Essendo il dentro un fuori infinito #1

19 settembre 2014
Pubblicato da

di Mariasole Ariot

DIE FAHNEN wahren den Schein – LE BANDIERE salvano l’apparenza.
P. Celan

Immagine1

 

Julia ha una macchina incastrata nello sterno. Dal collo dell’utero a metà cuore, da cuore a collo,
da collo a sinapsi : condannata all’iper-reale di due voci : la prima dice you will die till you go out
from here, la seconda intona come una cantilena you are a bitch : we will find you alone.

 

Gennaio 2014, Nigeria

 

Julia sogna il sogno proibito dei falsi profeti mezzi alieni mezzi umani – il Presidente degli Stati
Uniti d’America e un uomo con l’abito bianco a cerimonia che viaggia di chiesa in chiesa palpitano
nella notte, annunciano il vero di una nascita oscurata.
Julia ha una ferita nel cielo, un grido che le taglia le braccia, i polsi, i raggi di buio che non sono
porta, Julia scalpita, Julia corre dalla bambina, come una bambina inciampa sulle sincronicità
scivolose. Ora deve pagare il pedaggio, ora Julia deve parlare.

Tutto il silenzio gravita sotto la sabbia, le porte si aprono : nella solitudine vede i due soli spaccarle
l’utero, entrarle dentro per innestare il macchinario.

Il sogno dice : The Pope is a false prophete.

 

***

 

I mesi si oscurano.
Senza sonno raccoglie le bocche ingurgitate per la partenza, la voce della madre, e dei padri, e delle
madri : raccoglie i fratelli, li incarta uno ad uno nella valigia, parte per il nord di un altro continente,
in uno stato che non è più stato. I medici esaminano le carte : le dicono : è tutto regolare.

Prima di partire digita il sogno del mondo al mondo: The Pope is a false prophete.

 

***

 

Marzo 2014, Italia

L’arrivo in città è bianco : ci sono le strade vecchie, gli abiti più corti e i capelli più lunghi. Il marito
è già nella città della valle, lei lo segue, il marito la bacia, prende Naomi sulle spalle, e come un
fasciatoio si piega sulla moglie per dirle eccomi, usami, non scusarti.

Eppure il mondo vacilla.
Di notte gli incubi le tremano le gambe, tutte le figure si disperdono, i muri cedono, la ruota del
silenzio non riesce a più a dissimulare : ora deve
pagare il pedaggio. Ora
Julia deve parlare.

 

***

 

Giugno 2014, Sotterranei

Il delirio accade sempre in una notte : perde inizio, non contempla fine.
Un medico inviato dal Vaticano le ha inserito una macchina nel cuore della sua piccola tomba : è un
corpo, è una tomba, è una gabbia. L’hanno pagato bene. Era un parto cesareo. Se la condanna non
sarà morire in pieno giorno, la vera pena sarà fare i conti con i due piccoli umani che le dicono :
you will die as soon as possibile. Julia urla le Letture nel fondo, prega mille volte, strappa le pagine
dei diari, non può più ascoltare le foglie.

 

Immagine2

 

L’uomo fasciatoio la carica sulle spalle, piange, la porta nei sotterranei, le danno un camice verde, le
strappano la lingua, le premono la medicina nera nella gola : qui l’inglese non è concesso. Impara
l’italiano : sei tu che sei venuta da noi. Impara l’italiano.

Julia addormenta la parola nella voliera, finge di non sentire anche quando ci sente. Julia diventa
una voliera.

 

***

 

Lui torna a trovarla ogni sera, le bacia il copricapo e il capo, il cibo dei piccoli ricordi. Julia
cammina avanti e indietro con una flebo sul braccio, non riesce dormire, spinge il cadavere del letto
sulle piastrelle sporche dei sotterranei, copre la testa con un foulard di seta : they don’t trust me :
they will kill me. It is not a joke.

Nel rione delle Porte Chiuse ridono gli infermieri :

La nigeriana si è messa a dormire come i negretti.
Dalle qualcosa, chiudile la testa.

Dalle cosa.
Dalle un silenziatore.

 

***

 

Julia ha smesso di parlare. Le figlie cadono sul pavimento, quando cerca di cantare i boschi afferra
la nota sbagliata. Noi ridiamo, noi cantiamo le sirene, noi apriamo le faglie.

I neurolettici fanno il loro dovere : si trascina nei corridoi, l’odore di fumo le invade le narici fino al
cervello.

Restano le voci : true human voices, two human voices, it is not a joke. La costruzione di una
metafora resta perfetta, una strategia per chi non ha femori abbastanza forti da poggiare sulla terra.
Il farmaco fa il suo dovere : ci dice non ascoltare, chiede non sentire.
Dice non sentire : noi non vogliamo ascoltare.

 

Immagine3

 

dunque cos’è un delirio quando delira, quando ha il coraggio delle pietre, dei profondi e delle
soglie – quando non fa luce e non fa grida / cos’è un delirio quando indugia, cosa non è
concesso nel secondo arrivo di un asilo : gli esiliati che non siamo
se non sigilliamo l’ora che non abbiamo siglato.

 

 

 

Tag: , , , , , ,

20 Responses to Essendo il dentro un fuori infinito #1

  1. Marilena il 19 settembre 2014 alle 14:50

    dunque cos’è un delirio quando delira

  2. n.a il 19 settembre 2014 alle 19:29

    Scrittura febbrile, un dire che della “caverna” non cerca solo l’uscita ma pone una domanda non scontata. La malattia come incubo dove le persone vengono precipitate. Qualcuno ride, qualcuno invece si muove e attraversa le corsie dell’ inferno, e chissà con quante voci dovrà ancora parlare per farci ascoltare . L’incubo è anche questa attesa .

  3. natàlia castaldi il 19 settembre 2014 alle 19:37

    molto molto molto bello. un viaggio, un delirio, un bilico tra sogno e incubo, sonno e veglia.

  4. Isabella il 19 settembre 2014 alle 21:37

    bellissimo, bellissimo davvero

  5. hius il 19 settembre 2014 alle 23:37

    Trovare le parole là fuori: un sottile miracolo

  6. f.t. il 20 settembre 2014 alle 10:49

    […] “no voices come if you sing, Sole” […]

    • mariasole ariot il 26 settembre 2014 alle 12:52

      And here come (but not the Sun): the silence.
      Quando una voce è non una macchina, quando una voce è/non è umana, quando una voce toglie, se per sottrazione recupera il silenzio necessario. A cosa? A dire. We know, f.t. – oppure quando a quel know si toglie la k e diventa : now.

  7. malos il 20 settembre 2014 alle 12:06

    più che sogno/delirio, a me *l’essendo* è parso dannatamente realistico, solo che, per “comunicarsi”, il tutto è stato necessariamente tradotto mediante un innesco di macchinario tipo il linguaggio umano (id est qualcosa che gettiamo a ponte sull’abisso tra interno e esterno). moreover, magari “volere ascoltare” non è sufficiente: è utile anche sapere ascoltare (inglese, italiano, arabo o fonema elementare che sia) e d’altro canto forse comunicare resta l’allucinazione più totalizzante che possa convincerci di esistere (notare il doppio senso).
    insomma, musica sanguinante per le mie orecchie, qui, ovvero metafisica in suoni capace di graffiare e di lasciare il segno. (sogno?).

  8. mario schiavone il 21 settembre 2014 alle 13:09

    parole vibranti, pesanti e spigolose come zolle di terreno smosse da un contadino. lì sotto, sotto quei cumuli di zolle e terra e argilla e ghiaia, c’è tanta vita. pure se nell’angoscia pare non ci sia vita, certi guizzi vitali riemergono sempre.
    grazie mariasole.

    • mariasole ariot il 26 settembre 2014 alle 12:44

      Grazie, Mario (i tuoi commenti – in questo luogo, di questi luoghi, di questo dentro che è un fuori ed è un dentro – sono sempre preziosi)

  9. Antonio il 21 settembre 2014 alle 15:05

    Accozza parole alla cazzo o accazza parole alla cozza? Ma questa roba a chi è destinata, di preciso? Non si ha la percezione della complessità, ma solo di una scrittura inutilmente contorta, zeppa di metafore inutili, forzate, e peraltro anche male assortite.
    Viene da chiedersi, onestamente, se chi scrive abbia cognizione di cosa sia, DAVVERO, un delirio; di cosa sia il dolore, la fatica, la sofferenza, il disagio, l’emarginazione. E’ palpabile che la descrizione (quando si interrompono questi continui vezzi linguistici tutti vocati alla metafore sempre e comunque e dovunque) proceda “per sentito dire”. Da una parte il Buono e dall’altra I Cattivi (cattivi in tutto poi…profonda conoscenza dell’animo umano, non c’è che dire! Io lo definirei più che altro un escamotage comodo comodo per non spiegare niente: viva il luogo comune!)
    E poi troppa carne, troppe tematiche al fuoco, sebbene venga gestito un unico personaggio, in sostanza (il che la dice lunga sulla totale assenza di “mestiere” nel costruire una storia): per quanto si sia scelto un linguaggio oscuro, autocompiaciuto, volutamente faticoso ed ostico (nonostante la materia sia il dolore degli ultimi), è evidente l’assoluta e completa assenza di una reale conoscenza di ciò di cui si vuol scrivere: il tutto peggiorato da un ipersoggetivismo a tratti irritante. Ma lei, cara Ariot, in un reparto d’ospedale ci è mai stata? E anche qualora ci fosse stata, cosa ha davvero capito della sofferenza? Questa scrittura è fatta di parole rampicanti che stritolano, coprono l’essenza che si vorrebbe svelare, offrire. Il punto è che non si offre pressoché nulla, se non un esercizio ozioso di estetica verbale, che dopo qualche riga, onestamente, annoia pure. E quelle stesse parole tra loro confusamente intrecciate sono solo un modo fintamente raffinato di coprire ciò che davvero si cela sotto di loro: il Nulla.
    La scrittura è significazione e comunicazione. Qui non ci sono né l’una né l’altra.
    Julia non capirebbe niente di quel che lei ha scritto, sa? E per parte mia, scusi se glielo faccio notare, è una sconfitta totale e definitiva.

  10. effeffe il 21 settembre 2014 alle 17:41

    “è evidente l’assoluta e completa assenza di una reale conoscenza di ciò di cui si vuol scrivere,” scrive Antonio.

    questa affermazione è falsa due volte. la prima perché non sappiamo se vi sia stata nell’autrice un’esperienza vicina al racconto che è stato fatto. La seconda, perché non è mai evidente la relazione tra esperienza e racconto, e comunque sia non basta l’esperienza a determinare la realtà, la verità di un racconto o il suo valore letterario. Se fosse vera, evidente, l’affermazione di Antonio, le Americhe di Franz Kafka o di Boris Vian non sarebbero mai esistite. effeffe

    ps
    Mariasole, benvenuta in NI. lo so e ne ho le prove

  11. Sergio Baratto il 21 settembre 2014 alle 20:02

    Mariasole è una scrittrice e poeta dotata in sommo grado della rarissima capacità di generare parole fatte di carne e sangue. Perciò è comprensibile che possa suscitare invidia, risentimento e qualche reazione un po’ sguaiata.

  12. Antonio il 22 settembre 2014 alle 12:16

    Speravo in risposte un tantino più circostanziate, e invece scomodiamo il povero Kafka e l’invidia. Quanti danni fanno i talk show con le loro modalità comunicative, solo i posteri potranno appurarlo appieno.
    Ma supponiamo_e potrebbe benissimo essere davvero così_che io sia un mezzo ignorantone anche sufficientemente stupido, uno della categoria di inebetiti “Non sa, non risponde” dei sondaggi nazional popolari.
    E supponiamo anche di avere di fronte non un pezzo qualunque, ma di una roba apocalittica che fa venire i brividi di gioia agli accademici; qualcosa di molto vicino al genere del Campus Novel (Joyce e lo stream of consciusness, per capirci…ma voi capite e io no, nel gioco, quindi è una precisazione inutile).
    Bene, siamo in un’aula e io sono seduto al banco, voi siete alla cattedra.
    Umilmente, ad un certo punto, dopo la lettura ad alta voce del brano in questione, io alzo la mano, e chiedo: “Scusi, professore, ma esattamente, ‘i raggi di buio che non sono
    porta’, ‘come una bambina inciampa sulle sincronicità
    scivolose’, che vuol dire? Oppure, professore…cosa significa ‘il coraggio delle pietre’? E quando Julia diventa una voliera, l’autrice cosa voleva dirci?…Prof, io non capisco. Mi sembra un gioco di parole fine a sé stesso. Ma nonostante tutto sono curioso e vorrei capire. Allora lo chiedo a lei, prof. Che vuol dire? Ma me lo deve spiegare con parole semplici. Non semplicistiche: semplici.E poi, mi scusi tanto prof se sono noioso, ma mi potrebbe spiegare per quale motivo tutto il pezzo è una corsa a ostacoli per complicare la narrazione?”. Vede, il problema non è l’aver vissuto o meno determinate esperienze_e dire che lo avevo già precisato_ma il fatto che non si riesca a comunicare tramite la scrittura ciò che si è esperito_realmente o solo idealmente. L’invidia c’entra poco, e del resto, a fronte di questo onanismo della metafora, una critica (peraltro anche circostanziata), dà solo un po’ di sale al tutto. Rallegriamoci dell’esistenza delle critiche! Soprattutto di quelle alla luce del sole, ché la maggior parte viene celata da sorrisi e finti complimenti, salvo poi manifestarsi appena uno ha girato le spalle.

    • Geschenk il 22 settembre 2014 alle 12:38

      Non ho capito una cosa, ma se la metti così, allora, “L’interferenza delle contrazioni muove ancora il liquore della pupilla” che vuol dire? E “venivi dalla rosa” che vuol dire? E “Madame Sosostris aveva un brutto raffreddore” che vuol dire? E “la stessa finestra divisa in gridi” che vuol dire? (vedi Fortini, Celan, Eliot, De Angelis)

  13. effeffe il 22 settembre 2014 alle 14:29

    Antonio, non siamo in classe, non siamo in lotta, non è una lotta di classe. Mi meraviglia come uno che cominci dicendo “Accozza parole alla cazzo o accazza parole alla cozza?” pretenda una aderenza di parole (significati) e cose alla Wittgenstein (quello del tractatus). Mi sorprende che poco dopo si tiri fuori un selfie of consciousness insieme alla pretesa di sapere “cosa sia, DAVVERO, un delirio”. Ma senza continuare inutilmente con ‘sta botta de vita intellettuale mi soffermerei a questo punto sul perché mi sia piaciuto.
    A partire dallo svelamento iconografico usato nei tre tempi fotografici, il diario in terza persona non si limita a descrivere lo stato delle cose sulla “soglia” ma si porta avanti con un interrogarsi che procede attraverso varchi, brecce, o per scavalcamento, in una ideale ricongiunzione con il proprio modello di sé. Anzi di “se”. Sintetico, capisco, e a priori, ça va de soi. da sé. effeffe

  14. Antonio il 23 settembre 2014 alle 14:08

    Wittgenstein, sia nel Tractatus che dopo la svolta delle Ricerche, si esprime principalmente attraverso l’uso della metafora. Il problema sono le metafore improprie, quelle che non svelano nuove prospettive sulla realtà per il semplice fatto che non hanno senso alcuno. Il secondo Wittgenstein, peraltro, assorbe il significato all’uso, alla prassi del seguire una regola, e probabilmente sarebbe in questa sede il più severo di tutti, sempre che si fosse preso la briga, ipoteticamente, di partecipare alla conversazione. Wittgenstein non liquida mica il significato, non accoglie mica il mentalismo linguistico. Poi si potrebbe pure aprire una sezione a parte circa la posizione critica di Wittgenstein sul linguaggio privato. Il secondo W. si dà addirittura del cripto behaviourista…non lo è, ma tende a sgonfiare sistematicamente l’enfasi sull’interiorità dell’io.
    Ovviamente non si tratta di una lotta, e l’espediente della classe era, appunto, un espediente. Lei mi risponde con i motivi per cui le è piaciuto: io ho chiesto il significato delle metafore all’interno del testo, la loro connessione con la struttura narrativa. Tutto qui.
    (Scusi, volevo abbandonare la discussione e certamente dopo questo ultimo intervento lo farò, ma non si nomina un autore come Wittgenstein in modo tanto sprovveduto. Ci sono ancora fior di studiosi che lo analizzano per comprenderne appieno la portata filosofica…ancora oggi)

  15. helena janeczek il 23 settembre 2014 alle 16:01

    Antonio, vedo che ci tieni a mostrare di non essere quell’ignorantone che sopra nomini, bensì un tipo che ha studiato Wittgenstein e sa che esiste la Campus Novel (che cosa c’azzecca qui: boh)
    Quindi si supporrebbe che tu sappia che solo un lavoro d’analisi può fornire la cornice per stabilire se all’interno di un testo le metafore siano o meno “improprie” e che cosa “significano”. Sennò siamo alla naturale soggettività del giudizio estetico che però si pone come normativo.
    Sono vent’anni che per lavoro esamino testi e se c’è una cosa che l’esperienza mi ha insegnato è proprio prendere con le pinze il mio giudizio – ovvero riconoscere che, per quanto cerchi di oggettivarlo, al fondo resta una zona soggettiva irriducibile. Ho imparato a capire che ci sono tipi di storie o di scritture per le quali sono sorda o che mi urtano: vale a dire a fare i conti con i miei limiti di ricezione.
    Quel che penso,in ultimo, è che prima che arrivi l’accademia, la bellezza di un testo stia nella sua capacità di entrare in risonanza con chi lo legge – è una dimensione imponderabile quella in cui la ricezione avviene: specie per un testo volutamente non realistico cadenzato dall’innesto non illustrativo di immagini fotografiche.
    Tu hai tutto il diritto di trovarlo brutto, insensato e quel che ti pare. Un po’ meno di credere di sapere come invece andava scritto.
    Scusa se assumo il tono della vecchia zia, ma davvero penso che la tua intemperanza un po’ proterva sia indice di una certa ingenuità di fondo. C’è però una cosa che dovresti imparare a evitare: non metterti a sindacare sull’autenticità di una narrazione, non lanciarti nel “lei non sa di che cosa sta parlando” perché non solo con conta nulla rispetto alla riuscita letteraria, ma è anche un terreno dove si sbaglia tantissimo e, in più, si sbaglia accusando una persona. Ci sono stati casi di libri superincensati per la loro bruciante autenticità che si sono rivelati inventati, persino plagi; e c’è stato per contro un poeta come Paul Celan accusato di “estetismo decadente” e peggio: fino a quando non si è buttato nella Senna.

  16. francesco forlani il 24 settembre 2014 alle 10:03

    Antonio, “tutto ciò di cui si sa, non deve per forza piacere.” effeffe

  17. mariasole ariot il 26 settembre 2014 alle 13:27

    Con ritardo : grazie a tutti per aver letto, per ciò che ne avete sentito e detto. Al benvenuto di effeffe, al sogno di Malos, il sangue di Sergio, al bilico delle caverne, alle domande che restano aperte. Perché non c’è intento di chiusura o di certe dicotomie rigide, e : può esserci davvero un intento, un incontro nella chiusura?

    Il mio – per questo pezzo e quelli che verrano – è un invito ad attraversare, forse anche al di fuori della traccia testuale, uno spazio che pur non avendo bordi erige dei muri. Attraversarli, oppure sospendersi sulla soglia.

    Barbaro scrivere del dopo ( Quel dopo) – urlava Adorno. Ma, io credo, barbaro è non scriverne, non dirne, non dire.



indiani