Il bridge dei free-lance

18 maggio 2014
Pubblicato da

Di Ornella Tajani

Da qualche tempo ormai penso che la difficoltà principale di un’attività free-lance non stia tanto nel procacciarsi i lavori, e nemmeno nell’esigere un contratto, negoziando tariffe che convengano a entrambe le parti. Queste due indiscutibili e considerevoli fatiche sono soltanto seconde al problema davvero decisivo, e cioè fare in modo che il contratto in questione sia rispettato.

Poniamo il caso che un traduttore debba essere pagato per dei lavori svolti per la Procura di Napoli, il Forum delle Culture e per una casa editrice, e che i termini di pagamento previsti dai vari contratti siano tutti scaduti. È l’una di notte e il traduttore, preso dallo sconforto, si ritrova a leggere la voce “contratto” sul dizionario Treccani. Dopo le varie definizioni vincolate all’idea di garanzia, che egli avverte dunque come tremendamente mendaci, la quinta e ultima accezione recita: “Nel gioco del bridge, l’impegno che un giocatore assume di realizzare un determinato numero di prese, giocando nel modo da lui dichiarato”.

A bridge si gioca in coppie. Quello che la Treccani non dice è che la persona che gioca in coppia col giocatore che dichiara il contratto viene emblematicamente detta “morto”: significa che, nella mano in cui il dichiarante dichiara il contratto, il suo compagno non gioca e sta a guardare; il dichiarante è il solo a poter muovere le carte, le sue e quelle del morto.

Naturalmente la condizione di morto ha i suoi vantaggi: si può lavorare comodamente a casa propria, non bisogna sopportare le bizze di un capo, inoltre è lecito gestirsi gli orari come si preferisce; magari il morto può decidere di andarsene a vivere all’estero. Tuttavia, l’ultima frase della voce Treccani desta non poche perplessità: a proposito del giocatore che ha preso le redini del contratto, si precisa che questi è tenuto a rispettarlo “giocando nel modo da lui dichiarato”. Sarà da intendersi nel modo dichiarato in partenza, cioè sul contratto di traduzione firmato, oppure nel modo in cui l’editore, o altro committente, decide in seguito di giocare?

Nel bridge, infatti, il contratto iniziale può essere apertamente rimesso in discussione da terzi, modificando radicalmente le dinamiche di gioco: si tratta del ben noto “Non dipende da me, l’azienda sta attraversando un momento difficile, segnalerò il problema all’amministrazione”. Come recita l’illuminante spiegazione di Wikipedia, “nel caso in cui un giocatore ritenga improbabile che l’avversario riesca a realizzare le prese inizialmente dichiarate, può esprimerlo con il contre, l’equivalente di una scommessa sull’impossibilità del mantenimento dell’impegno”. Quindi non solo il traduttore rischia di non essere pagato, ma c’è anche la possibilità che qualcuno scommetta sul fatto che non sarà pagato mai – scoraggiando l’editore e spingendolo a ritirarsi. Ora, quante possibilità ci sono che l’editore, il Forum delle culture e peggio che mai la Procura di Napoli si assumano la responsabilità di un surcontre, che il giocatore si concede solo nel caso in cui si sente davvero sicuro di rispettare l’impegno? Lo sa persino Wikipedia, che avverte: “Bisogna essere cauti quando si dichiara contre o surcontre, dal momento che il contre raddoppia il punteggio della presa, e il surcontre lo quadruplica; quindi si va incontro a una grande perdita se si fallisce”.

Nel suo ruolo di morto, il traduttore non può far altro che aspettare di vedere cosa fa il dichiarante, suo compagno di gioco. In verità avrebbe dovuto esigere dall’inizio una bidding box, la scatola dall’interno della quale, durante le competizioni ufficiali di bridge, vengono estratti dei cartoncini che si dispongono sul tavolo senza nascondere i precedenti (anche per vedere come l’editore si è comportato in passato) e in base ai quali si regolano dichiarazioni e contratti. Ad esempio, il traduttore avrebbe potuto concordare il pagamento all’atto della consegna del lavoro, evitando così “contestazioni sulla sequenza licitativa” col dichiarante, cioè sulla fase iniziale in cui si definisce l’accordo tra le parti. La bidding box, inoltre, gli avrebbe permesso “di eliminare le informazioni involontariamente trasmesse col tono della voce e di evitare che le chiamate fossero udite dai tavoli vicini”, pieni di altri giocatori desiderosi di sapere con chi hai firmato e quanto ti pagano a cartella.

Invece si è preoccupato soltanto di imporre le proprie tariffe, senza scendere al di sotto di una certa decenza, pensando ingenuamente che fosse quello il nodo cruciale, laddove le tariffe, in alcuni casi, fanno da specchietto per le allodole. Wikipedia docet: il meccanismo del punteggio tende a premiare, anche in maniera rilevante, gli impegni più elevati. Tutti hanno interesse a che la posta in gioco sia alta, e il contratto succulento; anche gli editori e i committenti vari. Badando prioritariamente alle tariffe, il traduttore ha dimenticato che queste sono solo un aspetto del contratto, che presenta poi altri punti importanti, come il rispetto dei termini di pagamento. È come se si fosse concentrato sull’atout, sulla briscola, sul seme decisivo all’interno della manche in questione, senza accorgersi che era in corso quel particolare tipo di partita chiamato “SA”: sans atout.

Se almeno avesse letto le regole del bridge prima di firmare il contratto, avrebbe potuto sin dall’inizio inserire nel preventivo il calcolo degli infiniti scambi di email che è costretto a inviare per sollecitare il compenso dovuto – il calcolo cioè di quelle settimane di numero variabile comunemente dette “tempi di recupero”.

È ancora Wikipedia a creare al traduttore un ultimo e atroce motivo di ansia: ”in realtà la dichiarazione spesso segue un codice per cercare di descrivere al compagno la propria mano, talvolta dichiarando colori che non si hanno e contratti irrealizzabili solo per dare più informazioni possibili”. Dichiarare contratti irrealizzabili. Solo per ricevere e pubblicare più traduzioni possibili. È il colpo finale. Al traduttore non resta che l’amara conclusione racchiusa nella definizione che Treccani dà di “free-lance”: propriamente «lancia libera» e quindi «soldato di ventura». Sans atout, per giunta.

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6 Responses to Il bridge dei free-lance

  1. diamonds il 18 maggio 2014 alle 21:06

    Ci si potrebbe scrivere sopra un fantasy col realismo immaginifico che questi tempi luridi hanno fomentato(il lavoro ai tempi della collera.cronaca di una rescissione annunciata)

  2. Romano A. Fiocchi il 19 maggio 2014 alle 16:25

    Fino ai primi tempi dell’unità d’Italia la stretta di mano sostituiva un contratto per affidabilità e certezza. Poi si è cominciato col dire “carta canta”: il nero su bianco è l’unica garanzia perché la parola non la mantiene più nessuno. Da quando hanno fatto anche il “contratto con gli Italiani”, poi, non vale neppure più la carta. Il nuovo slogan è: i contratti sono fatti per essere risolti. Involuzione della morale o evoluzione del liberismo?

  3. jan reister il 20 maggio 2014 alle 09:56

    Una bella metafora per un problema annoso per tutti tipi di collaboratori. Tempo fa Gianluca Diegoli o altri proponeva di creare un social network dei cattivi pagatori. Ci sono grossi problemi legali (vedi il Garante per la protezione dei dati personali), ma sono convinto che un sistema di reputazione sarebbe molto utile per vedere con chi lavorare.

  4. Antonio Bibbò il 20 maggio 2014 alle 22:53

    Purtroppo per la legge italiana non si può dire chi non paga: anche quando è vero si rischia una denuncia per diffamazione. Qualche tempo fa, qualche collega aveva dato inizio a un blog per elencare gli editori che, meraviglia, pagano i propri collaboratori. (era questo: http://editorichepagano.wordpress.com/), ma ora sembra fermo, purtroppo.

  5. ornella tajani il 21 maggio 2014 alle 14:38

    In effetti è un po’ complicato. Rendere noti – anche per vie traverse – i nomi degli editori (o altro tipo di committenti) che non pagano o lo fanno con grandi ritardi sarebbe sicuramente utile – a patto poi che nessuno accetti di lavorare con loro.
    E forse la stesura di un contratto standard obbligatorio (cui il sindacato pare stia lavorando), in cui si esplicitano delle penali in caso i termini non siano rispettati, costituirebbe almeno un piccolo deterrente. Staremo a vedere.

  6. renata morresi il 24 maggio 2014 alle 12:04

    Nella teoria dei giochi (=lo studio delle decisioni strategiche) vi è il cosiddetto Dilemma dei Pirati:

    1 pirata molto forte, 1 pirata mediamente forte e 1 pirata debole devono spartirsi un bottino di 100 monete. Dato che i 3 pirati sono avidi ma logici, e desiderosi di rimanere in vita, con chi dovrà allearsi il pirata debole per sperare di sopravvivere e guadagnare qualcosa?

    Il senso comune vorrebbe rispondere: con il pirata mediamente forte, così insieme potrebbero liberarsi del pirata forte. E invece no: giacché in tal caso il pirata mediamente forte sarebbe comunque più forte del pirata debole, quest’ultimo non avrebbe più alcun alleato, e per il pirata mediamente forte intascare tutto il bottino sarebbe un gioco da ragazzi.
    Allora, strategicamente, il pirata debole sceglierà di allearsi col pirata molto forte, accettando da lui 1 moneta: sì, una sola, che è comunque più di quanto gli lascerebbe il pirata mediamente forte. Il pirata forte, a questo punto, intascherebbe le altre 99 e il pirata mediamente forte rimarrebbe a becco asciutto. Senza neanche protestare per la paura di essere gettato in pasto ai pesci.

    Ne deduco (io, quindi non so quanto logicamente): occorre togliere forza al pirata forte. Allora sarebbe possibile una negoziazione non più basata sulla convenienza, ma sulla giustizia.



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