In realtà, la poesia: critica da un blog

Biagio-CepollaroKun2008

di Lorenzo Mari

.[L’intervento di Lorenzo Mari segue quello di Luigi Bosco a proposito della critica letteraria e consiste in uno sviluppo di quanto detto nella serata dedicata a questo tema nell’ambito della rassegna milanese  Tu se sai dire dillo 2014. Luigi Bosco, Davide Castiglione, Lorenzo Mari e Michele Ortore danno vita al blog di critica letteraria In realtà,la poesia. B.C.]

Parlando di In realtà, la poesia, mi interessa sottolineare, innanzitutto, l’esistenza di una particolare disponibilità materiale (lo spazio di un sito web), che trova la propria ragion d’essere in una particolare disposizione (o pre-disposizione) strategica.

Per quanto riguarda la disponibilità, è forse opportuno sgombrare il campo da un equivoco, che, di fatto, avevamo già tentato di arginare stilando l’elenco delle linee guida per l’invio di materiale al sito… Ebbene, In realtà, la poesia non è affiliato ad alcun esperimento di nuovo realismo o New Realism che dir si voglia (così come, ad esempio, Le parole e le cose non è un sito d’ispirazione foucaultiana…). Inoltre, In realtà, la poesia non risponde neppure all’esigenza di tornare alla realtà così com’è stata espressa in molta poesia, per così dire, “neolirica” di recente pubblicazione ed emersione critica…

Tutti questi approcci possono trovare spazio nel sito, accanto a posizioni diverse, anche di segno diametralmente opposto. La disponibilità materiale del sito, infatti, resta aperta verso ogni tipo di interpretazione e di posizione, purché sorretta da analisi testuali chiare e verificabili e dalla propensione al dibattito, in luogo della polemichetta in odore di troll o, come più spesso e tristemente accade, di narcisismo individuale.

Quanto al rapporto con la realtà, esso consente a chi vuole contribuire, cito dal sito, di “parlare della realtà rappresentata da un testo (p. es. l’arrivo delle truppe naziste in Primavera Hitleriana di Montale) o di quella che precede il testo (p. es. il contesto storico, sociale e biografico in cui il testo o l’opera sono stati composti) o ancora quella d’arrivo (p. es. nel contesto della ricezione: la rilevanza di un testo straniero nella situazione attuale italiana). Tutte queste scelte possono essere esclusive (ci si può concentrare su uno o sull’altro aspetto) o può esserci il tentativo di connetterle (p. es. ragionare sulla distanza tra il contesto di produzione, quello di ricezione e il mondo creato dal testo stesso), ancora una volta a discrezione del critico”.

Come si può facilmente osservare, la parola “realtà” allude a molti altri significati, tra i quali quello di “opera”, un dato che si impone sempre di più, a nostro avviso, a partire dall’esigenza di considerare i testi poetici non soltanto come ‘post’, all’interno di esperienze moltitudinarie ed effimere, ma anche e soprattutto come ‘opere’, qualora ne possiedano i crismi. Il primato del textus – incredibile a dirsi: vero, Zuckerberg? – sembra passare ancora da quelle parti…

Questo tipo specifico di disponibilità materiale trova origine in una specifica disposizione, o pre-disposizione, strategica, che è necessariamente multipla: nasce dai quattro approcci, spesso convergenti, ma non sempre collimanti, dei quattro fondatori del sito.

Aldilà dei posizionamenti individuali, la strategia comune parte da un interrogativo sulla lettura della poesia. Questa domanda precede e finisce allo stesso tempo per innervare l’esercizio della critica, dando così una nostra prima, parziale risposta alla domanda che Biagio Cepollaro, in linea con le sue Note per una critica futura di qualche anno fa, ha posto nelle tre giornate milanesi di “Tu se sai dire dillo” di quest’anno: “cosa vuol dire leggere un testo poetico?”.

Parlare di ‘critica futura’ significa, nell’ambito di In realtà, la poesia, impegnarsi in un lavoro che si potrebbe definire forse di ‘retroguardia’: tornare indietro, ai significati mossi dalla lettura di un testo poetico, per poi tentare il balzo in avanti, tornando a proporre forme di intervento critico.

Si tratta di una posizione che, per altri versi, si può definire “militante”, ma che, allo stesso tempo, muove i primi passi da alcune aporie individuate nella critica militante di oggi. Vi è certamente la consapevolezza che ogni esercizio critico propriamente detto costituisce “critica militante”, com’è stato ricordato anche nelle giornate milanesi. Tuttavia, le basi per un simile intervento – in un dibattito letterario che è più che altro uno scontro di posizioni mantenute in chiave di  ‘politica’ pseudo-partitica e non di ‘politica’ conflittuale – devono, a nostro avviso, essere rielaborate a partire da un esercizio, anche nascosto, di lettura e non – non soltanto – di post contenenti recensioni, testi magari neanche vagliati da una redazione web, eppure messi “in coda di pubblicazione”, oppure articoli sui supplementi culturali del sabato o della domenica…

Non è così facile, allo stato attuale delle cose, parlare di critica militante. A nostro avviso, è possibile declinare questa ed altre pratiche soltanto all’interno di quel movimento dialettico che è proprio della lettura di un testo, nel confronto tra testualità, inter-testualità ed extra-testualità, tra dimensione soggettiva e inter-soggettiva.

Una dialettica che può sussistere anche nel confronto tra reale e irreale suggerito da Luciano Mazziotta, ricordando questa splendida intervista di Loredana Magazzeni a Giuliano Mesa. Quell’intervista costituisce un punto di riferimento solido per il lavoro di In realtà, la poesia, anche quando entra apparentemente in conflitto con alcuni dei presupposti qui confusamente elencati:

“Intanto, direi che la poesia ha sempre bisogno di interrogarsi sul proprio rapporto col reale. La poesia dovrebbe sempre interrogarci sul nostro rapporto col reale, e può farlo soltanto interrogando sempre anche se stessa, il suo linguaggio, le sue forme. Dunque, non può che essere sempre nuova, poiché il reale muta costantemente. Che poi non muti “verso il meglio”, ebbene, ciò non attiene al concetto di nuovo inteso come proprio di un certo tempo storico in un certo luogo, bensì, e mettendolo in crisi, al nuovo inteso come “tappa di un progresso”. Invece, e per molti anni e ancora oggi, è stata  accolta come “ovvia” l’equazione “fine del progresso” –  “fine del nuovo”. Quel progresso, il procedere teleologico della storia umana verso la sua perfettibilità, se non perfezione, non è mai esistito: è stato, è ancora nella sua versione dominante – neoliberista, per intenderci -, ideologia. Ma  il nuovo inteso come mutamento dei linguaggi, delle forme dell’arte in rapporto col mutare delle condizioni non è finito, non può finire. Sarebbe inutile dirlo, dirne, non fosse che, invece, si va dicendo, con insistita ottusità, che, ad esempio, la poesia italiana è finita trenta e più anni fa, che poi non c’è stato altro che epigonismo postmoderno. Anche ammesso che sia così – e non è così – quell’epigonismo rappresenta comunque, nelle sue forme, il nuovo di fine secolo… Cerco di riannodare i fili: finché ci si interroga sull’ipotetica fine della storia, sull’ipotetica morte della poesia intendendo il nuovo come mera ed “eclatante” innovazione tecnico-formale, su intenzioni più o meno avanguardistiche, non del “rapporto col reale” ci si sta occupando bensì di ciò che esso potrebbe essere se… esercitazioni masturbatorie – irrelate – della teoresi sistematica, sistematizzante, che ha spesso perso la testa perché la realtà gliel’ha, impietosamente, tagliata… “?Adesso occorrerebbe mettere in corsivo la parola reale, che io di solito non uso perché presuppone un irreale. Mi limito a dire che se la poesia è un modo del pensare, del conoscere, dunque del “mettere in relazione”, è anche, nella concretezza delle  poesierealtà, oggetto che, nel suo esistere, o sussistere, è immediatamente e inevitabilmente in rapporto con altri oggetti: a partire da questa condizione, da questo prerequisito, se ne può forse considerare la capacità di interrogare… “

biagio cepollaro

Biagio Cepollaro, nato a Napoli nel 1959, vive a Milano. Esordisce come poeta nel 1984 con Le parole di Eliodora (Forum/Quinta generazione), nel 1993 pubblica Scribeide (Piero Manni ed.) con prefazione di Romano Luperini e Luna persciente (Carlo Mancosu ed.) con prefazione di Guido Guglielmi. Sono gli anni della poetica idiolettale e plurilinguista, del Gruppo 93 e della rivista Baldus . Con Fabrica (Zona ed., 2002), Versi nuovi (Oedipus ed., 2004) e Lavoro da fare (e-book del 2006) la lingua poetica diventa sempre più essenziale aprendosi a una dimensione meditativa della poesia. Questa seconda fase del suo percorso è caratterizzata da pionieristiche attività editoriali in rete che danno vita alle edizioni on line di ristampe di autori come Niccolai, Di Ruscio e di inediti di Amelia Rosselli, a cui si aggiungono le riviste-blog, come Poesia da fare (dal 2003) e Per una Critica futura (2007-2010). Nello stesso periodo si dedica intensamente alla pittura (La materia delle parole, a cura di Elisabetta Longari, Galleria Ostrakon, Milano, 2011), pubblicando libri che raccolgono versi e immagini, come Da strato a strato, prefato da Giovanni Anceschi, La Camera Verde, 2009. Il primo libro di una nuova trilogia poetica, Le qualità, esce presso La Camera Verde nel 2012. E' in corso di pubblicazione il secondo libro, La curva del giorno, presso L'arcolaio editrice. Sito-archivio: www.cepollaro.it Blog dedicato alla poesia dal 2003: www.poesiadafare.wordpress.com Blog dedicato all’arte: http://cepollaroarte.wordpress.com/ 

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