglie e le mischie e la cura d’opere belle.
Ella per prima istruì, fra gli uomini in terra, gli artieri,
nel fabbricare le bighe e i carri lucenti di bronzo:
ella istruì nei palazzi fanciulle di morbide membra,
opere belle ad ognuna ispirando dentro la mente.
Né tantomeno ad Artemide urlante, dal fuso tutt’oro,
riesce ad imporre l’amplesso, Afrodite amica al sorriso,
no, poiché quella ama l’arco, e cacciare belve sui monti,
e poi le cetre e le danze, nonché gli acutissimi gridi,
boschi ammantati dall’ombra e fortezze d’uomini giusti.
Né d’Afrodite le gesta ha care, pudica fanciulla,
Estia, che nacque per prima da Crono che ha obliqua saggezza
e poi per ultima –piano di Zeus che dell’egida è cinto–,
Estia sovrana, che già Poseidone e Apollo hanno ambita:
ella però non li volle, ma li rifiutò duramente,
gran giuramento giurò, che poi è venuto a compirsi,
vergine tutti i suoi giorni sarebbe, la splendida dea.
Ma il padre Zeus un gran dono le offrì, compensando le nozze,
e nella casa ella siede, nel mezzo, a ricevere offerte.
In tutti quanti i sacrari di dèi ella ha parte d’onore
e fra le dee, presso tutti i mortali, è la più venerata.
Solo di queste non può piegare e ingannare le menti:
a nessun altro degli esseri è dato evitare Afrodite,
né fra i beati, gli dèi, né poi fra le genti mortali.
Anche sconvolse la mente a Zeus, al signore del lampo,
anche a colui ch’è supremo, ebbe somma sorte d’onore:
quando le piace, confonde anche a lui la mente sottile
e facilmente l’induce a unirsi con donne mortali,
e lo costringe a scordarsi anche d’Era, sposa e sorella,
che fra le dee, le immortali, di molto è la prima in bellezza
e gloriosissima nacque da Crono che ha obliqua saggezza
e da Rea madre –e perciò Zeus conscio di piani infiniti
rese Era, saggia di probi pensieri, sua sposa onorata.
Ma in Afrodite anche Zeus desiderio dolce ha instillato
d’avvicinarsi ad un uomo mortale, così che al più presto
anche la dea non restasse lontana da un letto mortale,
e non potesse ridire con vanto fra tutti gli dèi,
e con soave irrisione, Afrodite amica al sorriso,
come abbia indotto gli dèi a unirsi con donne mortali
–e agli immortali le donne poi diedero figli mortali–,
come abbia indotto le dee ad unirsi a sposi mortali.
Zeus nel suo cuore instillò desiderio dolce d’Anchise,
che sulle cime elevate dell’Ida sgorgante di polle
mandrie pasceva in quel tempo –d’aspetto era eguale agli eterni.
E non appena lo vide, Afrodite amica al sorriso,
s’innamorò, la incantò desiderio ardente nel petto.
Venne ella a Cipro ed entrò nel tempio odorato d’incensi,
Pafo: l’altare odorato d’incensi ha laggiù, suo sacrario:
dopo che entrata vi fu, richiuse le fulgide porte.
E la lavarono allora le Grazie e la unsero d’olio,
d’olio incorrotto che unge i numi che vivono sempre.
Poi, non appena vestite con ogni ornamento le membra,
tutta copertasi d’oro, Afrodite amica al sorriso,
venne alla Troade, partì da Cipro la dolce d’essenze,
alta al di là delle nubi compiendo veloce il cammino.
Giunse sull’Ida sgorgante di polle, alla madre di belve,
corse alla stalla, attraverso il monte, al che dietro di lei
scodinzolarono lupi canuti e feroci leoni,
orsi e veloci pantere insaziabili di cerbiatti,
nel seguitarla: li vide la dea, ne gioì il cuore in petto:
di desiderio riempì i loro animi: ecco che tutti
giacquero insieme, accoppiandosi, in tane ammantate dall’ombra.
Ella però, nel frattempo, raggiunse le tende ben fatte
e ritrovò negli stazzi, lasciato in disparte dagli altri,
solo, l’eroe, quell’Anchise che aveva bellezza dai numi.
Gli altri compagni seguivano i buoi per i pascoli erbosi,
tutti, egli invece agli stazzi, lasciato in disparte dagli altri,
solo, qua e là s’aggirava, suonando l’arguta sua cetra.
Ecco, gli apparve dinanzi la figlia di Zeus, Afrodite,
simile per la statura e l’aspetto a vergine intatta,
–che non avesse spavento, vedendola con i suoi occhi.
S’interrogò, nel vederla, Anchise, e rimase ammirato
per la statura e l’aspetto, nonché per le vesti sgargianti.
S’era vestita d’un peplo più chiaro che lampa di fuoco,
ed indossava bracciali ritorti e lucenti orecchini,
e dei monili bellissimi aveva sul tenero collo,
meravigliosi, tutto oro screziato: era simile a luna
su quei suoi teneri seni il brillio, un prodigio a vedersi.
Brama di lei ebbe Anchise, così le rivolse parola:
“Salve, regina, chiunque tu sia fra i beati, che in casa
giungi da me, sia tu Artemide o Leto, o anche l’aurea Afrodite,
Tèmide chiara di stirpe o Atena dagli occhi di strige,
o tu sarai forse dea fra le Grazie, che le compagne
sono di tutti gli dèi e sono chiamate immortali,
o sèi tu ninfa, di quelle hanno i bei boschi a dimore,
o delle ninfe che hanno dimora su questo bel monte,
alle sorgive dei fiumi o magari sui prati erbosi.
Sopra una vetta per te, in luogo che sia ben in vista
voglio innalzare un altare, immolarti bei sacrifici
ogni stagione: ma tu mostrandomi cuore benigno,
dammi che presso i Troiani io divenga un uomo glorioso,
donami florida stirpe in futuro, e ancora a me stesso
da’ che io viva gran tempo e veda la luce del sole,
ricco fra il popolo e giunga alla soglia della vecchiaia”.
Gli rispondeva però la figlia di Zeus, Afrodite:
“Chiaro di gloria tu, Anchise, fra gli uomini nati da terra:
no, io non sono una dea; perché alle immortali mi eguagli?
Sono mortale, davvero, e mi generò madre donna.
Òtreo è mio padre, dal nome famoso, ove mai tu ne udissi,
lui che su tutta la Frigia di valide mura ha dominio.
Come la nostra, così so bene la vostra parlata:
una nutrice troiana mi crebbe a palazzo, fu lei
che da mia madre mi accolse e nutrì da bimba piccina.
Ecco perché io so bene perfino la vostra parlata.
Ora però mi rapì aurea-verga uccisore d’Argo,
via da una danza d’Artemide urlante dal fuso tutt’oro.
E giocavamo, sia ninfe sia vergini dote-di-mandrie,
molte, e d’intorno uno stuolo infinito ci era corona:
pure di là mi rapì aurea-verga uccisore d’Argo,
e mi condusse per molte campagne di genti mortali,
molti terreni indivisi e incolti, attraverso cui fiere
vanno, carnivore, in mezzo a valli ammantate dall’ombra,
più non speravo toccare coi piedi la terra vitale.
E mi svelò che sarei nel letto d’Anchise chiamata
sposa legittima, e che t’avrei dato figli stupendi.
Come ebbe detto e svelato ogni cosa, allora di nuovo
mosse alle schiere immortali il potente uccisore d’Argo:
io sono giunta da te: necessità dura mi forza.
Ora nel nome di Zeus ti supplico e dei genitori
nobili –i vili di certo un simile figlio non l’hanno–
lasciami vergine intatta e senza esperienza d’amplesso,
e così mostrami a padre e madre dai probi pensieri,
come ai fratelli con te dallo stesso grembo venuti:
nuora per loro sarò non indegna, ma loro eguale.
Un messaggero invia subito ai Frigi dai destri puledri,
sì che a mio padre e alla madre sollecita ne riferisca:
essi per te manderanno abbondanza d’oro e una veste
ben intessuta: quei doni tu accettali, molti e stupendi.
Tu fa’ così, poi imbandisci grazioso banchetto di nozze,
ricco di pregio per gli uomini e per gli immortali, gli dèi”
Disse la dea, gli instillò desiderio dolce nel cuore.
Brama di lei ebbe Anchise, parlò, le rivolse parola:
“Se sèi mortale davvero, se ti generò madre donna,
Òtreo tuo padre, dal nome famoso, così come affermi,
e per volere del messo immortale qui da me giungi,
d’Hermes, mia sposa sarai chiamata per tutti i tuoi giorni,
pure nessuno fra i numi né mai fra le genti mortali,
mi fermerà se qui prima non mi ti unirò nell’amplesso,
ora, all’istante: nemmeno se Apollo infallibile arciere
con il suo arco d’argento scagliasse piangevoli dardi.
Ecco, perfino vorrei, o donna che eguagli le dee,
pur di salire il tuo letto, calare alle case dell’Ade”.
Disse e le prese la mano. Afrodite amica al sorriso
dunque si volse, abbassò gli occhi belli e venne con lui
dentro il suo letto ormai pronto, che era apprestato al sovrano,
tutto di morbide coltri coperto: e non meno al di sopra
c’erano poi pelli d’orsi e leoni forti al ruggito,
quelli che aveva egli stesso uccisi sui monti elevati.
E non appena i due furono entrati in quel letto ben fatto,
egli da prima le tolse le gemme splendenti dal corpo,
fibbie e bracciali ritorti e poi orecchini e monili.
Quindi le sciolse anche il cinto Anchise e dai veli sgargianti
la liberò, e ogni cosa sul trono borchiato d’argento,
pose: così per effato e per volontà degli dèi
egli, un mortale, alla dea eterna si unì, né sapeva.
Quando fu l’ora in cui guidano indietro agli stazzi i pastori
buoi e anche pecore pingui dai pascoli ricchi di fiori,
ecco che allora su Anchise ella infuse sonno soave,
dolce, e di nuovo vestì delle belle vesti il suo corpo.
Ben rivestite di tutto le membra, la splendida dea
nella capanna s’alzò, ne sfiorava il tetto ben fatto
con la sua testa, bellezza incorrotta dalle sue guance
si diffondeva: tale è Citerea la bella di serti.
Lo ridestò dal suo sonno, parlò, gli rivolse parola:
“Sorgi, Dardànide: come, tu dormi d’un sonno profondo?
Dimmelo se veramente ti sembra che io sia d’aspetto
simile a quella che prima hai veduta con i tuoi occhi”.
Disse: all’istante l’eroe si scosse dal sonno, all’udirla.
Come però d’Afrodite ebbe visto il collo, i begli occhi,
se ne turbò, gli occhi suoi poi rivolse indietro in obliquo,
e col mantello a sua volta occultò il suo viso gentile
e supplicando così, parlò con alate parole:
“Subito, dea, non appena io t’ho vista con miei occhi.
seppi che dea tu lo eri; tu il vero però non l’hai detto.
Ora ti supplico in nome di Zeus che dell’egida è cinto,
no, non lasciare che io fra gli uomini come uno storpio
viva, ma abbi pietà: poiché non a vita felice
nasce quell’uomo che affianco alle dee immortali si giace”.
Gli rispondeva però la figlia di Zeus, Afrodite:
“Chiaro di gloria tu, Anchise, fra gli uomini nati da terra:
animo, troppo timore non devi provare in cuor tuo,
no, da temere non hai, che per me ti colga sciagura,
no, non per gli altri beati, poiché sei gradito agli dèi.
Ti nascerà caro un figlio che poi regnerà fra i Troiani,
e dai cui figli verranno altri figli senza mai fine.
Ed il suo nome sarà Enea, poiché un’enea angoscia
venne su me da che caddi nel letto d’un uomo mortale:
sempre vicina agli dèi più delle altre genti mortali
quanto a figura e bellezza è stata la vostra progenie.
Ecco perché Ganimede il biondo da Zeus il sapiente
per la bellezza fu preso, che fra gli immortali vivesse
e nella casa di Zeus restasse, coppiere dei numi,
dagli immortali onorato, da tutti, un prodigio a vedersi,
sì che dall’aureo cratere attingesse il nettare rosso.
Tros ne ebbe lutto insoffribile in cuore, e nemmeno sapeva
dove tempesta divina rapisse quel caro suo figlio:
pianto versava per lui ogni giorno, senza mai tregua.
Ebbe pietà di lui Zeus, e gli diede in prezzo del figlio
lesti di piede i cavalli che portano numi immortali.
Sì, glieli diede, li avesse in dono: e gli disse ogni cosa
per il volere di Zeus, il dio messo uccisore d’Argo:
pari agli dèi era il figlio, e immortale, immune a vecchiaia.
E non appena ebbe Tros udito il messaggio da Zeus,
già non versava più pianto, e nel cuore n’era felice,
lieto guidava quei suoi cavalli dai piedi del vento.
Anche Titono lo prese l’Aurora dal trono tutt’oro,
lui, della vostra progenie e immagine degli immortali.
Ella si mosse a pregare il Crònide nero di nembi
che lo rendesse immortale, da vivere tutti i suoi giorni:
Zeus gliene diede l’assenso e così compì quel suo voto.
Stolta che fu, non intese nell’animo Aurora sovrana
chiedere la giovinezza, sviargli vecchiaia funesta.
Dunque, fin tanto che in lui fu l’amabile giovinezza,
egli godé mattutina Aurora dal trono tutt’oro,
e dimorò presso il corso di Oceano ai confini del mondo:
quando però si profusero i primi capelli canuti
giù dalla bella sua testa e giù dal suo nobile mento,
ecco che si allontanò dal suo letto Aurora sovrana,
e tuttavia lo nutriva, tenendolo nelle sue stanze,
con alimento d’ambrosia, donandogli vesti graziose.
Quando alla fine l’oppresse del tutto l’odiosa vecchiaia,
tanto che più non poteva levare né muovere membro,
questo le parve in cuor suo che fosse il consiglio più scaltro:
nella sua stanza lo chiuse, richiuse le porte splendenti.
Scorre infinita la voce da lui, e però vigoria,
no, non è lui come un tempo l’aveva nelle agili membra.
Certo non io lo vorrei che immortale in simile stato
fra gli immortali tu fossi e vivessi tutti i tuoi giorni.
Se rimanessi così come sei d’aspetto e figura
vivo per sempre e in tal modo potessi chiamarti mio sposo,
non calerebbe l’angoscia a velarmi il cuore pensoso.
Ma calerà su di te a velarti truce vecchiezza,
empia, sì quella che poi agli uomini resta vicina,
devastatrice, affannosa, che è anche aborrita agli dèi.
Per causa tua rimarrà ogni giorno senza mai tregua
onta gravosa su me, in mezzo agli dèi, gli immortali,
che da principio temevano i miei sussurrii, quelle astuzie
con cui già tutti gli dèi immortali a donne mortali
feci congiungere: tutti la mia volontà li domava.
Ora di questo però la mia bocca fra gli immortali
non oserà più parlare, poiché troppo folle fui io,
d’innominabile e trista follia, s’è sviato il mio senno,
ho concepito un bambino, unita nel letto a un mortale.
Lui, non appena potrà vedere la luce del sole,
lo nutriranno le ninfe montane dai veli sinuosi,
esse, che questo gran monte posseggono, chiaro di dèi:
non appartengono né ai mortali né agli immortali.
Vivono a lungo però e mangiano cibo incorrotto,
agili fra gli immortali si muovono in cori graziosi.
Anche i Sileni con loro e l’acuto uccisore d’Argo
sogliono unirsi in amplesso nel grembo d’amabili spechi.
Nate che siano loro, su terra nutrice d’eroi,
anche rampollano abeti e querce dall’alto fogliame,
belle, in fiorente rigoglio, sui monti dai picchi elevati.
E si sollevano altissime e tutti le chiamano templi
degli immortali: né mai mortale le abbate col ferro.
Ma non appena su loro è giunta la Moira di morte
si inaridiscono prima in terra quegli alberi belli
e si dissecca la loro corteccia e ne cadono i rami,
l’anima loro al contempo va via dalla luce del sole.
Sì, di mio figlio saranno nutrici e con sé lo terranno.
Subito, appena verrà all’amabile giovinezza
qui condurranno il ragazzo le dee e te lo mostreranno.
Poi da te ancora –così ti dirò dal cuore ogni cosa–
dopo cinque anni io a mia volta verrò, per lasciarti tuo figlio.
Subito, appena vedrai quel virgulto con i tuoi occhi,
tu sarai lieto, a mirarlo: avrà in tutto forma divina:
lo condurrai all’istante a Ilio sferzata dai vènti.
E se qualcuno ti chieda in mezzo alle genti mortali,
quale è la madre che unitasi a te concepì caro figlio,
risponderai a costui –ricordati –come ti impongo:
racconterai che è progenie di ninfa dagli occhi gentili
d’una fra quante posseggono il monte vestito di selva.
Ma se dovessi svelare, vantarti dal cuore insensato,
che a Citerea nell’amplesso ti unisti, alla bella di serti,
Zeus andrà in collera, a te scaglierà il suo fumido lampo.
Ogni segreto t’è schiuso: tu medita dentro la mente,
frenati, non nominarmi ed evita l’ira divina”.
Sì, così disse e volò nel cielo agitato di vènti.
Dea che governi su Cipro di salde città, ti saluto:
incominciando da te, ad un inno nuovo trascorro.

6 Commenti

    • Cosa c’entrino i colonnelli della giunta militare con un inno omerico è cosa che lei è troppo profondo per spiegare in linguaggio articolato. Forse sarebbe il caso di fare one step beyond.

  1. bellissima traduzione, a tratti morbida come la dea aurea, amica al sorriso, in ogni punto modulata in accordo ai toni del racconto in versi.
    complimenti a daniele ventre

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daniele ventre
Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina).