L’infinita

di Emanuele Muscolino

Ti ricordi quando affiorarono le prime rughe? Gli anni del ciclo originario, la nostra gioventù. Era un monito a farci da parte, a comprare una casa, a pensare ai figli. Fui io a dire di no, innamorato com’ero della scienza e della nostra età.

Non fu solo per questo che ti trascinai nella ricerca con Rutger: da capo progetto dovevo espormi in prima persona e tu ti affidasti senza chiedere, con la promessa che avremmo vissuto altre vite, che sarebbe stato ancora tutto possibile. Il rigeneramento ci diede una seconda opportunità, ma non ti rese di nuovo fertile.

Chang Tyler ha detto che il mio corpo non è pronto, stavolta, mentre per te non si poteva rimandare e allora le ho detto di procedere, che a me avrebbero provveduto poi. Lei stima tra i quindici e i sedici mesi. Mi sembra un tempo infinito.

Mi piaceva il tuo addome franare tra le antiche anche. Ci avevo fatto l’abitudine, di nuovo. Mi ero innamorato dell’odore aspro della tua bocca, della peluria che ti copriva le gote, dei tuoi capelli grigi, dei tuoi piedi ossuti, seppure non eri come la prima, né come la seconda: genotipi identici, fenotipi  difformi. La natura non replica, nuovi schemi emergono dal caos e ci disorientano. Ho conosciuto almeno tre Rachael  diverse − sguardi, voci, pensieri − a cui ho dato lo stesso nome. Così hai fatto anche tu. Ci siamo battezzati ogni volta, cercandoci oltre le ceneri.

Cosa ci ha tenuto insieme? Dopo il primo rigeneramento ci trattarono da reietti. Un giornalista ci chiamò «la storia che non vuole tramontare». A noi, che una vita l’avevamo già vissuta «in un tempo sbagliato» come dicevano loro, il resto del mondo sembrava così immaturo.

Ora che non ti sono accanto, nel cruciale letargo orchestrato da filamenti di RNA, sono solo a scontrarmi con le mie paure da vecchio. Una parte di me vuole andare a occupare il suo posto, secondo natura. E mentre ti vedo ringiovanire nella camera ultrabarica e il nodulo sulla faringe si riassorbe con rapidità insospettabile, quella voce rimbomba: tutto questo è sbagliato.

Ci riconosceremo ancora? Attendo con ansia e orrore domani l’altro, quando i tuoi occhi si apriranno e ci saluteremo: David Betson Mae, Rachael Danzàli Picket.

*

Così sei di nuovo viva. Mi guardo allo specchio, cercando di indovinare chi sono. Per l’emicrania Chang Tyler mi ha dato radici da masticare. Se n’è andata in due giorni. La cosa più sorprendente è stata il tumore, che si era mangiato le corde vocali: è scomparso anche quello e mi è venuta una voce da bambina, un suono a cui dovrò abituarmi.

Sento freddo alle ossa, mi copro di tessuti pesanti, le vecchie lane di mia madre, mentre David se ne sta in maniche di camicia fino a sera. Ha smesso di studiare, mi sembra: passa le giornate a camminare con Van Gogh per le colline della tenuta. Hanno il passo appesantito entrambi, eppure ha detto che non lo sottoporrà a rigeneramento. Con i cani non l’ha mai fatto, non li ha mai considerati degni. Con lui, secondo me, non lo fa perché non sopporta l’idea di abbandonarlo prima del tempo, né la paura di ritrovarlo cambiato. Ci è entrato in simbiosi. Poi se ne va al laboratorio, per abitudine − ormai è tutto in mano a Chang Tyler − e mi sintetizza sogni lucidi nella testa. I suoi suoni, i suoi colori. Troppe memorie. Un modo per starmi vicino, senza il rischio di dovermi toccare.

Facciamo fatica, con David. Mi sforzo di ricucire i fili che ci legano, mentre vago alla ricerca di me stessa. Ma i giorni passano e non riesco a vivere nel ricordo, o nell’attesa. Mi ha detto che gradirebbero averci per qualche tempo sulla Luna: Xin Chengdu, Davappuzzha, le città solari delle società senza bandiera, costruite dalle intelligenze ibride. Mi ha detto  vieni con me nel Rinascimento, andiamo a incontrare la Ex-Gen, i nati lassù. Pensa che mi sentirei meno sola. Che ci sentiremmo meno soli. Ha paura di me. Gli ho detto portami al fiume.

Lunedì ha fatto preparare la quattroruote del nostro primo bacio e ha guidato fino  alla riva.  Il sole bruciava, così mi sono spogliata e mi sono tuffata. David mi ha urlato dove vai, ridendo. Gli ho detto vieni. Aveva freddo. L’ho convinto a entrare in acqua, l’ho stretto tra le braccia e ho schiacciato il mio ventre contro quello avvizzito di lui, spingendogli le labbra sulle rughe del collo. Ho preso il suo odore come un ricordo, ricamandogli «sono io» nell’orecchio. Lui non mi ha sentita, non mi ha creduto. L’ho portato ad asciugarsi. Si è irrigidito. Ha detto che era per il freddo, e per Van Gogh che si mordeva il sedere.

David dice che si tratta solo di tempo: le sue cellule non sono abbastanza usurate per essere sottoposte a rigeneramento. Li avevo visti gli esperimenti sugli under 70: corpi portati a una fase di pre-sviluppo, scheletri adulti con organi bambini, muscoli che saltavano tendendosi su ossa troppo lunghe. I pazienti rimanevano allettati, immobili, imbottiti di antidolorifici, implorando per una soluzione che non c’era. Alla fine accettavano l’iniezione.

David ne uscì pulito, ma per superare il trauma impiegò anni. Si rimise a studiare con Rutger Kampf, il suo studente  brillante, e dopo quarant’anni di esperimenti e ricerche si propose come cavia. Lo seguii senza titubare. Non c’era altra via: se doveva morire, sarei morta con lui. Non morimmo, se così si può dire. Ma poche settimane dopo il nostro risveglio scoppiò la guerra, il progetto non fu rifinanziato e noi rimanemmo gli unici rigenerati sul pianeta.

Alla solitudine si accompagnò l’amarezza per la mia sterilità. Adottammo Marco, Karim e Hashim, tre orfani arrivati al centro profughi dove prestavo servizio. Vissero le loro vite, fino in fondo, ma i loro DNA non erano adatti al rigeneramento. Un curioso scherzo del destino. Decisi che non l’avrei fatto neanche io, quando sarebbe arrivata l’ora. David, invece, illuminato, o egoista, andò dritto per la sua strada, e dopo mesi di lotte e di lacrime, ancora una volta, mi convinse a seguirlo. Li seppellimmo all’inizio del nostro terzo ciclo. Per l’anagrafe potevamo essere i loro bisnonni; a vederci in faccia sembravamo i loro nipoti.

Mentre guardo David prendersi cura di Van Gogh, portarlo a spasso, lavarlo, mi sembra di vederlo affondare, lui che non si è mai fermato. Sembra si sia deciso a rimanermi accanto come un fantasma, per tutti i mesi che ci separano dalla sua terza rinascita. E nel frattempo, con occhi accomodanti, a volte odiosi, commiserabili,  ripete che non è colpa mia.

*

«La tua preoccupazione è comprensibile, David, ma, lasciami dire, transitoria. Ti trovi in un periodo depressivo, legato alla senilità; vedi l’orizzonte rimpicciolirsi e questo non ti aiuta a mantenere una visione globale. Tra un anno la penserai diversamente».

«Hai ragione, Chang. Come arrivarci, però, a quel momento?»

«Il tuo corpo si avvicina alla scadenza genetica e nutre la tua mente di fastidio, inadeguatezza, dolore. È l’uno che guida l’altra,  e non viceversa. Accettalo e siine consapevole».

«Non sono più sicuro che siano due cose separate,  la mia mente e il mio corpo. Come è offuscata la prima, così è stordito il secondo. Non ho più voglia di cambiare, Chang».

«Posso comprenderlo, pur non possedendo, di fatto, né l’una né l’altro. Ma ti invito a riflettere sul paradosso che hai espresso: l’idea di abbandonarti alla caducità del corpo è emersa solo grazie al suo superamento, che hai operato  molti anni or sono. Mi dispiace non poter esserti più d’aiuto, David, ma la scelta, come sai, spetta  solo a te».

*

Ho ragionato a lungo sulle parole di Chang, ma non sono riuscito a trarne nutrimento. Il mio corpo mi sta trascinando in acque senza corrente, dove né io né il gene che mi abita abbiamo un futuro, proprio come Van Gogh, il mio nuovo maestro, che all’ombra del suo pelo comprende il mondo meglio di me.

Se il mio corpo fosse stato pronto, prima che il tumore di Rachael esplodesse, mi sarei sottoposto al rigeneramento assieme a lei, e oggi sarei ancora florido, curioso di scoprire la donna che ho accanto, e la vita di prima, o una nuova, avrebbe continuato a scorrere. Invece non riesco a capacitarmi che il tempo, che ho sempre governato, mi stia giocando questo scherzo. Forse, quando sarà il momento, dirò a Chang di lanciare un dado e di decidere per me: che il caos faccia ancora la sua parte.

*

Ho conosciuto Jarom. Viene a correre  tutti i giorni nel parco della tenuta. Si ferma  nell’area attrezzi, dove non va più nessuno, e si allena per un’ora. Mi sono messa a guardarlo e i suoi occhi mi hanno rivolto la parola. Ho risposto con quella voce da bambina che non riesco ad accettare. Sembra essergli piaciuta.

Frequentare Jarom potrebbe essere una via, da qui al rigeneramento di David. Lui non ne risentirebbe: da giorni ha smesso di chiedermi cosa faccio e non parliamo più del tempo che manca, né di quello che ci separa. Ma lo supereremo, come abbiamo superato il resto.

Abbiamo scopato dietro i cespugli: odore di paprika e di rosmarino, Jarom. Ho cercato il fondo dei suoi occhi, senza trovarlo. Sono quelli del primo ciclo, di un vergine. Lo sospettavo.  Ci siamo visti tutti i giorni, dopo la corsa. L’ultima volta mi ha piantato le pupille addosso e mi ha detto che quando rimarrò incinta andrò a stare da lui. È stato bello sentirglielo dire. Non ha idea di chi io sia, della mia condizione, né dell’uomo a cui sono legata.

Immaginare la vita senza David era impossibile, ma ora appartengo all’odore di Jarom, alle sue gambe forti, al profumo immacolato del suo petto. La vecchia me nutre la nuova dei suoi resti, mentre scompare in tracce sbiadite, che solo di rado chiedono giustizia. Sogno ancora di Karim, di Marco, di Hashim, e del vecchio David, cercando di dimenticarli.

Ho avuto nausee e giramenti di testa negli ultimi giorni; pensavo fossero legati a un rigetto del condizionamento. Era prevedibile : alla fine del terzo ciclo, seppur malato, il mio corpo era  ancora giovane. Chang Tyler invece ha detto che è tutto a posto. E che sono incinta, di una bambina. Non se ne capacitava. Ha detto che la peculiarità di noi umani risiede nel paradosso. E che provava invidia. Di tutte le trasformazioni che il mio corpo ha subito, ho pensato, questa è stata di gran lunga la più inattesa.

Ho incontrato David per parlargli,  ma non ce n’è stato bisogno: sembrava già sapere.  Mi ha stretta, sciogliendosi in una fontana di lacrime, tutte quelle che non ha mai versato. Non penso fosse per il tradimento, né perché  stava perdendo un pezzo di sé. Piangeva perché la sua scienza aveva fallito. Il gene egoista aveva vinto ancora. Vedendolo così, nudo, ho pensato che avrei potuto amarlo,  che sarebbe stato ancora tutto possibile, che avremmo potuto essere una famiglia, e la bambina mia e di Jarom sarebbe potuta essere la nostra, e sarebbe cresciuta  sui clivi della tenuta, o nelle città solari lontano da qui, e  che ci saremmo rigenerati senza posa, come aveva sempre sognato, come una famiglia infinita. Ho preso le poche cose a cui tenevo e gli ho detto addio.

Ho raggiunto Jarom con uno zaino e una borsa. Abbiamo fatto l’amore sul lettino del suo monolocale, oltre la cinta magnetica della quinta conurbazione, in un dedalo di case sospese che non avevo mai visto. Mi ha preparato  un infuso di bacche rosse e mi ha dato  le sue maglie: avevano l’odore del resto della casa, il suo odore, quello che sarà di nostra figlia. Ho giurato a me stessa  che non mi rigenererò più, che lascerò questo mondo prima della creatura che porto in grembo, il frutto di due uomini molto diversi tra loro e di una donna che non ricorda quasi più nulla del suo lunghissimo passato.

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4 Commenti

  1. Si entra in questa atmosfera con una facilità che ricorda lo scorrere di un ruscello e poi quando finisce ci si sente non pronti ad uscirne.
    Grazie è bellissimo!!!

  2. Questo racconto è bellissimo, un intenso caleidoscopio di personaggi che si moltiplicano in plurimi riflessi di sé e di tempi che rimbalzano la mente tra presente, passato e futuro desiderato e proprio per questo temuto, così come si può aver paura dei propri desideri. Sembra parlare dei tentativi di sconfiggere la morte ricorrendo a una vita meccanica, per poi rimanere sconfitti dalla forza della vita stessa che non ammette manipolazioni. Ma che vita può nascere dopo tutto quello che stiamo vivendo? Quale eredità psichica e quale DNA emotivo riceverà la nuova vita?
    Grazie Emanuele per questo racconto così difficile, reso tollerabile dalla delicatezza della scrittura.

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Mariasole Ariot ha pubblicato Essendo il dentro un fuori infinito, Elegia, opera vincitrice del Premio Montano 2021 sezione opera inedita (Anterem Edizioni, 2021), Anatomie della luce (Aragno Editore, collana I Domani - 2017), Simmetrie degli Spazi Vuoti (Arcipelago, collana ChapBook – 2013), poesie e prose in antologie italiane e straniere. Nell'ambito delle arti visuali, ha girato il cortometraggio "I'm a Swan" (2017) e "Dove urla il deserto" (2019) e partecipato a esposizioni collettive.  Aree di interesse: letteratura, sociologia, arti visuali, psicologia, filosofia. Per la saggistica prediligo l'originalità di pensiero e l'ideazione. In prosa e in poesia, forme di scrittura sperimentali e di ricerca. Cerco di rispondere a tutti, ma non sempre la risposta può essere garantita.
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